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In risposta a Michele Turrisi

di Daniele Garota

Caro Michele,

   ti ringrazio, ancora una volta hai voluto condividere con me le tue riflessioni attorno a quanto ci sta più a cuore: la "buona battaglia" della fede. Certo è che sollevi questioni non da poco, e che da sempre riguardano la convivenza civile e religiosa tra diversi. Io ne individuerei tre: il rapporto tra le religioni, il rapporto tra credenti e non credenti e il rapporto tra fede ed etica. Cercherò naturalmente di balbettare appena qualcosa, chi sono io per dire di più? E tuttavia anche: come si può non essere pensosi e colmi di domande nella "buona battaglia" del credere? Non è forse credere un quotidiano lottare contro le forze dell’incredulità? Non è forse il credere anzitutto invocazione e domanda mentre si ha la sensazione di sprofondare nella confusione e nel buio?

   Ripercorrendo alcuni tratti della vicenda di Abramo, così come ci rivela la Scrittura, tu giustamente sottolinei comportamenti non proprio eticamente a posto, anzi, dal punto di vista etico sono proprio i re stranieri, gente di altra religione a superare alla grande il patriarca biblico colmo, da parte sua, di pregiudizi nei loro confronti. Il faraone e il re di Gerar dal punto di vista etico, superano non soltanto il modo di fare di Abramo, ma addirittura di Dio il quale, «colpì il faraone e la sua casa con gravi malattie», senza motivo. Ma se è per questo, anche se entriamo nelle logiche del Nuovo Testamento le cose non cambiano poi di molto, e gli esempi potrebbero essere diversi. Il fatto è che ad Abramo, così come anche a Gesù e al suo messaggio, dobbiamo accostarci con gli occhi della fede e non con quelli dell’etica. Il credente non è tale perché è migliore nei suoi comportamenti morali ma perché crede, e crede magari non soltanto lottando contro le forze dell’incredulità ma anche contro quelle di una legge che ha dentro e che lo porta ogni volta a compiere il male che non vuole e non il bene che vuole, come insegnava il buon Paolo. Su questo Kierkegaard ha scritto pagine davvero alte, pensa anche soltanto a Timore e tremore, là dove parla addirittura di “sospensione teleologica dell’etica”, là dove Abramo si comporta davvero male, se lo si guarda con occhi etici, là dove non soltanto va ad ammazzare il proprio figlio, ma lo va ad ammazzare senza nulla dire né a Isacco né a Sara che glielo ha partorito. Ma se è per questo lo stesso dramma noi lo riscontriamo tal quale nel Getsemani e poi nella croce, là dove il Padre immola l’Agnello che grida a Lui: “Perché?”.

   Inutili qui i tentativi di venirne fuori, si resta in sospeso e col cuore in gola, appesi alla domanda del Golgota. Solo così ancora il cristianesimo è del resto credibile, non con la devozione e l’affannoso tentativo che gli esegeti operano da sempre per far tornare conti che non tornano. Risibile poi quel precipitarsi a sciorinare l’asso della manica della risurrezione: «Se i morti non risorgono» quell’asso resta nulla, anche qui il buon Paolo è stato chiaro. Se quel che è stato promesso non accadrà noi che tentiamo di credere siamo da «commiserare più di tutti gli uomini» (1Cor 15,19). È forse questo il motivo per cui i non credenti spesso aiutano i credenti a capire più a fondo il dramma della fede, contribuiscono a svegliare con le loro domande una fede troppo scontata e appiattita sugli sbadigli, quando non addirittura impastata di molta ipocrisia. I Vangeli sono credibili non perché da essi viene insegnamento morale ma perché lì non si nascondono le mascalzonate dei credenti: Pietro che spudoratamente tradisce per esempio. E perché i punti di vista sono rovesciati, come dice il Magnificat; a confessare: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!», non è un apostolo, ma "il centurione" che aveva capeggiato l’orribile esecuzione della croce, e non vedendo la sfolgorante risurrezione, ma «avendolo visto spirare in quel modo» (Mc 15,39).

