Questo articolo che propongo nasce come il frutto delle riflessioni
che ha fatto scaturire in me il bel contributo di Michele Turrisi
«Credere di credere». Genesi e significato di
una conversione debole ›1.
Molto rigoroso nella ricostruzione del pensiero di Gianni Vattimo,
mi sembra che esso si presti a una duplice lettura: la prima è
quella in qualche modo suggerita dal titolo scelto da Turrisi
e da più di qualche espressione presente al suo interno.
Qui l'accento è posto sulla vicenda personale di Vattimo.
Il richiamo di alcuni episodi decisivi della sua fanciullezza,
adolescenza e giovinezza, come pure l'accento posto sul rapporto
di amore e rabbia che egli ha, o forse aveva ›2,
con la Chiesa cattolica e la sua precettistica dogmatica ed etica,
sembrano andare il questa direzione. D'altra parte Turrisi ci
suggerisce subito che «la via attraverso cui Vattimo (ri)approda
al cristianesimo è e resta essenzialmente filosofica»
›3.
Rispetto a questa considerazione, che trovo giustissima, non parrà
strano che il pensiero di Vattimo non possa essere confinato negli
angusti spazi di una interiorità che si mette in piazza,
contestando la disciplina ecclesiastica e sognando, romanticamente,
una Chiesa aperta e fraterna che nasca sulle rovine del papato.
Né il discorso di Vattimo intorno al cristianesimo si può
circoscrivere alla questione un po' qualunquistica «Vangelo
sì, Chiesa no». Se è vero infatti che Credere
di credere è un libro scritto in prima persona, nel
senso più «personale» del termine, resta altrettanto
vero che, come sostiene Turrisi, «non è la dimensione
privata, autobiografica, l'orizzonte entro cui si svolge tutto
il discorso» ›4.
Nell'articolo di Turrisi tuttavia questo orizzonte viene in qualche
modo messo tra parentesi, occupandosi direttamente della conversione
personale di Vattimo, letta naturalmente con tutti i distinguo
che vengono opportunamente messi in evidenza. Mi trovo d'accordo
con quanto sostiene Turrisi, per cui entrare nel merito di questo
aspetto sarebbe solo ripetitivo. Mi permetterò allora con
questo mio breve contributo di tentare di allargare il discorso
di Turrisi che, in virtù di una scelta metodologica legittima
e coerente, si dà i precisi confini già detti. Ritengo
infatti che il rapporto tra Vattimo e il cristianesimo possa ricevere
una ulteriore intelligibilità, che renda ragione delle
sue opzioni, nella prospettiva della filosofia della storia
›5
che Vattimo cerca di elaborare alla scuola di Nietzsche e di Heidegger:
un grande affresco della via che l'Occidente ha percorso fino
alla comprensione attuale di sé. O forse, più radicalmente,
del destino dell'essere come esso viene a dirsi nella parola filosofica
che si fa luogo della sua comprensione.
In tal senso mi pare di poter trovare un'indicazione del sintetico
percorso da proporre qui in un'espressione usata dallo stesso
Vattimo in una delle sue ultime pubblicazioni. Parla del suo cammino
di pensiero come di un itinerario filosofico-religioso-politico
›6.
Vale la pena sottolineare come i termini siano separati e uniti
da un trattino che li rende interdipendenti l'uno dall'altro.
Non si dà itinerario filosofico che non sia anche religioso
e anche politico e viceversa. Ma la sequenza dei tre termini sembra
scandire anche in successione l'itinerario speculativo di Gianni
Vattimo attorno a questi tre nuclei: una riflessione che parte
come filosofica, vira verso il religioso per concludersi sul piano
politico. Il tutto organizzato attorno a un'idea chiave, quella
di secolarizzazione: un altro nome per dire l'indebolimento dell'essere.
Articolandola secondo i tre nuclei tematici mi pare sia possibile
dare compattezza a una proposta speculativa che attualmente è
tra le più conosciute e discusse.
Dal lato della filosofia: la secolarizzazione del fondamento
Per quanto mi è dato comprendere del cammino speculativo
di Gianni Vattimo, mi pare importante riscontrare in esso un
momento che è difficile sopravvalutare. È il momento
in cui si fa chiara a Vattimo la necessità di un transito
da un'iniziale impostazione dialettica della sua posizione filosofica
a un'impostazione chiaramente ermeneutica. Non traggano in inganno
opere come Essere storia e linguaggio in Heidegger ›7 oppure Il soggetto
e la maschera ›8, su
Nietzsche. A una lettura più attenta, manifestano uno
stile di pensiero che legge Heidegger e Nietzsche, ispiratori
indiscussi del pensiero di Vattimo, con gli strumenti che vengono
da Karl Marx. Non è un caso, per esempio, che Nietzsche
venga prospettato come pensatore della liberazione ne Il soggetto
e la maschera. Sarà solo a partire da una più
matura consapevolezza degli esiti metafisici della dialettica,
che Vattimo si sposterà verso un'ermeneutica che, pensandosi
come eredità della dialettica, pure la verwindet
verso esiti più consapevolmente «deboli».
