Prima pagina › Dibattito
 

Se la fede diviene presunzione di superiorità morale.
In risposta a Michele Turrisi

di Paolo Angeleri

   La vanagloria del credente di qualsivoglia confessione o del laicista presuntuoso convinto di essere migliore degli altri. L’argomento che Michele Turrisi affronta nel contributo intitolato Se la fede diviene presunzione di superiorità morale pubblicato su queste pagine è di grande attualità. Nel mondo cristiano solo alcune confessioni protestanti (inclusi alcuni rari teologi di talune chiese storiche della Riforma) e qualche personalità cattolica (come per esempio il cardinal Martini o il teologo svizzero Hans Küng) difendono ormai il relativismo dall'intolleranza incombente. L’attuale pontefice infatti non è d’accordo: ha pensato che la miglior difesa della sua Chiesa fosse la proclamazione di una "crociata antirelativista", in nome della verità unica. Quella proclamata dal Sommo Pontefice stesso, unico rappresentante di Dio in terra.

   Sto leggendo la traduzione di un lavoro del Dürr [1] sulle ultime conclusioni della scienza in relazione alla teoria quantistica e alla sistemazione dell'universo. Il saggio comprende pagine molto interessanti su scienza e religioni, che sostengono l’importanza di un reciproco accoglimento da parte di tutte le attuali forme di religiosità. Scienza e religioni, anziché scomunicarsi a vicenda, dovrebbero cercare insieme di ricostruire i caratteri del nostro universo. Non esiste più un'unica verità, infatti, ma le tante verità che l’uomo nel suo cammino incontra e deve sistemare nel grande oceano della sconfinata sapienza di Dio. La logica del sì/no è superata da quella del sì/sì, della globale ammissione di tutte le ipotesi. Senza esclusioni. Siamo uomini – ormai – solo quando riusciamo a vederci gli uni accanto agli altri nella ricerca di ciò che sta oltre, al di là della nostra visione immediata.

   È chiaro che una visione universalistica di questo tipo può indurre anche all’ateismo: il Dürr sostiene invece che essa porta verso la conoscenza di quel Dio che tutti ricerchiamo. I seekers, i diggers, i pensatori del tesoro nascosto nella vita spirituale di ogni uomo, nei secoli d’oro del pensiero religioso e laicista (1500, 1600 e oltre), sono gli antesignani di questa apertura della ricerca religiosa verso la tolleranza, pur con tutti i limiti del loro tempo. Mi limito a citare l’inglese George Fox (1624-1691), fondatore del movimento dei Quaccheri. È interessante la sua polemica contro le pretese degli ecclesiastici del suo tempo e la sua insistenza sull’importanza dello Spirito Santo nella vita dell’uomo. Io mi vado sempre più convincendo che il credente, prima ancora di cercare certezze, deve prendere le mosse dal convincimento che tutto nel nostro mondo è provvisorio; e che le certezze appaiono e scompaiono per poi sedimentarsi al di là delle nostre scelte, come isole che si innalzano all’improvviso nell’oceano della ricerca umana. E tutto si basa sulla collaborazione attiva dell'uomo con l'uomo, senza arroganti imposizioni e pretese di superiorità. Vogliamo ricorrere – come consiglia il Dürr – alla metafora, come unica maniera di esprimere ciò che spesso sfugge alla nostra comprensione? Noi ci troviamo ai piedi di una enorme montagna sulla cui cima risplende un ghiacciaio poliedrico. Si può scalare quel monte partendo da punti diversi: chi sale da ovest, vedrà la faccia occidentale del poliedro; diversa sarà la visione da est o da sud o da nord o dagli altri punti di vista. Il poliedro apparirà a ciascuno con le sfaccettature proprie del suo angolo visuale. Anziché sforzarsi di dimostrare che il nostro punto di vista è l'unico possibile e veritiero e tutti gli altri sono errati, sarebbe bene procedere a un raffronto delle diverse visioni, per integrarle e considerarle tutte compossibili in attesa dell'ultima rivelazione alla fine dei tempi (o, per ciascun mortale, alla fine dei propri giorni sulla terra). Di fronte a un fratello credente in modo diverso rispetto al credo che abbiamo abbracciato, non soltanto deve esistere la tolleranza (che è il minimo richiesto per la convivenza) ma soprattutto la curiosità – benevola e forte – nei confronti del suo atteggiamento spirituale, per rilevarne non soltanto i limiti (che dovremmo ricercare soprattutto nelle nostre convinzioni) ma gli aspetti più autentici di collaborazione e d’intesa.

   Tutto questo come premessa agli intendimenti laicisti (inclusi credenti a qualsivoglia confessione religiosa e non credenti, agnostici o atei) sui quali mi baso. Ma de hoc, satis! Veniamo ora al momento in cui il patriarca Abramo incontra altre culture così come è proposto nell'ampio excursus dell'amico Turrisi intorno ai fatti narrati in Genesi 12,10-19 e 20,1-16 (probabilmente, due versioni dello stesso fatto). Mi pare di poter pienamente concordare con la ricostruzione delle ipotesi – giustificative e non – della posizione di Abramo e con la conclusione che «non è corretto valutare il passato sulla base degli attuali parametri etici», formulate da Turrisi. Vorrei qui insistere sulla domanda che lui pone a conclusione del suo ragionamento: «In base a quali elementi il patriarca pensa sistematicamente male dei diversi che incontra sul suo cammino?» e sulla sua categorica risposta: «Egli non ha elementi. Del resto, mica ne occorrono a chi si affida al pregiudizio! Il pregiudizio ostacola l'ascolto, l'apertura verso gli "altri"; impedisce di pensare che ogni persona è tutto un mondo da scoprire».

