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Tra mediazione e mistificazione
Della Scuola di Kyoto e, in particolare, del suo fondatore Nishida
Kitaro si parla ormai da tempo anche il lingua italiana, grazie
al contributo di alcuni studiosi che hanno dedicato e dedicano
le loro energie sia alla traduzione che al commento filosofico
dei testi ›1.
In questo intervento vorrei sottrarmi al compito, seppure importante,
di una presentazione generale per affrontare un tema che mi sembra
essenziale sia nel contesto del pensiero di Nishida sia in quello
di una conoscenza preliminare dell’autore: il valore del
linguaggio. È infatti tramite il linguaggio che possiamo
accogliere l’invito del filosofo giapponese a metterci sulle
tracce del “vero Sé”. Ma esso si rivela davvero
uno strumento utile allo scopo? Si rivela davvero capace di mediare
tra le varie sfaccettature e vicende del Sé per ricomporle
in una storia unitaria oppure, come Hermes, può anche confondere
e sviare dalla verità? Tentando di dare una risposta a
tali interrogativi, vorrei proporre un percorso attraverso alcune
opere del filosofo giapponese, oggi raccolte in Nishida Kitaro
zenshu ›2
(Opera omnia). Nel primo volume da lui pubblicato, Uno
studio sul bene (1911) ›3,
l’attenzione rivolta alla “esperienza pura”
e, soprattutto, la sua caratterizzazione come “esperienza
immediata” (chokusetsu keiken) del mondo, precedente
la distinzione tra soggetto e oggetto, induce a pensare che il
filosofo non consideri il linguaggio come un veicolo adeguato
al disporsi in quello «stato di rigorosa unità»
coscienziale con cui essa si presenta. Ciò sembra farne
uno strumento inadatto anche al raggiungimento del vero Sé,
che sembra trovarsi proprio al livello di tale esperienza. Pur
non parlando diffusamente del linguaggio, il filosofo suffraga
con alcuni cenni l’impressione del lettore.
«Sensi e giudizi nascono […] collegando una coscienza
presente con una passata, ovvero si basano sull’attività
unificante che le unisce all’interno del grande sviluppo
sistematico della coscienza. Sensi e giudizi indicano la posizione
che intercorre tra la coscienza presente e una coscienza di altro
tipo, cioè giudizi e sensi non fanno altro che manifestare
la posizione della coscienza presente all’interno dello
sviluppo sistematico della coscienza. Per esempio, quando riguardo
a una sensazione uditiva si giudica: «Questo è un
rintocco di campana», si determina soltanto la sua posizione
all’interno dell’esperienza passata. Questo tipo di
coscienza, dunque, nella misura in cui si trova in uno stato di
rigorosa unità. È sempre esperienza pura, ossia
semplicemente reale concreto. Quando invece viene infranta questa
unità, quando cioè la coscienza presente entra in
relazione con la coscienza di altro tipo, allora nascono sensi
e giudizi» (NKZ I, 16; SB 17). I giudizi vengono formulati
nel momento in cui il Sé ha già perso l’intima
coesione con la realtà e ha guadagnato una distanza tale
che gli permette di articolare in discorso quanto ha vissuto.
Tale distanza, agli occhi di Nishida, non sembra avere un significato
positivo: essa non viene intesa come ciò grazie a cui ci
può essere un’attribuzione o un riconoscimento di
senso ma come un allontanamento dalla pienezza dell’esperienza
originaria, che resta incomunicabile. «Probabilmente — afferma il filosofo — il vero manifestarsi di una tale realtà
è qualcosa che dobbiamo semplicemente comprendere da noi
stessi, non qualcosa su cui si debba riflettere, analizzare e
esprimere nel linguaggio» (NKZ I 63; SB 62). La mediazione
linguistica, allora, costituirà sempre un ostacolo a quell’immediato
«comprendere da noi stessi»? E il pensiero di Nishida
non si colloca agli antipodi di quello condensato nell’affermazione
gadameriana secondo cui «l’essere che può essere
compreso è il linguaggio» ›4,
tutt’oggi presupposto dell’ermeneutica? Iniziando
dal dare risposta a quest’ultima domanda non possiamo non
ricorrere alla riflessione di Ricoeur, il quale nell’opera
Il testo e l’azione ha sottolineato come la formula gadameriana
dia adito a dei malintesi. Il suo vero senso diventa intelligibile
solo se non si perde di vista il fatto che «l’ermeneutica
condivide ancora con la fenomenologia la tesi del carattere
derivato delle significazioni dell’ordine linguistico»
›5.
Per supportare questa tesi, la quale «costituisce il più
importante presupposto fenomenologico dell’ermeneutica»
›6,
Ricoeur richiama proprio il percorso tracciato da Gadamer in Verità
e metodo: «Anche se è vero che ogni esperienza
ha una “dimensione linguistica” e che questa Sprachlichkeit
segna e attraversa ogni esperienza, non è comunque dalla
Sprachlichkeit che deve avere inizio una fenomenologia
ermeneutica. Bisogna anzitutto dire ciò che viene al linguaggio»
›7.
Anche da un punto di vista ermeneutico, il rinvio all’esperienza,
resta il presupposto inaggirabile del discorso.
Il testo di Uno studio sul bene non offre una riflessione
approfondita sulla “perdita” della ricchezza esperienziale
che si verifica nel linguaggio ma sembra andare proprio nella
direzione indicata da Ricoeur con riferimento a Heidegger: quella
di un continuo rinvio dei significati logici a una situazione
che li precede e che implica già una forma di comprensione.
Altro problema è quello di stabilire in cosa consista tale
forma di comprensione: se «la vera esperienza pura non ha
alcun senso» (NKZ I, 9; SB 12) cosa c’è da
comprendere di essa? E cosa dà da comprendere del Sé?
