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Dio tra trascendenza
e «kenosis».
Dialogo a distanza tra Karl Barth e il pensiero debole
di
Mauro
Cinquetti |
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A partire dalla seconda
metà degli anni Novanta gli sviluppi
del pensiero debole di Gianni Vattimo
sono stati caratterizzati da una "svolta
teologica". Il pensiero di Vattimo ha ritrovato
in se stesso una radice cristiana di fondo,
in particolare esso si presenta come la trascrizione
filosofica dell'evento specificamente cristiano
della «kenosis» cioè dell'abbassamento
con cui Dio ha scelto di incarnarsi in Gesù
Cristo e di farsi uomo. In questa prospettiva
Vattimo ha accentuato una contrapposizione tra
il suo pensiero e la teologia dialettica di
Karl Barth in quanto teologia che afferma l'assoluta
trascendenza di Dio [1].
Delineeremo ora brevemente le due posizioni
per provvedere poi a un confronto a distanza
tra i due pensatori.
Karl
Barth: et trascendenza et «kenosis»
Il Römerbrief
del 1922. Con il Römerbrief
del 1922 e, pur con qualche oscillazione, per
tutta la sua speculazione Karl Barth è
stato il teologo che più di ogni altro
ha voluto reagire alle tendenze storicistiche
e psicologistiche della teologia liberale. L'affermazione
di fondo del Römerbrief è
quella dell'assoluta alterità di Dio
rispetto all'uomo: «Se ho un "sistema",
esso consiste in ciò, che io mi tengo
davanti agli occhi, con tutta la tenacia possibile,
quella che Kierkegaard ha chiamato "l'infinita
differenza qualitativa" del tempo e dell'eternità,
nel suo significato positivo e negativo. "Dio
è in cielo e tu sulla terra". Il
rapporto di questo Dio a questo
uomo, il rapporto di questo uomo a questo Dio
è per me il tema della Bibbia e insieme
la somma della filosofia» [2].
Dalla nettezza di questo principio
derivano le conseguenze dualistiche che segnano
tutto il pensiero di Barth. «Nessun connubio,
nessuna confusione tra Dio e l'uomo, nessuna
ascesa dell'uomo nel divino e nessuna infusione
di Dio nell'essenza umana» [3].
Tra i due piani, quello divino e quello umano
c'è frattura radicale, «il regno
dell'uomo non è mai il regno di Dio»
[4].
Che ruolo ha dunque la «kenosis»?
Quale il significato dell'incarnazione di Gesù
Cristo? Nel pensiero del primo Barth Gesù
Cristo è caratterizzato principalmente
dalla categoria del «paradosso»,
in Lui «l'identità irrealizzabile
è compiuta» [5],
Egli è l'inconcepibile punto di intersezione
di due mondi estranei: «Gesù Cristo
nostro Signore: ecco l'Evangelo, ecco il significato
della storia. In questo nome si toccano e si
dividono due mondi, si tagliano due piani, uno
sconosciuto e uno conosciuto. Quello conosciuto
è il mondo della "carne", creato
da Dio ma decaduto dalla sua originaria unità
con Dio e perciò bisognevole di salvezza;
il mondo dell'uomo del tempo e delle cose, il
nostro mondo. Questo piano conosciuto viene
tagliato da un altro sconosciuto, il mondo del
Padre, il mondo della creazione originaria e
della redenzione finale» [6].
In Gesù Cristo «L'Iddio
sconosciuto è conosciuto»
[7],
«il tempo e l'eternità, la giustizia
umana e la giustizia divina, l'al-di-qua e l'al-di-là
sono in Gesù inequivocabilmente separati,
sono in lui altrettanto inequivocabilmente riuniti
e ricapitolati in Dio». È una dialettica
sottile e paradossale di separazione e unificazione
quella che avviene in Cristo. Egli è
«la fine del tempo, il paradosso, la storia
originaria, il vincitore» [8],
la rivelazione in lui è «un fatto
paradossale» [9],
«rivelato in Gesù, Dio diventa
uno scandalo per i Giudei e una pazzia per i
Greci» [10],
credere in lui è «salto nell'incerto»,
«scandalo», «rischio di tutti
i rischi» [11].
Cristo è la testimonianza più
evidente della «indeducibile» grazia
di Dio, essa è frutto di un atto di assoluta
libertà, di un'esclusiva iniziativa divina
che supera ogni schema razionale umano. La kenosis
dunque non cancella affatto l'assoluta trascendenza
di Dio, ma la conferma nella sua enigmatica
paradossalità.
L'evoluzione di Barth:
l'«umanità di Dio».
