La vanagloria del credente di qualsivoglia confessione o del
laicista presuntuoso convinto di essere migliore degli altri.
L’argomento che Michele Turrisi affronta nel contributo
intitolato Se
la fede diviene presunzione di superiorità morale pubblicato
su queste pagine è di grande attualità. Nel mondo
cristiano solo alcune confessioni protestanti (inclusi alcuni
rari teologi di talune chiese storiche della Riforma) e qualche
personalità cattolica (come per esempio il cardinal Martini
o il teologo svizzero Hans Küng) difendono ormai il relativismo
dall'intolleranza incombente. L’attuale pontefice infatti
non è d’accordo: ha pensato che la miglior difesa
della sua Chiesa fosse la proclamazione di una "crociata
antirelativista", in nome della verità unica. Quella
proclamata dal Sommo Pontefice stesso, unico rappresentante di Dio in terra.
Sto leggendo la traduzione di un lavoro del Dürr ›1
sulle ultime conclusioni della scienza in relazione alla teoria
quantistica e alla sistemazione dell'universo. Il saggio comprende
pagine molto interessanti su scienza e religioni, che sostengono
l’importanza di un reciproco accoglimento da parte di tutte
le attuali forme di religiosità. Scienza e religioni, anziché
scomunicarsi a vicenda, dovrebbero cercare insieme di ricostruire
i caratteri del nostro universo. Non esiste più un'unica
verità, infatti, ma le tante verità che l’uomo
nel suo cammino incontra e deve sistemare nel grande oceano della
sconfinata sapienza di Dio. La logica del sì/no
è superata da quella del sì/sì,
della globale ammissione di tutte le ipotesi. Senza esclusioni.
Siamo uomini — ormai — solo quando riusciamo a vederci
gli uni accanto agli altri nella ricerca di ciò che sta
oltre, al di là della nostra visione immediata.
È chiaro che una visione universalistica di questo tipo
può indurre anche all’ateismo: il Dürr sostiene
invece che essa porta verso la conoscenza di quel Dio che tutti
ricerchiamo. I seekers, i diggers, i pensatori
del tesoro nascosto nella vita spirituale di ogni uomo, nei secoli
d’oro del pensiero religioso e laicista (1500, 1600 e oltre),
sono gli antesignani di questa apertura della ricerca religiosa
verso la tolleranza, pur con tutti i limiti del loro tempo. Mi
limito a citare l’inglese George Fox (1624-1691), fondatore
del movimento dei Quaccheri. È interessante la sua polemica
contro le pretese degli ecclesiastici del suo tempo e la sua insistenza
sull’importanza dello Spirito Santo nella vita dell’uomo.
Io mi vado sempre più convincendo che il credente, prima
ancora di cercare certezze, deve prendere le mosse dal convincimento
che tutto nel nostro mondo è provvisorio; e che le certezze
appaiono e scompaiono per poi sedimentarsi al di là delle
nostre scelte, come isole che si innalzano all’improvviso
nell’oceano della ricerca umana. E tutto si basa sulla collaborazione
attiva dell'uomo con l'uomo, senza arroganti imposizioni e pretese
di superiorità. Vogliamo ricorrere — come consiglia
il Dürr — alla metafora, come unica maniera di esprimere
ciò che spesso sfugge alla nostra comprensione? Noi ci
troviamo ai piedi di una enorme montagna sulla cui cima risplende
un ghiacciaio poliedrico. Si può scalare quel monte partendo
da punti diversi: chi sale da ovest, vedrà la faccia occidentale
del poliedro; diversa sarà la visione da est o da sud o
da nord o dagli altri punti di vista. Il poliedro apparirà
a ciascuno con le sfaccettature proprie del suo angolo visuale.
Anziché sforzarsi di dimostrare che il nostro punto di
vista è l'unico possibile e veritiero e tutti gli altri
sono errati, sarebbe bene procedere a un raffronto delle diverse
visioni, per integrarle e considerarle tutte compossibili
in attesa dell'ultima rivelazione alla fine dei tempi (o, per
ciascun mortale, alla fine dei propri giorni sulla terra). Di
fronte a un fratello credente in modo diverso rispetto
al credo che abbiamo abbracciato, non soltanto deve esistere
la tolleranza (che è il minimo richiesto per la convivenza)
ma soprattutto la curiosità — benevola e forte — nei confronti del suo atteggiamento spirituale, per rilevarne
non soltanto i limiti (che dovremmo ricercare soprattutto nelle
nostre convinzioni) ma gli aspetti più autentici
di collaborazione e d’intesa.
Tutto questo come premessa agli intendimenti laicisti (inclusi
credenti a qualsivoglia confessione religiosa e non credenti,
agnostici o atei) sui quali mi baso. Ma de hoc, satis!
