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«Fenestrella obliqua»
Quando le mura del monastero si aprono alla
contemplazione del mondo
di Claudio Ubaldo Cortoni,
monaco di Camaldoli |
Ogni tessuto urbano all’interno del quale si intrecciano
relazioni conosce l’esperienza di un luogo aperto dove confluiscono
strade e vie. Questo luogo è la piazza, l’architettura
più difficile da realizzare perché edificata partendo
dal vuoto, divenuto in seguito anche modello di molte tipologie
abitative sino alla soglia della modernità. Ogni casa così
veniva realizzata come se fosse stata una piccola civitas
all’interno della quale la corte-piazza domestica era il
luogo pubblico del lavoro e dello scambio sociale. Così
per quanto la pratica di porre un confine possa essere stata nel
tempo la più comune per stabilire un criterio di appartenenza,
quella di aver posto al centro del perimetro delimitato dalle
mura uno spazio aperto richiama alla possibilità dell’incontro
e dello scambio ›1.
In quest’ottica va compreso anche il rapporto tra il chiostro
e il monastero, o più propriamente come il chiostro che
designa un luogo chiuso possa nella pratica quotidiana rappresentare
l’apertura per eccellenza dello spazio monastico. Il chiostro
rappresenta infatti l’ossimoro dell’architettura
religiosa: l’etimologicamente chiuso, il claustrum
ovvero il luogo della clausura, nella pratica della vita monastica
è vissuto come lo spazio, che mediante l’interruzione
dei pieni architettonici, distingue il luogo dell’abitare,
il monastero, dal luogo del celebrare, la chiesa, mediante
un vuoto ›2.
La struttura del chiostro ricorda così quasi per una lontana
analogia la descrizione che Columella (4-70 d.C.) fa nel De
re rustica delle abitazioni degli schiavi «slegati»,
cioè dei domestici o famigli che servivano nella casa dei
patrizi: un quadriportico con al centro un impluvium,
con piccole celle disposte tutte intorno alla corte. Una struttura
che oltre a descrivere un preciso ordinamento sociale ha anche
il pregio di riprodurre un certo sentire spirituale legato all’idea
monastica dei famuli Dei, dei servi o famigli dediti
esclusivamente al servizio di Dio.
Eppure queste cittadelle edificate ai margini delle grandi arterie
viarie del Tardo Antico conoscono la ferita dell’umano attraverso
la pratica evangelica dell’accoglienza del viandante e del
pellegrino, che a livello di relazioni umane incarnano le medesime
dinamiche riconducibili alla relazione monastero-chiostro-chiesa.
Come conseguenza diretta del recupero della cura dello straniero,
nel linguaggio monastico l’estraneo è riconosciuto
come ospite perché in una certa misura esso è
ricondotto all’esperienza dell’incontro con il «portatore
di Cristo» ›3,
che viene a visitare la comunità come uno tra i «piccoli»
del suo popolo ›4.
Un ospite il cui sguardo quando gettato con discrezione potrebbe
anche illuminare i vissuti dei singoli monaci o portare alla luce
le dinamiche più difficili del tessuto comunitario. In
questo senso l’ospite rappresenta una strana forma di eteronomia
della comunità monastica, poiché egli si presenta
come l’«Estraneo-Straniero» che sulla strada
per Emmaus non si stanca mai di ricondurre i suoi discepoli sulle
tracce del maestro, è il vuoto che interrompe
il circolo regolare della vita conventuale. Senza alcun dubbio
il motivo dell’accoglienza tra pratica spirituale e adesione
comunitaria alla cura evangelica dello straniero ›5
è già ben presente sin dagli inizi nella vita monastica
occidentale. Già negli scritti e nell’azione evangelizzatrice
del monaco e papa Gregorio Magno ›6,
autore della vita di san Benedetto e primo a trasmetterci la regola
del monaco di Norcia, la vita monastica è interpretata
attraverso l’intreccio di tre livelli di accoglienza dell’estraneo:
la contemplazione di Dio, l’incontro con l’uomo e
la visione del mondo.
La prima delle tre tessere che compongono il mosaico della vita
monastica è sinteticamente racchiusa in un’invenzione
semantica. Dobbiamo a Gregorio Magno nella serie di omelie su
Ezechiele un neologismo al quanto singolare, che partendo dalla
pratica difensiva del suo tempo, trovò spazio nella descrizione
della contemplazione del mistero di Dio: «fenestrella obliqua»
altrimenti conosciuta come feritoia, immagine allegorica degli
uomini dediti alla contemplazione ›7.
