| |
È
significativo che oggi, in una fase storica nella quale
sono in atto grandi conflitti che chiamano in causa
religioni e culture, il primo problema che emerge di
fronte alla pluralità delle religioni è
quello del conflitto, dello "scontro tra civiltà".
E con esso la conseguente trafila dell’individuazione
di strategie atte a prevenire lo scontro, come la tolleranza,
il dialogo, l’inclusione, l’integrazione.
È legittimo domandarsi se questa evocazione del
conflitto e della violenza, questa chiamata in causa
della religione quale fattore scatenante delle grandi
tragedie della nostra epoca — seguendo il monito
lucreziano tantum religio potuit suadere malorum
— sia fondata o meno. Tutto lascia credere che
attribuire alla religione la causa di conflitti, sia
in senso attivo (di chi promuove il conflitto e lo cavalca:
ad esempio il fondamentalismo religioso) sia in senso
passivo (di chi lo subisce e cerca di disinnescarlo
avviando strategie di composizione e di superamento),
non è né pertinente né obiettivo,
ma comporta una valenza "ideologica" assai
accentuata.
Essa sembra motivata da, o motivante, una "falsa
coscienza" intorno a quella "cosa" che
la religione effettivamente è, e che può
altresì rendere ragione della pluralità
delle esperienze religiose, ovvero delle religioni.
Che è poi il problema intorno a cui si è
svolto il dibattito promosso dall’Associazione
Italiana di Filosofia della Religione con il Convegno
di cui in questo volume si raccolgono i contributi.
Contributi di Sergio Sorrentino,
Giovanni Filoramo, Marco Ravera, Emilio Baccarini, Hermann
Fischer, Paola Ricci Sindoni e Michael Eckert. |