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argomenti
Dio tra trascendenza e «kenosis».
Dialogo a distanza tra Karl Barth e il pensiero debole
di Mauro Cinquetti |
A partire dalla seconda metà degli anni
Novanta gli sviluppi del pensiero debole di Gianni Vattimo
sono stati caratterizzati da una "svolta teologica". Il
pensiero di Vattimo ha ritrovato in se stesso una radice cristiana
di fondo, in particolare esso si presenta come la trascrizione filosofica
dell'evento specificamente cristiano della «kenosis»
cioè dell'abbassamento con cui Dio ha scelto di incarnarsi
in Gesù Cristo e di farsi uomo. In questa prospettiva Vattimo
ha accentuato una contrapposizione tra il suo pensiero e la teologia
dialettica di Karl Barth in quanto teologia che afferma l'assoluta
trascendenza di Dio › 1. Delineeremo
ora brevemente le due posizioni per provvedere poi a un confronto
a distanza tra i due pensatori.
Karl
Barth: et trascendenza et «kenosis»
Il Römerbrief del 1922. Con il Römerbrief
del 1922 e, pur con qualche oscillazione, per tutta la sua speculazione
Karl Barth è stato il teologo che più di ogni
altro ha voluto reagire alle tendenze storicistiche e psicologistiche
della teologia liberale. L'affermazione di fondo del Römerbrief
è quella dell'assoluta alterità di Dio rispetto
all'uomo: «Se ho un "sistema", esso consiste
in ciò, che io mi tengo davanti agli occhi, con tutta
la tenacia possibile, quella che Kierkegaard ha chiamato "l'infinita
differenza qualitativa" del tempo e dell'eternità,
nel suo significato positivo e negativo. "Dio è
in cielo e tu sulla terra". Il rapporto di questo
Dio a questo uomo, il rapporto di questo uomo a questo
Dio è per me il tema della Bibbia e insieme la somma
della filosofia» ›2.
Dalla nettezza di questo principio derivano le conseguenze
dualistiche che segnano tutto il pensiero di Barth. «Nessun
connubio, nessuna confusione tra Dio e l'uomo, nessuna ascesa
dell'uomo nel divino e nessuna infusione di Dio nell'essenza
umana» ›3. Tra i due
piani, quello divino e quello umano c'è frattura radicale,
«il regno dell'uomo non è mai il regno di Dio» ›4. Che ruolo ha dunque
la «kenosis»? Quale il significato dell'incarnazione
di Gesù Cristo? Nel pensiero del primo Barth Gesù
Cristo è caratterizzato principalmente dalla categoria
del «paradosso», in Lui «l'identità
irrealizzabile è compiuta» ›5,
Egli è l'inconcepibile punto di intersezione di due mondi
estranei: «Gesù Cristo nostro Signore: ecco l'Evangelo,
ecco il significato della storia. In questo nome si toccano
e si dividono due mondi, si tagliano due piani, uno sconosciuto
e uno conosciuto. Quello conosciuto è il mondo della
"carne", creato da Dio ma decaduto dalla sua originaria
unità con Dio e perciò bisognevole di salvezza;
il mondo dell'uomo del tempo e delle cose, il nostro mondo.
Questo piano conosciuto viene tagliato da un altro sconosciuto,
il mondo del Padre, il mondo della creazione originaria e della
redenzione finale» ›6.
In Gesù Cristo «L'Iddio sconosciuto
è conosciuto» ›7,
«il tempo e l'eternità, la giustizia umana e la
giustizia divina, l'al-di-qua e l'al-di-là sono in Gesù
inequivocabilmente separati, sono in lui altrettanto inequivocabilmente
riuniti e ricapitolati in Dio». È una dialettica
sottile e paradossale di separazione e unificazione quella che
avviene in Cristo. Egli è «la fine del tempo, il
paradosso, la storia originaria, il vincitore» ›8,
la rivelazione in lui è «un fatto paradossale» ›9, «rivelato in Gesù,
Dio diventa uno scandalo per i Giudei e una pazzia per i Greci» ›10, credere in lui è
«salto nell'incerto», «scandalo», «rischio
di tutti i rischi» ›11.
Cristo è la testimonianza più evidente della «indeducibile»
grazia di Dio, essa è frutto di un atto di assoluta libertà,
di un'esclusiva iniziativa divina che supera ogni schema razionale
umano. La kenosis dunque non cancella affatto l'assoluta
trascendenza di Dio, ma la conferma nella sua enigmatica paradossalità.
L'evoluzione di Barth: l'«umanità di Dio».
