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La comunicazione tra esistenze
Quello che in questa sede ci si propone di prendere in esame
è il contributo che è possibile rinvenire all’interno
del pensiero di Karl Jaspers intorno al tema del dialogo tra le
fedi, prendendo le mosse dalla nozione fondamentale di fede
filosofica. Essa trova una compiuta elaborazione in due documenti
della vasta letteratura pubblicata da Jaspers: La fede filosofica
(1948), che è la fonte principale della nostra trattazione,
e La fede filosofica di fronte alla rivelazione (1962).
Tali testi, fondamentali nell’economia generale del pensiero
del filosofo, contribuiscono a delineare quella che potremmo a
buon diritto definire, malgrado il pensiero di Jaspers non sia
rigorosamente ascrivibile a questo ambito, la sua filosofia della
religione ›1.
In entrambi gli scritti è infatti operante una critica
della ragione teologica che, a fronte dell’analisi dei limiti
e delle condizioni di possibilità del linguaggio rispetto
alla sfera del sacro, concorre altresì a preparare il terreno
per un possibile dialogo tra credenti o — direbbe
Jaspers — una «comunicazione tra esistenze».
Una comunicazione che è render comune (com-munis),
coobbligato, legato agli altri nel dare e ricevere un beneficio,
entrare in relazione con l’altro non nella misura in cui
lo si conosce senza residuo ma nella consapevolezza di “prendere
parte”, di partecipare (partem capere) cioè
all’indefinito sottrarsi dell’alterità e della
trascendenza alla presa conoscitiva del soggetto. Da ciò
segue l’ineludibilità del confronto e della reciprocazione
tra gli interlocutori coinvolti in una relazione dialogica nella
stessa costruzione della propria identità ›2.
Si procederà dunque a ripercorrere alcuni momenti significativi
dell’itinerario speculativo di Jaspers, per poi valutare
l’apporto che essi sono in grado di offrire ai fini della
possibile statuizione di una grammatica del dialogo interreligioso.
La riflessione di Jaspers sul tema della fede può essere
scandita in tre momenti essenziali. Ci accingeremo dapprima a
mostrare come il filosofo tedesco provveda a delineare una fenomenologia
della fede, un’analisi cioè della fede come atto
di coscienza. In un secondo momento si procederà a illustrare
l’analisi che egli conduce, mediante la considerazione dei
tratti distintivi della fede religiosa, intorno alle modalità
in cui questa ha costantemente disatteso il carattere autentico
della fede stessa; la storia delle religioni rivelate si risolverebbe
pertanto in una serie di “scivolamenti” (Entgleisungen)
in ciò che non è più fede, poiché
il vincolo solidale dell’assenso credente a un qualsiasi
contenuto religioso con la pretesa assolutistica di verità
avrebbe precluso ab imis la possibilità autentica
del dialogo, seminando il germe dell’intolleranza. Sarà
infine esaminata quella che da Jaspers viene indicata come possibile
via d’uscita da questa distretta, vale a dire il superamento
della pretesa esclusivistica avanzata da parte di ogni confessione
religiosa e in particolare delle fedi rivelate. L’assolutizzazione
del contenuto della fede in una dottrina e l’adesione incondizionata
a essa comportano, secondo Jaspers, il mancato riconoscimento
dell’inesauribilità della Trascendenza e della parzialità
di ogni suo umano attingimento. In tal modo «la fede scade
in contenuto di coscienza, si assolutizza in dogma» ›3,
manca così la Trascendenza nel tentativo di pensarla.
Fede e verità
La scaturigine della riflessione di Jaspers intorno a tali questioni
può essere rinvenuta nel tentativo di ripensare la nozione
di verità e di riconfigurare il suo rapporto con la fede.
L’uomo che vive nel tempo non possiede la verità
dell’essere. Questa è ciò che, sottraendosi
a ogni orizzonte circoscrivente, non si lascia comprendere in
quanto è ciò che comprende la totalità degli
enti e degli orizzonti possibili. La temporalità, quale
progressiva manifestazione dell’essere, esprime la costitutiva
impossibilità di abbracciare l’essere stesso nella
totalità della sua verità da parte dell’uomo
storico. Ciò che contraddistingue ogni visione del
mondo ›4
è dunque la fede. D’altra parte il sapere della conoscenza
oggettiva e della scienza non concede l’accesso alla verità
dell’essere. L’orientazione scientifica nel mondo
(wissenschaftliche Weltorientierung) procede alla risoluzione
del reale nella relazione soggetto-oggetto, dove per soggetto
si intende la coscienza intersoggettiva o coscienza in generale
(Bewusstsein überhaupt). Questa opera mediante strutture
categoriali che si presumono identiche in ogni intelletto, e quindi
capaci di condurre a conclusioni universalmente valide, e ha per
oggetto la totalità del reale completamente risolta nella
sua datità. Il discorso scientifico non mette in questione
il questionante ma si arresta al livello dell’intersoggettività
intellettuale. Il mondo oggettivo della scienza, la quale pertanto
dimentica il suo cum, la cum-scientia, è
dunque un cosmo, una totalità ordinata secondo un punto
di vista ritenuto valido per tutti. L’orientazione filosofica
nel mondo (philosophische Weltorientierung), spezzando
l’orizzonte scientifico dell’oggettività, si
propone invece di recuperare da una parte l’esistenza dal
suo dissolvimento nell’intersoggettività, data l’impossibilità
di porre in questione qualcosa e di filosofare senza
che ne vada al contempo del proprio essere stesso, e dall’altra
la realtà dalla sua assimilazione al mero dato ›5.
La datità dell’oggetto cui la coscienza in generale
fa riferimento è qualcosa che sul piano fenomenologico
non si dà se non attraverso l’intervento di una fede
percettiva messa in opera dalla fantasia, o per meglio dire da
un’intuizione fantastica, che così completa l’apparire
e conferisce senso a ciò che propriamente appare ›6.
Quando nella percezione asseriamo di cogliere oggetti non scorgiamo
in realtà che lati, profili e adombramenti. Non vediamo
per es. un edificio nella sua interezza ma solamente una facciata,
essendo le altre nascoste da quella immediatamente presente. Tuttavia
questa rinvia ai lati restanti che sono, direbbe Husserl, ap-presentati,
resi co-presenti da un atto di «intenzionalità
indiretta» ›7.
L’intuizione promuove pertanto quella desituazione dello
sguardo che permette di operare un trascendimento rispetto a quanto
la mera osservazione offre. Allo stesso modo, sul piano metafisico
la fede desitua il pensiero, cosicché questo possa procedere
oltre ciò che è immediatamente presente, per trovare
quel senso che la presenza immediata non rivela. Gli oggetti diventano
dunque cifre che rinviano a un’assenza che conferisce senso
alla presenza. In quanto abbraccia presenza e assenza la coscienza
umana è l’Umgreifende ›8
che noi siamo; esso è dischiuso a quell’Umgreifende
che è l’essere stesso. Lo spazio dell’assenza
è lo spazio della possibilità che la cifra richiama
come completamento, come futuro e come senso di quanto appare.