Veniamo ora al momento in cui il patriarca Abramo incontra altre
culture così come è proposto nell'ampio excursus
dell'amico Turrisi intorno ai fatti narrati in Gn 12,10-19
e 20,1-16 (probabilmente, due versioni dello stesso fatto). Mi
pare di poter pienamente concordare con la ricostruzione delle
ipotesi — giustificative e non — della posizione di
Abramo e con la conclusione che «non è corretto valutare
il passato sulla base degli attuali parametri etici», formulate
da Turrisi. Vorrei qui insistere sulla domanda che lui pone a
conclusione del suo ragionamento: «In base a quali elementi
il patriarca pensa sistematicamente male dei diversi che incontra
sul suo cammino?» e sulla sua categorica risposta: «Egli
non ha elementi. Del resto, mica ne occorrono a chi si affida
al pregiudizio! Il pregiudizio ostacola l'ascolto, l'apertura
verso gli "altri"; impedisce di pensare che ogni persona
è tutto un mondo da scoprire».
D’altronde la Bibbia è severa nella sua scelta di
esempi da condannare e da non imitare. Abramo temeva la crudeltà
di un re diverso rispetto alla sua cultura, aveva paura
di una sua supposta volontà di essere crudele. Davide — il predestinato re d’Israele — invece ha di fronte
un ufficiale del suo esercito, Uria l’Hittita, che combatte
al suo fianco; non è Davide ad aver paura, dovrebbe essere
Uria a temerlo: mentre "il re saggio" — proprio
in quel momento — diventa il mostro da cui guardarsi, un
uomo dal comportamento disumano. Ma Uria ha fiducia in lui e ubbidisce
ai suoi ordini, senza sospettare l’intenzione omicida che
il suo re nasconde. E la cosa terribile, inspiegabile è
l’incoscienza di Davide, che commette azioni riprovevoli
e crudeli senza rendersene conto. Se ne accorge soltanto dopo
aver ascoltato il commovente apologo che gli viene narrato dal
profeta Natan: il racconto dell’amata pecorella, unica proprietà
del povero al quale il ricco egoista toglie quell’unico
bene per ucciderla e offrirla in banchetto, risveglia in lui l'indignazione
e gli fa gridare: «Per la vita del Signore, chi ha fatto
questo merita la morte!». E Natan il profeta, di rimando:
«Tu sei quell’uomo! Tu hai colpito di spada Uria l'Hittita,
hai preso in moglie la moglie sua e lo hai ucciso con la spada
degli Ammoniti. Ebbene, la spada non si allontanerà mai
dalla tua casa, poiché tu mi hai disprezzato e hai preso
in moglie la moglie di Uria l’Hittita» (cfr. 2Sam
cap. 12). Solo a quel punto Davide si risveglia dal suo sonno
morale e capisce la gravità delle azioni che ha commesso.
Quel peccato tremendo — menzogna, tradimento, inganno, assassinio
e abuso di potere, nei confronti di persona ignara a lui fedele — peserà sul suo capo: sarà punito con la
morte del figlio avuto da Betsabea, la moglie sottratta al suo
ufficiale. Ecco il rovescio della situazione di Abramo. Il patriarca
temeva l’ignoto, lo sconosciuto, e supponeva che potesse
rapirgli la moglie e ucciderlo: mentre il re straniero gli appare
in tutta la sua generosità. Davide, al contrario, non si
accorge del mostro che porta dentro il cuore e riesce a rendersi
conto del male che ha fatto soltanto quando una semplice parabola
risveglia la sua coscienza dal letargo.
In conclusione, un doppio principio che tutti — credenti
e non credenti — dovrebbero tener presente: ogni uomo è
un universo da rispettare senza pregiudizi; ma, d’altro
canto, il cuore dell’uomo è anche un abisso di iniquità
e la misericordia di Dio è infinita. Simul iustus et
peccator, diceva Lutero sintetizzando quel che aveva detto
l’apostolo Paolo (Rm 7,18 e ss.): «Infatti
io so che in me, cioè nella mia carne, non abita alcun
bene, poiché ben si trova in me la volontà di fare
il bene, ma io non trovo il modo di compierlo. Infatti il bene
che io voglio, non lo faccio; ma il male che non voglio, quello
faccio. Io scopro dunque questa legge: che volendo fare il bene,
in me è presente il male. Infatti io mi diletto nella legge
di Dio secondo l’uomo interiore, ma vedo un’altra
legge nelle mie membra, che combatte contro la legge della mia
mente e che mi rende schiavo della legge del peccato che è
nelle mie membra». E conclude: «O miserabile uomo
che sono! Chi mi libererà da questo corpo di morte?».
Eppure la misericordia di Dio, pur sapendo tutto questo, vince
sempre: dopo il diluvio distruttore «l’Eterno disse
in cuor suo: "Io non maledirò più la terra
a motivo dell’uomo, perché i disegni del cuore dell’uomo
sono malvagi fin dalla sua fanciullezza; e non colpirò
più ogni cosa vivente, come ho fatto"» (Gn
8,21).
Forti di questa promessa, ascoltiamo la voce del profeta Natan
che dice: «Tu sei quell'uomo!» e chiediamo all’Eterno
l’aiuto e la guida per liberarci dalla legge del peccato
che è pur nelle nostre membra e che ci porta inesorabilmente
verso la distruzione. Che Iddio abbia pietà e misericordia
della nostra impotenza!