Con il venire meno della polemica dura contro la teologia liberale,
Barth matura un progressivo ammorbidimento del suo pensiero,
pur senza mai smentire nulla della sua impostazione iniziale.
Egli stesso lo riconosce: «Vorrei qui mettere in guardia
espressamente da certi passaggi e contesti della mia spiegazione
alla lettera ai Romani nei quali si è perlomeno giocato
e occasionalmente anche lavorato con l'idea di una rivelazione
che rimane trascendente rispetto al tempo, che lo limita e lo
determina solo dall'esterno. Rispetto allo storicismo e psicologismo
allora dominanti, che avevano completamente perso la nozione
di qualcosa di diverso da una rivelazione intramondana, temporale-volgare,
il libro ha avuto allora, proprio a motivo di questo decadimento,
un compito e un significato preciso di fare piazza pulita» ›12.
In questa fase più matura del suo pensiero Barth ridimensiona,
senza smentire, l'aspetto della dualità, dell'alterità,
della «infinita differenza qualitativa» tra Dio
e uomo e dà maggiore spazio al messaggio dell'incontro,
dell'alleanza, dell'amicizia che si stringe tra i due termini.
Gesù Cristo assume allora una importanza centrale e al
«paradosso» si sostituisce la categoria dell'«umanità
di Dio», che non significa però un ripiegamento:
«"Ciò che è passato non ritorna".
Perciò neanche in seguito poteva trattarsi, neanche oggi
può trattarsi di negare quella svolta o di annullarla.
È vero che in seguito divenne opportuna, come lo è
oggi, una "ritrattazione". Ma proprio una vera
ritrattazione non consiste affatto in un successivo ripiegamento,
bensì in un nuovo inizio e attacco, nel quale ciò
che fu detto in precedenza è più che mai da dire,
è soltanto da dire meglio. Se quanto noi un tempo pensammo
e dicemmo di aver scoperto non era affatto l'ultima parola,
ma una parola che abbisognava di una ritrattazione, pure essa
era una parola vera, che come tale deve rimanere, che ancor
oggi non è dato ignorare, che costituisce piuttosto la
premessa di ciò su cui oggi bisogna continuare a riflettere.
Chi non avesse preso parte a quella svolta, chi non avesse ancora
intimamente compreso che Dio è Dio, costui non coglierebbe
di certo neanche la parola vera, che ora deve essere aggiunta,
sulla sua umanità» ›13.
L'uomo e Dio in questa nuova prospettiva, pur permanendo in
una reciproca differenza, entrano in una relazione di dialogo:
«la divinità del Dio vivente
... ha il suo senso e la sua forza soltanto nel contesto della
sua storia e del suo dialogo con l'uomo e quindi nel suo essere
insieme a lui?» ›14.
Trascendenza e kenosis stanno dunque insieme, l'una
fondando il proprio significato sull'altra, senza che si escludano
a vicenda, in una relazione complementare di cui però
la kenosis rappresenta la parte più importante,
il «nocciolo buono» (kenosis) del «duro
involucro» ›15 (la
trascendenza e alterità).
Vattimo e il pensiero debole: aut trascendenza
aut «kenosis»
«L'unico grande paradosso e scandalo della rivelazione
cristiana è, per l'appunto, l'incarnazione di Dio, la kenosis,
e cioè la messa fuori gioco di tutti quei caratteri trascendenti,
incomprensibili, misteriosi e credo anche bizzarri che invece
commuovono tanto i teorici del salto nella fede. ... Dovremmo
tutti rivendicare il diritto a non essere allontanati dalla verità
del Vangelo in nome di un sacrificio della ragione richiesto solo
da una concezione naturalistica, umana troppo umana, e in definitiva
non cristiana, della trascendenza di Dio» ›16.
La verità fondamentale di Dio, per i cristiani, è
la kenosis ›17, l'abbassamento
con cui Dio ha scelto di creare il mondo e poi di incarnarsi in
Gesù Cristo. La kenosis è il «nocciolo
della storia della salvezza» ›18.
Con quest'atto Dio ha messo fuori gioco, ha abolito, ha smentito,
ha posto fine all'idea di Dio come trascendente, assoluto, altro
rispetto all'uomo. Non ha più senso dunque parlare di Dio
come «totalmente Altro» al modo della teologia dialettica,
perché è stato lui stesso a smentire questo carattere
nato da una concezione umana e naturale di Dio. Illustreremo ora
brevemente le conseguenze che Vattimo trae da questo assunto di
fondo.