Ma tralasciamo momentaneamente questo problema per seguire più
direttamente l’idea nishidiana di linguaggio e per capire
a quale linguaggio si deve attenere il tentativo di individuare
il vero Sé. Dal punto di vista dell’ermeneutica occidentale
del Novecento, il fatto che non si dia possibilità di incontrare
l’essere se non nel linguaggio non significa che l’essere
sia in sé “indicibile” ma che al contrario,
la sua natura è nell’essere eminentemente dicibile.
L'“esperienza pura” verso la quale Nishida orienta
il pensiero è anch’essa dicibile o appartiene al
regno dell’ineffabile? In Uno studio sul bene,
sebbene il filosofo non lo dica esplicitamente, sembra prevalere
quest’ultima idea ma, qualche anno più tardi, quando
egli riprende la riflessione sul linguaggio all’interno
di quella più ampia sull’espressione artistica, che
si sviluppa nell’opera Geijutsu to dotoku (Arte
e morale) ›8,
sembra profilarsi un approccio diverso. Occorre notare, tuttavia,
che dopo Uno studio sul bene non è più corretto
porre come soggetto della nostra domanda l’idea di “esperienza
pura” dal momento che lo stesso Nishida la abbandona a favore
di quella di “volontà assoluta” (zettai
ishi). Possiamo però riproporci la stessa domanda
sostituendo alla definizione di “esperienza pura”
quella più generale di “unione originaria”
tra soggetto e oggetto, tra Sé e realtà. Che rapporto
c’è, dunque, tra il linguaggio e tale esperienza
originaria? «Il nostro linguaggio non è un segno
del pensiero ma un suo movimento espressivo. I pensieri perfezionano
se stessi attraverso il linguaggio. I nostri atti spirituali sono
attività infinite e ciascuno possiede il suo mondo di espressione.
Tuttavia il nostro non è un mondo che può essere
totalmente espresso tramite i pensieri e il linguaggio. Poiché
l’atto di pura percezione visuale si sviluppa nel linguaggio,
muove il nostro corpo. Questo è l’atto creativo dell’artista
(Künstlerische Tätigkeit). Da questo punto
di vista il mondo dei concetti si dissolve rapidamente e si apre
la prospettiva di un mondo di infinite percezioni visuali»
(NKX III, 268-269).
Nell’opera del ’23, Nishida sembra capovolgere l’impostazione
kantiana secondo cui il linguaggio ha la semplice funzione di
«accompagnare il concetto come un custode per riprodurlo
all’occasione» ›9
e sembra accogliere invece quella humboltiana che fa del linguaggio
un elemento costitutivo del pensiero. Il linguaggio, cioè,
non è un mero strumento a disposizione dell’ideazione
del pensiero ma attività produttiva della stessa ideazione.
Inoltre, sebbene sia impossibile esprimere in pienezza il contatto
originario con il mondo, il linguaggio appare come una sorta di
suo prolungamento. Esso ne restituisce qualcosa non attraverso
il significato diretto delle parole o dei gesti ma attraverso
il loro significato operante. Ciascuno di essi, cioè, è
attivo: da un lato interagisce con il pensiero e dall’altro
spinge il corpo ad agire ed a ripetere l’azione creativa
del mondo. In questo senso si può dire il linguaggio, inteso
nel senso più ampio di espressione corporea e non solamente
in quello di articolazione verbale, operi una mediazione tra il
Sé ed il mondo in cui è inserito. Certamente il
valore di tale mediazione non deve essere sopravvalutato: «Il
mondo degli oggetti dell’arte è il mondo visto attraverso
i movimenti espressivi, o meglio, è il mondo d’oggetti
che si costituisce tramite ciò; come dice Plotino, è
un mondo che bisogna comprendere tramite il silenzio» (NKZ
III 271). Eppure, anche se c’è una forma di comprensione
che si può avere solo nel silenzio, quando si mette da
parte il linguaggio concettuale, ci si accorge che un’altra
forma di linguaggio, quello corporeo e artistico, è capace
di rinviare a quel silenzio da cui proviene, senza poterlo completamente
afferrare (cosa per altro paradossale) ma anche senza occultarlo,
come invece fa la ridondanza verbale.
La capacità mediativa del linguaggio viene riaffermata
in maniera più decisa all’interno dell’opera
del 1932 Watakushi to nanji (L’io e il tu)
›10
dove Nishida prende in esame la relazione interpersonale. Secondo
Nishida la principale modalità dell’incontro tra
l’io ed il tu non è né quella di un’analogia
tra le espressioni del secondo con quelle del primo, né
quella dell’introiezione del Sé nell’espressione
dell’altro, né, infine, «quella che viene detta
simpatia» (NKZ VI 391; IET 122) ma proprio quella del linguaggio:
«Io riesco non solo a conoscere ciò che ora sto pensando
e ciò che sto provando, ma posso richiamare alla mente
immediatamente anche quello che ho pensato e provato ieri […]
Al contrario io non arrivo a conoscere ciò che gli altri
pensano o che cosa provano. Riesco a stabilire un rapporto di
reciproca comprensione con gli altri attraverso quelle che si
definiscono espressioni, come il linguaggio e la scrittura»
(NKZ VI, 341; IET 77). Questa affermazione provoca una certa confusione
nel lettore che, scorrendo un po’ il testo, si sia già
messo dal punto di vista di Nishida, secondo cui «il nostro
Sé non ha inizio dall’individuo. Come può
essere visto in molte popolazioni primitive, il Sé ha inizio
a partire da una coscienza comune» (NKZ VI 348; IET 83).
Se il legame tra l’io è l’altro è così
originario, come più volte nel testo si ribadisce, dicendo
per es. che «l’io è unito al tu attraverso
il proprio fondamento» (NKZ VI 381; IET 111) come mai la
reciproca comprensione non avviene in maniera più autentica
al livello pre-logico? Come mai il linguaggio, di cui in Uno
studio sul bene è sottolineata la povertà,
ha qui persino il potere di trasmettere dei contenuti di coscienza?
