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dibattito
Sola "fede" o sola Scrittura?
Il problema teologico delle benedizioni valdesi delle unioni omosessuali
di Damiano Bondi

Apprendendo la notizia del para-matrimonio omosessuale celebrato il 27 giugno 2011 nel tempio valdese di Milano, mi sono chiesto se questa decisione fosse stata teologicamente meditata. Il problema è semplice: la benedizione religiosa di una "unione gay" (non il riconoscimento legale della stessa, che è un altro problema) non è forse incoerente rispetto al principio teologico protestante del Sola Scriptura, ovvero della Bibbia come luogo unico della piena Rivelazione di Dio? ›1

Paradossalmente, se la Chiesa cattolica giungesse ad approvare le relazioni omosessuali sarebbe meno incoerente, giacché essa considera la Tradizione come seconda fonte di Rivelazione, non strettamente subordinata alla Parola ›2. Se invece l’unico criterio normativo per la fede è la Scrittura, allora come porsi di fronte a quei passi che, dal Levitico alle epistole paoline, condannano esplicitamente la pratica omosessuale? ›3 È lecito, come accaduto al penultimo Sinodo valdese, tralasciare il problema e permettere che le unioni gay vengano benedette «laddove la chiesa locale abbia raggiunto un consenso maturo e rispettoso»? Il consenso degli uomini viene dunque prima del consenso di Dio? Certo, si potrebbe obiettare, rimane ferma l’idea della giustificazione per la sola fede: l’uomo si può salvare non perché compie il bene ma perché crede in Dio, Sommo Bene. Dio non guarda tanto alle opere, quanto alla fede; non alla legge, quanto alla volontà di accogliere la Redenzione in Gesù Cristo; non alla morale, quanto al riconoscimento della propria lontananza da Dio, colmata per grazia da Dio stesso mediante l’Incarnazione di Suo Figlio. Già Lutero radicalizzava tale concezione nel suo celebre Pecca fortiter, sed crede fortius: anche un peccatore incallito — e il peccatore più incallito è quello che pretende di poter essere esente dal peccato — può salvarsi, se accetta per fede la Redenzione della Croce. Ma mentre Lutero credeva ancora nell’esistenza del peccato, anzi lo considerava in qualche modo il proprium dell’uomo nella sua condizione di finitudine creaturale, gli odierni valdesi sembrano non credervi più. La pratica omosessuale, per loro, lungi dall’essere considerata (in linea con la Scrittura) un peccato più o meno “forte” da cui redimersi attraverso una fede “ancora più forte”, diventa invece passibile di essere benedetta da Dio. E la fede, di conseguenza, non è più invocata come unica ancora di salvezza cui aggrapparsi nella tempesta delle mondane tentazioni, bensì utilizzata soltanto come un timbro da apporre a qualsiasi atto per decretarlo arbitrariamente compatibile con il volere divino: la fede non impegna più, al contrario disimpegna. Credi, e fai ciò che vuoi. Dio non vuole altro.

Non si tratta qui di un criterio kierkegaardiano per cui lo stadio morale deve essere superato attraverso il salto nella fede: al contrario, in questo caso non ha alcun senso parlare di stadio morale, né tantomeno di angoscia. La fede, qui, non è un’eroica conquista di chi ha osato un salto rischioso nel vuoto, bensì una mera aggiunta di etichetta “cristiana” allo stadio estetico. E la stessa giustificazione per fede, in questo modo, diventa il pretesto per giustificare non l’immoralità, come poteva ancora essere nella concezione luterana, bensì l’a-moralità, ovvero l’assenza di ogni preoccupazione morale. Non ha più senso chiedersi: Dio vuole questo da me? Se io, sinceramente cristiano, voglio questo, qualunque cosa sia, allora ho addirittura il diritto di pretendere che Dio benedica la mia scelta ›4.