Esistere è de-cidere (ent-scheiden) per quell’assenza,
tagliare (scheiden) l’orizzonte concluso della
situazione, cor-rispondere a quel dono dell’essere nella
vertigine del rischio e della libertà.
In questo contesto la fede è l’organo che dischiude
l’esistenza all’essere. La fede è sempre fede
in qualcosa. In essa troviamo congiunti, in maniera indissolubile,
un momento soggettivo e uno oggettivo: la fede come atto di accoglimento
da parte del soggetto di una offerta di senso e la fede come contenuto,
ossia fides qua creditur e fides quae creditur.
Riferendosi esplicitamente alla filosofia kantiana e alla sua
concezione della fenomenicità della realtà che ci
appare nella scissione soggetto-oggetto Jaspers sostiene che l’essere,
attraverso queste forme, diviene oggetto per noi, fenomeno, ciò
che di esso possiamo conoscere e non ciò che è in
sé. Lo stesso vale per la fede. Essa non è un semplice
contenuto, né un atto del soggetto, ma «ha la sua
radice in ciò che fonda la fenomenicità» ›10.
Pertanto bisogna identificarla con ciò che non è
solo oggetto né solo soggetto ma è entrambi in uno,
e tuttavia appare nella scissione soggetto-oggetto. L’Umgreifende
è la sorgente da cui il filosofare e dunque la fede stessa
trae origine, e il fine a cui tende.
«Umgreifende è tanto l’essere in
sé che ci circoscrive, quanto l’essere che noi siamo»
›11;
dell’essere che ci circoscrive fanno parte il mondo
e la Trascendenza. Il mondo è costituito per la
maggior parte da ciò che ci circoscrive e che non siamo.
Il mondo non è mai un oggetto ma un’idea. Ciò
che noi conosciamo è nel mondo ma non è mai il mondo.
La Trascendenza è l’essere assolutamente altro, l’essere
che non è mai mondo, ma che ugualmente parla nel mondo
rinviando a ciò che è oltre. L’essere che
noi siamo costituisce i modi attraverso cui possiamo prendere
coscienza del nostro essere. L’esserci (Dasein)
è la pura fattualità (Realität) dell’essere
dell’uomo, (l’insieme delle sue manifestazioni fisiologiche,
psicologiche, linguistiche) e delle strutture dell’ambiente
che lo circonda. Il mondo inorganico e la primitiva sfera vitale
che l’uomo condivide con il mondo animale e quello vegetale
si comprendono, infatti, solamente come «mero esserci nel
proprio mondo circostante» ›11.
L’uomo si dà come coscienza in generale nella scissione
di soggetto-oggetto. Essa è quell’orizzonte coscienziale
circoscrivente all’interno del quale tutto ciò che
è non può essere pensato e conosciuto se non nelle
forme dell’oggettività. Lo Spirito è
quella dimensione in cui vengono create le idee teoretiche (anima,
mondo, Dio) e pratiche (compiti e professioni), che guidano e
orientano il nostro essere nel mondo. L’uomo è infine
esistenza possibile, in quanto vive a partire da una
origine che sta al di fuori e al di sopra dell’esserci empirico
che si lascia oggettivare, della coscienza in generale e dello
spirito. L’uomo si scopre e-sistente nell’insufficienza
che sperimenta in se stesso, scorgendo qualcosa di incommensurabile
per il suo sapere.
Secondo Jaspers «l’Umgreifende che io sono,
è, in ogni sua forma, una polarità di soggetto e
oggetto» ›12;
in quanto esserci l’uomo vive la polarità
tra mondo interiore e mondo circostante, come coscienza in
generale quella della coscienza e del suo oggetto, come spirito,
quella dell’idea in me e dell’idea oggettiva che mi
proviene dalle cose, come esistenza, quella di esistenza
e Trascendenza. «L’Umgreifende che io sono
comprende, per così dire, l’Umgreifende
che è l’essere stesso, e ne è a un tempo compreso.
Questo essere, nelle prime tre polarità, si chiama “mondo”,
come mondo circostante, come oggettività del conoscibile
e come idea. Nella quarta polarità si chiama “Trascendenza”»
›13.
La fede, nel suo significato più ampio, è l’essere
presente in queste polarità, l’Umgreifende
che appare nella scissione soggetto-oggetto nelle suddette modalità.
In ciascuna modalità infatti l’essere che noi siamo
prende coscienza progressivamente dell’essere in quanto
Umgreifende. Si volge infatti dapprima al mondo per orientarsi,
oltrepassa poi il mondo appellandosi a sé come esistenza
possibile, aprendosi infine alla trascendenza. La fede è
dunque qualcosa di radicalmente diverso dalla conoscenza oggettiva,
che conserva il suo valore solamente nell’ambito di una
di quelle polarità. Si tratta di una presenza che «non
può essere ottenuta con forza tramite l’intelletto,
ma scaturisce da un’origine propria, che io non posso volere,
ma, a partire dalla quale, io voglio, sono e so» ›14.
La fede è propriamente «la vita che prende le mosse
dall’Umgreifende, è la direzione e la pienezza
che attraverso l’Umgreifende si realizza»
›15.
Perché ci sia fede è necessario che abbia luogo
la presa di coscienza dell’Umgreifende, attraverso
il superamento di ogni oggettività a cui il nostro pensiero
è sempre e inevitabilmente riferito. Occorre dunque spezzare
le catene della scissione soggetto-oggetto. L’Umgreifende
non appare mai in quanto se stesso; il suo manifestarsi non manifesta
se medesimo bensì questa o quest’altra cosa, ossia
le determinazioni ontiche rispetto alle quali l’essere,
come autentica presenza manifestativa, rimane inesauribile nella
sua onnicomprensività. L’essere è un com-prendere
entro cui ciascuna cosa appare, è anzi lo stesso suo apparire,
senza tuttavia esaurirsi in alcuna delle sue particolari determinazioni.
L’Umgreifende, comprendendo di volta in volta ogni
orizzonte, trascende di continuo tutti gli orizzonti. La coscienza
da parte sua prima di essere coscienza di qualcosa è anch’essa
un abbracciare, un com-prendere (um-greifen) la cosa
e il suo altro, la totalità che propriamente non appare
ma che è la condizione stessa perché qualcosa si
dia. L’essere determinato e conosciuto è sempre compreso
da un essere più ampio, in quanto sempre de-finito dal
suo essere qualcosa e altresì dal suo non-essere altro,
altro con cui è in relazione nella misura in cui da esso
si distingue. La stessa coscienza dell’esserci può
sapersi “qui” e “ora” solo se, oltre alla
propria presenza, contiene anche la propria assenza. L’assenza
è un momento costitutivo della presenza stessa, nella misura
in cui questa si scopre sempre proveniente-da e proiettata-verso.
L’essere in situazione dell’uomo infatti
dice costantemente della provenienza, ma anche del rinvio, dell’ulteriorità,
della possibilità.