«La voce di un io — dice il filosofo — raggiungendo
le orecchie di un tu come vibrazione d’aria, gli trasmette
i propri contenuti di coscienza. Ciò che permette tuttavia
il passaggio del contenuto di coscienza di un io ad un tu, non
è semplicemente la vibrazione d’aria, bensì
una vibrazione d’aria in quanto espressione del contenuto
di coscienza di un io: deve essere linguaggio» (NKZ VI 371;
IET 103). Nishida ha dunque cambiato idea nel corso degli anni?
Thorsten Botz-Bornstein, nel settimo capitolo di Place and
dream, dedicato a Nishida e Wittgenstein ›11,
ha sostenuto che «entrambi i filosofi, dopo un precedente
interesse verso una “indicibile”, inafferrabile incognita
associata con l’esperienza umana, decidono di descrivere
una “forma” di vita umana, il cui carattere positivo
sfugge a ogni definizione ma che, tuttavia, resta importante per
la comunicazione tra individui (o tra culture)» ›12.
Il percorso nei testi, finora, sembrerebbe confermare la validità
di tale confronto ma se ci si rivolge ad un testo più tardo,
precisamente Keikenkagaku (La scienza sperimentale)
›13,
del 1939, ci si accorge che nel pensiero di Nishida riguardo il
linguaggio non è possibile distinguere con facilità
un “prima” e un “poi”. In questo saggio
Nishida sembra tornare alla posizione della sua prima opera. Qui,
egli si propone di parlare della scienza sperimentale a partire
dal suo punto di vista ma, non essendo un fisico, dichiara di
appoggiarsi alle teorie di William Bridgman ›14
che «può essere considerato colui che corrobora il
[suo] pensiero» (NKZ IX 223; SE 15). In particolare, Nishida
fa riferimento alle due opere di Bridgman The logic of modern
physics (1927) e The nature of physical theory (1936).
Nell'apprestarsi a esporre la seconda opera ne cita un passo ›15
e commenta dicendo: «Noi possiamo prevedere l’avvenire
a partire dall’esperienza del passato. Il linguaggio è
inventato come un tal metodo di adattamento: corrisponde all’esperienza.
Tuttavia, resta creato dagli uomini. Attraverso di esso, non arriviamo
mai a riprodurre fedelmente l’esperienza. Io esprimo ancora
la mia esperienza come un atto; ma quando inizio a dire: “Qui
c’è un cavallo” io la sto solidificando. In
questo caso sta già subentrando un postulato. L’atto
si vede rimpiazzato da qualcosa di stabile» (NKZ IX 232;
SE 21).
È chiaro come Nishida torni a mettere in guardia dal
pericolo costituito da ogni definizione che si astragga dalla
realtà, finendo per restituirne una sorta di fotografia
che, essendo sottratta al flusso mutevole dell’esperienza,
può indurre solo ad una comprensione falsata. «Il
linguaggio separa matasse di parole dalla matrice vivente e le
congela [coagula]. In questo modo scaturiscono delle cose utili
ma completamente diverse dall’esperienza. Il linguaggio
contiene essenzialmente il limite del suo mondo, al contrario
dell’esperienza» (NKZ IX 232; SE 22). In sostanza,
Nishida non sembra aver mutato opinione rispetto all’opera
del 1911: il linguaggio non riesce a conservare e restituire la
ricchezza del rapporto originario tra il Sé e il mondo.
Una questione resta però inaffrontata: qual’è
la sua origine? E in che modo il linguaggio può dirci qualcosa
del mondo pur non potendo superare un certo limite costitutivo?
Anche questo interrogativo non trova una risposta univoca tra
le pagine scritte da Nishida e spinge il lettore a inseguire il
pensiero del filosofo nella molteplicità dei richiami e
dei confronti che egli attua con altri autori.
In un primo momento, Nishida, sottolineando la priorità
del rapporto tacito con il mondo, ossia del rapporto corporeo
e pratico, sembra quasi supporre un’origine convenzionale
del linguaggio: «il nostro corpo deve essere concepito originariamente
a partire dalla poiesis. […] La “invenzione”
evocata da Bridgman si trova necessariamente contenuta in un luogo
in cui “io” vedo le cose storico-corporeamente. Il
linguaggio ed il pensiero sono delle invenzioni. L’uomo
deve condurre senza sosta un’esistenza storico-corporea»
(NKZ IX 260; SE 45). Definendo il linguaggio, e addirittura il
pensiero, come “invenzioni” Nishida sembra intenderli
come segni ed ideazioni arbitrari, quasi alla maniera lockiana,
secondo un’impostazione che, tra l’altro, giustificherebbe
la presunta incapacità del linguaggio di raccontare l’esperienza
originaria “in verità”. A ben vedere, tuttavia,
il filosofo non solo non sostiene ma rovescia la posizione classica
del convenzionalismo che elimina qualsiasi intermediario tra il
segno linguistico e il suo designato. Qualche passo più
avanti, infatti, l’elemento di congiunzione tra il linguaggio
e le cose viene chiaramente messo in evidenza: «il linguaggio
in origine deve essersi sviluppato tecnicamente. I linguisti sostengono
che le radici delle parole, in origine, avevano per l’uomo
il significato di gesti ([per es.] Noiré ›16).
[Di conseguenza] i fenomeni sociali [economia, politica, linguaggio],
in quanto auto-formazioni del mondo dell’auto-identità
contraddittoria, prendono forma là dove la cosa è
vista alla maniera dell’intuizione attiva» (NKZ IX
288; SE 68). Non solo i segni e i suoni linguistici non sono costruzioni
convenzionali ma si formano in stretta connessione con la situazione
mondana e pratica dell’uomo, quella dell’intuizione
attiva appunto, cioè del «conoscere diventando le
cose, pensare diventando le cose». Qui il pensiero nishidiano
riguardo il linguaggio mostra la massima distanza sia dal progetto
di ricerca di una grammatica pura, come quello del primo Husserl,
sia dal tentativo di individuare un soggetto linguistico fondante.