Non posso entrare qui nel dettaglio della questione ›9.
Basti dire che, a partire da Le avventure della differenza ›10, diventa chiaro per
Vattimo che la dialettica rappresenta un'ennesima riproposizione
della «metafisica». Usando la parola «metafisica»
in senso heideggeriano, mi riferisco a tutte quelle teorie che
ritengono di poter fondare qualunque sistema che sia specchio
dell'ordine delle cose, da un punto di vista non solo filosofico,
ma anche etico, religioso, scientifico, politico, economico.
Nella metafisica l'essere si impone al pensiero nella modalità
della stabile presenza di un mondo «oggettivo».
L'ordo rerum, inteso come positum, dato una
volta per tutte e per sempre, è ciò rispetto a
cui il conoscere e l'agire dell'uomo si riducono a un «retto
osservare». L'uomo osserva rettamente l'ordine del mondo
quando lo restituisce teoreticamente in proposizioni e moralmente
in azioni che rispecchiano la natura delle cose ›11.
Ma questo implica, evidentemente, che l'uomo, l'esistente concreto,
venga espropriato da se stesso: egli non può
volere autonomamente e autenticamente se stesso in un progetto
di sé «storico», poiché tutto ciò
che diviene deve corrispondere all'ordo rerum
«ideale» o «naturale» che ne costituisce
il fondamento. In ogni scelta si tratterà di nuovo di
corrispondere a ciò che «deve essere», rispetto
a cui ogni divergenza non potrà essere letta se non come
falsità e disordine. L’esistenza, quella di ogni
uomo concreto, proprio in virtù del pensiero metafisico,
trova la sua ragione nell'ordine ideale cui è rimandata,
e che ad essa si impone come dato intoccabile. E tuttavia aderire
ad un ordine dato e non scelto significa l'alienazione. Come
emanciparsi allora dalla metafisica? Senza escogitare sistemi,
quanto piuttosto portando a chiarezza quell'esperienza del mondo
in cui siamo immersi, e che ci consente di guardare alla metafisica
nella compiutezza della sua parabola storica. La riflessione
sul Ge-stell da parte di Heidegger cerca di spiegare
questo transito ad una nuova stagione dell'esperienza dell'essere
e del pensiero.
Ge-stell è il nome, di difficile traduzione
(Vattimo lo traduce con «im-posizione»), in cui
risuona l'essenza di quella che Heidegger chiama «la tecnica» ›12. A un esame più
attento, tuttavia, mi pare che ciò di cui Heidegger parli
sia proprio il sistema di produzione e consumo capitalistico ›13, al quale la tecnoscienza
serve da strumento. Cerco di spiegarmi in breve. La scienza
moderna ha consentito di accedere teoreticamente all'ente come
oggetto. L'ente che è oggetto sta in un neutro
di fronte rispetto al soggetto, che si costituisce
quale fondamento dell'oggetto poiché ne detta le condizioni
di possibilità. Il soggetto così è
misura dell'oggetto. In virtù della misurazione che lo
calcola, l'oggetto è accertato e assicurato nella sua
stabile presenza. Nel momento in cui l'ente diviene così
teoreticamente accessibile, diviene anche praticamente dominabile
attraverso la tecnica. Il valore economico di scambio rappresenta
l'ultima traduzione della misura che l'ordine ideale del soggetto
impone all'oggetto. Questa misurazione generale inserisce l'oggetto
nell'ordo rerum capitalistico-tecnico-scientifico,
la grande macchina universale in cui assume la sua posizione,
e quindi il suo senso. Il Ge-stell mostra l'ente che
ad esso appartiene nella modalità ultima che gli è
propria: il Gegen-stand (oggetto) vira verso il Be-stand
(risorsa disponibile). Ogni cosa è in quanto ha un valore
misurabile.