La fine della trascendenza di Dio. La rivelazione di
Gesù Cristo è kenosis, cioè abbassamento
di Dio sul piano umano, cioè la negazione di quei tratti
trascendenti e minacciosi che da sempre hanno caratterizzato la
divinità. In Gesù «Dio discende dal cielo
della trascendenza dove la mentalità primitiva lo collocava,
e compie quel passaggio in virtù del quale, come dice il
Vangelo, gli uomini non sono più chiamati servi ...,
ma amici» ›19. In base
al Vangelo si stabilisce una «continuità tra Dio
e il mondo» molto più autentica e «kenotica»
della trascendenza che gli si riconosce quando lo si chiama il
«totalmente Altro» ›20,
come fa invece la teologia di Karl Barth. «È tutto
l'insieme del rapporto di Dio con il mondo a dover essere guardato
dal punto di vista della kenosis e dunque della riduzione,
dell'indebolimento, della smentita di ciò che la mentalità
religiosa naturale credeva di dover pensare della divinità» ›21.
La visione cristiana di Dio va dunque sottoposta a una radicale
demitizzazione «senza timore di sfigurarsi o di perdere
l'essenziale» ›22. L'immagine
di Dio come un essere trascendente e assoluto è ispirata
da una «fede prevalentemente vetero-testamentaria, che tende
a mettere in secondo piano il significato della stessa incarnazione
di Cristo» ›23. Con
la kenosis di Gesù Cristo avviene il rifiuto della
violenza: la religiosità naturale, tanto presente ancora
nell'Antico Testamento, fondata su un Dio assoluto e trascendente,
porta in sé l'immagine di un Dio assetato di vendetta,
e quindi violento, nei confronti del peccato degli uomini. Per
il cristiano Dio non è trascendente e assoluto. Per questo
occorre prendere posizione contro ogni teologia dialettica che
intende invece riaffermare la «assoluta trascendenza di
Dio rispetto a ogni aspettativa umana» andando «ancora
in direzione di una immagine "naturalistica", assoluta,
e minacciosa e bizzarra, del divino» ›24.
Un Dio assoluto, trascendente, è in sé minaccioso
e violento perché si impone al pensiero come una «struttura
data una volta per tutte e inaccessibile» ›25
e in ogni ultimità, in ogni principio primo perentorio
che mette a tacere ogni ulteriore domanda è implicita una
violenza autoritaria: «Il tacitare ogni domanda ulteriore
con la perentorietà autoritaria del primo principio mi
sembra la sola possibile definizione filosofica della violenza» ›26.
La teologia dialettica proprio perché insiste sull'alterità
assoluta di Dio finisce con l'annullare l'uomo: la grazia di Dio
di cui parla Barth «salva l'uomo, ma solo dopo averlo in
qualche modo annullato» ›27,
l'individuo storico viene soppresso e spodestato dall'«Altro».
Si tratta di una visione di Dio che nulla ha a che fare con il
Dio cristiano incarnato, ma che è ancora naturale e violenta.
Frutto della teologia dialettica è il «cristianesimo
tragico», i cui esiti del sono, secondo Vattimo, «i
fondamentalismi, la chiusura nell'orizzonte ristretto delle comunità,
la violenza implicita nel concepire la Chiesa sul modello di un
esercito pronto alla battaglia, la tendenziale inimicizia verso
la facilitazione dell'esistenza promessa, e in parte realizzata,
dalla scienza e dalla tecnica» ›28.
La secolarizzazione come compimento del cristianesimo.
Il processo di secolarizzazione che caratterizza l'età
contemporanea va letto alla luce dell'evento chenotico di Gesù
Cristo stesso: «Secolarizzazione come fatto positivo significa
che la dissoluzione delle strutture sacrali della società
cristiana, il passaggio a un'etica dell'autonomia, alla laicità
dello stato, a una meno rigida letteralità nella interpretazione
dei dogmi e dei precetti, non va intesa come un venir meno o un
congedo dal cristianesimo, ma come una più piena realizzazione
della sua verità che è, ricordiamolo, la kenosis,
l'abbassamento di Dio, la smentita dei tratti "naturali"
della divinità» ›29.
Tutta la cultura e la civiltà occidentale è condizionata
dall'evento chenotico: «Credo si possa ragionevolmente riconoscere
che non solo l'economia capitalistica ... ma tutti i tratti
principali della civiltà occidentale si strutturano in
riferimento a quel testo base che è stato per questa civiltà,
la Scrittura ebraico-cristiana» ›30.
In quest'ottica è chiaro che la democrazia, il liberalismo,
il capitalismo, la laicità dello stato, la tolleranza non
sono valori in sé, assoluti, ma non sono altro che indotti
culturali che si sono affermati in Occidente perché all'origine
di questa civiltà c'è l'incarnazione secolarizzante
di Gesù Cristo con il comandamento dell'amore, la fratellanza,
il rifiuto della violenza ecc.