Anche la parola ed il linguaggio, così come il pensiero,
devo essere ricondotti alla vita corporea dell’uomo: essi
non sono semplicemente strumenti di rappresentazioni ma rientrano
nella stessa struttura di significazione del mondo. Solamente
a partire da tale consapevolezza è possibile gettar luce
sulla posizione apparentemente contrastante di Nishida riguardo
il linguaggio.
Dall'esperienza e non dell'esperienza
Se questa lettura è corretta, la critica del linguaggio
come immagine impoverita dell’esperienza, riguarda solamente
un certo tipo di linguaggio, ossia quello che si adatta alla rappresentazione
di una realtà discreta, in cui si fronteggiano soggetti
ed oggetti. Tale è la realtà concepita all’interno
dell’universale dell’essere. Quando il linguaggio
mantiene invece il legame con l’aspetto vivente e dialettico
dell’essere al mondo può farsi ancora medium con
l’esperienza umana che ha attraversato. Anzi, si potrebbe
dire che la stessa esperienza ha già inscritta in sé
la possibilità di essere detta, una possibilità
che viene realizzata solo in seconda battuta. L’affermazione,
apparentemente contraddittoria, secondo cui «anche l’attività
del pensiero è un tipo di esperienza pura» (NKZ I,
19; SB 20) ci autorizza a pensare che anche il linguaggio non
sia totalmente estraneo all’esperienza: il linguaggio parlato,
come insieme di segni e regole fonetiche, sintattiche e semantiche
non è altro che il risultato di un’interazione pragmatica
con il mondo. Il richiamo di Nishida all’operazionismo di
Bridgman, secondo cui ogni definizione scientifica va ridefinita
in base all’esperimento effettuato dallo scienziato, è
esattamente in linea con questa tesi. Tesi che spiega anche perché
nel saggio del 1932, L’io e il tu, Nishida interpreta
il linguaggio come il principale medium della conoscenza tra due
individui e della comunicazione fra coscienze. Non è che
il linguaggio esprima e veicoli il contenuto della coscienza come
se fosse uno strumento esterno a essa, o come se la coscienza
per un attimo potesse bloccare i suoi fluttuanti confini per essere
oggettivata ma i confini della coscienza vengono modificati dal
linguaggio che porta al loro interno ciò che prima ne era
fuori. E viceversa. In questo movimento osmotico le coscienze
possono entrare in comunicazione: l’esperienza trattenuta
all’interno della coscienza, che nella topologia nishidiana
corrisponde all’universale del nulla relativo, si cristallizza
nella parola e questa, sua volta, rinasce nell’altro che
ascolta, ritrascrivendo, o ricreando, i confini della sua coscienza.
In altri termini, la parola viene inserita in un mondo vissuto
e non in un mondo pensato.
È nella sua ultima opera — Bashoteki ronri to
shukyoteki sekaikan (La logica del luogo e la visione
religiosa del mondo ›17),
dove Nishida affronta più diffusamente la tematica religiosa
— che il potere creativo e significante della parola viene
maggiormente messo in luce. Tutto sembra rovesciare quanto detto
nel primo Nishida: «La parola in quanto logos è
razionale, ma ciò che supera la ragione, o meglio ciò
che è irrazionale, può essere espresso solo con
la parola» (NKZ IX 443; LLVRM 198). Non solo dunque la parola
descrive il mondo degli oggetti ma può esprimere anche
ciò che è oltre la ragione. Nel successivo confronto
tra Cristianesimo e Buddhismo, viene individuata una convergenza
tra le due tradizioni che sembra porsi esattamente agli antipodi
di quanto detto da Nishida in alcuni dei passi che abbiamo appena
preso in considerazione: «Nel Cristianesimo si afferma:
“In principio era il Verbo” e, riferendosi, a Cristo
“Il Verbo si fece Carne e venne ad abitare in mezzo a noi”
(Gv I, 1-14). Anche nel Buddhismo il Buddha si identifica con
il Nome Sacro. La parola di rivelazione, che è creativa
e salvifica nel senso prima espresso, e che potrebbe chiamarsi
“ragione dell’assurdo” non è né
“trans-razionale” né “irrazionale”.
Essa, come auto-espressione dell’assoluto, è ciò
che fa sì che il Sé sia un vero Sé e la ragione
una vera ragione» (NKZ XI 443; LLVRM 199).
Donald W. Mitchell, in Kenosi e nulla assoluto, richiamando
proprio questi passi di Nishida, commenta dicendo che il filosofo
giapponese «mostra una profonda comprensione della Parola
di Dio ma come filosofo buddhista risente personalmente dell’esperienza
Zen e la sua posizione presuppone un’identità non
mediata tra l’uno assoluto e i molti particolari»
›18.
Ma come è possibile affermare che Nishida presupponga un’identità
non mediata tra l’assoluto e il relativo, quando più
volte, nel corso dell’opera ha affermato che tra i due esiste
una correlazione inversa, secondo cui la kenosi dell’uno
corrisponde all’“aver luogo” dell’altro?
L’“identità assolutamente contraddittoria”
si caratterizza proprio per il fatto di non essere un’identità
statica ma dialettica e quindi, per definizione,
mediata. Inoltre, il giudizio di Mitchell ci appare discutibile
anche su un altro fronte: ci sono diversi passi della letteratura
cristiana da cui sembra potersi dedurre proprio quell’unione
non mediata tra l’Uno assoluto e i molti particolari che
Mitchell imputa a Nishida in quanto filosofo buddhista. Senza
addentrarsi in una questione teologica, basti ricordare un passo
dell’XI libro delle Confessioni quasi intermente
ispirato ai Salmi, in cui Agostino, commentando Genesi,
dice: «Come creasti o Dio il cielo e la terra? […]
Dunque tu parlasti e le cose furono create (Sal 32, 9); con la
tua parola le creasti (Cfr., Sal 32.6)» ›19.