Con il venire meno della polemica dura contro
la teologia liberale, Barth matura un progressivo
ammorbidimento del suo pensiero, pur senza mai
smentire nulla della sua impostazione iniziale.
Egli stesso lo riconosce: «Vorrei qui
mettere in guardia espressamente da certi passaggi
e contesti della mia spiegazione alla lettera
ai Romani nei quali si è perlomeno giocato
e occasionalmente anche lavorato con l'idea
di una rivelazione che rimane trascendente rispetto
al tempo, che lo limita e lo determina solo
dall'esterno. Rispetto allo storicismo e psicologismo
allora dominanti, che avevano completamente
perso la nozione di qualcosa di diverso da una
rivelazione intramondana, temporale-volgare,
il libro ha avuto allora, proprio a motivo di
questo decadimento, un compito e un significato
preciso di fare piazza pulita» [12].
In questa fase più
matura del suo pensiero Barth ridimensiona,
senza smentire, l'aspetto della dualità,
dell'alterità, della «infinita
differenza qualitativa» tra Dio e uomo
e dà maggiore spazio al messaggio dell'incontro,
dell'alleanza, dell'amicizia che si stringe
tra i due termini. Gesù Cristo assume
allora una importanza centrale e al «paradosso»
si sostituisce la categoria dell'«umanità
di Dio», che non significa però
un ripiegamento: «"Ciò che
è passato non ritorna". Perciò
neanche in seguito poteva trattarsi, neanche
oggi può trattarsi di negare quella svolta
o di annullarla. È vero che in seguito
divenne opportuna, come lo è oggi, una
"ritrattazione". Ma proprio una vera
ritrattazione non consiste affatto in un successivo
ripiegamento, bensì in un nuovo inizio
e attacco, nel quale ciò che fu detto
in precedenza è più che mai da
dire, è soltanto da dire meglio. Se quanto
noi un tempo pensammo e dicemmo di aver scoperto
non era affatto l'ultima parola, ma una parola
che abbisognava di una ritrattazione, pure essa
era una parola vera, che come tale deve rimanere,
che ancor oggi non è dato ignorare, che
costituisce piuttosto la premessa di ciò
su cui oggi bisogna continuare a riflettere.
Chi non avesse preso parte a quella svolta,
chi non avesse ancora intimamente compreso che
Dio è Dio, costui non coglierebbe di
certo neanche la parola vera, che ora deve essere
aggiunta, sulla sua umanità» [13].
L'uomo e Dio in questa nuova
prospettiva, pur permanendo in una reciproca
differenza, entrano in una relazione di dialogo:
«la divinità del Dio vivente
[...] ha il suo senso e la sua forza soltanto
nel contesto della sua storia e del suo dialogo
con l'uomo e quindi nel suo essere insieme
a lui?» [14].
Trascendenza e kenosis stanno dunque
insieme, l'una fondando il proprio significato
sull'altra, senza che si escludano a vicenda,
in una relazione complementare di cui però
la kenosis rappresenta la parte più
importante, il «nocciolo buono»
( kenosis) del «duro involucro»
[15]
(la trascendenza e alterità).
Vattimo
e il pensiero debole: aut trascendenza
aut «kenosis»
«L'unico
grande paradosso e scandalo della rivelazione
cristiana è, per l'appunto, l'incarnazione
di Dio, la kenosis, e cioè la
messa fuori gioco di tutti quei caratteri trascendenti,
incomprensibili, misteriosi e credo anche bizzarri
che invece commuovono tanto i teorici del salto
nella fede. [...] Dovremmo tutti rivendicare
il diritto a non essere allontanati dalla verità
del Vangelo in nome di un sacrificio della ragione
richiesto solo da una concezione naturalistica,
umana troppo umana, e in definitiva non cristiana,
della trascendenza di Dio» [16].
La verità fondamentale di Dio, per i
cristiani, è la kenosis [17],
l'abbassamento con cui Dio ha scelto di creare
il mondo e poi di incarnarsi in Gesù
Cristo. La kenosis è il «nocciolo
della storia della salvezza» [18].
Con quest'atto Dio ha messo fuori gioco, ha
abolito, ha smentito, ha posto fine all'idea
di Dio come trascendente, assoluto, altro rispetto
all'uomo. Non ha più senso dunque parlare
di Dio come «totalmente Altro» al
modo della teologia dialettica, perché
è stato lui stesso a smentire questo
carattere nato da una concezione umana e naturale
di Dio. Illustreremo ora brevemente le conseguenze
che Vattimo trae da questo assunto di fondo.
La fine della trascendenza
di Dio. La rivelazione di Gesù Cristo
è kenosis, cioè abbassamento
di Dio sul piano umano, cioè la negazione
di quei tratti trascendenti e minacciosi che
da sempre hanno caratterizzato la divinità.