Filosoficamente questa secolarizzazione, dissoluzione dell'oggettività,
nel pensiero occidentale contemporaneo si concretizza nel «pensiero
debole», trascrizione del principio cristiano della kenosis,
della carità, della tolleranza, del rifiuto della violenza ›31. Per il pensiero debole
non esistono più certezze assolute, non esiste più
una Verità indiscutibile, non si possono più fare
affermazioni «forti» e assolute, ma solo dare ragionevoli
interpretazioni che si collocano consapevolmente all'interno di
una tradizione, di un orizzonte culturale e limitato: «Lasciate
alle spalle le pretese di oggettività della metafisica,
oggi nessuno dovrebbe poter dire che "Dio non esiste";
né, d'altra parte, che la sua esistenza e la sua natura
sono razionalmente stabilite una volta per tutte. Ciò che
credo si possa dire nei termini di un pensiero non metafisico
è che gran parte delle conquiste — teoriche e pratiche,
fino all'organizzazione razionale della società, al liberalismo
e alla democrazia — della ragione moderna sono radicate
nella tradizione ebraico-cristiana, e non sono pensabili al di
fuori di essa» ›32.
La fine della fede come «salto irrazionale».
Proprio in conseguenza del fatto che non c'è più
una vera trascendenza, ma Dio incarnandosi si è fatto presente
nella storia, nel «secolo», non ha più senso
parlare della fede in Dio come di un salto irrazionale e assurdo
verso una trascendenza (che non c'è più). Dio è
nella storia, non è trascendente ad essa, Gesù stesso
ha mandato lo Spirito nella storia come colui che ha il compito
di mantenere viva la presenza di Dio: «La verità
del cristianesimo è solo quella che di volta in volta si
produce attraverso "autenticazioni" che avvengono in
dialogo con la storia, e con l'assistenza dello Spirito come ha
insegnato Gesù» ›33.
Vattimo trova in Gioacchino da Fiore ›34
uno dei primi cristiani ad avere compreso che la rivelazione è
un fatto costitutivamente storico, che si dispiega nella storia
mondana con l'assistenza dello Spirito, per cui la Scrittura non
va accettata letteralmente, ma gli eventi in essa narrati vanno
colti come «figure» di altri eventi storici, quelli
che noi viviamo quotidianamente: «la storia "profana"
e la storia "sacra" non appaiono più separabili» ›35. In questo senso eredi
di Gioacchino sono Schleiermacher, Schelling, Novalis ›36.
In virtù di questa continuità tra rivelazione e
storia, compito del credente non può essere quello di sottomettersi
e accettare un'autorità, ma è quello di «reinterpretare
personalmente il messaggio evangelico» ›37:
«Non penso dunque che ascoltare le parole del Vangelo, anche
quelle più paradossali, richieda il salto e infine una
sorta di accettazione "irrazionale" dell'autorità» ›38.
Nell'età attuale in cui è tramontata l'idea che
esiste una Ragione forte, universale, capace di ottenere certezze
assolute, sono venute meno anche le ragioni forti dell'ateismo
filosofico ›39 e non ha più
senso nemmeno parlare di «irrazionalità» e
di «assurdità». La fede è dunque un'«interpretazione
ragionevole»: essa si concretizza in una «disponibilità
più totale a leggere i "segni dei tempi", dunque
a identificarsi sempre di nuovo con la storia riconoscendo francamente
la propria storicità» 40.
Vattimo dunque afferma in ultima analisi la kenosis di
Dio, e la intende come fondamentale contraddizione alla trascendenza
di Dio, residuo di una sacralità naturale e violenta, smentita
da Gesù Cristo. La continuità tra piano umano e
piano divino che ne deriva porta Vattimo su posizioni a nostro
avviso molto simili a quelle della teologia liberale a cui Barth
si era contrapposto, non è un caso che Vattimo prenda a
riferimento Schleiermacher.
Pensiero barthiano e pensiero debole
Di fronte a Barth che, pur con accenti diversi, dal Römerbrief
in poi continua ad affermare la compresenza dei due momenti di
trascendenza e kenosis si oppone la posizione di Vattimo
che intende la kenosis in senso esclusivistico, come
«smentita» della trascendenza di Dio. Vattimo prende
spesso come punto di riferimento negativo, opposto alla sua posizione,
la teologia dialettica di matrice barthiana. Seguendo lo schema
utilizzato per illustrare il pensiero di Vattimo e ponendo degli
interrogativi cercheremo di rispondere, dal punto di vista di
Barth, alle obiezioni di Vattimo.