Si può dire con facilità che la Parola di Dio sia
solamente uno strumento di Dio e che non coincida con Lui? Lo
stesso Mitchell riconosce che «nel cristianesimo la Parola
viene identificata con Dio stesso» ›20.
Soprattutto nei libri sapienziali essa sembra tendere verso una
sorta ipostatizzazione che trova una naturale prosecuzione nel
Nuovo Testamento, dove viene identificata alla Seconda Persona
della Trinità. Dunque, dire che nel Buddhismo il rapporto
tra assoluto e relativo sia immediato mentre nel Cristianesimo
sia mediato è quantomeno problematico. Ciò che è
in discussione nel testo di Nishida, casomai, non è il
fatto che la parola, intesa come espressione dell’assoluto,
eserciti una mediazione tra l’assoluto e il relativo ma
è il tipo di mediazione da essa offerta. Con ciò
torniamo al centro del nostro discorso.
il linguaggio ontologico (“ontologico” nell’accezione
aristotelica, quella cui Nishida si rifà quando parla dell’“universale
dell’essere”), è solo un’espressione
parziale e impoverita dell’esperienza originaria, perché
separa i predicati dell’essere da quelli del non-essere
che invece, in essa, convivono. Il linguaggio dell’autoconsapevolezza,
ossia il linguaggio della coscienza che in termini nishidiani
corrisponde al mondo del “nulla relativo”, riporta
invece il parlante nel seno dell’esperienza vissuta dove
ogni significato, sebbene si stagli su una rete di significati
già stabiliti storicamente e culturalmente, non appare
già definito e stabilizzato ma in fieri, ossia
nel suo emergere dalla relazione tra il Sé ed il mondo,
tra il Sé e l’altro. Emergendo dalla relazione e
nella relazione, la parola del Sé autoconsapevole trasforma
il Sé almeno in due direzioni: una interiore e una esteriore.
Nella direzione interiore, lo trasforma perché gli permette
di chiarificare e «perfezionare» i suoi pensieri e,
potremmo forse aggiungere, di provocarne altri; nella direzione
esteriore, perché trasforma il Sé nell’altro
e l’altro nel Sé, confondendo i limiti del mio e
del non-mio. Dunque, il “principio d’identità”,
di cui si è già mostrata la parziale validità,
viene fin da ora trasgredito.
Come interpretare, infine, la Parola che si fa espressione dell’assoluto?
«Ciò che gli uomini di religione chiamano “parola
di Dio” — afferma Nishida — deve essere compreso
in questo senso. Il mondo dell’uomo, il mondo storico, viene
a costituirsi da una prospettiva in cui l’assoluto vede
sempre se stesso in se stesso mediante un’autonegazione.
Ecco perché si dice che Dio crea il mondo per amore»
(NKZ XI, 441; LLVRS 196). In accordo col senso della celebre espressione
paolina contenuta nella Lettera ai Filippesi ›21,
Nishida individua la natura dell’assoluto nel suo auto-svuotamento
a favore del relativo. Da questo punto di vista la “parola”
arriva a coincidere con l’espressione dell’auto-identità
assolutamente contraddittoria. Essa non è più la
parola dell’uomo sulla esperienza originaria ma una voce
che proviene dalla esperienza originaria e in quanto tale non
è soggetta alle limitazioni cui inevitabilmente sottosta
il linguaggio ontologico. Nishida, capovolgendo i giudizi sul
linguaggio che ha formulato, come abbiamo visto, sia in Uno
studio sul bene, sia ne La scienza sperimentale
e ponendosi piuttosto sulla scia di quanto detto in L’io
e il tu, arriva a concepire la parola come «medium
tra Dio e l’uomo».
«La relazione tra ciò che esprime se stesso e ciò
che esprime se stesso nell’essere espresso, deve essere
compresa sempre nei termini della relazione di un’espressione,
cioè della parola. La parola è il medium
tra Dio e l’uomo. La relazione tra Dio e l’uomo non
è meccanica o teleologica. E non è neppure razionale.
Dio viene a incontrare il sé come volontà assoluta
alla maniera di un’identità assolutamente contraddittoria,
e viene a esprimere se stesso come parola formativa» (NKZ
XI 441; LLVRM 196). La “parola formativa” media tra
il Sé e l’assoluto agendo come una auto-identità
assolutamente contraddittoria e tramite questo movimento, allo
stesso tempo attivo e passivo perché da un lato crea dall’altro
nega, «fa sì che il Sé sia un vero Sé».
Il Sé viene consegnato a se stesso da una parola che proviene
da altrove. Un “altrove” che nelle terminologia del
primo Nishida prende il nome di “esperienza pura”
ma, a partire, dal 1926 inizia a assumere i tratti del “nulla
assoluto”, ormai privo da ogni residuo coscienzialistico.
Come si manifesta questa parola mediatrice, e non mistificatrice,
che mostra al Sé il suo vero volto? Di quale parola si
tratta? Abbiamo detto che essa non è fra quelle che costituiscono
il linguaggio “ontologico”, ossia quello basato sui
giudizi sussuntivi che riconducono i vari predicati a un soggetto/sostrato
tramite la copula “è” ›22;
ma non è neppure fra quelle che costituiscono il linguaggio
“coscienziale”, ossia quello che racconta l’esperienza
dal punto di vista del Sé autoconsapevole che ha già
superato la dicotomia tra soggetto grammaticale e predicato, a
sua volta rispecchiamento linguistico della dicotomia tra soggetto
sostanziale e oggetto. Tale linguaggio che proviene dalla coscienza
risvegliata, ossia dal Sé autoconsapevole, potrebbe essere
assimilato a quello che Ricoeur, in riferimento a Freud, chiama
«discorso misto» ossia un discorso «che inframezza
il linguaggio della forza (pulsione, investimento, condensazione,
spostamento, rimozione, ritorno al passato e via dicendo) con
quello del senso (pensiero, desiderio [Wunsch], intelligibilità,
assurdità, mascheramento, interpretazione [Deutung],
interpolazione e via dicendo» ›23.
