il giornale di filosofia della religione
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ISSN 1826-6150
 
   
 
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dibattito
Risposta a Michele Turrisi
di Daniele Garota

Caro Michele,

ti ringrazio per aver voluto ancora una volta condividere con me le tue riflessioni attorno a quanto ci sta più a cuore: la “buona battaglia della fede” (2Tm 6,12). Certo è che sollevi questioni non da poco, e che da sempre riguardano la convivenza civile e religiosa tra diversi. Io ne individuerei tre: il rapporto tra fede e etica, il rapporto tra le diverse religioni e il rapporto tra credenti e non credenti. Cercherò naturalmente di balbettare appena qualcosa, chi sono io per dire di più? E tuttavia anche: come si può non essere pensosi e colmi di domande nella buona battaglia del credere? Non è forse credere un quotidiano lottare contro le forze dell’incredulità? Non è forse il credere anzitutto invocazione e domanda mentre si ha la sensazione di sprofondare nella confusione e nel buio?

Ripercorrendo alcuni tratti della vicenda di Abramo, così come ci rivela la Scrittura, tu giustamente sottolinei comportamenti non proprio conformi agli insegnamenti dell’etica; anzi, dal punto di vista etico sono proprio i re stranieri, gente di altra religione, a superare alla grande il patriarca biblico che, da parte sua, è colmo di pregiudizi nei loro confronti. Il faraone e il re di Gerar, dal punto di vista etico superano non soltanto il modo di fare di Abramo, ma addirittura di Dio il quale, «colpì il faraone e la sua casa con gravi malattie», senza motivo. Ma se è per questo anche se entriamo nelle logiche del Nuovo Testamento le cose non cambiano poi di molto, e gli esempi potrebbero essere diversi: pensa soltanto alla parabola in cui Gesù pone a modello dei “figli della luce” la scaltrezza dei “figli di questo mondo”, di un “amministratore disonesto” e corruttore (Lc 16,1-9). Il fatto è che ad Abramo, così come anche a Gesù e al suo messaggio, dobbiamo accostarci con gli occhi della fede e non con quelli dell’etica. Il credente non è tale perché è migliore nei suoi comportamenti morali ma perché crede, e crede magari non soltanto lottando contro le forze dell’incredulità ma anche contro quelle di una legge che ha dentro e che lo porta ogni volta a compiere il male che non vorrebbe e non il bene che vorrebbe, come insegnava il buon Paolo (Rm 7,14-24). Su questo Kierkegaard ha scritto pagine davvero alte, pensa anche soltanto a Timore e tremore, là dove parla addirittura di «sospensione teleologica dell’etica», là dov’è detto che Abramo si comporta davvero male quando non soltanto va ad ammazzare il proprio figlio ma osa andarci senza nulla dire né a lui né a Sara che l’ha partorito. È decisiva la conclusione cui arriva il filosofo danese: «Colui che va per la via stretta della fede, nessuno lo può consigliare, nessuno riesce a capirlo. La fede è un prodigio».

Ma se è per questo lo stesso dramma noi lo riscontriamo tal quale nel Getsemani e poi sul Golgota, là dove il Padre immola l’Agnello che grida a Lui: Eloì, Eloì, lemà sabactàni?. Inutili qui i tentativi di venirne fuori, si resta in sospeso e col cuore in gola, appesi alla domanda come Gesù alla croce, immerso nel buio pesto piombato sulla terra in pieno “mezzogiorno” (Mc 15,33-34). Solo così ancora il cristianesimo è del resto credibile, non con la devozione e l’affannoso tentativo che gli esegeti operano da sempre per far tornare conti che non tornano. Risibile poi quel precipitarsi a sciorinare l’asso della manica della risurrezione: lo scandalo resta, c’è poco da fare, e guai se non restasse. Che senso ha affermare con un sospiro di sollievo che Gesù è risorto, senza tenere sufficientemente conto della poderosa sospensione di cui ha parlato Paolo, una sospensione che lascia la fede tragicamente in bilico, diciamo pure “in agonia”, come in agonia, secondo la celebre intuizione di Pascal, continua a restare lo stesso Gesù fino alla fine del mondo? «Se infatti i morti non risorgono — dice Paolo — neanche Cristo è risorto; ma se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede». Se quel che è stato promesso non accadrà noi che tentiamo di credere siamo da «commiserare più di tutti gli uomini» (1Cor 15,16-19).