Si tratta appunto di un sottile taglio nella tessitura muraria
della parete difensiva che permette alla luce esterna di entrare
e illuminare una stanza grazie alla sua particolare strombatura,
che dilata all’interno il sottile raggio di luce che penetra
dall’esterno ›8.
Tale metafora lascia intendere che per Gregorio la contemplazione
non è riassumibile solo in un «uscire da se per arrivare
a vedere…», cioè una via estatica, ma in un
lasciar che qualcuno o qualcosa possa entrare, per portare all’interno
quella luce capace di dilatare le dimensioni della stanza della
propria anima (in camera caritatis, come nel talamo nuziale)
mediante la sua irradiazione. La contemplazione si presenta così
come un invito rivolto dal contemplativo all’estraneo,
e cioè alla «luce della verità» che
è riflesso delle cose eterne, a dimorare presso di lui.
L’intelligentia contemplationis di Gregorio è
dunque lasciare che la propria umanità si costituisca in
apertura-ferita sull’esterno perché possa essere
trasfigurata da ciò che neppure la rettitudine di vita
può da sola raggiungere.
La seconda tessera del mosaico è presentata da Gregorio
nel secondo libro dei Dialoghi. Qui il lettore è
immediatamente introdotto nella atmosfera della celebrazione pasquale
attraverso la narrazione di come il presbitero Romano, in seguito
a una visione, sia stato spinto a violare la solitudine di Benedetto
presso Subiaco, per festeggiare degnamente con il santo monaco
la Pasqua: «Pregarono insieme benedicendo il Signore onnipotente,
e sedettero in dolce conversazione sulla vita del cielo (post
dulcia vitae conloquia); poi il prete che era venuto disse
a Benedetto: “Alzati, e prendiamo cibo, perché oggi
è Pasqua”. “So che è Pasqua —
rispose l’uomo di Dio —, perché ho avuto in
sorte la gioia di vederti!”. Egli infatti, lontano com’era
dal consorzio umano, non sapeva che in quel giorno ricorreva la
solennità pasquale» ›9.
Per Benedetto è possibile celebrare la Pasqua come incontro,
e cioè come momento durante il quale «conversando»
delle cose del cielo ›10
l’uomo di Dio scopre la necessità di una «conversione»
al divino che si cela dietro all’incontro con l’umano,
e cioè il mistero stesso dell’incarnazione. La parola
conversatio, più frequente nella regola di Benedetto
che non conloquia, è un’espressione capace
di riassumere l’intero itinerario spirituale del santo monaco
sia che la si faccia derivare da conversio, la conversione,
che da «converso», la relazione, il rapporto inteso
come intimità. Entrambe le derivazioni si traducono in
un vero e proprio stile di vita, e cioè in una serie di
relazioni costituite in una vera e propria disciplina regolare
dell’alterità: la comunità in rapporto a chi
chiede di entrare, la relazione tra i fratelli professi e la pratica
dell’ospitalità. In ogni caso la forza testimoniale
della propria vita è determinata dalla relazione tra uomini
e giammai lasciata alla sola ricerca di un’unione perfetta
con Dio ›11.
Il terzo tassello della vita di un contemplativo è descritto
da Gregorio nella visione del mondo raccolto sotto lo sguardo
di Benedetto in un raggio di luce: «Egli stava davanti alla
finestra e pregava con fervore il Signore onnipotente. All’improvviso,
proprio nel cuore della notte, volgendo al cielo lo sguardo, vide
che una luce diffusa dall’alto aveva messo in fuga tutte
le tenebre della notte. Il suo splendore era tale che, pur brillando
in mezzo all’oscurità, superava la stessa luce del
giorno. Mentre stava li in contemplazione, accadde davvero una
cosa meravigliosa, come egli stesso raccontò. il mondo
intero, come raccolto in un unico raggio di sole, fu posto davanti
ai suoi occhi» ›12.