Nel momento in cui il pensiero pensante si fa luogo di comprensione
di quanto accade, esso scopre che (a) la metafisica del soggetto
risulta essere una specie di inversione della metafisica dell'essere
precedente alla modernità. In entrambi i casi l'essere
dell'ente viene capito come stabile presenza fondata in un mondo
vero ideale (platonico o kantiano non importa) che detta le
condizioni di possibilità del reale; (b) l'esito della
metafisica, che si compie nel Ge-stell è, per
dirla con Nietzsche, che il mondo vero finisce per diventare
favola. Ricostruendo la storia della metafisica fino al suo
esito nel Ge-stell, viene in chiaro che anche la metafisica
ha una sua storia. Ciò significa che non esiste un mondo
ideale stabile a cui si debba ricondurre il mondo del divenire
storico, poiché esiste solo il mondo storico. Anche la
metafisica viene capita grazie alla ricostruzione della sua
storia. In altre parole, il fondamento (Grund) non
esiste. Esiste invece il passato quale terreno (Boden)
o base a partire dalla quale poter comprendere perché
le cose stanno così piuttosto che altrimenti. Ogni ordine
è quindi storico e non naturale, è contingente
e non necessario, esiste di fatto e non di diritto. Il Ge-stell
porta fino alle estreme conseguenze questo processo. Ciò
significa, però, che esso rappresenta anche la possibilità
storica che è data all'esserci di portarsi oltre la metafisica,
uscendo dall'illusione di un mondo vero. Questo oltrepassamento,
ovviamente, non potrà consistere nell'offrire un ulteriore
mondo vero ideale su cui fondare ulteriormente un nuovo ordo
rerum: significherebbe ricadere nell'omologazione metafisica
in cui l'essere si offre «nelle trasformazioni indefinite
dell'equivalenza universale» ›14.
Gattopardescamente si tratterebbe di cambiare tutto per non
cambiare nulla.
Occorre allora cambiar strada e prendere sul serio quanto annunzia
Nietzsche quando proclama: «Dio è morto! Dio resta
morto!» ›15.
Occorre prendere sul serio il destino storico in cui siamo gettati,
e che consiste in una secolarizzazione del fondamento
›16.
In questo «ci» attuale, in cui essere e uomo sono
entrambi coinvolti, «risiede la possibilità che il
Ge-stell rappresenti non solo il momento finale della
metafisica, ma anche il primo passo per il suo oltrepassamento»
›17.
Si tratta del tramonto di ogni pretesa del pensiero «forte»
che si ritiene capace di attingere l'ordine definitivo del mondo,
quello vero. Tale emancipazione dal pensiero metafisico è
di due ordini: dal lato teoretico l'infondatezza di ogni fondamento
impedisce di credere ancora alla possibilità di una fondazione,
ma non di un pensiero in quanto tale. Dal lato pratico viene in
chiaro che non esiste alcun accesso privilegiato alla realtà,
che possa dare diritto a qualcuno di comandare sugli altri, in
virtù del possesso della verità ideale. Nessuno
è più legittimato a tacitare violentemente ›18
l'altro perché non agisce secondo la verità ideale.
Tramontata ogni pretesa «forte» del pensiero e dell'essere
resta la possibilità di un «pensiero debole»,
che viva consapevolmente questa debolezza non come una condanna,
ma come una chance positiva. L'indebolimento dell'essere
può essere infatti la strada per una modalità non
violenta di vita, in cui la coesistenza delle differenze —
impossibile rispetto a uno e un solo «mondo
vero» — diviene possibile. L'indebolimento appare
agli occhi di Vattimo come l'unica forma di emancipazione possibile
›19, poiché è
in grado di prendere congedo dall'orizzonte del pensiero metafisico,
senza rinnegarlo come proprio passato ›20,
mantenendo verso di esso un atteggiamento di pietas.
Dal lato della religione: la secolarizzazione del Cristianesimo
«Dove andiamo a finire? Andiamo verso la secolarizzazione,
che si può anche chiamare nichilismo, cioè
l'idea che l'essere oggettivo si è pian piano consumato» ›21. La secolarizzazione
del fondamento, che segna il transito dalla modernità
alla post-modernità non rappresenta tuttavia che l'ultimo
momento di un processo di secolarizzazione che ha radici più
lontane. Esso infatti, secondo l'analisi weberiana fatta propria
da Vattimo, diviene possibile in virtù di condizioni
storiche di comprensione che derivano dall'eredità ebraica
e cristiana, in cui l'Occidente si trova gettato. Mi spiego
meglio: il disincanto del mondo, reso possibile dal monoteismo
ebraico che rompe con ogni numinosità magica o animistica
del mondo, è la condizione per lo svilupparsi di una
concezione della natura intesa come meccanismo unitario, capace
di funzionare secondo leggi semplici, e dunque disponibile al
calcolo e alla previsione. Il disincanto del mondo è
anche la condizione per pensare l'uomo come capace di intervento
su di un mondo che viene messo in suo potere, una volta sgombrato
da ogni presenza sacra. Questo, a sua volta, apre lo spazio
per una prassi che si dirige sempre di più verso l'aldiquà
storico piuttosto che verso l'aldilà eterno. Si creano
così le condizioni per una razionalità della storia
il cui senso emancipativo da ogni tutela sacrale diviene manifesto
nelle tendenze che mostra il processo storico stesso, inteso
modernamente come progresso. Proprio l'enfasi sulla capacità
di azione dell'uomo, inteso ormai come soggetto, su
una natura non più sacralmente intoccabile, intesa ormai
come oggetto, dentro un progresso emancipativo in cui
egli appare protagonista, apre possibilità nuove di comprensione.
