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dibattito
Risposta a Michele Turrisi
di Piero Stefani

Ho letto l'articolo intitolato Se la fede diviene presunzione di superiorità morale. I suoi nuclei tematici sono nevralgici e meritevoli di attenzione. Mi permetta però l'Autore di limitarmi a un giudizio schematico. Il contributo si impernia su due punti: uno generale, l'altro esemplificativo. Il  primo è il rapporto fede-etica. Su ciò sono ovviamente d'accordo con la posizione che viene espressa. Anzi, direi che, in senso stretto, l'etica non può essere che "laica". L'eticizzazione della fede è una tendenza moderna che ha trovato nel XX secolo vigorose controrisposte (tra cui anche quella del "nostro" Quinzio) quanto tardive, e spesso pretestuose, riproposizioni. Se confrontate con l'attuale retorica di valori "non negoziabili", la teologia liberale giganteggia. In questo senso la figura del grande Schweitzer, da Turrisi evocata, è paradigmatica quanto ambivalente. Un conto è infatti sostenere che l'etica è laica e che, pertanto, il significato della prassi di fede è sull'altro fronte racchiuso tutto nell'obbedienza (sì, di nuovo Abramo); altro è affermare che la "essenza del cristianesimo" stia nella morale; in quest'ultimo caso si può infatti giungere a dichiarare che l'etica può sussistere anche senza fede in un modo molto diverso da quello che avviene quando si distingue tra laicità dell'etica e "salto nella fede". In questo senso mi pare che le polarità evidenziate dal pensiero protestante dei primi del '900 ("teologia liberale" e "teologia dialettica") rimangano esemplari al di là del contesto storico che le ha prodotte.

Il secondo punto è il caso specifico dei racconti di Abramo. In prospettiva esegetica è palese che le preoccupazioni apologetiche eticizzanti dei commentatori sono anacronistiche proprio nel voler mettere in campo giustificazioni morali o in re o legate alla "pedagogia divina" o alle circostanze storiche di "allora" (nessuno legge più Manzoni e quindi il magistero della sua Storia della colonna infame resta disatteso). A essere anacronistico è infatti il confronto stesso tra i racconti patriarcali e l'etica (in qualunque modo la si giri); in questo senso il rischio lo si corre anche quando si denuncia senza remore l'immoralità di Abramo. Rendere Abimelech "campione" di una moralità extra israelitica non corrisponde al senso proprio del testo (mentre è legittimo usarlo in chiave retorica). Il comportamento del re deriva da un sogno in cui Dio gli parla, qui c'è molto di "sacrale" e assai poco di etico. In relazione a Abramo il Dio dei patriarchi giunge, nonostante tutto, alle "genti". Lo stesso, in modo piuttosto diverso (i due episodi hanno somiglianze ma non sono, in senso stretto, dei semplici doppioni), avviene per il faraone colpito da calamità a opera di Dio malgrado la sua "buona fede". In definitiva, se si volesse stringere il tutto in una sentenza consapevolmente parziale, si potrebbe affermare: chi tocca Abramo, o quanto è suo, tocca Dio e entra perciò, suo malgrado, nelle ambivalenze del sacro.

Chiudo con un piccolo aneddoto. Un paio di anni fa il pastore Daniele Garrone [ordinario di Antico Testamento presso la Facoltà Valdese di Teologia di Roma — ndr] tenne, durante un campo estivo, delle conversazioni sulle storie di Abramo. Esse erano, va da sé, conformi alla più aggiornata ricerca biblica di cui Garrone è, in proprio, protagonista. Affrontò anche i nostri due episodi. Alla fine della settimana nella serata conclusiva, i partecipanti si impegnarono nel produrre delle scenette bibliche. Ci riuscirono con una certa verve. Una di esse riguardava proprio Abramo, Sara e il faraone. Meritò la piena approvazione dell'esegeta. Ebbene, mi pare che quella fosse una destinazione ermeneutica conveniente e convincente di come confrontarci oggi con quelle antiche storie patriarcali.

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