Il convegno biennale della ESPR si è svolto dal 26 al
29 agosto 2010 a Oxford, nel suggestivo scenario dell’antico
Merton College e sotto la presidenza del prof. Trigg. L’argomento
trattato nelle quattro giornate di studio verteva su "Religion
in the public sphere", un tema di grande attualità
nel contesto europeo e contemporaneamente una vera e propria sfida
a cui il vecchio continente è chiamato a far fronte. La
"sfera pubblica" è stata declinata in senso sociologico
e politologico, così da mettere al centro dell’attenzione
sia la tensione tra privatizzazione della sfera religiosa e suo
ruolo pubblico, sia aspetti più pratici riguardanti la
legislazione e la giurisprudenza. Il tema inoltre è stato
trattato sia da un punto di vista descrittivo, sia da un punto
di vista prescrittivo, cioè sono stati delineati i variegati — se non proprio divergenti — modi in cui le diverse
nazioni europee si rapportano con la dimensione religiosa e si
è tentato di offrire delle soluzioni condivisibili. La
religione, inoltre, è stata intesa sia in senso generale,
sia considerando le confessioni religiose tradizionali, sia tenendo
conto delle tradizioni religiose che si presentano in Europa attraverso
l’immigrazione; in quest’ultimo caso sono stati affrontati
i temi dell’interculturalià e del multiculturalismo.
L’intero convegno si è articolato in un keynote
speech, in quattro sessioni plenarie con due lezioni ciascuna
e in quattro sessioni parallele che hanno visto una quarantina
di studiosi più giovani presentare le loro ricerche. In
attesa che gli atti vengano pubblicati in un prossimo numero della
rivista on-line "Ars Disputandi", organo ufficiale della
ESPR, sintetizzo di seguito i punti salienti delle relazioni,
evidenziandone gli aspetti critici e innovativi. La lezione magistrale,
tenuta da Nicholas Wolterstorff, ha per titolo Does Forgiveness
Violate Justice? Questa domanda nasce dal noto brano del
Proslogion di Anselmo, dove il dottore medievale sembra
suggerire che la punizione sia una delle condizioni della giustizia,
dal che seguirebbe che il perdono sia inaccettabile in un ordine
sociale giusto. Wolterstorff ha fornito un’analisi concettuale
della nozione di perdono, distinguendo il perdono di chi ha commesso
un atto malvagio dal perdono dell’atto in sé attraverso
la categoria storia morale e storia personale. Con la stessa acribia
ha esaminato la categoria di punizione, distinguendola dalla pena.
Mutuando dalla filosofia del linguaggio la teoria degli atti linguistici,
egli ha concluso, contra Kant, che il perdono viola la giustizia
solo se il primo è assoluto e la seconda è intesa
in senso legalistico, mentre il perdono è compatibile con
la giustizia se si tiene conto di aspetti quali la riabilitazione,
la protezione sociale e la deterrenza. L’impostazione proposta
riguarda non solo la giustizia umana, ma anche la giustizia divina,
tant’è che, come Woltertorff stesso ha sottolineato,
alcuni spunti gli sono stati suggeriti dalla teologia ebraico-cristiana.
La prima sessione plenaria aveva per titolo "Religion and
Law" ed è stata introdotta da Moxter e Clark. Il primo
ha presentato i principali paradigmi storici del rapporto tra
legge e religione, quali il progetto illuminista, l’età
della secolarizzazione e il post-secolarismo. Soffermandosi sul
caso della Germania, dove le confessioni religiose mantengono
un ruolo garantito dalle leggi costituzionali, egli ha messo in
luce i limiti del tentativo di far leva sui diritti naturali per
fondare una relazione interna tra religione e sfera pubblica,
suggerendo che nelle attuali società liberali è
meglio rifarsi ad alcune intuizioni della teologia culturale perché
capaci di considerare il valore simbolico e la fluidità
del significato degli elementi di una religione. Clark condivide
l’importanza della religione sia quale generatrice di senso
e di scopo per la vita dei singoli individui, sia per l’importanza
che riveste negli aspetti più quotidiani e persino banali
della nostra esistenza. Tale consapevolezza implica secondo lui
un approccio più pragmatico, quello cioè tipico
delle società liberali.