Queste sono frutto della secolarizzazione moderna del cristianesimo,
intesa non già come liquidazione dei contenuti della
rivelazione cristiana, bensì come loro interpretazione
laica ›22. Detto altrimenti:
se la Verwindung che secolarizza la modernità
metafisica è il nichilismo ermeneutico, la Verwindung
che secolarizza il cristianesimo è la modernità
laica, e la Verwindung che secolarizza il sacro naturale
è il cristianesimo. L'Occidente è l'inanellamento
di una storia di secolarizzazioni, che altro non è se
non la storia dell'indebolimento dell'essere nelle sue strutture
forti. Viene così a manifestarsi «il nesso tra
storia della rivelazione cristiana e storia del nichilismo»
›23, che permette di legittimare
la teoria dell’indebolimento dell’essere quale «trascrizione
della dottrina cristiana dell’incarnazione del figlio
di Dio» ›24.
Il nichilismo ermeneutico non sarebbe dunque un allontanamento
dal cristianesimo ma proprio l’«inveramento»
secolarizzato di esso, se il Cristianesimo come pensa Vattimo
dev'essere essenzialmente interpretato secondo la categoria della
kénosis del Verbo divino ›25.
Proprio la kénosis costituisce il tratto antimetafisico
del cristianesimo, in quanto in essa si annuncia l'annichilamento
di Dio, la dissoluzione dei tratti «naturali» della
sacralità divina. Tale dissoluzione si traduce in una immanentizzazione
storica di Dio, che, perdendo la sua trascendenza, viene a coincidere
con la storia dello spirito o dell'essere. Per questo Gianni Vattimo,
quando prega, non prega «qualcuno», ma, come dice
in una recente intervista, «è come se ripassassi
le mie basi esistenziali. Quando prego, più che rivolgermi
a una persona di cui non so granché, è come se mi
ripassassi i miei doveri» ›26.
Il cristianesimo non è importante quindi da un punto di
vista di prassi della fede, per Vattimo, anche se su questo ha
qualche aspetto contraddittorio ›27,
quanto da un punto di vista di fondazione ermeneutica: «non
possiamo dirci se non parlando da cristiani, perché non
riusciamo a formularci, cioè non riusciamo ad articolare
un discorso dentro la nostra cultura se non accettando certe premesse»
›28. Queste premesse
non sono premesse logiche di carattere formale, ma premesse storiche
di carattere materiale, sono la nostra provenienza storica, cioè
il cristianesimo, appunto. Situati in questo tempo e in questo
luogo storico, non possiamo non dirci cristiani, per dirla con
Croce, poiché siamo collocati nella storia degli effetti
del cristianesimo, il quale trova il suo esito secolarizzato nel
«pensiero moderno-liberal-socialista-democratico»
›29.
Dal lato etico-politico: secolarizzazione come democrazia
Tale esito politico si giustifica alla luce di ciò che
resta del cristianesimo, dopo la sua decostruzione metafisica.
Ciò che resta è la caritas, principio indecostruibile
su cui si regge la stessa ermeneutica. Se infatti nessuno ha un
accesso privilegiato all'ordo rerum, quello «vero»,
allora per raggiungere una possibile verità condivisa devo
mettermi in ascolto dell'altro. «Ecco un modo per riassumere
questo pensiero: «Non ci mettiamo d'accordo quando abbiamo
scoperto la verità, diciamo di aver scoperto la verità
quando ci siamo messi d'accordo». Che poi vuol anche dire:
al posto della verità entra la carità» ›30.