Ma il carattere misto del linguaggio qui non è dovuto tanto
all’insinuazione dei desideri inconsci nelle espressioni
conscie (che induce a una loro modificazione involontaria), bensì
all’articolazione di attività e passività
in cui si configura l’“intuizione attiva” ossia
il «conoscere diventando le cose, pensare diventando le
cose». Potremmo dire che linguaggio dell’autoconsapevolezza
ha un carattere misto perché è il risultato di un’interazione
tra l’io e l’altro, tra il Sé e il mondo che
si rinnova continuamente. La parola che rivela al Sé il
vero Sé, però, è di un altro tipo ancora.
Cercando nei testi di Nishida è difficile trovare qualche
indicazione o esempio che aiuti a comprendere meglio la sua natura.
Stando a La logica del luogo e la visione religiosa del mondo
sembra che tale parola “creativa e salvifica” si presenti
unicamente in un contesto religioso: il “Nome Sacro”
di Buddha che viene invocato nel Buddhismo della Terra Pura o
la Parola di Dio nel Cristianesimo, ma ciò, a nostro avviso,
deve ascriversi soprattutto al fatto che il discorso di Nishida
verte proprio sulla vera religione. È Ueda Shizuteru ›24,
nel suo testo Libertà e linguaggio in Meister Eckhart
e nel Buddhismo Zen ›25
a offrire due esempi di linguaggio che, anche nell’ottica
nishidiana, potremmo considerare come parola dell’assoluto.
Uno è tratto dalla tradizione Zen e uno dal linguaggio
quotidiano ripreso in una poesia di Rainer Maria Rilke. Il primo,
che riguarda l’esperienza di un monaco che cerca il risveglio,
dice «nonostante tutta la sua scrupolosa pratica un monaco
non riusciva a irrompere nel vero Sé. Era nella più
grande tensione e disperazione. Un giorno, mentre lavorava in
giardino, gettò da parte una pietra, che per caso colpì
un albero. Grazie al rumore dell’urto, gli accadde l’evento
e si risvegliò. In seguito sarebbe diventato un grande
maestro» ›26.
Commentando questo aneddoto Ueda dice che «nel momento
in cui gli arriva quel rumore, la rete linguistica, ossia la condizione
di chiusura dell’io, subisce un’irruzione. Al tempo
stesso quel rumore non è altro che il suono originario,
la prima parola originaria, di ciò che fa irruzione oltre
la rete del linguaggio. Questa parola originaria non appartiene
certo al linguaggio ma è un pro-logo non verbale [un-wortliches
Vor-Wort] attraverso il quale viene di nuovo aperto il cammino
verso il linguaggio» ›27.
Il secondo esempio proposto da Ueda è quello dell’esclamazione
di meraviglia «Oh!» che spesso nel linguaggio quotidiano
ha un significato convenzionale ma che nei versi scelti da Rilke
per la sua pietra tombale mostra una carica dirompente ›28.
Ueda ricordando il celebre inizio dell’epitaffio: «Rosa,
oh, pura contraddizione», si chiede: «Cosa accade
quando viene esclamato “oh!”? Quale evento è
in realtà questo “oh!” al momento di esclamarlo?»
A queste domande risponde che «si potrebbe parlare sinteticamente
di un “evento-oh!”. Con la sua forza presenziale,
una presenza priva l’uomo del linguaggio» ›29.
Un dire più originario del linguaggio umano subentra e
spezza le regole grammaticali cui si adegua normalmente. Il linguaggio
quotidiano perde ogni capacità rappresentativa e assume
una funzione responsiva, cioè risponde a un dire che lo
sopravanza. Rispondendo alla pro-vocazione che gli giunge da altrove,
il Sé può conoscere il suo vero volto che, in termini
nishidiani, è quello del nulla assoluto: “nulla”
perché potenzialmente capace di diventare totalmente altro
da sé senza alcun residuo soggettivo, “assoluto”
perché non essendoci più alcun residuo, coscienziale
o sostanzialistico che sia, il Sé non conosce più
opposizione a altro. L’unica forma di opposizione che permane
è quella interna dell’“auto-identità
assolutamente contraddittoria”, ossia della dialettica di
auto-negazione che, all’interno del Sé continua a
opporre l’affermazione del Sé al suo svuotamento.
Ueda continua la sua riflessione sui versi di Rilke dicendo che
«privo di linguaggio, l’uomo stesso è diventato
un “oh”! D’altra parte questo “oh!”
è al tempo stesso il suono originario dell’indicibile.
L’indicibile presenza che depriva del linguaggio si è
fatta parola in questo “oh!” e in quanto questo “oh!”»
›30.
Se l’identità del Sé è determinata,
di volta in volta, dall’altro che incontra e a cui si oppone,
dall’azione che agisce e che subisce, dall’evento
che gli accade e a cui risponde, occorre un’ermeneutica
che medi tra tutti questi momenti del divenire del Sé per
farne una storia unitaria, la storia dell’identificazione
del Sé come quel particolare Sé che si distingue
da tutti gli altri. Poiché il linguaggio parlato spesso
si svincola da questa realtà dinamica e mutevole del divenire
del Sé e resta chiuso «nel limite del suo mondo»
un’ermeneutica del Sé che si basi esclusivamente
sull’analisi linguistica classica rischia di essere più
mistificatrice che mediatrice. Occorre allora un’ermeneutica
che si basi su un altro tipo di linguaggio, un linguaggio che
non tenta più di riafferrare l’esperienza originaria
del Sé nel mondo, finendo inevitabilmente per ricondurla
all’interno della coscienza tetica (così come ha
rivelato, secondo Nishida, l’esito di Uno studio sul
bene), bensì un linguaggio che scaturisce da quell’esperienza.