Tuttavia senza l’indispensabile appropriazione dell’orientazione
scientifica nel mondo, vale a dire della conoscenza oggettiva,
e il contributo della sua indagine, il filosofare è vuoto,
perché privo di materiale. Esso deve «urtare nella
forma dura e vincolante dell’esserci per avanzare verso
l’essere autentico inteso come possibilità che oltrepassa
il sapere» ›16,
e «questo essere non-oggettivo è l’esistenza,
se mi si presenta in quell’origine autentica che io stesso
sono, è Trascendenza, se è l’essere
nella forma oggettiva della cifra che solo l’esistenza può
comprendere» ›17.
La fede propriamente detta è infatti l’atto dell’esistenza
che diventa consapevole della Trascendenza nella sua realtà.
E-sistere è propriamente de-situarsi dalla puntualità
della propria situazione e disporsi nel campo dell’assenza,
che pertanto è anche lo spazio della possibilità.
Nella decisione dell’esistenza che non si arresta al dato
ma accoglie il rinvio delle cifre, l’invito a aprirsi alla
Trascendenza, riposa la possibilità per l’esistente
di essere-se-stesso. L’uomo è infatti costituito
nella differenza proprio in quanto originariamente de-finito come
e-sistenza, nella trascendenza dell’essere ›18.
Fede filosofica e fede religiosa
Dal momento che la fede nella Trascendenza non si lascia ricondurre
e ridurre alla razionalità della conoscenza oggettiva,
fede e sapere si contrappongono (Glaube steht im Gegensatz
zum Wissen). La fede nella Trascendenza non può essere
decisa da un sapere proprio perché ciò verso cui
è correlata intenzionalmente è oltre ogni contenuto
di coscienza. Scrive Jaspers: «La fede è diversa
dal sapere. Giordano Bruno credeva, Galilei sapeva». Di
fronte alle accuse dell’Inquisizione e l’invito a
ritrattare le proprie proposizioni, Bruno e Galilei operarono
infatti scelte differenti a seconda del tipo di verità
da essi difesa. La verità dalla quale trae senso la propria
esistenza vive nella misura in cui ci si identifica con essa.
Si tratta di una verità connotata dalla storicità,
dalla singolarità, e dall’incondizionatezza, poiché
capace di compenetrare una vita nella sua globalità. Una
verità dimostrabile è invece universale, sussiste
anche senza chi la enuncia, non è storica e non è
neppure incondizionata, perché «dipende dalle premesse
e dai metodi della conoscenza in connessione ai fini» ›19.
«Voler morire per qualcosa di esatto e di dimostrabile è
fuori luogo»; la fede autentica, al contrario, consiste
nella «certezza della verità che non si lascia dimostrare»
›20.
Se la fede non fosse radicata nella problematicità, il
creduto coinciderebbe con un non-vero contrapposto alla verità
del sapere, e in quanto tale sarebbe qualcosa che non solo non
è, ma che non potrebbe affatto essere. L’oggetto
della fede non è dunque il non-saputo sic et simpliciter,
ma il non-saputo attuale e problematico ›21.
Scrive Jaspers: «è un passo falso che fa violenza
al pensiero l’enunciare come verità ciò che,
nella forma del sapere oggettivo, è logicamente ed empiricamente
impossibile, e poi pretendere l’adesione della fede. In
questo caso, il senso di ciò che non si lascia oggettivamente
fondare viene capovolto e valorizzato nell’impossibilità
positiva di un enunciato oggettivo, l’apertura e il riconoscimento
dei limiti in un’autonegazione del pensiero, la sincerità
attenta alle parole altrui nell’insincerità di un
sacrificium intellectus» ›22.
Credere non comporta un autoannientamento del pensiero. Al contrario
nel riconoscimento dei limiti la fede trascende il sapere mondano,
attestandosi in quell’orizzonte in cui la verità
trascendente si manifesta nella problematicità e nell’ulteriorità
inesauribile della cifra. La fede filosofica, la fede dell’uomo
che pensa è altresì caratterizzata da un legame
inscindibile con il sapere, in quanto «essa vuol sapere
ciò che è possibile sapere, è comprendere
persino se stessa» ›23.
Il conoscere illimitato, inteso come ricerca e continua messa
in questione è elemento fondamentale della fede filosofica.
Dal momento che le sue proposizioni sono destinate a rimanere
nella sospensione del non-esser-saputo, la fede rimane legata
a una «problematicità infinita» ›24.
Se la fede abdicasse alla sua problematicità, si irrigidirebbe
in forme sclerotizzate e, nella solidificazione del rischio andrebbe
totalmente perduta. È questo che avviene nell’ambito
della “cattolicità” (Katholizität),
termine con cui Jaspers si riferisce non soltanto alla Chiesa
romana, né all’adesione a una determinata fede (vi
fanno parte infatti tanto la religione cristiana quanto ideologie
politiche e dottrine filosofiche), ma all’accettazione comunitaria
di un contenuto di fede solidificato in un sapere totale e dottrinario
che garantisce dall’errore le istituzioni che da essa sono
ispirate. L’insieme di queste istituzioni diviene il cortile
della Chiesa nel cui recinto i credenti si sentono rassicurati,
malgrado venga precluso loro il reale dischiudimento della verità.
L’adesione alla fede si realizza in tal caso in vista di
una sicura garanzia da opporre all’insecuritas
che accompagna la ricerca della verità nel tempo. Una fede
autentica, filosofica, non conferisce alla cifra un valore di
universalità, perché questo carattere appartiene
esclusivamente al sapere apodittico che è prerogativa della
coscienza in generale. È una fede «che non scomunica,
non dichiara eretici i dissenzienti, non accende roghi, non dispone
di libri sacri privilegiati rispetto ad altri perché contenenti
la verità assoluta» ›25,
ma è consapevole di essere solamente sulla via della verità.
La fede filosofica si pone in ascolto solamente del linguaggio
delle cifre; lo stesso Dio personale non è altro che la
cifra di una Trascendenza inafferrabile e ineffabile. L’unica
proposizione che è possibile enunciare intorno a Dio è:
«Dio è» ›26.
La filosofia non può dire altro sul divino se non nella
forma del linguaggio cifrale, né può provarne l’esistenza
dal momento che «una certezza dell’essere Dio, per
quanto sia radicata e incomprensibile, è una premessa e
non un risultato del filosofare» ›27.
La cifra è oggetto di fede nella misura in cui rinvia sempre
di là da se stessa, ad un orizzonte che è oltre
il mondo. Il manifestarsi della Trascendenza nel tempo è
ineludibile, ma ciascuna rappresentazione in oggettivazioni storiche
determinate porta con sé la possibilità della reificazione
del divino da parte di una comprensione corporea e perciò
inadeguata. La fede filosofica rinuncia a fissare la verità
nelle forme dell’oggettività e lascia che le sue
cifre rimangano nella sospensione (in dem Schweben) propria
di ciò che non è conosciuto.
Al contrario le fedi religiose si contraddistinguono spesso
per la loro pretesa esclusivistica ›28.
Secondo Jaspers, proprio nella rivendicazione o nella rinuncia
all’assolutezza e esclusività del suo contenuto risiede
l’autenticità o la non autenticità della fede.
La fede religiosa sovente isola se stessa dalla verità
relegando quest’ultima nell’oblio e sostituendovisi
›29.