   D’altronde la Bibbia è severa nella sua scelta di esempi da condannare e da non imitare. Abramo temeva la crudeltà di un re diverso rispetto alla sua cultura, aveva paura di una sua supposta volontà di essere crudele. Davide – il predestinato re d’Israele – invece ha di fronte un ufficiale del suo esercito, Uria l’Hittita, che combatte al suo fianco; non è Davide ad aver paura, dovrebbe essere Uria a temerlo: mentre "il re saggio" – proprio in quel momento – diventa il mostro da cui guardarsi, un uomo dal comportamento disumano. Ma Uria ha fiducia in lui e ubbidisce ai suoi ordini, senza sospettare l’intenzione omicida che il suo re nasconde. E la cosa terribile, inspiegabile è l’incoscienza di Davide, che commette azioni riprovevoli e crudeli senza rendersene conto. Se ne accorge soltanto dopo aver ascoltato il commovente apologo che gli viene narrato dal profeta Natan: il racconto dell’amata pecorella, unica proprietà del povero al quale il ricco egoista toglie quell’unico bene per ucciderla e offrirla in banchetto, risveglia in lui l'indignazione e gli fa gridare: «Per la vita del Signore, chi ha fatto questo merita la morte!». E Natan il profeta, di rimando: «Tu sei quell’uomo! Tu hai colpito di spada Uria l'Hittita, hai preso in moglie la moglie sua e lo hai ucciso con la spada degli Ammoniti. Ebbene, la spada non si allontanerà mai dalla tua casa, poiché tu mi hai disprezzato e hai preso in moglie la moglie di Uria l’Hittita» (cfr. 2 Samuele cap. 12). Solo a quel punto Davide si risveglia dal suo sonno morale e capisce la gravità delle azioni che ha commesso. Quel peccato tremendo – menzogna, tradimento, inganno, assassinio e abuso di potere, nei confronti di persona ignara a lui fedele – peserà sul suo capo: sarà punito con la morte del figlio avuto da Betsabea, la moglie sottratta al suo ufficiale. Ecco il rovescio della situazione di Abramo. Il patriarca temeva l’ignoto, lo sconosciuto, e supponeva che potesse rapirgli la moglie e ucciderlo: mentre il re straniero gli appare in tutta la sua generosità. Davide, al contrario, non si accorge del mostro che porta dentro il cuore e riesce a rendersi conto del male che ha fatto soltanto quando una semplice parabola risveglia la sua coscienza dal letargo.

   In conclusione, un doppio principio che tutti – credenti e non credenti – dovrebbero tener presente: ogni uomo è un universo da rispettare senza pregiudizi; ma, d’altro canto, il cuore dell’uomo è anche un abisso di iniquità e la misericordia di Dio è infinita. Simul iustus et peccator, diceva Lutero sintetizzando quel che aveva detto l’apostolo Paolo (Romani 7,18 e ss.): «Infatti io so che in me, cioè nella mia carne, non abita alcun bene, poiché ben si trova in me la volontà di fare il bene, ma io non trovo il modo di compierlo. Infatti il bene che io voglio, non lo faccio; ma il male che non voglio, quello faccio. Io scopro dunque questa legge: che volendo fare il bene, in me è presente il male. Infatti io mi diletto nella legge di Dio secondo l’uomo interiore, ma vedo un’altra legge nelle mie membra, che combatte contro la legge della mia mente e che mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra». E conclude: «O miserabile uomo che sono! Chi mi libererà da questo corpo di morte?». Eppure la misericordia di Dio, pur sapendo tutto questo, vince sempre: dopo il diluvio distruttore «l’Eterno disse in cuor suo: "Io non maledirò più la terra a motivo dell’uomo, perché i disegni del cuore dell’uomo sono malvagi fin dalla sua fanciullezza; e non colpirò più ogni cosa vivente, come ho fatto"» (Genesi 8,21).

   Forti di questa promessa, ascoltiamo la voce del profeta Natan che dice: «Tu sei quell'uomo!» e chiediamo all’Eterno l’aiuto e la guida per liberarci dalla legge del peccato che è pur nelle nostre membra e che ci porta inesorabilmente verso la distruzione. Che Iddio abbia pietà e misericordia della nostra impotenza!
  1. Hans Peter Dürr, fisico tedesco e premio Nobel per la pace nel 1995 con il Movimento "Pugwash".
    Titolo del saggio: Anche la scienza parla soltanto con parabole (ed. it. prevista nel 2011).
Consultabile online sul Giornale di filosofia della religione (www.aifr.it)
argomenti correlati
commenti