Vroom e Leirvik hanno presentato il tema della seconda sessione
plenaria: "Blasphemy and Offence". La domanda sottesa
a entrambi gli interventi è radicale: come è possibile,
ammesso che lo sia, giustificare la proibizione della blasfemia
da parte dell’autorità statale? I modelli presi in
considerazione sono diversi e dipendono dalle diverse concezioni
della religione, dello stato e della loro relazione. Il divieto
di blasfemia può dipendere da un comando religioso (come
nel caso degli stati teocratici), da una generica applicazione
della regola d’oro (negli stati moderni), dal fatto che
venga offesa una comunità o dal fatto che vengano offesi
gli ideali di un individuo. In questi ultimi casi il riferimento
alla trascendenza viene meno, così come quello all’aspetto
religioso: ciascuno ha diritto alla propria cultura e alle proprie
opinioni, indipendentemente dalla loro connotazione religiosa,
estendendosi piuttoto anche alla sfera etnica o sessuale e all’integrità
fisica. Il divieto di offesa deve però essere controbilanciato
dal diritto alla critica. In quest’ottica può essere
utile distinguere l’I dal self, cioè
quello che inerisce a una persona in quanto tale, da quello che
ella vorrebbe essere attraverso valori acquisiti e scelti. Il
totale disaccordo, addirittura l’odio, verso determinati
modi di vivere non è del tutto intollerabile, quanto il
nullificare il modello di vita altrui senza proporre nulla di
costruttivo. Lo stato ha in questo caso la responsabilità
di favorire l’interazione tra persone di opinioni diverse
per il loro e per il suo stesso bene. Sempre lo stato però
dovrebbe rimanere il più neutrale possibile, tanto da proibire
la blasfemia, senza però punirla; questo suggerimento,
apparentemente paradossale, richiama le distinzioni tra restrizioni
legali e responsabilità morale e tra diritto legale e obbligazione
morale.
"Religious Freedom" era l’argomento della terza
sessione plenaria. Trigg ha individuato la nascita della tensione
tra libertà e religione nell’Illuminismo. Tale corrente
sottolineava l’importanza della libertà, dell’autonomia
e della ragione, ma mentre i platonici di Cambridge mostrarono
come tali aspetti hanno una connotazione religiosa e, in ultima
analisi, teologica, gli altri illuministi si limitarono a contrapporre
la libertà all’autorità di qualsiasi tipo
e a rifiutare la religione, associandola alla superstizione. La
rilevanza della religione per la moralità e per il bene
di un’intera società nel contesto pluralista contemporaneo
è un qualcosa di discusso e discutibile. Il dato da cui
partire è però l’illusorietà della
perfetta neutralità. Ogni discussione inevitabilmente coinvolge
degli esseri umani che hanno un orientamento religioso per natura,
come hanno mostrato le ultime ricerche di scienze cognitive. L’ateismo
non è una posizione di partenza, perciò non deve
esserlo nelle discussioni pubbliche. Se nessun uomo è ateo
per natura, allora la tolleranza non è sufficiente: è
necessario garantire e promuovere la libertà religiosa,
tanto degli individui, quanto, soprattutto, delle comunità
di fede. La pretesa di una singola religione di detenere verità
universali, non implica di per sé l’incapacità
di partecipare al dibattito pubblico e di rendere le proprie credenze
disponibili al pubblico esame. Limitarsi a perpetuare la neutralità
religiosa in seno alle democrazie liberali, come continuano a
fare la maggior parte delle istituzioni comunitarie europee, rischia
di aprire le porte a un pernicioso relativismo dagli esiti incontrollabili
e nefasti. Modelli legislativi più coerenti sarebbero quelli
statunitense e canadese. Mostrando apprezzamento per la relazione
di Trigg, Gräb-Schmidt ha mostrato come la libertà
religiosa vada considerata addirittura il fondamento di tutte
le altre libertà. In quest’accezione la libertà
religiosa è un diritto umano fondamentale e inalienabile.
La riforma luterana ha contribuito a presentare la libertà
come libertà di coscienza, che poi è l’accezione
di libertà oggi comunemente accettata. Questo slittamento
implica la rilevanza del tutto particolare per l’autodeterminazione
e dunque, in primis, per la scelta del proprio credo religioso.