È forse questo il motivo per cui i non credenti spesso aiutano i credenti a capire più a fondo il dramma della fede, contribuendo a svegliare con le loro domande una fede troppo scontata e appiattita sulle devozioni e sugli sbadigli, quando non addirittura impastata di molta ipocrisia, quella già presente all’epoca degli antichi profeti, quella di chi cura “alla leggera” le ferite dicendo «"Pace, pace!", ma pace non c’è». Di chi «dovrebbe vergognarsi», ma non sa «neppure arrossire» (Ger 8,11-12). I Vangeli sono credibili non perché da essi viene insegnamento morale ma perché non nascondono le mascalzonate dei credenti e ce le raccontano, senza falsi moralismi. Il perbenismo non ha nulla a che spartire con la fede: se Pietro spudoratamente tradisce il Signore lo si dice e lo si scrive, e questo fatto diventa parola del Signore come tutto il resto di ciò che è scritto nei Vangeli. I punti di vista lì sono rovesciati, rispetto alle logiche del mondo, come dice il Magnificat. Nel Vangelo di Marco a confessare: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!», non è un apostolo, ma “il centurione” che aveva poco prima capeggiato l’orribile esecuzione della croce, e non vedendo la sfolgorante risurrezione, ma «avendolo visto spirare in quel modo» (Mc 15,39). Certo qui siamo lontani non solo dall’orizzonte dell’etica ma anche da quello di certa religiosità del tutto naturale e umana. Su questo Bonhoeffer, in Resistenza e resa, ha visto in profondità: «La religiosità umana rinvia l’uomo nella sua tribolazione alla potenza di Dio nel mondo, Dio è il deus ex machina. La Bibbia rinvia l’uomo all’impotenza e alla sofferenza di Dio; solo il Dio sofferente può aiutare». La differenza è radicale.

Tu riporti il detto evangelico: «Dai loro frutti li riconoscerete». Ma i frutti sono le buone opere? Forse, ma solo se si guarda il cristianesimo dal punto di vista dell’etica e degli uomini, che è di per sé cosa buona, inutile negarlo, ma che non è fondamentale e non è tutto. Fondamentale è invece il punto di vista della fede e di Dio, e per Dio ciò che distingue la pecora dal lupo è l’umile capacità di condividere il dolore con chi vive nel dolore. Sergio Quinzio direbbe che non sono le buone opere a salvarci, ma il dolore di non poterle compiere. Dunque la differenza vera, alla fine, non è tra buoni e cattivi — «cattivi e buoni» alla fine entrarono nella «sala delle nozze», secondo la parabola raccontata in Mt 22,10-11 e diverse “prostitute” e peccatori vedremo passarci «avanti nel regno di Dio» (Mt 21,31), mentre santarellini d’ogni specie da tutti applauditi dovranno fare più di un passo indietro — e nemmeno tra credenti e non credenti. Chi ha detto che la vera differenza è tra chi pensa e chi non pensa credo non sia lontano dal vero, perché il vero peccato più che nelle opere e nelle parole è nel pensiero, nel pensiero che omettiamo, in ciò che dovremmo pensare in ogni momento e non pensiamo mai, per vanità, vigliaccheria e pigrizia. Ma un pensare col cuore, non con la ragione, perché è il cuore che «sente Dio» come ben sapeva Pascal, e Dio è il nostro cuore che guarda non «l’apparenza», come invece fa l’uomo (1Sam 16,7). Il monoteismo ebraico ha lo specifico d’avere al centro della sua fede il Dio unico che ama e chiede di essere amato «con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze», solo se ci si pensa di continuo, come si fa con la persona di cui si è innamorati, si può parlare di Dio in casa o per strada, quando si va a dormire e quando ci si alza, ripetendo ai figli i suoi insegnamenti appena si può (Dt 6,4-9). Erri De Luca, un fedele lettore del testo biblico in lingua originale, ha sottolineato in un suo recente libriccino che «solo il cuore conosce la profondità e non si concede pausa, a differenza della testa che ha bisogno di spegnersi nel sonno», per questo il Dio d’Israele chiede di essere amato con tutto il cuore (Penultime notizie circa Ieshu/Gesù).