Una volta sciolta l’ambivalenza tra la funzione mediativa
e mistificatoria del linguaggio, ne sopravanza un’altra.
Quella di un linguaggio che supera i confini dell’“io”
e dell’“altro”, del “proprio” e
dell’“estraneo” perché li mette in risonanza
e li fa vibrare di una stessa vibrazione. Così il linguaggio
si fa traccia del “vero Sé” e gli fa intravedere
il suo vero volto: il volto di nessuno, in fondo, perché
è il volto di tutto ciò in cui si rispecchia.
Note
- Riguardo all'interpretazione di K. Nishida, vorrei ricordare
(in ordine alfabetico) Renato Andolfato, traduttore de L’io
e il tu, Padova 1996; Matteo Cestari, traduttore de Il
corpo e la conoscenza. L’intuizione attiva e l’eredità
di Cartesio, Venezia 2001; Enrico Fongaro, traduttore di
Uno studio sul bene, Torino 2007; Marcello Ghilardi,
autore del volume Una logica del vedere. Estetica ed etica
nel pensiero di Nishida Kitaro, Mimesis, Milano 2009; Giangiorgio
Pasqualotto, autore dell’ampia introduzione a Uno
studio sul bene; Tiziano Tosolini, traduttore de La
logica del luogo e la visione religiosa del mondo, Palermo
2005; e Carlo Saviani, traduttore con Tosolini del fondamentale
volume di James Heisig, Filosofi del nulla, Palermo
2007.
- K. Nishida, Nishida Kitaro zenshu (Opera completa
di Nishida Kitaro), XIX voll., Iwanami Shoten, Tokyo 1965.
D’ora in poi l’opera sarà citata con la sigla
NKZ seguita dal numero romano del volume cui ci si riferisce
e, separato da virgola, dal numero arabo della pagina. La traduzione,
qualora disponibile, sarà citata dopo il punto e virgola
con la sigla di volta in volta indicata.
- Traduzione indicata con SB.
- H.-G. Gadamer, Verità e metodo, tr. it. di
G. Vattimo, Milano, 2000, p. 10.
- P. Ricoeur, Dal testo all’azione, tr. it. di
G. Grampa, Milano, 2003, p. 56.
- Ivi, p. 57.
- Ivi, p. 56.
- NKZ III, 237-545 Geijutsu to dotoku (Arte e morale),1923;
tr. ing. di D. Dilworth e V.H. Viglielmo, Art and Morality,
University of Hawaii Press, Honolulu 1972; tr. fr. di B. Stadelmann-Boutry,
Art et morale, inedita.
- I. Kant, Antropologia pragmatica, Laterza, Bari 1969,
p. 79.
- NKZ VI 341-427, Watashi to nanji (L’io
e il tu) 1932; tr. fr. di J. Tremblay in Nishida K., L'éveil
à soi, Cnrs éditions, Paris 2003, pp. 95-144.
Traduzione italiana cit. indicata con IET.
- T. Botz-Bornstein, Nishida and Wittgenstein. From “pure
experience” to Lebensform or New Perspectives
for a Philosophy of Intercultural Communication, in Place
and dream: Japan and the virtual, Rodopi, Amsterdam — New York 2004.
- Ivi, p. 141.
- NKZ IX 223-304, Keikenkagaku (La scienza sperimentale);
tr. fr. di M. Dalissier e D. Ibaragi, La science éxperimentale
in K. Nishida, La science éxperimentale suivi des
Explications schématiques, Essais de philosophie
III, 1939, L’Harmattan, Paris 2010, pp. 15-82. Traduzione
francese indicata con SE.
- William Bridgman, (Cambridge 1881 — Randolph 1961) è
stato professore all’università di Harvard e si
è dedicato soprattutto allo studio della fisica delle
alte pressioni. Per le sue ricerche è stato insignito
del premio Nobel per la fisica nel 1946. La sua notorietà
è inizia a crescere dal 1927, anno in cui nella sua opera
La logica della fisica moderna ha teorizzato l’idea
di “critica operativa” (o “operazionale”)
che si è diffusa rapidamente nel periodo in cui la fisica,
a causa della scoperta della relatività, sembrava essere
attraversata da una crisi di certezza scientifica. Secondo Bridgman,
il senso di crisi e le conseguenti reazioni contro la fisica
quantistica erano dovuti all’utilizzo di concetti ritenuti
universali come la lunghezza, il tempo ecc. ma che in realtà
hanno solamente un valore nominalistico. Secondo l’operazionismo,
per dare un contenuto reale alle definizioni utilizzate in campo
scientifico, occorre far corrispondere ogni definizione a un
effettivo lavoro empirico, in base al quale i concetti utilizzati
— per es. quelli di misura — vanno ogni
volta ridefiniti. Si avranno così tanti concetti di misura
quante saranno le effettive misurazioni effettuate (Cfr. L.W.
Maila, Science and cultural crisis. An intellectual biography
of Piercy Williams Bridgman (1881-1961), Stanford University
Press, Palo Alto 1990).
- «Science, language, rational thought, are device by
which I try to make adjustement and I have to find by experiment
whether they are successful device» (W. Bridgman, The
nature of physical theory, Dover Publication, New York
1936, p. 16.
- Il riferimento è a Ludwig Noiré (Alzey 1829 — Magonza 1889), filosofo tedesco docente all’università
di Magonza (cfr. J H., J. Cloeren, Language and Thought.
German approaches to analytic philosophy in the 18th and 19th
century, de Gruyter, New-York-Berlino 1988, pp. 180-198).