In Gesù «Dio discende dal cielo
della trascendenza dove la mentalità
primitiva lo collocava, e compie quel passaggio
in virtù del quale, come dice il Vangelo,
gli uomini non sono più chiamati servi
[...], ma amici» [19].
In base al Vangelo si stabilisce una «continuità
tra Dio e il mondo» molto più autentica
e «kenotica» della trascendenza
che gli si riconosce quando lo si chiama il
«totalmente Altro» [20],
come fa invece la teologia di Karl Barth. «È
tutto l'insieme del rapporto di Dio con il mondo
a dover essere guardato dal punto di vista della
kenosis e dunque della riduzione, dell'indebolimento,
della smentita di ciò che la mentalità
religiosa naturale credeva di dover pensare
della divinità» [21].
La visione cristiana di Dio
va dunque sottoposta a una radicale demitizzazione
«senza timore di sfigurarsi o di perdere
l'essenziale» [22].
L'immagine di Dio come un essere trascendente
e assoluto è ispirata da una «fede
prevalentemente vetero-testamentaria, che tende
a mettere in secondo piano il significato della
stessa incarnazione di Cristo» [23].
Con la kenosis di Gesù Cristo
avviene il rifiuto della violenza: la religiosità
naturale, tanto presente ancora nell'Antico
Testamento, fondata su un Dio assoluto e trascendente,
porta in sé l'immagine di un Dio assetato
di vendetta, e quindi violento, nei confronti
del peccato degli uomini. Per il cristiano Dio
non è trascendente e assoluto. Per questo
occorre prendere posizione contro ogni teologia
dialettica che intende invece riaffermare la
«assoluta trascendenza di Dio rispetto
a ogni aspettativa umana» andando «ancora
in direzione di una immagine "naturalistica",
assoluta, e minacciosa e bizzarra, del divino»
[24].
Un Dio assoluto, trascendente, è in sé
minaccioso e violento perché si impone
al pensiero come una «struttura data una
volta per tutte e inaccessibile» [25]
e in ogni ultimità, in ogni principio
primo perentorio che mette a tacere ogni ulteriore
domanda è implicita una violenza autoritaria:
«Il tacitare ogni domanda ulteriore con
la perentorietà autoritaria del primo
principio mi sembra la sola possibile definizione
filosofica della violenza» [26].
La teologia dialettica proprio
perché insiste sull'alterità assoluta
di Dio finisce con l'annullare l'uomo: la grazia
di Dio di cui parla Barth «salva l'uomo,
ma solo dopo averlo in qualche modo annullato»
[27],
l'individuo storico viene soppresso e spodestato
dall'«Altro». Si tratta di una visione
di Dio che nulla ha a che fare con il Dio cristiano
incarnato, ma che è ancora naturale e
violenta. Frutto della teologia dialettica è
il «cristianesimo tragico», i cui
esiti del sono, secondo Vattimo, «i fondamentalismi,
la chiusura nell'orizzonte ristretto delle comunità,
la violenza implicita nel concepire la Chiesa
sul modello di un esercito pronto alla battaglia,
la tendenziale inimicizia verso la facilitazione
dell'esistenza promessa, e in parte realizzata,
dalla scienza e dalla tecnica» [28].
La secolarizzazione come
compimento del cristianesimo. Il processo
di secolarizzazione che caratterizza l'età
contemporanea va letto alla luce dell'evento
chenotico di Gesù Cristo stesso: «Secolarizzazione
come fatto positivo significa che la dissoluzione
delle strutture sacrali della società
cristiana, il passaggio a un'etica dell'autonomia,
alla laicità dello stato, a una meno
rigida letteralità nella interpretazione
dei dogmi e dei precetti, non va intesa come
un venir meno o un congedo dal cristianesimo,
ma come una più piena realizzazione della
sua verità che è, ricordiamolo,
la kenosis, l'abbassamento di Dio,
la smentita dei tratti "naturali"
della divinità» [29].
Tutta la cultura e la civiltà occidentale
è condizionata dall'evento chenotico:
«Credo si possa ragionevolmente riconoscere
che non solo l'economia capitalistica [...]
ma tutti i tratti principali della civiltà
occidentale si strutturano in riferimento a
quel testo base che è stato per questa
civiltà, la Scrittura ebraico-cristiana»
[30].
In quest'ottica è chiaro che la democrazia,
il liberalismo, il capitalismo, la laicità
dello stato, la tolleranza non sono valori in
sé, assoluti, ma non sono altro che indotti
culturali che si sono affermati in Occidente
perché all'origine di questa civiltà
c'è l'incarnazione secolarizzante di
Gesù Cristo con il comandamento dell'amore,
la fratellanza, il rifiuto della violenza ecc.