La cifra allora non rinvia più oltre il mondo
ma esige manifestazioni per l’appunto mondane di fede, come
le Chiese o le istituzioni che si ergono a garanti dell’esclusività
di una dottrina. Quando si lega a un militante sentimento di potenza
la presunta verità si trasforma in un mezzo al servizio
dell’odio. La pretesa esclusivistica della fede è
volontà di potenza e totalitarismo nella misura in cui
il credere in qualcosa implica il rifiuto senza fondamento di
qualcos’altro che ha lo stesso diritto di essere creduto.
Un simile atteggiamento per Jaspers fa del credente (Glaubende)
un militante (Glaubenskämpfer) impegnato nella lotta
in difesa di una fede che ha scambiato per la verità. Solo
il logos, l’episteme, la scientia
sono in grado di escludere con fondamento, perché il porsi
delle loro proposizioni segue da premesse logiche indubitabili
e pertanto è «un porsi accompagnato da quella motivazione
o fondamento che non consente la posizione del contrario, pena
la contraddizione» ›30.
Tale porsi è quindi un imporsi. Al di fuori del dominio
del logos ogni imporsi è privo di fondamento,
è volontà di potenza, hybris.
Il periodo assiale e la "religione biblica"
Quando Jaspers definisce in termini polemici la fede religiosa
fa riferimento in particolare alle grandi religioni rivelate e
al ruolo cui hanno assolto (nonché alle metamorfosi e alle
trasfigurazioni che hanno subito) all’interno del processo
millenario di formazione della cultura occidentale. La radice
della stessa distinzione tra Occidente e Oriente viene da Jaspers
problematizzata e contestualizzata storicamente in Origine
e senso della storia. Ivi verosimilmente è possibile
trovare in germe la spiegazione in virtù della quale l’obiettivo
polemico e al contempo l’interlocutore preferenziale e ineludibile
della filosofia della religione di Jaspers è da rinvenire
specificamente nella tradizione giudaico-cristiana. La distinzione
tra Occidente e Oriente risiederebbe nel mancato compimento di
quanto avvenne in quello che il filosofo denomina “periodo
assiale”. Fino all’epoca odierna, secondo Jaspers,
l’umanità è vissuta di ciò che è
avvenuto in quella particolare fase della storia, di ciò
che allora è stato pensato e creato. Egli così scrive:
«Un asse della storia mondiale, ammesso che ne esista uno,
dovrebbe essere trovato […] per l’Occidente, per l’Asia
e per tutti gli uomini senza riguardo a un determinato contenuto
di fede, se non empiricamente cogente e palese, perlomeno così
convincente dal punto di vista della penetrazione empirica, da
dar vita a una struttura comune di autocomprensione storica per
tutti i popoli» ›31.
Questo asse della storia appare dunque situato intorno alla metà
del primo millennio a.C., epoca in cui nascono grosso modo gran
parte delle grandi religioni e in cui sorge la stessa filosofia.
Durante il periodo assiale si compie quel salto cognitivo dal
mito al logos che istituisce per la prima volta la distinzione
tra l’essere e l’apparenza. L’uomo prende coscienza
dell’Umgreifende, di se stesso e dei suoi limiti.
Dalla calma del fato si perviene all’irrequietezza della
ricerca, all’inquietudine degli opposti e delle antinomie.
Simultaneamente al prender forma delle grandi religioni nasce
la metafisica come fragen nach dem Sein, interrogare
peri physeos, porre la domanda intorno all’essere.
«Questa domanda conduce alla sfida contro la radice della
realtà o all’abbandono che non sfida, ma confida
in ciò che si lascia pensare» ›32.
In questa alternativa si gioca il rapporto tra Oriente e Occidente,
questione che accompagna tutta la storia della cultura e si afferma
come sua polarità interna sempre più decisiva. Il
senso di quest’opposizione è espresso dalla rispettiva
accentuazione di uno dei due termini che compongono l’antitesi:
sfida (Trotz) e abbandono (Hingabe). Se la storia
dell’Oriente si dipana all’insegna dell’atteggiamento
dell’abbandono, in Occidente il periodo assiale si estinguerebbe
sul nascere a opera della techne, e la sfida assumerebbe
la forma dell’originaria volontà di sapere, rappresentata
nel mito attraverso le figure di Prometeo e Adamo ›33.
Spetta dunque alla fede filosofica riguadagnare la verità,
attuare quella conversione che consiste in un ritorno all’originario.
Originario che non è ciò che sta all’inizio
ma ciò che vale in ogni tempo, che è autentico e
eterno e a cui il linguaggio conferisce una forma temporale, facendogli
assumere di volta in volta un aspetto conforme alla fede di ciascun
tempo. La fede filosofica può instaurare un colloquio con
la tradizione senza tradirla, non proponendosi come sua interprete
univoca né identificando se stessa con la verità
ma attendendo in timore et tremore multo il giudizio
di quest’ultima. Per far ciò occorre risalire a un
momento antecedente all’affermarsi della logica disgiuntiva,
ma anche accedere a quell’origine comune del filosofare,
delle religioni occidentali e a un tempo delle culture orientali,
che apre uno spazio di condivisione originaria per noi fruibile
mediante la religione biblica. Jaspers intende con “religione
biblica” quell’ambito storico all’interno del
quale ciascuna fede rivelata, trascurando alcuni contenuti fatti
propri dall’una o dall’altra, acquista la sua intonazione
specifica. Anche l’Islam, pur non riconoscendo la Bibbia
come libro sacro, sorgerebbe sullo stesso sfondo culturale e religioso
sotto l’influsso dei giudei e dei cristiani. Il carattere
essenziale della Bibbia consisterebbe nel non fornire «una
dottrina totale che conduce a conclusioni definitive» ›34.
La pretesa di esclusività appartiene soltanto alle forme
particolari in cui la religione biblica è stata fissata
durante il suo corso storico. All’interno della Bibbia,
come rileva Jaspers, troviamo delle «antinomie razionalmente
inevitabili» ›35,
cioè delle affermazioni antitetiche e inconciliabili su
diversi motivi della fede, dalla concezione del culto a quella
del legalismo religioso ›36.
Allo stesso modo vi ritroviamo «tutte le grandi antitesi
della fede: l’incredulità della demonologia, della
divinizzazione dell’uomo, del nichilismo (quest’ultimo
nell’Ecclesiaste di Salomone)» ›37.