Tra gli autori occidentali che si sono confrontati direttamente
con Noiré sulla questione dell’origine del linguaggio
possiamo ricordare Cassirer che, nella Filosofia delle forme
simboliche, ne espone il pensiero per poi criticarlo. Nel
primo volume, Cassirer pone innanzitutto l’attenzione
sul rapporto stabilito da Noiré tra la formazione dei
fonemi e l’ambito dell’agire: «Essenzialmente
sulla stessa via sarebbe progredita l’umanità tutta
nel suo sviluppo verso il linguaggio, se è vera la teoria
instaurata da Lazarus Geiger e sviluppata ulteriormente da Ludwig
Noiré secondo la quale tutti i fenomeni originari della
lingua non hanno tratto il loro punto di partenza dall’intuizione
oggettiva dell’essere ma da quella soggettiva dell’agire.
Secondo questa teoria il fonema divenne atto alla rappresentazione
del mondo oggettivo solo nella misura in cui questo mondo oggettivo
si è gradualmente formato uscendo dalle sfere dell’agire
e del creare. Per Noiré è particolarmente la forma
sociale dell’azione che ha reso possibile la funzione
sociale del linguaggio come mezzo di comprensione» (E.
Cassirer, Filosofia delle forme simboliche, Vol. I:
Il linguaggio, 1923, La Nuova Italia, Firenze,1961,
tr. it. di Eraldo Arnaud, RCS Libri, Milano, prima edizione
Sansoni, 2004, pag. 306). Dopo tale esposizione della teoria
di Noiré, Cassirer ne prende le distanze dicendo che
«l’argomento empirico sul quale Noiré ha
tentato di poggiare questa sua tesi speculativa può certamente
dirsi fallito: ciò che egli adduce sulla forma iniziale
delle radici linguistiche e delle primitive parole umane rimane
altrettanto ipotetico e dubbio quanto la tesi generale di un
originario “periodo delle radici” del linguaggio»
(ibid.). Subito dopo, tuttavia, Cassirer torna a confermare,
il presupposto empirico della teoria che ha appena criticato:
«Ma anche se non si può sperare di penetrare partendo
da questo punto l’ultimo mistero metafisico dell’origine
del linguaggio, tuttavia la considerazione della forma empirica
delle lingue mostra quanto esse siano profondamente radicate
nel campo dell’agire e del fare come nel terreno che le
ha nutrite e generate. In particolare questa connessione appare
ovunque chiara nelle lingue dei popoli primitivi» (ivi,
p. 307-308). (Sul rapporto tra Cassirer e Noiré, cfr.
L. Leone, Cassirer e l’origine della lingua primigenia,
www.politicamente.net/saggiearticoli3.html).
- NKZ XI 371-464, Bashoteki ronri to shukyoteki sekaikan,
tr.it. a c. di T. Tosolini, La logica del luogo e la visione
religiosa del mondo, L'epos, Palermo 2005. Traduzione indicata
con LLVRM.
- D.W. Mitchell, Kenosi e nulla assoluto. Dinamica della
vita spirituale nel buddhismo e nel cristianesimo, tr.
it. di G. Bonetti, Città Nuova, Roma 1993, p. 42.
- Sant'Agostino, Le confessioni, Città Nuova,
Roma 2009, p. 279.
- D.W. Mitchell, op. cit. p. 42.
- «Cristo Gesù, pur essendo di natura divina spogliò
se stesso, per assumere la natura di servo» (Fil
2, 7).
- Ovviamente il linguaggio ordinario non è costituito
solamente da giudizi sussuntivi che uniscono il soggetto al
predicato tramite la copula “è” e Nishida
ne è consapevole ma li considera «la forma fondamentale
della conoscenza concettuale». «Alla stessa maniera
in cui i geometri pensano tutte le cose riportandole ad un piano,
anche lo spazio non si limita necessariamente al piano, così
noi, quando pensiamo qualcosa, pensiamo sempre sotto la forma
di giudizio, anche se la conoscenza concettuale (gainenteki
chishiki) non si limita necessariamente a comporre la forma
di giudizio. È la ragione per la quale quest’ultimo
è considerato come la forma più fondamentale della
conoscenza concettuale» (Nishida K. Jutsugoteki ronri
shugi, Logica predicativa, p. 58; tr. fr. di J.
Tremblay, Logique predicative, in J. Tremblay, Nishida
Kitaro, le jeu de l’individuel et de l’universel,
Cnrs, Paris 2000, p. 160. D’ora in poi traduzione indicata
con LP).
- P. Ricoeur, Riflession fatta, Op. cit., p. 46.
- Ueda Shizuteru è un filosofo della Scuola di Kyoto
nato a Tokyo nel 1926. A differenza di Nishida, ha viaggiato
e visitato numerose volte l'Europa, soprattutto i paesi di lingua
tedesca. La più lunga permanenza risale agli anni 1959-1963,
durante i quali ha studiato all’università di Marburgo.
Nel 2001 è stato pubblicato il primo volume delle sue
Opere a cui hanno seguito altri dieci volumi da lui
curati. Heisig afferma che «nel pensiero maturo di Ueda
le idee di Nishida hanno avuto più importanza di quelle
di qualsiasi altro autore […]. I suoi scritti su Nishida
non sono mere esposizioni o parafrasi, bensì un tentativi
di porsi nel “luogo” stesso di Nishida e ripensare
i suoi pensieri». (Cfr. J. Heisig, Prefazione
a S. Ueda, Zen e filosofia, tr. it. di C. Querci e
C. Saviani, L’epos, Palermo 2006, p. 20 e 22).
- S. Ueda, Libertà e linguaggio in Meister Eckhart
e nel Buddhismo Zen, in Id., Zen e filosofia,
tr. it. di C. Querci e C. Saviani, L’Epos, Palermo 2006,
pp. 91-212.
- Ivi, p. 181.
- Ibid.
- L’epigrafe scelta da Rilke per la sua pietra tombale
recita: «Rose, oh reiner Widerspruch. / Lust, / Niemandes
Schlaf zu sein / unter soviel / Lidern».
- S. Ueda, Libertà e linguaggio, tr. it. cit.,
p. 182.
- Ibid.
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