Se le società pluralistiche non saranno in grado di supportare
il diritto a questa scelta, violeranno pertanto la libertà
individuale e sottrarranno alle persone la loro dignità,
svuotando di significato la stessa tolleranza. Tale impostazione
presuppone l’esistenza di un concetto pre-legale di dignità
umana e di una nozione metafisica di verità connessa alla
libertà attraverso l’ermeneutica.
Infine la quarta sessione plenaria, dedicata a "Multiculturalism
and Pluralism in Secular Society". La prima relazione, tenuta
da Roald, ha valutato criticamente il multiculturalismo dalla
prospettiva femminista. Per ovviare all’ambiguità
del multiculturalismo, sia come fenomeno, sia come categoria sociologica
e teoretica, la relatrice ha proposto di distinguere un multiculturalismo
forte da uno debole, caratterizzando il primo in senso liberale
e riconoscendo al secondo una maggiore capacità di tutela
delle minoranze e delle “minoranze delle minoranze”.
Il multiculturalismo deve tenere conto dei contesti culturali
delle società che intende promuovere e delle modalità
di educazione dei diversi gruppi presenti, se vuole essere efficace.
Esso inoltre deve riuscire a gestire non solo la pluralità
di comportamenti, ma deve essere capace di supportare la diversità
con cui le religioni e le culture si autocomprendono. In altri
termini il multiculturalismo non deve essere lo strumento per
“purificare l’impuro”, ma per “garantire
le disomogeneità”. De Wit ha completato il quadro
prospettato da Roald, declinando in senso multiculturalista le
nozioni di tolleranza e legalità, svelando come alcuni
pregiudizi di matrice etnocentrica e eurocentrica vizino la teoria
multiculturalista in sé. Il problema maggiore è
la tendenza a pensare agli europei come a coloro che “hanno”
una cultura e che devono pertanto aiutare in qualche modo gli
altri, che “sono” culture “diverse”. In
questo modo si dà un modo asimmetrico di concepire le diverse
culture che travia ogni teoria, pur con tutte le buone intenzioni.
La moderne democrazie pluraliste hanno il compito di garantire
la coesistenza di persone differenti e, per perseguire questo
scopo, non possono né santificare, né sacrificare
le rispettive singolarità, ma semplicemente renderle “visibili”.
Le relazioni delle sessioni parallele hanno puntualizzato alcuni
aspetti e trattato temi complementari a quelli appena presentati.
Identificando in sintesi nuclei tematici ricorrenti, esse hanno
contribuito: a far conoscere la condizione del rapporto tra istituzioni
religiose e stati europei (Russia e paesi da poco emancipatisi
dall’ateismo di Stato), tra stati e particolari gruppi religiosi
(Ebrei); a riflettere sui limiti del relativismo di Rorty e Vattimo;
a presentare il dibattito interno al liberalismo e quello interno
al collettivismo; a ricordare l’opportunità di riflettere
sul pensiero di autori ormai classici sull’argomento (Rawls,
Habermas, Levinas); a valutare il contributo di singole confessioni
religiose (prospettiva “dogmatica”) o di determinate
impostazioni filosofiche (inclusivismo ed esclusivismo in Plantinga
e Hick); a offrire la testimonianza di esperienze particolari
(legislazioni, creazioni artistiche, ecc.). Nonostante la varietà
delle tematiche considerate, sono emersi alcuni punti condivisi
che mi limito a elencare schematicamente: è necessario
tenere presente che l’agire pubblico non è mai perfettamente
razionale, ma ha sempre una componente emotiva; la neutralità
della sfera pubblica nei confronti della religione è una
mera astrazione; la secolarizzazione è l’esito di
un processo, non una posizione di partenza; è urgente attrezzarsi
contro il rischio di una “dittatura razionalistica”
e di un “assolutismo illuminista”; la ration alone
deve essere abbandonata a favore di una più concreta e
plausibile ration informed from. Molte sono le domande
sollevate, che impegneranno gli studiosi nel proseguo delle loro
ricerche. In particolare si tratterà di approfondire l’origine
dei diritti umani: un generico spirito cristiano? La forma
mentis del protestantesimo? L’esigenza delle minoranze
in risposta alla modernità omologante? La fondazione dei
diritti umani è stata comunque presentata quale cartina
di tornasole per valutare il rapporto tra religione e sfera pubblica,
in quanto la fondazione dei diritti umani stessi è o direttamente
teologica o informata religiosamente attraverso l’antropologia,
come suggerisce Finnis riprendendo Tommaso.