E non può essere altrimenti, poiché ognuno si rapporta
alla realtà sempre assumendo «una posizione definita,
de-finita, cioè un punto di vista che limita ma
anche aiuta in modo decisivo il nostro incontro con il mondo»
›31. In virtù
di questa prospettiva che ciascuno assume, «non c'è
esperienza di verità che non sia interpretativa; io non
conosco niente se non mi interessa, ma se mi interessa è
evidente che non lo guardo in modo disinteressato» ›32,
cioè «oggettivo». Dare cittadinanza ai diversi
punti di vista senza tacitazione violenta dell'altro è
l'esito etico-politico dell'ermeneutica, declinata come democrazia.
Da un punto di vista politico, ermeneutica significherà
pertanto «una società non autoritaria, che cerca
di fondare ogni "certezza" pratica sul consenso informato
e sul dibattito pubblico... Si tratta di ri-fondare, nei limiti
e con i mezzi a disposizione, e in modi da non contraddire allo
scopo finale, tutte le regole della vita collettiva sul principio
della negoziazione e del consenso» ›33.
In tal senso «la fine della metafisica, in politica, ha
... il suo autentico parallelo nell'affermarsi della democrazia»
›34. Ho cercato altrove
di analizzare più compiutamente il carattere procedurale
della visione democratica di Vattimo ›35
e, pertanto, non insisterò più oltre. Richiamo solo
il fatto che la difesa di una democrazia procedurale, si sposa
con una posizione minimalista riguardo ai contenuti concreti,
perché si baserà sul diritto-dovere di progettarsi
›36 degli esseri umani,
posizione che non vuole stabilire a priori — cioè
in base a un ordine ideale presupposto — ciò che
è umano e ciò che non lo è. Tale progettualità,
ovviamente, non si gioca solipsisticamente, ma sempre nel dialogo
che noi stessi siamo, e, dunque, con gli altri, cioè politicamente.
L’obiettivo basilare di una politica secolarizzata, cioè
laica, è quello di «progettare le condizioni perché
nascano i progetti» ›37.
Consentendo a ciascuno di progettarsi, esercitando al meglio la
propria libertà, una tale politica punta evidentemente
su di una cittadinanza effettiva e sul miglioramento della qualità
della vita di ciascuno secondo un'uguaglianza nei fatti ›38,
e non solo nelle dichiarazioni di principio. In tal senso la dimensione
escatologica del cristianesimo viene ripresa. Dio può essere
«la possibilità buona dell'uomo» ›39,
certo non nel senso dogmatico tradizionale. In un senso secolarizzato
l'escatologia cristiana si traduce nella progettualità
umana che si orienta verso qualcosa che non si identifica semplicemente
con l'esistente. Come il possibile non è l'effettivamente
esistente, così interpretare non significa semplicemente
descrivere ciò che è, lasciandolo così com'è.
Rileggendo il presente come esito di una storia di effetti, esso
assume un senso, ma un senso che non si esaurisce in «ciò
che è». Ricostruendone la storia, si può attingere
nel tramandato anche «ciò che può essere»,
ciò che attende ancora di avvenire come futuro di questa
storia. Politicamente parlando, ciò che invoca il possibile
come avvenire di questa storia «è la voce dei poveri
che devono conquistarsi la salvezza» ›40.
È la voce dei vinti che hanno dovuto piegarsi all'ordine
voluto dai dominatori di turno, quelli che hanno scritto la storia
dell'esistente, non la storia ancora possibile. In tal senso si
capisce perché Vattimo sostenga che il «pensiero
debole è pensiero dei deboli» ›41.
In una terminologia datata si parlerebbe forse di lotta di classe.
Comunque si tratta di una lotta contro ogni potere che, pretendendo
di possedere la verità ideale — anche quella del
mercato — impone agli altri il proprio dominio. Una autentica
democrazia partecipata, in tal senso, resta ancora un obiettivo
da raggiungere. E se essa veniva inizialmente individuata da Vattimo
nell'Europa, mi pare che ultimamente, dalle varie interviste rilasciate,
debba essere individuata in alcune esperienze dell'America latina,
come quella del Brasile di Lula.