Il Dio trascendente è autoritario e violento?
Quando Vattimo parla della teologia dialettica barthiana associa
a essa una trascendenza e assolutezza di Dio intese come «perentorietà
ultima», «principio primo indiscutibile», tali
da «mettere a tacere» ogni ulteriore domandare. La
trascendenza sarebbe dunque in se stessa autoritaria. In realtà
non si trova riscontro in Barth di questo autoritarismo. Se, parlando
di Dio, si tratta di una realtà veramente trascendente
e come tale irraggiungibile, è possibile che abbia i caratteri
dell'ultimità e dell'indiscutibilità? Proprio perché
Barth afferma l'assoluta trascendenza di Dio, l'infinita differenza
qualitativa tra il tempo e l'eternità, che ogni espressione
umana, ogni sforzo intellettuale, ogni certezza terrena acquisisce
un valore relativo e quindi limitato e l'umanità rinuncia
ad ogni pretesa assolutistica e autoritaria.
L'assolutezza di Dio sarebbe autoritaria e violenta solo se
fosse in qualche modo raggiungibile umanamente in modo esaustivo,
possedibile (e quindi non fosse più veramente trascendente),
così da chiudere gli spazi a ogni ulteriore interpretazione.
Vattimo stesso sembra convinto di ciò: «Se la salvezza,
il paradiso, la perfezione finale si possono immaginare come
risultato di un processo storico realizzabile nel mondo, è
quasi fatale che una politica ispirata a queste convinzioni
si proponga di costruire con ogni mezzo un ordine perfetto dando
luogo a regimi illiberali» 41;
e ancora: «È proprio il bisogno, il proposito,
la pretesa di arrivare al (unificarsi con il, raggiungere il)
principio primo e ultimo ciò che ispira la violenza»
42. Ma proprio in quanto
la perfezione rimane trascendente (e in Barth avviene esattamente
questo) e il principio primo non è «possedibile»,
la teologia dialettica è la negazione per eccellenza
di ogni autoritarismo e dogmatismo. Non vi è nulla di
autoritario e fondamentalistico nella teologia dialettica di
Barth, vi è anzi proprio l'opposto: il senso del limite,
il rifiuto della divinizzazione dell'uomo e di tutto ciò
che è umano, e questo proprio in quanto Dio è
irriducibilmente trascendente. Lo stesso Vattimo pare ricadere
in posizioni che sono proprie di Barth: non solo nelle due affermazioni
riportate sopra, ma ancor di più quando, parlando dell'idea
di tolleranza, fa riferimento alla frase di Gesù: «il
mio regno non è di questo mondo», un'affermazione
(a nostro avviso molto barthiana, perché ricorda l'«infinita
differenza qualitativa» tra Dio e uomo...) alla quale
Vattimo dà un significato importante, quello di «garantire
uno spazio di legittimità a esperienze religiose diverse»
43.
Del resto l'esempio più lampante dell'apertura al dialogo
e del non fondamentalismo di Barth si ha guardando alla sua vita
e in particolare agli ultimi anni, impegnato nel confronto ecumenico
con la chiesa cattolica e non solo. Dalle sue affermazioni appare
chiaramente una radicale estraneità ad ogni fondamentalismo
e autoritarismo. Si vedano in particolare le considerazioni di
Barth a proposito delle relazioni con le religioni non cristiane
(luogo per eccellenza in cui dovrebbe manifestarsi il fondamentalismo):
«Compagni di umanità non possono essere discriminati
e tanto meno perseguitati dai cristiani a causa della loro razza
o classe, né a causa della loro appartenenza a una religione
non cristiana ... Essi devono, al contrario, essere trattati
fraternamente... alla luce di Cristo, il quale è morto
per i peccati di tutti gli uomini e per la salvezza di tutti loro
... e alla luce di Dio, il Padre di tutti ... La loro religione
non cristiana, a causa della verità parziale in essa più
o meno visibile — irraggiamento dell'unica verità
che illumina tutti gli uomini ... — dev'essere valutata
e rispettata come espressione dell'anelito universale verso tale
verità ... I cristiani devono quindi ricercare anche
con costoro il dialogo ed eventualmente la collaborazione ...
Tuttavia la Chiesa deve "incessantemente" annunciare
loro Cristo come via, verità e vita, come "pienezza
di vita religiosa", in quanto in lui Dio ha riconciliato
a sé il mondo ... — e la sua croce come segno dell'amore
di Dio che tutto abbraccia» 44.