Degna di nota la metodologia prescelta: il punto di partenza
è quasi sempre stata l’esperienza concreta, su cui
poi si è riflettuto in vista di una proposta teoretica.
I riferimenti ai testi legislativi in vigore o in discussione,
i casi di cronaca quali la pubblicazione delle vignette anti-islamiche
in Danimarca, i saggi di Rushdie e così via non sono stati
utilizzati solo come esempi emblematici, ma come paradigmi e sfide
concrete da affrontare e da cui iniziare a discutere. In generale
si è assistito allo slittamento dallo studio delle dinamiche
della secolarizzazione alla tematizzazione del rapporto tra istituzioni
religiose e stati. La controversia tra chi promuove il rapporto
tra religioni e dibattito pubblico e chi vorrebbe limitarlo, passa
attraverso nozioni chiave della filosofia politica, quali democrazia,
buon governo, liberalismo. Quest’ultimo, nello specifico,
è dibattuto tra il proporre valori autonomi (il caso francese
è il più rilevante) e la protezione dei valori già
esistenti. Anche la prospettiva antropologica deve essere affrontata
con decisione: quale il rapporto tra cultura e natura? Chi è
l’uomo? Che cosa desideriamo per lui? Che cosa distingue
la persona dal mero cittadino? Le urgenze della globalizzazione
e l’incalzare dei flussi migratori costringono talvolta
a mettere da parte le grandi costruzioni teoretiche per concentrarsi
su questioni pragmatiche: esistono almeno a questo livello punti
comuni di collaborazione? Se sì, qual è il loro
rapporto con teorie più comprensive, ammesso che tale rapporto
sia auspicabile?
Il monito più ricorrente è stato l’invito,
da una parte, a non dimenticare la lezione di Socrate, suicida
per blasfemia, e, dall’altra, a non dimenticare il ruolo
implicito che il cristianesimo ha ricoperto –e ricopre-
nella cultura occidentale e nell’esperienza americana. Questi
due moniti tradiscono i due limiti maggiori dell’intero
convegno: la non sempre adeguata attenzione alla dimensione storica
e la talvolta scarsa applicazione di categorie prettamente filosofiche.
Una chiara prospettiva diacronica e il saggio uso della tradizione
filosofica favorirebbero il superamento di distinzioni sottili
e talvolta sofistiche, proprio come hanno mostrato alcune relazioni
che hanno fatto un appropriato uso della storia e della filosofia.
Ciò non deve stupire se si considera la composizione della
ESPR. Le nazioni maggiormente rappresentate sono la Gran Bretagna,
la Germania e il Benelux, con una folta partecipazione di nazioni
dell’Europa continentale e dell’Europa del nord. Completamente
assente l’Europa mediterranea, ovvero i paesi di lingua
latina, eccenzion fatta per una dignitosa presenza italiana. Tale
distribuzione geografica spiega perché i fenomeni religiosi
vengano approfonditi dal punto di vista delle altre scienze umane,
rischiando di trascurarne l’originalità, la storicità
e l’interazione con la filosofia. Nell’Europa continentale,
infatti, la filosofia della religione fa parte dei dipartimenti
umanistici, a fianco di sociologia, psicologia, teologia, discipline
politiche e artistiche, per la maggior parte avvezze al metodo
ermeneutico. Questo non è né un limite, né
una ricchezza intrinseca, ma semplicemente un dato di fatto, di
cui però è bene rendersi conto, come hanno fatto
i filosofi della religione appartenenti alla American Philosophical
Association (APA) rispetto ai colleghi della American
Academy of Religion (AAR). La consapevolezza esplicita di
questo aspetto aiuterebbe il lavoro del nuovo presidente della
ESPR nel biennio 2011-2, Peter Jonkers, già attivatosi
per organizzare il diciannovesimo convegno dell’associazione
in Olanda. Questo prossimo appuntamento ufficiale si preannuncia
interessante e fecondo come quello appena concluso; esso avrà
infatti per tema "Mind, Brain and Religion: Interpreting
Human Nature", con un’attenzione particolare rivolta
alla fenomenologia e alle neuroscienze. Ancora una volta i convegni
della ESPR si distinguono per la ricchezza del confronto tra docenti
appartenenti a istituzioni diverse e per la possibilità
di interagire con i migliori centri di studio europei.