In nessun passo può essere rintracciata la verità
nella sua totalità, dal momento che questa non si lascia
esprimere nelle proposizioni del linguaggio o rappresentare in
determinate figure della vita umana. Alla nostra comprensione
parziale infatti sfugge sempre uno dei due poli, per cui possiamo
avvicinarci alla verità solo consapevoli delle polarità
e attraverso di esse. Ogni tendenza emersa storicamente ha potuto
inoltre cercare legittimità in qualche passo biblico proprio
in virtù del fatto che nella Bibbia sono contenuti i fondamenti
spirituali di tutte le realizzazioni umane, dalle più primitive
alle più sublimi. Bisogna allora recuperare le tensioni
antinomiche, liberarsi dallo smarrimento delle forme irrigidite
e corrotte, riconoscere nelle contraddizioni dialettiche non delle
antitesi da sopprimere per instaurare il dominio dell’univocità
e dell’unilateralità, ma delle forze contrastanti
tra i cui poli circola una verità inesprimibile in un’enunciazione
diretta. Il rischiaramento della verità che deve realizzarsi
nella fede filosofica non auspica di dettare ai teologi e alle
Chiese la linea da tenere. Tuttavia la filosofia, come fede filosofica,
è capace di una trasformazione radicale di tutto ciò
che noi chiamiamo materia, aspetto, manifestazione, linguaggio
della fede. La filosofia soltanto, in quanto fede filosofica,
promuoverebbe «uno slancio capace di ricondurre alle origini
ultime e di esprimere la verità in un linguaggio nuovo»
›38,
traducendo la corporeità (Leibhaftigkeit) della
rivelazione nella polivalenza del linguaggio esistenziale delle
cifre.
La filosofia tuttavia, mentre tende a allargare continuamente
il proprio orizzonte (da una determinata religione confessionale
a una comprensiva religione biblica e alla verità contenuta
in tutte le religioni) nel tentativo di penetrarne la profondità,
di fatto ne perde la concretezza, che è una forma necessaria
della fede religiosa in quanto incarnata in una determinata tradizione.
La filosofia non può dare all’uomo ciò che
la religione gli dona e non può neanche imporsi quale verità
incontrovertibile ed unica, non possedendo alcuna forza apodittica,
ma si limita a chiarire ciò che ogni singolo uomo incontra
nella propria interiorità. La Bibbia e la religione biblica
costituiscono però un riferimento costante del filosofare
e una fonte di contenuti insostituibile. Il pensiero occidentale,
lo si voglia ammettere o no, «è sempre con la Bibbia,
anche quando la combatte» ›39.
Sia che approvi sia che combatta la religione, la filosofia di
fatto vi si sottrae, ma in maniera tale da non smettere mai di
occuparsene. La fede filosofica d’altra parte mette in luce
come, ferma restando la storicità di ogni fede, la verità
corrispondente non dimori in una somma di proposizioni dogmatiche,
ma in un’origine che si manifesta storicamente in una molteplicità
di forme. Le differenti religioni conducono a una verità
cui non si può pervenire direttamente, ma lungo cammini
che non è possibile percorrere contemporaneamente. Jaspers
sottolinea l’importanza che assumono anche altri grandi
ambiti religiosi estranei a quello biblico, come quello indiano
con l’Upanishad e il Buddismo, e quello cinese con Confucio
e Lao-Tse. Essere cresciuti nell’ambito di una determinata
esperienza religiosa non è una situazione da cui bisogna
emanciparsi; al contrario costituisce un presupposto per assumere
coscienza della verità che risuona in una data tradizione.
Attraverso le differenti religioni si afferma e si costituisce
la comunità degli uomini pii, e bisogna imputare, come
sostiene il filosofo facendo eco a Melantone, solamente alla rabies
theologorum le lotte senza fine, gli interdetti e le condanne.
All’uomo non resta che aprirsi alle parole che la verità
gli rivolge attraverso la tradizione, in modo da farle proprie
e connetterle all’esperienza del proprio destino.
In un tempo inoltratosi «sulla via del tramonto (…)
della filosofia europea, e all’aurora della filosofia mondiale»,
in quella terra che fin dai tempi più remoti si chiama
Abendland, Occidente, «la filosofia non deve abdicare.
Oggi meno che mai» ›40.
Di fronte a una scienza divenuta superstizione e ai sostenitori
di una fede rivelata escludente, che delegittima del tutto la
storia della filosofia come storia della negazione della fede,
Jaspers rivendica l’autonomia del pensiero nella scoperta
della sua relazione con la sorgente originaria dell’umano.
La fede filosofica costituisce, dunque, una garanzia sia contro
l’imporsi di ogni deriva nichilista, sia contro la chiusura
dell’esclusivismo dogmatico. L’apertura costante della
ragione che rifiuta di fissarsi in uno dei sensi della verità
non è pensiero vuoto che si articola nell’assenza
di terreno, «ma in quanto è fondata sull’esistenza,
costituisce anche la salvezza dal nichilismo, perché, mettendo
in azione l’intelletto nella concretezza dell’essere
del mondo, negli abissi delle antinomie, delle rotture e delle
lacerazioni, mantiene la fiducia di poter alla fine giungere ad
accertarsi della Trascendenza» ›41.
La fede filosofica assume in questo senso una funzione trascendentale,
come creazione delle condizioni di possibilità di ogni
fede in generale, come “chiarificazione delle forme dell’intendere
originario” e delle forme fondamentali dell’Umgreifende
che noi siamo, dischiuso a quell’Umgreifende che
è l’essere stesso.
Sono state tuttavia rilevate delle ambiguità di fondo
sottese alla posizione di Jaspers ›42.
All’ipostatizzazione della fede religiosa risolta in una
fede nella fede, in una sorta di metafede che irrigidendosi sul
contenuto, sulla corporeità della cifra, manca la trascendenza
là dove tenta di coglierla intellettualmente, Jaspers oppone
la sua fede filosofica. Essa però è sì la
presenzialità, la presa di coscienza dell’Umgreifende
nelle polarità sopra chiarite, ma nel suo anelito alla
autochiarificazione pare reduplicarsi sul livello della riflessione
critico-trascendentale, ergendosi a riferimento normativo per
la nozione stessa di fede. La fede, infatti, come dimensione esistenziale
di ogni comprendere autentico, è per Jaspers forma a priori
della ragione. Quest’ultima, prima ancora di porsi di
fronte alla religione, deve dunque chiarificarsi essa stessa
come fede. La fede filosofica tuttavia si contrappone alla fede
rivelata e da essa si distingue esigendo quella distanza che sola
è capace di instaurare una mutua comunicazione tra gli
esistenti. E benché più volte Jaspers sostenga l’impossibilità
di assumere un punto di vista esterno rispetto all’una e
all’altra, portandosi fuori dalla singola situazione esistenziale,
la sua fede filosofica sembra porsi come istanza critica della
ragione, nella misura in cui si presenta come creazione originaria
delle condizioni di possibilità, nonché criterio
di autenticità di qualsivoglia fede. La filosofia della
religione di Jaspers sembrerebbe accreditarsi, pertanto, ora come
una riflessione critica sulla religione, ora, in quanto fede filosofica,
come accertamento, chiarificazione immanente e dunque assimilazione
della stessa fede religiosa, collocandosi quindi, senza assumere
una posizione precisa, all’interno dell’alternativa
tra distinzione e convergenza, critica e partecipazione della
filosofia rispetto alla religione. La prospettiva di Jaspers seguirebbe
dunque un’impostazione apriorico-costruttiva ›43
che, per instaurare una religione filosofica ed affermarne la
superiorità, deve contrapporsi alla religione rivelata,
senza però poter evitare di presupporla come antecedente
storico, passando attraverso l’accertamento storico-critico
di tutte le cifre, e rischiando di incorrere anch’essa in
una forma di esclusivismo, seppur rimediata dal buon senso e dalla
volontà di comunicazione e di tolleranza.