Filosoficamente questa secolarizzazione,
dissoluzione dell'oggettività, nel pensiero
occidentale contemporaneo si concretizza nel
«pensiero debole», trascrizione
del principio cristiano della kenosis,
della carità, della tolleranza, del rifiuto
della violenza [31].
Per il pensiero debole non esistono
più certezze assolute, non esiste più
una Verità indiscutibile, non si possono
più fare affermazioni «forti»
e assolute, ma solo dare ragionevoli interpretazioni
che si collocano consapevolmente all'interno
di una tradizione, di un orizzonte culturale
e limitato: «Lasciate alle spalle le pretese
di oggettività della metafisica, oggi
nessuno dovrebbe poter dire che "Dio non
esiste"; né, d'altra parte, che
la sua esistenza e la sua natura sono razionalmente
stabilite una volta per tutte. Ciò che
credo si possa dire nei termini di un pensiero
non metafisico è che gran parte delle
conquiste – teoriche e pratiche, fino
all'organizzazione razionale della società,
al liberalismo e alla democrazia – della
ragione moderna sono radicate nella tradizione
ebraico-cristiana, e non sono pensabili al di
fuori di essa» [32].
La fine della fede come
«salto irrazionale». Proprio
in conseguenza del fatto che non c'è
più una vera trascendenza, ma Dio incarnandosi
si è fatto presente nella storia, nel
«secolo», non ha più senso
parlare della fede in Dio come di un salto irrazionale
e assurdo verso una trascendenza (che non c'è
più). Dio è nella storia, non
è trascendente ad essa, Gesù stesso
ha mandato lo Spirito nella storia come colui
che ha il compito di mantenere viva la presenza
di Dio: «La verità del cristianesimo
è solo quella che di volta in volta si
produce attraverso "autenticazioni"
che avvengono in dialogo con la storia, e con
l'assistenza dello Spirito come ha insegnato
Gesù» [33].
Vattimo trova in Gioacchino da Fiore [34]
uno dei primi cristiani ad avere compreso che
la rivelazione è un fatto costitutivamente
storico, che si dispiega nella storia mondana
con l'assistenza dello Spirito, per cui la Scrittura
non va accettata letteralmente, ma gli eventi
in essa narrati vanno colti come «figure»
di altri eventi storici, quelli che noi viviamo
quotidianamente: «la storia "profana"
e la storia "sacra" non appaiono più
separabili» [35].
In questo senso eredi di Gioacchino sono Schleiermacher,
Schelling, Novalis [36].
In virtù di questa continuità
tra rivelazione e storia, compito del credente
non può essere quello di sottomettersi
e accettare un'autorità, ma è
quello di «reinterpretare personalmente
il messaggio evangelico» [37]:
«Non penso dunque che ascoltare le parole
del Vangelo, anche quelle più paradossali,
richieda il salto e infine una sorta di accettazione
"irrazionale" dell'autorità»
[38].
Nell'età attuale in
cui è tramontata l'idea che esiste una
Ragione forte, universale, capace di ottenere
certezze assolute, sono venute meno anche le
ragioni forti dell'ateismo filosofico [39]
e non ha più senso nemmeno parlare di
«irrazionalità» e di «assurdità».
La fede è dunque un'«interpretazione
ragionevole»: essa si concretizza in una
«disponibilità più totale
a leggere i "segni dei tempi", dunque
a identificarsi sempre di nuovo con la storia
riconoscendo francamente la propria storicità»
[40].
Vattimo dunque afferma in ultima analisi la
kenosis di Dio, e la intende come fondamentale
contraddizione alla trascendenza di Dio, residuo
di una sacralità naturale e violenta,
smentita da Gesù Cristo. La continuità
tra piano umano e piano divino che ne deriva
porta Vattimo su posizioni a nostro avviso molto
simili a quelle della teologia liberale a cui
Barth si era contrapposto, non è un caso
che Vattimo prenda a riferimento Schleiermacher.
Pensiero
barthiano e pensiero debole
Di fronte
a Barth che, pur con accenti diversi, dal Römerbrief
in poi continua ad affermare la compresenza
dei due momenti di trascendenza e kenosis
si oppone la posizione di Vattimo che intende
la kenosis in senso esclusivistico,
come «smentita» della trascendenza
di Dio. Vattimo prende spesso come punto di
riferimento negativo, opposto alla sua posizione,
la teologia dialettica di matrice barthiana.
Seguendo lo schema utilizzato per illustrare
il pensiero di Vattimo e ponendo degli interrogativi
cercheremo di rispondere, dal punto di vista
di Barth, alle obiezioni di Vattimo.