A ben vedere, peraltro, una simile posizione svuota di senso qualsiasi concetto di giustizia divina, e dunque anche di giustificazione per fede. Per Lutero, infatti, la fede era il mezzo attraverso cui l’uomo poteva redimersi dal peccato, ovvero rendersi giusto davanti a Dio dopo l’ingiustizia commessa “in origine”; ma se non esiste più alcuna cornice normativa rispetto a cui possiamo essere più o meno giusti davanti a Dio, allora neanche la fede può più essere invocata per sopperire alla nostra ingiustizia, e viene svuotata di ogni “funzione”. Essa finisce così per ridursi a un’inclinazione sentimentale, una dimensione dello spirito che non si incarna realmente in alcuna pratica né sortisce alcun effetto soteriologico. Una “fede” tra virgolette. Certo, i valdesi non giungono a tanto. Anzi, cercano di giustificare teologicamente il proprio operato seguendo due linee principali: da una parte cercando disperatamente di trovare appigli scritturistici che consentano (o almeno non neghino apertamente) la possibilità di benedire cristianamente le unioni omosessuali, dall’altra riducendo la morale cristiana all’unico comandamento dell’amore, inteso del tutto genericamente. Così, la pastora valdese Gabriella Lettini arriva a sostenere che tutte le ingiurie (più di venti) che Paolo scaglia verso quegli uomini che, «lasciata la relazione naturale con la donna, si sono accesi nella loro libidine gli uni verso gli altri» ›5, in realtà sarebbero indirizzate a chi coltiva dei rapporti che vanno «contro il proprio naturale orientamento sessuale»; dunque, paradossalmente, l’Apostolo delle Genti si pronuncerebbe modernamente a favore dei rapporti omosessuali, laddove essi siano secondo natura ›6. D’altro canto, a nome del Consiglio di Chiesa di Trapani e Marsala, il pastore Alessandro Esposito afferma recisamente che «Dio vuole l’amore, non lo giudica» ›7. Il problema, in questo caso, è quale amore Dio voglia, o meglio, se quello che noi definiamo “amore” coincida o meno con l’Agape cristiana, giustamente considerata superiore a qualsiasi legge. Ma tale problematica viene elusa, anzi si avalla l’idea che qualsiasi rapporto, se detto "d'amore”, possa essere benedetto da Dio: così, non si capisce perché non si dovrebbero celebrare cristianamente relazioni adulterine o incestuose.

È chiaro che si finisce per fare dell’amore (come già della fede) nient’altro che un impulso interiore, un’affettività disincarnata che può accompagnare qualsiasi azione; e non un atto, ovvero il risultato concreto di una scelta cosciente che comporta impegno e responsabilità personali e interpersonali. Un "amore" tra virgolette. Ma il punto decisivo è un altro. Sia la posizione ermeneutica (quella che si impegna a interpretare "correttamente" la Scrittura), sia quella riduzionista (che riduce il contenuto normativo del cristianesimo all’unica regola aurea dell’amore), in questo caso, finiscono per erodere la sostanza stessa del Sola Scriptura: ovvero, non mirano soltanto a stemperarne la granitica assolutezza per scongiurare (giustamente) il pericolo del letteralismo estremista, bensì ne uccidono il nucleo più profondo, ribaltandone la natura. Giacché violentare la Scrittura per farle dire quello che si vuole equivale a non farla parlare più, equivale a sostituirsi ad essa: esattamente ciò che i valdesi rimproverano alla Chiesa cattolica. Similmente, estromettere la maggior parte dei testi biblici dalla pienezza della Verità rivelata — in nome dello spirito critico, della volontà di considerare il contesto “storico” o di una presunta gerarchia tra i contenuti dottrinali della Parola di Dio — conduce necessariamente a affermare, come fa Paolo Ricca, che «la Bibbia non è la Parola di Dio, contiene la Parola di Dio» ›8: il che potrebbe essere anche teologicamente corretto, a patto che con tale formula si intenda dire soltanto che Cristo è la Parola di Dio fattasi carne (e non testo), e che di conseguenza tutta la Scrittura contiene la testimonianza della Parola di Dio pur non essendola direttamente. Ma la dichiarazione è teologicamente del tutto scorretta se, come nel nostro caso, avalla pratiche di selezione personale di alcune parti della Scrittura che conterrebbero la Parola di Dio più di altre.

In base a quale criterio ci si ritaglia un proprio canone nel Canone, posto che il Canone stesso sia l’unico criterio per discernere la Verità? Evidentemente in base a altri criteri, del tutto mondani: ecco allora che l’intransigenza della Scrittura viene sottomessa ai dettami del secolo, esattamente come Lutero riteneva facessero i cattolici del suo tempo. La Parola di Dio viene subordinata a quella della moda, che le detta volta per volta — secondo un rigido criterio di correttezza politica e accettabilità pubblica — quale Verità proferire. Dal Sola Scriptura al Nulla Scriptura: triste esodo della teologia protestante.