Della Rivelazione Jaspers contesta il carattere estrinseco ed
eteronomo, l’idea che il trascendente possa manifestarsi
in un punto determinato dello spazio e del tempo, trovando un’espressione
adeguata e oggettiva nel fenomeno (Erscheinung), nella
corporeità di una cifra. Se così fosse l’uomo
non sarebbe in grado di incontrare Dio se non per opera di «un’irruzione
oggettiva dall’esterno» ›44.
Secondo Jaspers, al contrario, la verità non si rivela
mediante l’oggettività di un evento salvifico, ma
è attingibile esclusivamente in libertate singuli,
in virtù di una nobilitas ingenita che rende costitutivamente
l’uomo il locus revelationis della Trascendenza.
Al punto di vista dell’Ortodossia votata all’accettazione
inerte di un già-inteso e alla neutralizzazione
di quel processo inesauribile dell’intendere che nessuna
cifra può concludere, Jaspers contrappone allora la Liberalität,
quale valorizzazione della libertà spirituale del singolo,
chiarificazione dell’esistenza nel suo costituivo rapportarsi
all’Umgreifende, ma anche inveramento della religione
biblica e svolgimento dei compiti della ragione, ai fini della
realizzazione del dialogo tra le fedi mediante la comunicazione.
È la storicità dell’esistenza che rende possibile
ogni apertura al trascendente, poiché è nella storia
che l’esistente vive l’esperienza fondamentale legata
al riceversi in dono e al connaturato trascendere verso un’ulteriorità.
La fede dunque è relazione dell’esistere all’incondizionato
che si schiude nello spazio della libertà la quale, mancando
a se stessa, si coglie come ricevuta in dono. La vita dell’Existenz
è, in sintesi, rapporto alla Trascendenza attraverso la
libertà e la storicità. Dal momento che la fede
come possibilità esistenziale fonda la possibilità
stessa della Rivelazione e la coscienza cifrale rende autentica
la cifra stessa, il trascendentale sembrerebbe essere condizione
della vera realtà del trascendente ›45.
Tuttavia la coscienza non accerta se stessa che nell’effettivo
naufragio di tutte le cifre per cui il fondamento di ogni trascendentale
è la Trascendenza stessa, seppure una Trascendenza nascosta
e silente. Ogni intenzione significativa che mira alla Trascendenza
non può che rinunciare a ghermirla, e in tale scacco si
determina il senso del trascendente che non è esso stesso
cifra, bensì è ciò che fa cifra la cifra,
rendendola ogni volta inadeguata a comprendere ciò che
ogni cosa comprende e congloba in sé. L’incompiutezza
di ogni attingimento rivelativo da parte dell’uomo rimanda
dialetticamente al nascondimento di Dio, senza il quale la Rivelazione,
secondo Jaspers, cade necessariamente in un’ontologia oggettivante
e assolutizzante. Potremmo dire perciò che il trascendentale
dell’esistenza è la Trascendenza che ne determina
l’essenza rendendola disponibile ad ogni alterità
e comunicazione, fondandone l’apertura, l’estaticità,
il suo modo trascendentivo d’esserci.
La fede filosofica è per questo, in ogni caso, inseparabile
dalla disponibilità incondizionata alla comunicazione.
La comunicazione tra esistenze secondo Jaspers può avere
luogo solamente tra credenti, ma allo stesso tempo la nozione
di fede filosofica abbraccia in sé sia religiosi che laici
nel volgersi comune alla verità dell’Avvolgente.
Nel sostenere che «i veri credenti si tendono le mani attraverso
tutte le confessioni» ›46
Jaspers non fa alcuna distinzione tra filosofi e uomini di Chiesa,
tra credenti e laici. «La fede è il nucleo della
visione del mondo» ›47,
il luogo in cui si annuncia una verità che s’avverte
irriducibile a contenuto pensato e si pone pertanto come un “creduto”
(Geglaubtes), la cui vita è contrasto, lotta,
fede contro la non-fede. Soltanto nel confronto polemico «si
crea la mia fede e mi creo io stesso». La libertà
della fede schiude lo spazio per le infinite possibili rivelazioni
della Trascendenza che possono darsi nella coscienza del singolo,
oltre che per una religione in una certa misura sempre a-venire,
da ricercare nella comunicazione con l’altro come possibilità
inesauribile. In questo senso la lotta (Kampf) si fa
amorosa (liebende) e diviene essa stessa un compito etico
ineludibile, da assumere responsabilmente per poter continuare
a cercare e costruire «la pace tenendo sempre desta l’inquietudine»
›48.
Note
- F. Costa, Appendice a K. Jaspers, La fede filosofica
di fronte alla rivelazione, Longanesi, Milano 1970, pp. 731-806.
- Cfr. F. Costa, Comunicazione e coesistenza in Karl Jaspers,
in G. Penzo (a cura di), Karl Jaspers, Morcelliana,
Brescia 1983, pp. 146-158; H. Saner, Sulla dialettica tra
solitudine e comunicazione in Karl Jaspers, in G. Penzo,
op. cit., pp. 76-98.
- F. Costa, op. cit., p. 739.
- La visione del mondo (Weltanschauung) è la
prospettiva dell’Existenz sul mondo. Non va tuttavia confusa
con la visione psicologica che ogni soggetto empirico possiede
del mondo (Weltbild). La Weltanschauung è unica
e assoluta, e la sua assolutezza sta nel fatto che non può
divenire oggetto di considerazione intellettiva e quindi relativizzarsi
riducendosi a punto di vista. Se non fosse sempre la “mia”
prospettiva vissuta dal di dentro e non riguardata dall’esterno,
sarei al di fuori della filosofia e di nuovo nell’oggettività
scientifica. Scrive Jaspers: «Quando un punto di vista
è saputo come punto di vista, non è più
la mia Weltanschauung; ogni altro punto di vista che
io conosco diviene in certo modo il mio punto di vista. Ma l’origine
profonda si sottrae al sapere che pretende di considerarla come
un punto di vista» (K. Jaspers, Filosofia, Libro
I, Utet, Torino 1978, p. 365).
- Ai fini di una rapida ricognizione delle implicazioni che
la nozione jaspersiana di fede presenta non solo sul piano ontologico,
ma anche su quello psicologico e epistemologico, ci si è
avvalsi di alcuni contributi su questi temi di Umberto Galimberti.
Cfr. U. Galimberti, Il tramonto dell’Occidente nella
lettura di Heidegger e Jaspers, Feltrinelli, Milano 2006;
Id, Introduzione a K. Jaspers, La fede filosofica,
cit., pp. 9-59; Id., Prefazione a K. Jaspers, La
questione della colpa, Raffaello Cortina Ed., Milano 1966,
pp. VII-XIX.; Id., Presentazione a K. Jaspers, Metafisica,
Mursia, Milano 1975, pp. 5-12.
- K. Jaspers, Filosofia, Libro III: Metafisica, Utet, Torino
1978, p. 1094.
- E. Husserl, Meditazioni cartesiane, Bompiani, Milano 1960,
§ 50, p. 120.