In Gregorio la finestra diventa il segno tangibile della volontà
di ricostruire un rapporto tra interno e esterno, tra chiostro
e mondo, basato sulla possibilità di costruire una relazione
tra i due sull’esperienza della dilatazione, dell’apertura
dei confini dell’anima contemplante. Gregorio stesso fornisce
una spiegazione di tale visione: «Pietro: (…) Come
può, infatti, il mondo intero essere abbracciato dallo
sguardo di un solo uomo? (…) Gregorio: (…) Dire che
il mondo era come interamente raccolto davanti ai suoi occhi,
non significa affermare che il cielo e la terra si erano rimpiccioliti, ma piuttosto che si era dilatata l’anima di colui che
contemplava. Egli infatti, sollevato in Dio, poté facilmente
vedere tutto ciò che si trova al di sotto di Dio. Alla
luce che splendeva esternamente ai suoi occhi corrispondeva nell’intimo
una luce spirituale; proprio questa rivelava all’anima del
contemplante, rapita nelle realtà superne, quanto fossero
piccole le cose del mondo» ›13.
L’espressione «piccole cose» non allude a un
senso di disprezzo per il mondo creato ma alla capacità
dell’anima di poter contemplare il mondo attraverso la medesima
luce che interviene a dilatarla. In questo modo il mondo non ha
più dimensioni tali da spaventare il cuore dell’uomo
ma diventa il luogo in cui è chiamato ad abitare, il creato.
Così scrivendo Gregorio Magno indica che la libertà
spirituale del contemplativo consiste nella capacità di
far corrispondere alla propria dilatazione dell’anima uno
sguardo aperto sulle realtà del cielo e del mondo: quell’apertura
necessaria a intravvedere l’eternità ; quell’incontro
inatteso con l’altro per una conversione dello spirito a
quanto di divino è custodito nel vissuto umano; e quella
visione dilatata-aperta del mondo spaziando con l’anima
in Dio. Tutti questi aspetti trovarono terreno fertile nelle più
antiche costituzioni camaldolesi ›14
nelle quali il monastero era stato pensato allo scopo di provvedere
essenzialmente alla pratica dell’ospitalità ›15:
«Trovò più in basso un luogo chiamato, Fonte
Bono, e lì costruì una dimora, stabilendovi un monaco
con tre conversi per l’accoglienza degli ospiti, per rispondere
loro con dolcezza e provvedere con carità» ›16.
Il primo degli obblighi a cui era ed è tenuto il cenobio
di Fonte Bono era la adventantium hospitum receptio,
e cioè l’«accogliere spesso presso di sé»
l’ospite che sopraggiunge senza preavvertimento (adventantium
hospitum) con una certa consuetudine (receptio),
che è data appunto dal fare della propria casa un luogo
di rifugio. La modalità con cui l’ospite viene ricevuto
è secondo una dulcinosa responsio, e cioè
rispondendo a una domanda o a una necessità con l’amabilità
di chi si pone nell’atteggiamento dell’ascolto, in
maniera tale da offrigli una caritativa refectio, cioè
un ristoro che non sia ridotto al solo soddisfacimento di un bisogno
ma un segno dell’amore di Cristo che anima quelle vite.
L’accoglienza dell’avventore è diventata così
non una violazione del chiostro monastico ma il segno visibile,
e se vogliamo storico, della piena umanità degli abitanti
di un monastero. Perché la natura umana accesa dal fuoco
dell’amore divino bruci come il roveto ardente senza consumarsi
è necessario che il contemplativo e il solitario si aprano
alla relazione con l’uomo e non solo con il volto di Dio
che incessantemente invocano nella preghiera. Tale apertura si
rende visibile nella pratica della pietà che è il
riflesso dell’accondiscendenza di Dio per le creature, e
cioè della misericordia del Figlio ›17.
Note
- J. Rykwert, The Idea of a Town. The Antropology of Urban
From in Rome, Italy and the Ancient World, MIT Press, Princeton
1988, pp. 97-163 (tr. it. di G. Scattone, L’idea di
città, Adelphi, Milano 2002, cap. 4, «Custodi
del centro e custodi dei confini», pp. 107-188); E. Greco
(a c. di), La città greca antica. Istituzioni, società
e forme urbane, Donzelli, Roma 1999, pp. 5-36, 83-96; L.
Benevolo (a c. di), Metamorfosi della città,
Scheiwiller, Milano 1995, pp. 341-466; C. Bertelli (a c. di),
La città gioiosa, Scheiwiller, Milano 1996,
pp. 3-108; AA.VV., Princìpi e forme della città,
Scheiwiller, Milano 1993, pp. 47-145.
- G. Semerano, Dizionario della lingua latina e voci moderne,
L. S. Olschki, Firenze 1994, «calu-», p. 368; J.
Leclercq, «Otia Monastica». Études sur
le vocabulaire de la contemplation au Moyen Âge,
Studia Anselmiana 51, Roma 1963, «Quies claustrali»,
pp. 86-96; AA.VV., Dall’eremo al cenobio. La civiltà
monastica in Italia dalle origini all’età di Dante,
Scheiwiller, Milano 1987, pp. 425-575.