Il Dio trascendente è
autoritario e violento? Quando Vattimo
parla della teologia dialettica barthiana associa
a essa una trascendenza e assolutezza di Dio
intese come «perentorietà ultima»,
«principio primo indiscutibile»,
tali da «mettere a tacere» ogni
ulteriore domandare. La trascendenza sarebbe
dunque in se stessa autoritaria. In realtà
non si trova riscontro in Barth di questo autoritarismo.
Se, parlando di Dio, si tratta di una realtà
veramente trascendente e come tale irraggiungibile,
è possibile che abbia i caratteri dell'ultimità
e dell'indiscutibilità? Proprio perché
Barth afferma l'assoluta trascendenza di Dio,
l'infinita differenza qualitativa tra il tempo
e l'eternità, che ogni espressione umana,
ogni sforzo intellettuale, ogni certezza terrena
acquisisce un valore relativo e quindi limitato
e l'umanità rinuncia ad ogni pretesa
assolutistica e autoritaria.
L'assolutezza di Dio sarebbe
autoritaria e violenta solo se fosse in qualche
modo raggiungibile umanamente in modo esaustivo,
possedibile (e quindi non fosse più veramente
trascendente), così da chiudere gli spazi
a ogni ulteriore interpretazione. Vattimo stesso
sembra convinto di questo: «Se la salvezza,
il paradiso, la perfezione finale si possono
immaginare come risultato di un processo storico
realizzabile nel mondo, è quasi fatale
che una politica ispirata a queste convinzioni
si proponga di costruire con ogni mezzo un ordine
perfetto dando luogo a regimi illiberali»
[41];
e ancora ripete: «è proprio il
bisogno, il proposito, la pretesa di arrivare
al (unificarsi con il, raggiungere il) principio
primo e ultimo ciò che ispira la violenza»
[42].
Ma proprio in quanto la perfezione rimane trascendente
(e in Barth avviene esattamente questo) e il
principio primo non è «possedibile»,
la teologia dialettica è la negazione
per eccellenza di ogni autoritarismo e dogmatismo.
Non vi è nulla di autoritario e fondamentalistico
nella teologia dialettica di Barth, vi è
anzi proprio l'opposto: il senso del limite,
il rifiuto della divinizzazione dell'uomo e
di tutto ciò che è umano, e questo
proprio in quanto Dio è irriducibilmente
trascendente. Lo stesso Vattimo pare ricadere
in posizioni che sono proprie di Barth: non
solo nelle due affermazioni riportate sopra,
ma ancor di più quando, parlando dell'idea
di tolleranza, fa riferimento alla frase di
Gesù: «il mio regno non è
di questo mondo», un'affermazione (a nostro
avviso molto barthiana, perché ricorda
l'«infinita differenza qualitativa»
tra Dio e uomo...) alla quale Vattimo dà
un significato importante, quello di «garantire
uno spazio di legittimità a esperienze
religiose diverse» [43].
Del resto l'esempio più
lampante dell'apertura al dialogo e del non
fondamentalismo di Barth si ha guardando alla
sua vita e in particolare agli ultimi anni,
impegnato nel confronto ecumenico con la chiesa
cattolica e non solo. Dalle sue affermazioni
appare chiaramente una radicale estraneità
ad ogni fondamentalismo e autoritarismo. Si
vedano in particolare le considerazioni di Barth
a proposito delle relazioni con le religioni
non cristiane (luogo per eccellenza in cui dovrebbe
manifestarsi il fondamentalismo): «Compagni
di umanità non possono essere discriminati
e tanto meno perseguitati dai cristiani a causa
della loro razza o classe, né a causa
della loro appartenenza a una religione non
cristiana [...] Essi devono, al contrario, essere
trattati fraternamente... alla luce di Cristo,
il quale è morto per i peccati di tutti
gli uomini e per la salvezza di tutti loro [...]
e alla luce di Dio, il Padre di tutti [...]
La loro religione non cristiana, a causa della
verità parziale in essa più o
meno visibile – irraggiamento dell'unica
verità che illumina tutti gli uomini
[...] – dev'essere valutata e rispettata
come espressione dell'anelito universale verso
tale verità [...] I cristiani devono
quindi ricercare anche con costoro il dialogo
ed eventualmente la collaborazione [...] Tuttavia
la Chiesa deve "incessantemente" annunciare
loro Cristo come via, verità e vita,
come "pienezza di vita religiosa",
in quanto in lui Dio ha riconciliato a sé
il mondo [...] – e la sua croce come segno
dell'amore di Dio che tutto abbraccia»
[44].
Come si può vedere
non vi è proprio nulla di fondamentalistico,
ma grande apertura, in queste affermazioni.