Una conclusione critica
Da quanto fin qui detto sembra sufficientemente chiaro che
il ritorno di Vattimo al cristianesimo ha ragioni di carattere
filosofico, come sostiene Turrisi, poiché «l’ermeneutica,
come teoria filosofica, prova la propria validità
solo riferendosi a un processo storico, del quale propone una
ricostruzione che mostra come la "scelta" per l’ermeneutica — di contro, per esempio, al positivismo — sia preferibile,
o più giustificata» ›42,
con tutto quello che ne consegue. Nella ricostruzione storica
della secolarizzazione se ne mostra l'esito odierno e le possibilità
che da qui vengono fuori. Questa operazione giustifica sia la
lettura indebolita del cristianesimo, sia le irrisolte contraddizioni
tra esperienza vissuta e pensiero ›43,
presenti nella «conversione» di Vattimo. Ma giustifica
anche, da parte mia perlomeno, una aperta critica alle posizioni
di Gianni Vattimo, e al suo cristianesimo «ridotto»,
che — per dirla con uno slogan — si muove tra pietas
verso il passato, caritas verso il presente, e promesse
de bonheur verso il futuro. Non credo che il cristianesimo,
per trovare ancora cittadinanza, debba rinunciare a quanto lo
costituisce. Un cristianesimo «ridotto» alla fin
fine è talmente annacquato da non interessare a nessuno,
poiché arriva a coincidere con una religione civile che
si appiattisce sull'immanente ›44.
Il cristianesimo senza trascendenza di Vattimo, come osserva
Carmelo Dotolo, giunge ad assolutizzare il finito, idolatrandolo.
E, in effetti, la comprensione della storia dell'Occidente come
secolarizzazione o indebolimento dell'essere sembra un ennesimo
metaracconto di stile hegeliano in cui tutti i conti,
alla fine, tornano. Sembrerebbe anzi la versione indebolita
del metaracconto speculativo e del metaracconto emancipativo
insieme, della cui fine ci ha parlato Lyotard ›45.
Mi pongo cioè una domanda: le posizioni moderatamente
hegeliane di Gianni Vattimo riguardo la filosofia della storia
non si espongono al rischio di un'ennesima totalizzazione? ›46
Ciò che qui ritengo di aggiungere, da cattolico e da
prete, è che il cristianesimo sta sicuramente vivendo
una profonda crisi di credibilità nel mondo occidentale ›47. Ma non sarà
un suo indebolimento a restituirgli forza. Ancora con Carmelo
Dotolo si può sostenere che «stiamo vivendo un
mutamento d'epoca, più che un'epoca dei mutamenti
... con la conseguente necessità di avviare un ripensamento,
una ri-scrittura della novità della proposta cristiana» ›48, poiché è
proprio l'identità cristiana in quanto tale a vivere,
dagli anni successivi al Vaticano II, una crisi profonda. La
proposta di Dotolo per un cristianesimo secolare si
colloca a questo livello decisamente impegnativo e, chiedendosi
se il cristianesimo abbia «ancora un contributo serio
e una funzione culturale da offrire al cammino della storia» ›49, tenta proprio di ri-dire
la novità della proposta cristiana a partire dal contesto
della contemporaneità culturale, nella quale l'uomo concretamente
e storicamente oggi vive. Egli è consapevole del fatto
che, senza una corrispondenza all'attualità della storia
e della cultura, il cristianesimo rischia un ripiegamento asfittico
su se stesso, nella ripetizione di canoni, linguaggi e codici
tradizionali, che hanno già ampiamente dimostrato di
non essere all'altezza del compito storico che oggi viene assegnato
alla fede cristiana. Questo non vuol dire «ridurre»
il cristianesimo, quanto piuttosto riattingere la linfa più
viva dalle proprie radici cristiche. Non ciò che il cristianesimo
è o è stato, ma quello che può e ha da
essere rimane importante, ponendosi all'altezza della vocazione
storica che l'oggi gli chiede di assumere.
Note
- M. Turrisi, «Credere di credere. Genesi e significato
di una conversione debole, in "Giornale di filosofia
della religione" online.
- Dico «aveva» perché
mi pare che, dal 1996 — anno di
pubblicazione di Credere di credere — ad oggi, l'atteggiamento di
Gianni Vattimo sia diventato sempre
più consapevole della distanza
che lo separa da una fede cattolica
ufficiale in cui non si riconosce più.
- M. Turrisi, «Credere di
credere», cit.
- Ivi.
- Ripetutamente Vattimo ha insistito
su questo punto. Ultimamente, per esempio
in Ecce comu. Come si ri-diventa
ciò che si era, Fazi, Roma
2007, p. 40, ha affermato: «Il
pensiero debole si è poi evoluto, o involuto, per me in una filosofia
della storia ... Sviluppando una certa
lettura di Heidegger e Nietzsche, e
di René Girard, ho pensato (ma
abbastanza presto, ancora negli anni
Ottanta) che indebolimento dovesse significare
anche un filo conduttore emancipativo
nella storia dell'essere: l'Occidente
come terra del tramonto della perentorietà
delle pretese 'leggi naturali', come
luogo in cui si afferma l'eredità
cristiana del Dio debole, che si incarna,
non più signore ma fratello ecc.».