- L’espressione das Umgreifende designa in Jaspers
l’essere che, nella sua infinita onnicomprensività,
afferrando (greifend) circoscrive (um) gli
enti. È stata tradotta dagli studiosi italiani in modi
diversi, tra cui “abbracciante” o “ulteriorità”
(L. Pareyson), “abbracciante” (G. Penzo), “Tutto-Avvolgente”
o “Tutto-circonfondente” (G. De Rosa), “orizzonte
circoscrivente” (E. Paci), “comprensività
infinita” (O. Abate), “essere onnicomprensivo”
(A. Lamacchia), “ulteriorità onnicomprensiva”
(P. Prini).
- K. Jaspers, Der philosophische Glaube (1948); tr.
it. La fede filosofica, cit., p. 69.
- Ivi, p. 71.
- K. Jaspers, Der philosophische Glaube (1948); La
fede filosofica, cit., p. 73.
- Ivi, p. 74.
- Ivi, p. 75.
- Ibid.
- Ivi, p. 76.
- Ibid.
- K. Jaspers, Filosofia, Libro II, Utet, Torino 1978, p. 140.
- U. Galimberti, La funzione simbolica della cifra e la
trascendenza immanente in ID., Il tramonto dell’Occidente
nella lettura di Heidegger e Jaspers, cit., p. 580.
- K. Jaspers, Der philosophische Glaube (1948); tr.
it. La fede filosofica, cit., p. 64.
- Ibid.
- U. Galimberti, Introduzione di K. Jaspers, La
fede filosofica, Raffaello Cortina Ed., Milano 2005, pp.
38.
- K. Jaspers, Der philosophische Glaube (1948); tr.it.
cit., pp. 197-198.
- Ivi, p. 66.
- K. Jaspers Psicologia delle visioni del mondo, Astrolabio,
Roma 1950, p. 438.
- U. Galimberti, Il tramonto dell’Occidente nella
lettura di Heidegger e Jaspers, cit., p. 605.
- K. Jaspers, Der philosophische Glaube (1948); tr.it.
cit., p. 89.
- Ivi, p. 91
- Sull’idea della pretesa di assolutezza e di esclusività
avanzata da parte delle fedi rivelate, e in particolare del
Cristianesimo, Jaspers ritorna anche nel 1953, quando prende
posizione sulla questione della demitizzazione sollevata
dal teologo Rudolf Bultmann, dando alle stampe un saggio intitolato
Verità e rovina della demitizzazione bultmanniana.
Alla replica del teologo, Jaspers interviene nuovamente in risposta
alle obiezioni presentate. Nel confronto con Bultmann il filosofo
sembra oscillare tra il rifiuto intransigente dell’eternomia
della Rivelazione, accompagnato dalla rivendicazione della libertà
dell’uomo, della storicità del linguaggio in cui
la trascendenza trova espressione e dell’inoggettivabilità
di quanto si rivela, e una posizione più conciliante
che lo porta a affermare che «occorre negare in modo assoluto
la pretesa di esclusività solo laddove essa traduca nel
concreto le conseguenze della costrizione e dell’intolleranza»
(K. Jaspers - R. Bultmann, Il problema della demitizzazione,
Morcelliana, Brescia 1995, p. 165). È oltremodo interessante
il contenuto della replica di Bultmann su questo tema, perché
in essa il teologo accorre in difesa di una delle più
pesanti accuse rivolte da Jaspers al Cristianesimo, ossia quella
di identificare la Rivelazione con un evento storico oggettivo
e di affermare, su questa base, l’assolutezza della verità
in esso annunciata. Secondo Bultmann, come essere storico l’uomo
può soltanto accertare la fede nella rivelazione, mai
la rivelazione, dal momento che essa è solo in actu
e pro me ed è compresa e riconosciuta come tale
soltanto nella decisione personale. Pertanto «ciò
che è detto o è compiuto come rivelazione lo è
in una forma e un linguaggio temporali, in un’azione e
un’interpretazione umane». Ciò che Jaspers
non riconoscerebbe è il fatto che «proprio questo
è affermato nella dottrina cristiana dell’Incarnazione»
(Ivi, p. 147). Non si tratta soltanto di un evento
storico accaduto duemila anni fa, ma di un avvenimento “escatologico”
che, iniziato nella persona di Cristo, è presente in
ogni momento come un’azione, un linguaggio, un’esperienza
di uomini nella parola annunciata da chi è portatore
di questo messaggio. Nella visione cristiana non solo la forza
della fede non risulta indebolita, quando alla storicità
sia tolto l’assoluto valore delle proprie oggettivazioni
per tutti gli uomini, ma proprio allora al contrario la fede
acquista senso e forza, perché solo in quel momento è
autentica decisione. La rivelazione non è in ogni caso
comunicazione di dottrine, né di verità etiche
o storico-filosofiche, ma rappresenta piuttosto l’appello
immediato che il divino rivolge chiamando l’uomo nella
sua umanità a rispondervi. Il paradosso della rivelazione
cristiana sarebbe per l’appunto questo: «L’evento
escatologico che mette fine al mondo è divenuto un evento
all’interno della storia del mondo e si fa evento in ogni
predicazione così come in ogni parola cristianamente
rivolta all’uomo. E il paradosso della teologia è
invece quello per cui essa come ogni scienza deve parlare della
fede oggettivando, nella consapevolezza che ogni discorso rinviene
il suo senso profondo nel superamento dell’oggettivazione»
(ivi, p. 149). La pretesa di assolutezza della religione
cristiana, e dunque di qualsiasi altra religione, che è
per Jaspers ragione di scandalo, è, chiarisce Bultmann,
qualcosa di differente dal voler assegnare a essa un posto esclusivo
tra le altre. Tale pretesa può e deve essere avanzata
ogni volta dal credente, e «non sul fondamento di un confronto
con le altre fedi, ma come risposta alla parola che interpella»
(ibid.).
- U. Galimberti, Introduzione di K. Jaspers, La
fede filosofica, cit., p. 42.
- Ivi, p. 46.
- K. Jaspers, Origine e senso della storia, Comunità,
Milano 1965, pp. 19-20.
- Id.. Filosofia, Libro III: Metafisica, Utet, Torino
1978, p. 1006.
- J. Habermas ha richiamato l’attenzione sull’importanza
della nozione jaspersiana di “epoca assiale” e sulla
rivoluzione dell’immagine del mondo che sarebbe allora
accaduta e che è a fondamento della comune origine di
filosofia e religione. Cfr. J. Habermas, La religione nella
sfera pubblica. Presupposti cognitivi dell’uso pubblico
della ragione da parte dei cittadini credenti e laicizzati,
in Tra scienza e fede, Roma-Bari, Laterza 2006. Anche
E. Voegelin, B. Swartz e S.N. Eisenstadt riconoscono nel periodo
assiale la crisi del simbolismo cosmologico, la riorganizzazione
e riconfigurazione delle relazioni tra gli individui, della
società e dello stesso ordine cosmico. La scoperta del
trascendente verso cui anche l’ambito politico deve orientarsi
e legittimarsi, ad esempio, decreta la scomparsa del re-dio
e la sua sostituzione con la nozione di responsabilità
dei governanti e delle collettività verso un ordine superiore.