Certo, non si tratta di una tolleranza senza
criteri: Barth afferma che il dialogo con l'altro
va ricercato, «tuttavia la Chiesa deve
incessantemente annunciare loro Cristo».
Per dialogare è necessario avere consapevolezza
delle proprie convinzioni, non è utile
per il dialogo l'indifferentismo religioso.
Traducendo la questione nei termini del discorso
di Vattimo, è bene dunque entrare «chenoticamente»
in relazione con l'altro, tuttavia questo non
deve comportare un venir meno di se stessi e
della propria alterità e trascendenza
rispetto all'interlocutore. Non ci può
essere dialogo vero se uno dei due termini abdica
alla propria identità, come invece sembra
prospettare Vattimo, secondo il quale: «Il
precetto della carità non può
che ridursi quasi completamente al dare ascolto
e al lasciar la parola agli ospiti» [45]...
Il dialogo per Barth invece deve sì accogliere
l'altro con rispetto e ascolto, senza tuttavia
rinunciare totalmente (anche se Vattimo usa
un «quasi» che lascia aperto uno
spazio imprecisato) a se stessi: solo così
ci può essere vero confronto. Dov'è
il fondamentalismo, l'autoritarismo, la violenza
che caratterizzerebbe il «cristianesimo
tragico» e la teologia dialettica? [46].
La secolarizzazione è
il giusto compimento della rivelazione cristiana?
È corretto ritenere che la kenosis
di Dio porta necessariamente al superamento
di Dio come assoluto e quindi alla secolarizzazione?
Se Dio in Gesù Cristo ha scelto di incarnarsi
e farsi uomo, questo significa necessariamente
che Dio non è più trascendente?
In altre parole: kenosis e trascendenza
si escludono a vicenda o invece l'una presuppone
l'altra? Vattimo sembra ritenere che l'incarnazione
abolisca la trascendenza di Dio. I termini che
usa sono diversi, ma tutti in questo senso:
«smentita» [47],
«messa fuori gioco» [48],
«liquidare» [49],
«superamento» [50],
«dissoluzione» [51],
«smascheramento» [52],
fino a dire che Gesù Cristo è
venuto a svelare la «nullità»
del peccato [53].
Ora, è corretta questa
lettura dell'incarnazione? Come conciliarla
con le parole stesse di Gesù Cristo riportate
nella Scrittura: «Non pensate che io sia
venuto per abolire la Legge o i Profeti; non
son venuto per abolire, ma per dare compimento.
In verità vi dico: finché non
siano passati il cielo e la terra, non passerà
neppure un iota o un segno della legge, senza
che tutto sia compiuto» [54]?
Non abolire ma portare a compimento. Non c'è
dubbio che in Barth invece sussistono entrambe
le dimensioni: la kenosis è
pensabile solo sullo sfondo ineliminabile della
trascendenza di Dio rispetto all'uomo. Non sarebbe
nemmeno pensabile un autentico abbassamento
di Dio se si prescindesse dal suo essere nel
contempo trascendente: la kenosis di
Dio perderebbe ogni significato se non fosse
radicata e non avesse sempre il suo riferimento
nella trascendenza. Un Dio che annulla ogni
sua trascendenza rispetto all'uomo è
ancora un Dio «kenotico», o è
umano e basta? In altri termini: la trascendenza
di Dio non implica sicuramente la kenosis,
ma una kenosis che vuole veramente
definirsi tale implica una trascendenza originaria
che non si può annullare. Il Barth maturo
dirà chiaramente che il messaggio più
importante sta nella grazia e quindi nel volto
amichevole di Dio (come afferma Vattimo), tuttavia
questo messaggio acquista un significato straordinario
proprio perché il peccato dell'uomo c'è
e Dio lo riconosce e lo condanna come peccato,
ma nonostante questo Egli ama e salva. È
innegabile che la tradizione ebraico-cristiana
ha svolto e svolge un ruolo profondamente condizionante
sull'intera civiltà occidentale. Tuttavia
è corretto ridurre tutto solo a essa
ed escludere l'apporto di altri fattori? La
secolarizzazione che caratterizza innegabilmente
l'Occidente è davvero il compimento dell'incarnazione
di Dio o ne è piuttosto una degenerazione?
Utilizzando un'immagine dello stesso Vattimo:
se la secolarizzazione, e con essa il pensiero
debole, è la «trascrizione»
[55]
del testo base della Scrittura e della dottrina
cristiana della kenosis, non può
essere che in questa trascrizione sia andato
perso qualcosa, si sia cioè tramandata
solo una parte del messaggio biblico? Non può
essere che nella storia del pensiero occidentale,
attraverso varie vicende (storiche, culturali,
economiche, politiche) che si sono sovrapposte
al cristianesimo, si sia finito col trascrivere
qualcosa di diverso fino a corrompere il messaggio
originario?