- Il «Christophoros» dei Padri.
- Cfr. RB 53; Mt 25,35.
- C. Burini, Dall’amore reciproco all’amore
verso l’altro, «Parola spirito e vita»,
27 (1993), n. 1, pp. 265-277.
- L.G.G. Ricci, Gregorio Magno e l’invenzione del
Medioevo, SISMEL-Edizioni del Galluzzo, Firenze 2006, pp.
11-26, 41-66; L. Castaldi (a c. di), Scrittura e storia.
Per una lettura delle opere di Gregorio Magno, SISMEL-Edizioni
del Galluzzo, Firenze 2005, pp. 151-162, 253-270.
- Gregorio Magno, Homiliae in Hiezechihelem prophetam,
cura et studio M. Adriaen, CCL 142, Turnhout, Brepols 1971,
lb. II, hom. 5, §§ 17-18, pp. 289-290 (tr. it. di
V. Recchia, E. Gandolfo, Omelie su Ezechiele, Città
Nuova, Roma 1993, vol. 2, lb. II, om. 5, §§ 17-18,
pp. 140-143).
- «Nelle finestre oblique, quella parte da cui entra la
luce è un’apertura stretta, ma la parte interna
che riceve la luce è larga, perché le anime contemplative,
quantunque vedono appena qualcosa della vera luce, tuttavia
si dilatano in se stesse con grande ampiezza. Esse possono capire
appena un poco di quelle stesse cose che vedono. È molto
limitato ciò che i contemplativi vedono dell’eternità,
ma attraverso quel poco la capacità delle anime si apare
ad un aumento di fervore e di amore e perciò diventano
più ampie in se stesse, per cui accolgono in se la luce
della verità come attarverso spiragli»; Gregorio
Magno, Omelie su Ezechiele, trad. it. cit., vol. 2,
lb. II, om. 5, § 17, p. 140.
- Grégoire Le Grand, Dialogues, texte critique
et notes par A. de Vogüé, SC 260, Les Éditions
du Cerf, Paris 1979, lb. II, cap. 1, § 7, pp. 134 (tr.
it. delle Suore Benedettine Isola di San Giorgio, Dialoghi,
Città Nuova, Roma 2000, lb. II, cap. 1, § 7, pp.
140-141).
- Scrive Rodolfo II, tra i primi legislatori camaldolesi, a
proposito dei frutti della vita eremitca condotta secondo la
disciplina della regola di san Benedetto: «Questa è
la vita (la vita solitaria) che vince il mondo, reprime la carne,
sconfigge i dèmoni, cancella i peccati, tiene a freno
i vizzi, sfinisce i desideri carnali, che combattono contro
l’anima. Questa è la vita che purifica la mente,
rischiara la coscienza, ripulisce l’intelletto, partorisce
la scienza, raffina l’ingegno, aderisce a Dio, parla con
gli angeli, brama i beni celesti, medita pensieri eterni, accumulano
tesori in cielo, dove la ruggine e le tigne non possono toccarli,
dove i ladri non possono scassinarli e derubarli»; P.
Licciardello (a c. di), Consuetudo Camaldulensis Rodulphi
Constitutiones. Liber Eremitice Regule, SISMEL-Edizioni
del Galluzzo, Firenze 2004, p. 23.
- Il capitolo delle buone opere è un vero e proprio prontuario
per la vita relazionale di un monastero. Cf. RB 4.
- Grégoire Le Grand, Dialogues, trad. it. cit.,
lb. II, cap. 35, §§ 2-3, pp. 204-205.
- Ivi, § 7, pp. 206-207.
- P. Licciardello (a c. di), Consuetudo Camaldulensis,
cit., pp. XLVII-XLVIII, LV, 3-5, 9, 57.
- «Infatti il dovere dell’ospitalità deve
essere osservato in ogni modo a Fonte Buono (…). Infatti
quella dimora è stata edificata soprattutto per adempiere
al dovere dell’ospitalità e, per quanto in seguito
sia stata adattata alla norma cenobitica, col crescere della
congregazione, in nessun caso si deve trascurare l’ospitalità»;
Ivi, p. 57.
- Ivi, pp. 3-4.
- La cura della humanitas è caldamente richiesta
all’eremita quanto al monaco come segno dell’amore
verso Cristo e il prossimo; Ivi, pp. 25, 65.
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