- K. Jaspers, Der philosophische Glaube (1948); tr.it.
cit., p. 150.
- Ibid.
- Le argomentazioni del filosofo sono corredate da numerosi
riferimenti biblici riguardanti ad esempio, l’opposizione
tra il legalismo religioso di alcuni libri della Bibbia (il
decalogo e la legge dell’alleanza, i codici del Deuteronomio
e del Levitico dove la legge viene rivelata da Dio ed è
espressa nella Torah) e la visione della legge che emerge da
quella che definisce “religione profetica”: «La
legge del Signore è cambiata in vera menzogna dalla penna
bugiarda degli scribi» (Ger 8, 8); «Io voglio stringere
una nuova alleanza. Metterò la legge in loro e la scriverò
nei loro cuori» (Ger 31, 33); altri esempi riguardano
l’affermazione del culto nella religione ebraica in alcuni
passi (dagli olocausti dei patriarchi, al cerimoniale quotidiano
nel tempio di Gerusalemme da cui si evince la formazione di
un culto concreto e legato alla terra, fino alla sublimazione
del culto che da sacrificio diventa cena e messa) e la sua svalutazione
in altri. Dice Jahve: “Io odio e disprezzo le vostre feste,
non posso compiacermi delle vostre solennità. Non gradisco
i vostri olocausti e le vostre oblazioni, ai vostri sacrifici
di grasse vittime non volgo nemmeno lo sguardo. Lungi da me
la voce dei vostri canti, non voglio sentire il suono delle
vostre arpe” (Am 5, 1); “Io amo la pietà,
non i sacrifici, voglio la conoscenza di Dio, non gli olocausti”
(Os, 6, 5).
- K. Jaspers, Der philosophische Glaube (1948); tr.it.
cit., p. 153.
- Ivi, p. 161.
- Ivi, p. 150.
- K. Jaspers, Il mio cammino verso la filosofia, in
Verità e verifica. Filosofare per la prassi,
Morcelliana, Brescia 1986, p. 21.
- Ivi, p. 101.
- F. Costa, Appendice a K. Jaspers, La fede filosofica
di fronte alla rivelazione, cit., pp. 731-806.
- P. De Vitiis, Impostazione apriorico-costruttiva e impostazione
fenomenologica in filosofia della religione, in "Dialegesthai.
Rivista telematica di filosofia", 1 (1999), consultabile
all'indirizzo http://mondodomani.org/dialegesthai.
Nel suo saggio De Vitiis opera una distinzione, sulla scorta
delle riflessioni in merito di altri autori come Scholz e Hessen,
tra due possibili indirizzi della filosofia della religione.
Il primo orientamento è detto ricettivo; è
a esso riconducibile anche la filosofia della religione di indirizzo
fenomenologico. Si rivolge sostanzialmente alla religione empirica
e mira a comprendere il dato della vita religiosa attenendosi
ai fenomeni dell’esperienza storica. Il secondo indirizzo,
detto costruttivo, non ha come oggetto la religione
come di fatto è, ma come deve essere, non la religione
reale, ma la religione possibile. Alla filosofia della religione
di Jaspers viene imputata un’impostazione apriorico-costruttiva,
in quanto muoverebbe dalla costruzione apriorica razionale dell’idea
di fede e dal presupposto primato della filosofia sulla religione
- K. Jaspers, Der philosophische Glaube angesichts der Offenbarung
(1962); tr.it. La fede filosofica di fronte alla rivelazione,
cit., p. 48.
- Su questo argomento puntuale è il rilievo critico di
Joachim Ringleben nel saggio intitolato Linguaggio e trascendenza,
in “Persona” 1 (2011), pp. 73-93: «Certo nella
sua critica polemica Jaspers dimentica il senso fondamentale
di rivelazione: ossia che l’idea di un esternarsi di Dio
in generale, e in particolare l’idea necessaria di un
Dio che gratuitamente previene, è lo sfondo che rende
possibile un rapporto con Dio grazie a Lui stesso, e quindi
anche un correttivo intrinseco per qualsiasi rappresentazione
oggettivante di Dio, Se rivelazione non è messa
in gioco in questo senso, non si riesce a intravvedere come
nella fede religiosa (anche in quanto fede filosofica) l’uomo
non rimanga semplicemente in se stesso, e la trascendenza
rappresenti un potenziato essere-presso-se-stesso dell’uomo,
sicché il discorso su Dio in realtà è superfluo.
Di fatto l’idea jaspersiana di trascendenza è più
che una semplice ripetizione all’ennesima potenza di noi
stessi, o non piuttosto soltanto l’essere toccati dalla
trascendenza propria di Dio ci cambia davvero?».
Ringleben scorge il punto debole della fede filosofica di Jaspers
nella sua comprensione non linguistica della Trascendenza. Il
riconoscimento dell’impossibilità che la realtà
di Dio trovi espressione adeguata in un fenomeno determinato
comporta, per Jaspers, l’inattuabilità di qualsiasi
apparizione di Dio nel linguaggio. In quanto pronunciata la
parola della rivelazione cade nella corporeità e nella
finitezza, poiché nel parlare ciò che è
inteso in essa viene rovesciato. Nel momento in cui Jaspers
sostiene che la realtà della Trascendenza quale oggetto
è presente per noi solo nel linguaggio delle cifre, non
invece come essa è in se stessa, il linguaggio, secondo
Ringleben, corre il rischio di non essere più pensato
come tale. Nella stessa concezione di Jaspers il linguaggio
media tra il soggetto che parla e la cosa in quanto referente
reale, in virtù della distinzione tra essere per
noi e essere in sé. Nella parola dunque
c’è un altro che non è linguaggio, ma viene
afferrato mediante il linguaggio. Il per noi (di qualsiasi
apparire nel linguaggio) non solo non impedisce l’in
sé (di colui che appare sul piano linguistico),
al contrario lo rende possibile per noi. Il linguaggio è
il luogo della presenza della Trascendenza (in sé)
nelle condizioni dell’immanenza (per noi). Un
Dio che si annuncia nella Parola, un Dio che è presso
di noi a livello di linguaggio come il Dio incarnato del Cristianesimo,
rimarrebbe allora nella sua trascendenza pur nel suo rapporto
con noi, poiché il parlare e udire del linguaggio porta
già con sé il ritiro di qualsiasi oggettivazione.
Anche i contenuti della fede, il sistema di rappresentazioni
religiose, i dogmi e le professioni di fede non connoterebbero
la sfera del religioso come una dimensione cosale e eteronoma
a cui corrispondere con un atto di formale obbedienza, ma rappresentano
la grammatica della fede e questa determina se stessa in quanto
corrisponde loro, in un libero rapporto linguistico con essi.
(Maggiori informazioni su “Persona” all’indirizzo:
http://persona.aifr.it)
- Ivi, p. 717.
- K. Jaspers, Der philosophische Glaube (1948); tr.
it. La fede filosofica, cit., p. 211.
- Ivi, p. 214.
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