Se l’amore che è agàpe, è pensare al dolore degli altri e di Dio, fino a percepirlo come proprio, vera “opera di Dio” non può che essere questa: «Credere in colui che egli ha mandato» (Gv 6,29), percependo col cuore l’indicibile dolore di colui che Dio ha mandato. Dunque alla fine vera differenza è tra chi soffre e chi non soffre. E, in chi soffre, la fede rende ancora più acuta la sofferenza: gli stoici pare che andassero impavidi al supplizio, non Gesù, che mai avrebbe voluto morire e che grida la sua domanda fino all’ultimo fiato. Sì, la fede è speranza di non morire, fame di redenzione, incessante dolore fin quando siamo ancora nel dolore insieme a Dio e ai fratelli, insieme alla creazione tutta che geme e soffre, anch’essa, nell’attesa della «redenzione» (Rm 8,22-23). Il mistero cristiano vive nel radicale paradosso di un insegnamento che indica come null’altro speranza di gioia e di vita mentre intanto ti invita a seguire Gesù sulla croce, quella croce che egli per primo voleva evitare con tutte le forze, fino a sudare sangue (Lc 22,44), sebbene si pronunciasse con rabbia contro coloro che erano lì a dirgli: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai» (Mt 16,22-23). Là dove le religioni ci dividono a unirci è l’amore e il dolore, come dice la parabola del Buon samaritano, così come è il dolore a unire, infine, anche noi e Dio. Qui è, tra gli altri, Carl G. Jung ad aver detto cose significative: la vera risposta che Dio dà a Giobbe non è nel libro di Giobbe ma «nel grido disperato» di Cristo sulla croce, proprio nel momento in cui «fa l’esperienza dell’uomo mortale e prova lui stesso quello che ha fatto sopportare a Giobbe, suo servo fedele» (Risposta a Giobbe).

Nella Dichiarazione Nostra aetate, che risale a 45 anni fa, la Chiesa cattolica esprime quanto segue: «Gli uomini attendono dalle varie religioni la risposta ai reconditi enigmi della condizione umana, che ieri come oggi turbano profondamente il cuore dell’uomo: la natura dell’uomo, il senso e il fine della nostra vita, il bene e il peccato, l’origine e lo scopo del dolore, la via per raggiungere la vera felicità, la morte, il giudizio e la sanzione dopo la morte, infine l’ultimo e ineffabile mistero che circonda la nostra esistenza, donde noi traiamo la nostra origine e verso cui tendiamo» (1). Cose ultime e decisive alle quali ogni religione ha risposto come ha potuto e l’ateismo moderno, a modo suo, ha invece voluto rispondere che «Dio non esiste» oppure che «Dio è morto». Per questo l’ateo con le sue domande è molto vicino al credente che viene dalle radici bibliche perché ha compreso, esattamente come il credente, che se la risposta non è quella ultima e decisiva all’ingiustizia, al dolore e alla morte, non è vera risposta. È questa la differenza tra la fede che viene da Abramo — passando per Giobbe fino ad arrivare a Cristo — e ogni altra forma di religiosità. La differenza va salvaguardata quanto il rispetto e la tolleranza nei confronti di ciò che è diverso: col tutto si equivale si precipita nel nulla, c’è poco da fare.

Ebraismo, cristianesimo e Islam, al di là di ogni polemica e divisione fratricida, sono religioni sorelle perché storiche, fanno cioè propria l’attesa di una risposta concretissima, l’attesa di un giudizio sulla storia, di una salvezza del mondo che solo il Dio unico potrà un giorno realizzare, così come ha promesso fin dai tempi di Abramo. Colui che dice: «Non avrai altri dèi di fronte a me» (Es 20,3) è come se dicesse: «Non avrai salvezza se non da me». Solo salvaguardando la componente dell’attesa delle cose ultime le religioni monoteiste possono evitare quelle forme di fondamentalismo e di violenza in cui sono spesso incorse nella storia. È interessante quel che ci ha recentemente sottolineato Jan Assmann, un egittologo che opera a Heidelberg: «Tra le tre religioni cosiddette "abramitiche", il giudaismo è l’unica che non ha mai tradotto in pratica le implicazioni di violenza e intolleranza, perché ha relegato l’universalizzazione finale della verità nella sfera escatologica, e non della storia» (Dio e gli dèi, Egitto, Israele e la nascita del monoteismo).

Solo nel Regno di Dio conosceremo davvero «faccia a faccia» (1Cor 13,12) quel che ancora non vediamo ma che, per fede, speriamo un giorno di vedere (Rm 8,24-25) quando attorno al banchetto messianico siederemo insieme ad Abramo, Isacco, Giacobbe e ai tantissimi altri che risorgeranno dai morti (Lc 13,28-29). In quel giorno il Messia passerà a servirci (Lc 12,37), consegnandoci «la corona di giustizia» insieme «a tutti coloro che hanno atteso la sua manifestazione» (2Tm 4,8).

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