- G. Vattimo, Ecce comu, cit., p. 93.
- Id., Essere, storia e linguaggio
in Heidegger (1963), Marietti,
Genova 1989.
- In Id., Il soggetto e la maschera.
Nietzsche e il problema della liberazione,
Bompiani, Milano 1974.
- Per la quale mi permetto di rinviare
a G. Giorgio, Il pensiero di Gianni
Vattimo. L'emancipazione dalla metafisica
tra dialettica ed ermeneutica,
Franco Angeli, Milano 2006.
- G. Vattimo, Le avventure della
differenza, Milano, Garzanti 1980.
- Ancora recentemente Vattimo scrive:
«Il termine metafisica è
qui letto nell'accezione che vi ha dato
Martin Heidegger: la convinzione che
'ci sia' un fondamento dell'essere a
cui la ragione deve poter arrivare e,
una volta raggiuntolo, trarne anche
le norme etiche a cui conformarsi nella
vita individuale e collettiva. Questo
fondamento ultimo ... viene ancora
sempre invocato da tutti coloro che
pretendono di imporre una loro visione
del mondo e dei doveri», G. Vattimo,
La vita dell'altro. Bioetica senza
metafisica, Marco, Lungro di Cosenza,
2006, p. V.
- Mi riferisco a M. Heidegger, La
questione della tecnica, in Saggi
e discorsi (1954), a cura di G.
Vattimo, Mursia, Milano 1976-1985, pp.
5-27. Per la traduzione di Ge-stell,
cfr, nota 1, p. 14.
- Mi preme qui ricordare che la riflessione di Heidegger sul tema della tecnica
non fu un'incursione isolata, come emerge
in R. Safranski, Heidegger e il
suo tempo. Una biografia filosofica
(1994), Longanesi, Milano 1996, pp.
474-478. Di più, bisogna aggiungere
riguardo a Vattimo la sovrapponibilità
fra il pensiero di Heidegger in merito
e il pensiero della Scuola di Francoforte,
in particolare di Adorno. Uno studio
particolarmente utile in tal senso è
stato per me quello di A. Honneth, Critica
del potere. La teoria della società
in Adorno, Foucault e Habermas
(1989), Dedalo, Bari 2002.
- G. Vattimo, La fine della modernità,
Garzanti, Milano 1985, p. 30.
- Si tratta dell'affermazione contenuta
nel famosissimo brano n. 125 de La
gaia scienza, in F. Nietzsche,
La gaia scienza e Idilli di Messina,
Nota introduttiva di G. Colli, Versione
di F. Masini, Adelphi, Milano 1965 e
1977, 1992 (8a ed.), p. 163.
- Un articolo sul tema, poco frequentato
dalla letteratura, ma breve e molto
chiaro è: G. Vattimo, Il
fondamento secolarizzato, in P.
Ceravolo (a cura di), Il problema
del fondamento e la filosofia italiana
del Novecento, Centro per la filosofia
italiana, Roma 1992, pp. 55-61.
- G. Vattimo, Metaphysics and Violence,
in S. Zabala (ed.), Weakening Philosophy.
Essays in Honour of Gianni Vattimo,
Mc Gill-Queen's Universitu Press, Montreal
& Kingston — London -Ithaca 2007,
pp. 400-421, p. 415. Per maggiori dettagli
sul legame tra Ge-stell e fondazione
ermeneutica del pensiero nel congedo
dalla metafisica, mi permetto di rinviare
a G. Giorgio¸ Il pensiero
di Gianni Vattimo, cit., cap. VII.
- Il raccordo tra
metafisica e violenza è quasi
ossessivo in Vattimo. Si vedano per
tutti G. Vattimo, Metafisica, Violenza,
secolarizzazione, in G. Vattimo
(a cura di), Filosofia '86,
Laterza, Roma-Bari 1987, pp. 71-94 e
il recente G. Vattimo, Metaphysics
and Violence, cit.
- «Da un lato la dialettica, che
prometteva la trasformazione ancora
intrisa di autoritarismo, dall'altro
la filosofia della differenza, che in
fondo vagheggiava un'origine a cui non
si arrivava mai ...: il pensiero debole
significava pensare l'essere come dissoluzione,
dissolvimento, disfacimento»,
L. Savarino e F. Vercellone (a cura
di), Gianni Vattimo. La filosofia
come ontologia dell'attualità.
Intervista biografico-teorica,
«Iride» XIX (2006), 49,
pp. 467-495, p. 482.