Esiste una fede in Dio
che non sia «salto»? Con la
fine della razionalità moderna non ci
può più essere una netta distinzione
tra ciò che è razionale e ciò
che è irrazionale, per questo la fede
rientra nella categoria dell'interpretazione
che in ultima analisi pervade tutti gli ambiti
della conoscenza. La fede risulta così
depotenziata, «indebolita», non
è più quella «scommessa»,
quel «salto» nell'assurdo, ma diventa
qualcosa di ragionevole, non definitivamente
certo e dimostrabile, ma nemmeno assurdo e incomprensibile.
La questione però si ripropone ora per
l'interpretazione: non è proprio una
caratteristica dello sforzo interpretativo il
rischio, il salto, la scelta? Vattimo stesso
sembra affermarlo in più punti. Il pensiero
debole è una « rischiosa
interpretazione» della tradizione cristiana
nella quale ci troviamo [56],
secondo questa interpretazione «il pensiero
non può più considerarsi come
rispecchiamento di strutture oggettive ma solo
come rischiosa interpretazione di eredità,
appelli, provenienze» [57],
per cui «il rigore del discorso post-metafisico
è solo di questo tipo, cerca la persuasività
che non pretende di valere da un punto di vista
"universale" – cioè da
nessun punto di vista; ma che sa di provenire
e di rivolgersi a qualcuno che è nel
processo, e che dunque non ne ha mai una visione
neutrale, ma ne arrischia sempre solo
una interpretazione» [58].
Anche il compito del credente non sfugge a questo
rischio, anzi proprio perché il credente
non deve essere totalmente soggetto agli «insegnamenti
ex-cathedra della gerarchia ecclesiastica»
il suo compito è carico di incertezza:
«il rapporto con la tradizione viva della
comunità dei credenti è assai
più personale e rischioso, fa
parte di quel dovere complessivo di reinterpretare
personalmente il messaggio evangelico con cui
si identifica il compito del credente»
[59].
Non si può negare che rifiutando da un
lato la metafisica, che tende a dimostrare Dio,
e dall'altro «quel cristianesimo che vuole
affermare la religione come necessaria via di
scampo da una realtà intrattabile»,
Vattimo apra la strada ad una fede che è
strutturalmente rischio e salto. Certo non è
più quel salto nell'assurdo e nell'irrazionale
che intendevano Pascal o Kierkegaard, sicuramente
spinti dall'enfasi di contrastare il razionalismo
imperante a quei tempi, tuttavia richiede per
la sua stessa costituzione una dose di rischio
e di salto verso una scelta che non è
mai privata del dubbio. Paradossalmente Vattimo
stesso definisce la fede come «scommessa
rischiosa», come «accettazione per
amicizia, amore, devozione, pietas»
[60],
perché è vero che ogni interpretazione
si fonda su una «fede di base»,
tramandata, storica, tuttavia proprio per questo
essa «non è oggetto di dimostrazione
e verifica» ed è quindi strutturalmente
carica di incertezza. La fede è dunque
un'«interpretazione rischiosa» sebbene
«ragionevole» e non irrazionale.
È comunque un «salto», non
nell'assoluto paradosso, ma comunque nel mistero,
perché c'è sempre un po' di ombra
attorno a Dio, il quale permane sempre, anche
nella sua rivelazione, trascendente e altro
rispetto all'uomo.
Alla dissoluzione «kenotica»
di Dio nell'uomo, che è l'essenza della
«secolarizzazione» e che è
la tesi del pensiero debole, il pensiero di
Barth contrappone un'irriducibilità di
fondo, un'«infinita differenza qualitativa»
tra eternità e tempo e quand'anche l'eternità
scelga di incontrare «kenoticamente»
il tempo (e questo in Barth avviene sia nella
fase dialettica sia nella maturità) non
si identifica mai totalmente con esso, non si
appiattisce, non si dissolve mai, ma mantiene
sempre una sua propria ineliminabile trascendenza.
In questo senso Barth ha compiuto una nuova
«purificazione del tempio» di Dio
dalle incrostazioni umanizzanti della teologia
liberale e successivamente esistenzialistica.
Nell'epoca della secolarizzazione e del pensiero
debole forse il suo pensiero ha ancora qualcosa
da dire.
Questo testo riprende un contributo uscito su
"Filosofia e Teologia" 2/2003,
pp. 324-337.
