Ho letto l'articolo intitolato Se
la fede diviene presunzione di superiorità morale.
I suoi nuclei tematici sono nevralgici e meritevoli di attenzione.
Mi permetta però l'Autore di limitarmi a un giudizio schematico.
Il contributo si impernia su due punti: uno generale, l'altro
esemplificativo. Il primo è il rapporto fede-etica.
Su ciò sono ovviamente d'accordo con la posizione che viene
espressa. Anzi, direi che, in senso stretto, l'etica non può
essere che "laica". L'eticizzazione della fede
è una tendenza moderna che ha trovato nel XX secolo
vigorose controrisposte (tra cui anche quella del "nostro"
Quinzio) quanto tardive, e spesso pretestuose, riproposizioni.
Se confrontate con l'attuale retorica di valori "non negoziabili",
la teologia liberale giganteggia. In questo senso la figura del
grande Schweitzer, da Turrisi evocata, è paradigmatica
quanto ambivalente. Un conto è infatti sostenere che l'etica
è laica e che, pertanto, il significato della prassi di
fede è sull'altro fronte racchiuso tutto nell'obbedienza
(sì, di nuovo Abramo); altro è affermare che
la "essenza del cristianesimo" stia nella morale; in
quest'ultimo caso si può infatti giungere a dichiarare
che l'etica può sussistere anche senza fede in un modo
molto diverso da quello che avviene quando si distingue tra laicità
dell'etica e "salto nella fede". In questo senso mi
pare che le polarità evidenziate dal pensiero protestante
dei primi del '900 ("teologia liberale" e "teologia
dialettica") rimangano esemplari al di là del contesto
storico che le ha prodotte.
Il secondo punto è il caso specifico dei racconti di Abramo.
In prospettiva esegetica è palese che le preoccupazioni
apologetiche eticizzanti dei commentatori sono anacronistiche
proprio nel voler mettere in campo giustificazioni morali o in re o
legate alla "pedagogia divina" o alle circostanze storiche
di "allora" (nessuno legge più Manzoni e quindi
il magistero della sua Storia della colonna infame resta
disatteso). A essere anacronistico è infatti il confronto
stesso tra i racconti patriarcali e l'etica (in qualunque modo
la si giri); in questo senso il rischio lo si corre anche quando
si denuncia senza remore l'immoralità di Abramo. Rendere
Abimelech "campione" di una moralità extra israelitica
non corrisponde al senso proprio del testo (mentre è legittimo
usarlo in chiave retorica). Il comportamento del re deriva
da un sogno in cui Dio gli parla, qui c'è molto di "sacrale"
e assai poco di etico. In relazione a Abramo il Dio dei patriarchi
giunge, nonostante tutto, alle "genti". Lo stesso, in
modo piuttosto diverso (i due episodi hanno somiglianze ma non
sono, in senso stretto, dei semplici doppioni), avviene per il
faraone colpito da calamità a opera di Dio malgrado la
sua "buona fede". In definitiva, se si volesse stringere
il tutto in una sentenza consapevolmente parziale, si potrebbe
affermare: chi tocca Abramo, o quanto è suo, tocca Dio
e entra perciò, suo malgrado, nelle ambivalenze del sacro.
Chiudo con un piccolo aneddoto. Un paio di anni fa il pastore
Daniele Garrone [ordinario di Antico Testamento presso la Facoltà
Valdese di Teologia di Roma — ndr] tenne, durante
un campo estivo, delle conversazioni sulle storie di Abramo. Esse
erano, va da sé, conformi alla più aggiornata ricerca
biblica di cui Garrone è, in proprio, protagonista. Affrontò
anche i nostri due episodi. Alla fine della settimana nella serata
conclusiva, i partecipanti si impegnarono nel produrre delle scenette
bibliche. Ci riuscirono con una certa verve. Una di esse
riguardava proprio Abramo, Sara e il faraone. Meritò la
piena approvazione dell'esegeta. Ebbene, mi pare che quella fosse una
destinazione ermeneutica conveniente e convincente di come confrontarci
oggi con quelle antiche storie patriarcali.
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