- Sta tutta qui la differenza tra Überwindung
e Verwindung della metafisica.
Nel primo caso si tratta di un superamento
che lascia il passato dietro le proprie
spalle dimenticandolo. Nel secondo caso
si tratta di un oltrepassamento che
assume il passato come propria memoria.
- G. Vattimo, Addio alla verità,
Meltemi, Roma 2009, p. 81.
- Per maggiori dettagli mi permetto
di rimandare a G. Giorgio, Pensare
l'incarnazione, in G. Vattimo e
C. Dotolo, Dio: la possibilità
buona. Un colloquio sulla soglia tra
filosofia e teologia, a cura di
G. Giorgio, Rubbettino, Soveria Mannelli
2009, pp. VII-XXIII.
- G. Vattimo, Credere di credere,
Garzanti, Milano 1996, p. 32.
- Ivi, p. 27.
- Il riferimento obbligato è
l’inno della Lettera ai Filippesi,
2, 6-11.
- G. Vattimo — C. Dotolo, Dio: la
possibilità buona, cit.,
p. 27.
- Vedi la questione escatologica che
commuove Vattimo quando si toccano le
persone a lui più care: per es.
in G. Vattimo con P. Paterlini, Non
essere Dio, un'autobiografia a quattro
mani, Aliberti, Reggio Emilia,
pp. 13-15, capitolo dal titolo Novissimi.
- G. Vattimo, Addio alla verità,
cit., p. 80.
- G. Vattimo con P. Paterlini, Non
essere Dio, cit., p. 182.
- Addio alla verità,
cit., p. 84.
- Ivi, p. 73.
- Ibid.
- G. Vattimo, Le ragioni etico-politiche
dell'ermeneutica, in E. Ambrosi
(a cura di), Il bello del relativismo.
Quel che resta della filosofia nel XXI
secolo, Marsilio, Venezia 2005,
pp. 80-84, p. 82.
- Id., Nichilismo ed emancipazione.
Etica, politica, diritto, Garzanti,
Milano, p. 89.
- G. Giorgio, La
portata politica del 'pensiero debole'
di Gianni Vattimo, in "trópos"
II (2009) 1, pp. 113-125.
- Vattimo lo chiama «valore direttivo»,
G. Vattimo, Nichilismo ed emancipazione,
cit., p. 111.
- G. Vattimo, Nichilismo ed emancipazione,
cit., p. 109.
- «Tornare al marxismo dopo l'esperienza
della sua imperfetta (eufemismo) realizzazione
nell'Unione Sovietica si può
e si deve, facendo tesoro di quella
esperienza ... per riconoscere nei
fatti che un progetto di emancipazione
umana può fondarsi solo sulla
ricerca dell'uguaglianza, e di una cultura
politica che corregga le disuguaglianze
'naturali'», G. Vattimo, Ecce
comu, cit., p. 37. Spesso Vattimo
si è spinto anche nel dare indicazioni
operative, o nel prendere chiare posizioni
in questa o quella questioni nelle innumerevoli
interviste rilasciate.
- G. Vattimo — C. Dotolo, Dio: la
possibilità buona, cit.,
p. 20.
- Ibid.
- Ivi, p. 66.
- G. Vattimo, Ricostruzione della
razionalità, in G. Vattimo
(a cura di), Filosofia '91,
Laterza, Roma-Bari 1992, pp. 89-103,
p. 99.
- Cfr. G. Vattimo — C. Dotolo, Dio: la possibilità buona, cit.,
pp. 27ss.
- Per maggiori dettagli rimando a G.
Giorgio, Pensare l'incarnazione,
cit.
- J.F. Lyotard, La condizione postmoderna
(1979), Feltrinelli, Milano 1981.
- Ho cercato di mostrare questa problematica
più in dettaglio in G. Giorgio,
Il pensiero di Gianni Vattimo,
cit., cap. X.
- Si pensi solo alle questioni di pedofilia
per il cattolicesimo e al fondamentalismo
protestante negli Stati Uniti.
- C. Dotolo, Un cristianesimo possibile.
Tra postmodernità e ricerca religiosa
(Giornale di Teologia, 324), Queriniana,
Brescia 2007, p. 6. Si veda anche Id.,
Una fede diversa. Alla riscoperta
del Vangelo, Messaggero, Padova
2009, nonché La teologia
fondamentale davanti alle sfide del
«pensiero debole» di G.
Vattimo, Presentazione di Mons.
R. Fisichella, LAS, Roma 1999.
- Id., Un cristianesimo possibile,
cit., p. 371.
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