Come si può vedere non vi è proprio nulla di fondamentalistico,
ma grande apertura, in queste affermazioni. Certo, non si tratta
di una tolleranza senza criteri: Barth afferma che il dialogo
con l'altro va ricercato, «tuttavia la Chiesa deve incessantemente
annunciare loro Cristo». Per dialogare è necessario
avere consapevolezza delle proprie convinzioni, non è utile
per il dialogo l'indifferentismo religioso. Traducendo la questione
nei termini del discorso di Vattimo, è bene dunque entrare
«chenoticamente» in relazione con l'altro, tuttavia
questo non deve comportare un venir meno di se stessi e della
propria alterità e trascendenza rispetto all'interlocutore.
Non ci può essere dialogo vero se uno dei due termini abdica
alla propria identità, come invece sembra prospettare Vattimo,
secondo il quale: «Il precetto della carità non può
che ridursi quasi completamente al dare ascolto e al lasciar la
parola agli ospiti» 45...
Il dialogo per Barth invece deve sì accogliere l'altro
con rispetto e ascolto, senza tuttavia rinunciare totalmente (anche
se Vattimo usa un «quasi» che lascia aperto uno spazio
imprecisato) a se stessi: solo così ci può essere
vero confronto. Dov'è il fondamentalismo, l'autoritarismo,
la violenza che caratterizzerebbe il «cristianesimo tragico»
e la teologia dialettica? 46.
La secolarizzazione è il giusto compimento della rivelazione
cristiana? È corretto ritenere che la kenosis
di Dio porta necessariamente al superamento di Dio come assoluto
e quindi alla secolarizzazione? Se Dio in Gesù Cristo ha
scelto di incarnarsi e farsi uomo, questo significa necessariamente
che Dio non è più trascendente? In altre parole:
kenosis e trascendenza si escludono a vicenda o invece
l'una presuppone l'altra? Vattimo sembra ritenere che l'incarnazione
abolisca la trascendenza di Dio. I termini che usa sono diversi,
ma tutti in questo senso: «smentita» 47,
«messa fuori gioco» 48,
«liquidare» 49,
«superamento» 50,
«dissoluzione» 51,
«smascheramento» 52,
fino a dire che Gesù Cristo è venuto a svelare la
«nullità» del peccato 53.
Ora, è corretta questa lettura dell'incarnazione? Come
conciliarla con le parole stesse di Gesù Cristo riportate
nella Scrittura: «Non pensate che io sia venuto per abolire
la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare
compimento. In verità vi dico: finché non siano
passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota
o un segno della legge, senza che tutto sia compiuto»54?
Non abolire ma portare a compimento. Non c'è dubbio che
in Barth invece sussistono entrambe le dimensioni: la kenosis
è pensabile solo sullo sfondo ineliminabile della trascendenza
di Dio rispetto all'uomo. Non sarebbe nemmeno pensabile un autentico
abbassamento di Dio se si prescindesse dal suo essere nel contempo
trascendente: la kenosis di Dio perderebbe ogni significato
se non fosse radicata e non avesse sempre il suo riferimento nella
trascendenza. Un Dio che annulla ogni sua trascendenza rispetto
all'uomo è ancora un Dio «kenotico», o è
umano e basta? In altri termini: la trascendenza di Dio non implica
sicuramente la kenosis, ma una kenosis che vuole
veramente definirsi tale implica una trascendenza originaria che
non si può annullare. Il Barth maturo dirà chiaramente
che il messaggio più importante sta nella grazia e quindi
nel volto amichevole di Dio (come afferma Vattimo), tuttavia questo
messaggio acquista un significato straordinario proprio perché
il peccato dell'uomo c'è e Dio lo riconosce e lo condanna
come peccato, ma nonostante questo Egli ama e salva. È
innegabile che la tradizione ebraico-cristiana ha svolto e svolge
un ruolo profondamente condizionante sull'intera civiltà
occidentale. Tuttavia è corretto ridurre tutto solo a essa
ed escludere l'apporto di altri fattori? La secolarizzazione che
caratterizza innegabilmente l'Occidente è davvero il compimento
dell'incarnazione di Dio o ne è piuttosto una degenerazione?
Utilizzando un'immagine dello stesso Vattimo: se la secolarizzazione,
e con essa il pensiero debole, è la «trascrizione»
55 del testo base della
Scrittura e della dottrina cristiana della kenosis, non
può essere che in questa trascrizione sia andato perso
qualcosa, si sia cioè tramandata solo una parte del messaggio
biblico? Non può essere che nella storia del pensiero occidentale,
attraverso varie vicende (storiche, culturali, economiche, politiche)
che si sono sovrapposte al cristianesimo, si sia finito col trascrivere
qualcosa di diverso fino a corrompere il messaggio originario?