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Note
- Riferimenti espliciti a Karl Barth si
trovano in due opere dell'ultimo Vattimo:
Credere di credere, Garzanti,
Milano 1999, in part. p. 42. (la prima
edizione di quest'opera è del 1996)
e Dopo la cristianità,
Garzanti, Milano 2002, in part. pp. 40
e 47.
- K. Barth, L'Epistola ai Romani.
Prefazione alla seconda edizione,
in Le origini della teologia dialettica,
a cura di J. Moltmann, trad. it. di M.C.Laurenzi,
Queriniana, Brescia 1977, p.145. Nell'edizione
italiana dell'Epistola il traduttore
Giovanni Miegge ha tradotto solo la prefazione
alla prima edizione.
- K. Barth, L'Epistola ai Romani,
trad. di G.Miegge, Feltrinelli, Milano,1962,
1974 2a, 1989 3a, 1993 4a, 2002 5a, p.
6. D'ora in poi segneremo i riferimenti
alle pagine di quest'opera con la sigla
ER.
- ER, 31.
- ER, 311.
- ER, 5.
- ER, 88.
- ER, 6.
- ER, 72.
- ER, 73.
- ER, 72ss.
- K. Barth, Kirchliche Dogmatik I/2,
Zollikon, 1938, p. 55ss.
- Id., L'umanità di Dio,
Claudiana, Torino 1997, p. 92. Si tratta
di una conferenza del settembre 1956.
- Ivi, p. 95.
- Id., Breve commentario all'epistola
ai Romani, Queriniana, Brescia 19902,
1982 1a, p. 59. Si tratta di un ciclo
di lezioni dell'inverno 1940/41 pubblicato
nel 1956.
- G. Vattimo, Credere di credere,
cit., p. 50ss. D'ora in avanti CdC.
- Lettera ai Filippesi 2,7.
- G. Vattimo, Dopo la cristianità,
cit., p. 28. D'ora in avanti DC.
- DC, p. 43; CdC, p. 44. La citazione
evangelica è tratta dal vangelo
di Gv 15,15.
- CdC, pp. 85ss.
- Ivi, p. 54.
- Ibid.
- Ivi, p.86; DC, pp. 41 e 47.
- CdC, p. 42.
- DC, p. 47.
- CdC, p.63 (nota).
- Ivi, p. 42 (nota); anche DC, p. 117.
- CdC, p. 104.
- Ivi, p. 40ss.
- Ivi, p. 36; Cfr. in particolare DC,
pp.75-88.
- Ivi, p. 37.
- Ivi, p. 66ss.
- Ivi, p. 55.
- DC, pp. 29-43.
- Ivi, p. 49.
- Ivi, pp. 12, 36, 38.
- CdC, p. 89.
- Ivi, p. 89.
- DC, p. 92ss.
- CdC, p. 49.
- DC, p. 46.
- Ivi, p. 119.
- Ivi, p. 105.
- K.Barth, Domande a Roma, Claudiana,
Torino 1967, p. 46. Si tratta della cronaca
del suo pellegrinaggio a Roma («peregrinatio
ad limina Apostolorum») avvenuta
tra il 22 e il 29 settembre 1966. La citazione
riportata è all'interno di una
domanda di chiarimento sulla «Dichiarazione
sulle relazioni della chiesa con le religioni
non cristiane» del Concilio Vaticano
II.
- DC, p. 106ss.
- Vi è inoltre un'ulteriore considerazione
da fare a nostro avviso a partire dalle
riflessioni di Vattimo. Egli infatti sembra
annullare ogni trascendenza, ogni residuo
non secolarizzabile, tuttavia ammette
egli stesso che la secolarizzazione deve
avere un «limite»: «la
kenosis non può pensarsi
infatti come indefinita negazione di Dio,
né giustificare qualunque interpretazione
della Sacra Scrittura» (CdC, p.
60; DC, p. 51). Il limite è il
comandamento della carità, «questo
sì non secolarizzabile» (CdC,
p. 64). La riflessione che viene spontanea
è che la trascendenza non riducibile
al «secolo», che Vattimo sembrava
escludere in partenza, riappare di nuovo
sotto nuove spoglie...
- CdC, pp. 33, 41, 54.
- Ivi, pp. 50, 91.
- Ivi, p. 27; cfr. DC, p. 42.
- Ivi, p. 42.
- Ivi, pp. 30 e 44.
- Ivi, p. 64.
- Ivi, p. 91.
- Vangelo di Mt 5,17-18; anche Vangelo
di Lc 16,17.
- CdC, pp. 27, 40, 61.
- Ivi, p. 38 (corsivo nostro).
- Ivi, p. 39 (corsivo nostro).
- Ivi, p. 40 (corsivo nostro).
- Ivi, p. 89 (corsivo nostro).
- DC, p. 12.
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