Finalmente, però, alcuni membri della Chiesa valdese sembrano essersi accorti che qualcosa non va. Essi hanno lanciato un appello accorato al Sinodo del 2010, e in seguito hanno deciso di aprire un sito web (www.valdesi.eu) dove esprimere le proprie posizioni e il proprio dissenso rispetto alla linea di pensiero e azione dominante: richiamandosi all’atto fondativo della Chiesa valdese (1561) e alla Confessione di Fede del 1655, questi valdesi “intransigenti” ribadiscono infatti che il fondamento di ogni decisione del Sinodo deve essere la Bibbia, e che del resto il Sinodo stesso è sovrano finché resta nell’ambito del “patto integrativo tra le Chiese”. Insomma, affidare (come è stato deciso) alle singole comunità la possibilità di benedire le unioni omosessuali significa rompere il patto, nonché agire praeter Scripturam. Sembra tuttavia che la maggior parte dei valdesi non se ne accorga. Il settimanale “Riforma”, anzi, ha ingaggiato nelle sue pagine una serrata polemica con questi valdesi “protestanti”, rifiutandosi di pubblicare alcune loro inserzioni (che hanno trovato spazio, a pagamento, sul settimanale cattolico locale "L’Eco del Chisone") e accusandoli di aver utilizzato indebitamente la denominazione “valdesi” nel loro sito. Al che loro hanno risposto che neanche la tanto vituperata Chiesa cattolica utilizza questi metodi di censura, come dimostra la proliferazione di siti web che utilizzano la denominazione “cattolici” pur non sposando direttamente la dottrina della Chiesa di Roma o necessitando di alcun imprimatur9 — e che dalla Chiesa valdese, cui si gloriano di appartenere, si sarebbero aspettati più possibilità di dibattito e dialogo.

O almeno, aggiungiamo noi, maggiore profondità teologica. Perché la teologia, almeno, ci impegna costantemente ad avvicinarci ai problemi secondo criteri diversi da quelli dell’opportunità politica, delle necessità del Progresso, dell’accondiscendenza ai costumi. Perché essa ci ricorda che una cosa è essere nel mondo, altra è essere del mondo.

Note
  1. Che il criterio sia adottato dalla Chiesa valdese, lo si può affermare primariamente sulla base dell’art. 3 della Confessione di Fede approvata dal Sinodo del 1655 a Angrogna, ancora in vigore. In essa infatti si legge: «Conviene ricevere, come riceviamo, questa Santa Scrittura per divina e canonica, ciò è per regola della nostra fede e vita; ella è pienamente contenuta ne’ libri del Vecchio e Nuovo Testamento».
  2. Certo, si porrebbe il problema della coerenza interna rispetto alle posizioni espresse nei documenti ufficiali della Chiesa. Tuttavia non mancano esempi, nella storia della Tradizione ecclesiastica, di rettifiche anche "radicali" rispetto a alcuni temi di interesse etico-sociale. Basti pensare alla disposizione cattolica nei confronti del popolo ebraico: non si può non rilevare al riguardo l’enorme distanza che separa il contenuto della Cum nimis absurdum (1555) dalla "fratellanza maggiore" riconosciuta agli ebrei da Giovanni Paolo II. Si potrebbe addirittura sostenere, sviluppando questo argomento, che la teologia cattolica conceda più spazio alla possibilità di negoziare alcuni principi rispetto a quanto non faccia la teologia protestante, maggiormente vincolata — almeno in teoria — al dettato scritturistico.
  3. Cfr. ad esempio Lv 18, 22; 20, 13; Rm 1, 24-32.
  4. Ancora una volta, è doveroso sottolineare che in questa sede non si intende affatto discutere il problema del riconoscimento legale delle coppie omosessuali: questo può ben essere un diritto in uno stato democratico e laico. Ma la benedizione divina non è, evidentemente, né democratica né “laica”: non si può pretendere che Dio stia dalla propria parte, al contrario si ha il dovere di stare dalla Sua.
  5. Rm 1, 27.
  6. Cfr. Gabriella Lettini, Omosessualità, Claudiana, Torino 1999.
  7. Articolo pubblicato sul periodico «Riforma», 4 giugno 2010.
  8. Cfr. http://www.chiesavaldese.org/pages/archivi/index_commenti.php?id=616, consultato il 15 settembre 2011.
  9. Fra tutti, cfr. www.cattolici.eu e www.chiesaveterocattolica.it. Per una panoramica generale, cfr. www.siticattolici.it.

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