Esiste una fede in Dio che non sia «salto»?
Con la fine della razionalità moderna non ci può
più essere una netta distinzione tra ciò che è
razionale e ciò che è irrazionale, per questo la
fede rientra nella categoria dell'interpretazione che in ultima
analisi pervade tutti gli ambiti della conoscenza. La fede risulta
così depotenziata, «indebolita», non è
più quella «scommessa», quel «salto»
nell'assurdo, ma diventa qualcosa di ragionevole, non definitivamente
certo e dimostrabile, ma nemmeno assurdo e incomprensibile. La
questione però si ripropone ora per l'interpretazione:
non è proprio una caratteristica dello sforzo interpretativo
il rischio, il salto, la scelta? Vattimo stesso sembra affermarlo
in più punti. Il pensiero debole è una «rischiosa
interpretazione» della tradizione cristiana nella quale
ci troviamo 56, secondo
questa interpretazione «il pensiero non può più
considerarsi come rispecchiamento di strutture oggettive ma solo
come rischiosa interpretazione di eredità, appelli,
provenienze» 57, per
cui «il rigore del discorso post-metafisico è solo
di questo tipo, cerca la persuasività che non pretende
di valere da un punto di vista "universale" — cioè da nessun punto di vista; ma che sa di provenire e
di rivolgersi a qualcuno che è nel processo, e che dunque
non ne ha mai una visione neutrale, ma ne arrischia sempre
solo una interpretazione» 58.
Anche il compito del credente non sfugge a questo rischio, anzi
proprio perché il credente non deve essere totalmente soggetto
agli «insegnamenti ex-cathedra della gerarchia
ecclesiastica» il suo compito è carico di incertezza:
«il rapporto con la tradizione viva della comunità
dei credenti è assai più personale e rischioso,
fa parte di quel dovere complessivo di reinterpretare personalmente
il messaggio evangelico con cui si identifica il compito del credente»
59. Non si può negare
che rifiutando da un lato la metafisica, che tende a dimostrare
Dio, e dall'altro «quel cristianesimo che vuole affermare
la religione come necessaria via di scampo da una realtà
intrattabile», Vattimo apra la strada ad una fede che è
strutturalmente rischio e salto. Certo non è più
quel salto nell'assurdo e nell'irrazionale che intendevano Pascal
o Kierkegaard, sicuramente spinti dall'enfasi di contrastare il
razionalismo imperante a quei tempi, tuttavia richiede per la
sua stessa costituzione una dose di rischio e di salto verso una
scelta che non è mai privata del dubbio. Paradossalmente
Vattimo stesso definisce la fede come «scommessa rischiosa»,
come «accettazione per amicizia, amore, devozione, pietas»
60, perché è
vero che ogni interpretazione si fonda su una «fede di base»,
tramandata, storica, tuttavia proprio per questo essa «non
è oggetto di dimostrazione e verifica» ed è
quindi strutturalmente carica di incertezza. La fede è
dunque un'«interpretazione rischiosa» sebbene «ragionevole»
e non irrazionale. È comunque un «salto», non
nell'assoluto paradosso, ma comunque nel mistero, perché
c'è sempre un po' di ombra attorno a Dio, il quale permane
sempre, anche nella sua rivelazione, trascendente e altro rispetto
all'uomo.
Alla dissoluzione «kenotica» di Dio nell'uomo, che
è l'essenza della «secolarizzazione» e che
è la tesi del pensiero debole, il pensiero di Barth contrappone
un'irriducibilità di fondo, un'«infinita differenza
qualitativa» tra eternità e tempo e quand'anche l'eternità
scelga di incontrare «kenoticamente» il tempo (e questo
in Barth avviene sia nella fase dialettica sia nella maturità)
non si identifica mai totalmente con esso, non si appiattisce,
non si dissolve mai, ma mantiene sempre una sua propria ineliminabile
trascendenza. In questo senso Barth ha compiuto una nuova «purificazione
del tempio» di Dio dalle incrostazioni umanizzanti della
teologia liberale e successivamente esistenzialistica. Nell'epoca
della secolarizzazione e del pensiero debole forse il suo pensiero
ha ancora qualcosa da dire.
Note
- Riferimenti espliciti a Karl Barth si
trovano in due opere dell'ultimo Vattimo:
Credere di credere, Garzanti,
Milano 1999, in part. p. 42. (la prima
edizione di quest'opera è del 1996)
e Dopo la cristianità,
Garzanti, Milano 2002, in part. pp. 40
e 47.
- K. Barth, L'Epistola ai Romani.
Prefazione alla seconda edizione,
in Le origini della teologia dialettica,
a cura di J. Moltmann, trad. it. di M.C.Laurenzi,
Queriniana, Brescia 1977, p.145. Nell'edizione
italiana dell'Epistola il traduttore
Giovanni Miegge ha tradotto solo la prefazione
alla prima edizione.
- K. Barth, L'Epistola ai Romani,
trad. di G.Miegge, Feltrinelli, Milano,1962,
1974 2a, 1989 3a, 1993 4a, 2002 5a, p.
6. D'ora in poi segneremo i riferimenti
alle pagine di quest'opera con la sigla
ER.
- ER, 31.
- ER, 311.
- ER, 5.
- ER, 88.
- ER, 6.
- ER, 72.
- ER, 73.
- ER, 72ss.
- K. Barth, Kirchliche Dogmatik I/2,
Zollikon, 1938, p. 55ss.
- Id., L'umanità di Dio,
Claudiana, Torino 1997, p. 92. Si tratta
di una conferenza del settembre 1956.
- Ivi, p. 95.
- Id., Breve commentario all'epistola
ai Romani, Queriniana, Brescia 19902,
1982 1a, p. 59. Si tratta di un ciclo
di lezioni dell'inverno 1940/41 pubblicato
nel 1956.
- G. Vattimo, Credere di credere,
cit., p. 50ss. D'ora in avanti CdC.
- Lettera ai Filippesi 2,7.
- G. Vattimo, Dopo la cristianità,
cit., p. 28. D'ora in avanti DC.
- DC, p. 43; CdC, p. 44. La citazione
evangelica è tratta dal vangelo
di Gv 15,15.
- CdC, pp. 85ss.
- Ivi, p. 54.
- Ibid.
- Ivi, p.86; DC, pp. 41 e 47.
- CdC, p. 42.
- DC, p. 47.
- CdC, p.63 (nota).
- Ivi, p. 42 (nota); anche DC, p. 117.
- CdC, p. 104.
- Ivi, p. 40ss.
- Ivi, p. 36; Cfr. in particolare DC,
pp.75-88.
- Ivi, p. 37.
- Ivi, p. 66ss.
- Ivi, p. 55.
- DC, pp. 29-43.
- Ivi, p. 49.
- Ivi, pp. 12, 36, 38.
- CdC, p. 89.
- Ivi, p. 89.
- DC, p. 92ss.
- CdC, p. 49.
- DC, p. 46.
- Ivi, p. 119.
- Ivi, p. 105.
- K.Barth, Domande a Roma, Claudiana,
Torino 1967, p. 46. Si tratta della cronaca
del suo pellegrinaggio a Roma («peregrinatio
ad limina Apostolorum») avvenuta
tra il 22 e il 29 settembre 1966. La citazione
riportata è all'interno di una
domanda di chiarimento sulla «Dichiarazione
sulle relazioni della chiesa con le religioni
non cristiane» del Concilio Vaticano
II.
- DC, p. 106ss.
- Vi è inoltre un'ulteriore considerazione
da fare a nostro avviso a partire dalle
riflessioni di Vattimo. Egli infatti sembra
annullare ogni trascendenza, ogni residuo
non secolarizzabile, tuttavia ammette
egli stesso che la secolarizzazione deve
avere un «limite»: «la
kenosis non può pensarsi
infatti come indefinita negazione di Dio,
né giustificare qualunque interpretazione
della Sacra Scrittura» (CdC, p.
60; DC, p. 51). Il limite è il
comandamento della carità, «questo
sì non secolarizzabile» (CdC,
p. 64). La riflessione che viene spontanea
è che la trascendenza non riducibile
al «secolo», che Vattimo sembrava
escludere in partenza, riappare di nuovo
sotto nuove spoglie...
- CdC, pp. 33, 41, 54.
- Ivi, pp. 50, 91.
- Ivi, p. 27; cfr. DC, p. 42.
- Ivi, p. 42.
- Ivi, pp. 30 e 44.
- Ivi, p. 64.
- Ivi, p. 91.
- Vangelo di Mt 5,17-18; anche Vangelo di Lc 16,17.
- CdC, pp. 27, 40, 61.
- Ivi, p. 38 (corsivo nostro).
- Ivi, p. 39 (corsivo nostro).
- Ivi, p. 40 (corsivo nostro).
- Ivi, p. 89 (corsivo nostro).
- DC, p. 12.
Questo testo riprende un contributo apparso in "Filosofia
e Teologia" 2/2003, pp. 324-337.
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