   Certo, qui Bonhoeffer ha visto in profondità: «La religiosità umana rinvia l’uomo nella sua tribolazione alla potenza di Dio nel mondo, Dio è il deus ex machina. La Bibbia rinvia l’uomo all’impotenza e alla sofferenza di Dio; solo il Dio sofferente può aiutare» (Resistenza e resa). La differenza è radicale. Tu riporti il detto evangelico: «Dai loro frutti li riconoscerete». Ma i frutti sono le buone opere? Forse, ma solo se si guarda il cristianesimo dal punto di vista dell’etica, che è di per sé cosa molto buona, inutile negarlo, ma non è fondamentale e non è tutto. Fondamentale è invece il punto di vista della fede, e per la fede ciò che distingue la pecora dal lupo è l’umile capacita di condividere il dolore con chi vive nel dolore. Sergio [Quinzio, ndr] direbbe: «Non ci salvano le buone opere ma il dolore di non poterle compiere». Dunque la differenza vera, alla fine, non è più nemmeno tra il buono e il cattivo: diverse prostitute e peccatori vedremo alla fine passare avanti mentre santarellini d’ogni specie da tutti applauditi dovranno fare più di un passo indietro; e nemmeno tra credenti e non credenti. Chi ha detto che è tra chi pensa e chi non pensa la vera differenza, credo non sia lontano dal vero, perché il vero peccato più che nelle opere e nelle parole è nel pensiero, nel pensiero che omettiamo, in ciò che dovremmo pensare in ogni momento e non pensiamo mai, per vanità, vigliaccheria e pigrizia. Vera agàpe è pensare al dolore degli altri e di Dio, percepirlo come proprio. Vera opera è credere in Chi Dio ha mandato, nel dolore indicibile di Chi Dio ha mandato.

   Dunque alla fine vera differenza è tra chi soffre e chi non soffre. E la fede, in chi soffre, rende ancora più acuta la sofferenza: gli stoici pare che andassero impavidi al supplizio, non Gesù, che mai avrebbe voluto morire. Sì, la fede è speranza di non morire, fame di redenzione, incessante dolore fin quando siamo ancora nel dolore insieme a Dio e ai fratelli, insieme alla creazione tutta che geme e soffre, anch’essa, nell’attesa. Il mistero cristiano vive nel radicale paradosso di un insegnamento che indica come null’altro speranza di gioia e di vita mentre intanto ti invita a seguirlo sulla croce, quella croce che Gesù per primo non voleva abbracciare, sebbene si scagliasse contro coloro che erano lì a dirgli: non sia mai che tu debba soffrire. Là dove le religioni ci dividono a unirci è l’amore e il dolore, come dice la parabola del Buon samaritano, così come è il dolore a unire, infine, anche noi e Dio. Qui è tra gli altri Jung ad avere detto cose significative: la vera risposta che Dio dà a Giobbe non è nel libro di Giobbe ma nella croce di Cristo.

   Nella Dichiarazione Nostra aetate, che risale a 45 anni fa, la Chiesa cattolica dice così: «Gli uomini attendono dalle varie religioni la risposta ai reconditi enigmi della condizione umana, che ieri come oggi turbano profondamente il cuore dell’uomo: la natura dell’uomo, il senso e il fine della nostra vita, il bene e il peccato, l’origine e lo scopo del dolore, la via per raggiungere la vera felicità, la morte, il giudizio e la sanzione dopo la morte, infine l’ultimo e ineffabile mistero che circonda la nostra esistenza, donde noi traiamo la nostra origine e verso cui tendiamo» (1). Cose ultime e decisive alle quali ogni religione ha risposto come ha potuto e l’ateismo moderno, a modo suo, ha come voluto invece rispondere: Dio non c’è, oppure: Dio è morto. Per questo l’ateo con le sue domande è molto vicino al credente che viene dalle radici bibliche, perché ha compreso, esattamente come il credente, che se la risposta non è quella non è vera risposta. Ed è questa la differenza tra la fede che viene da Abramo e ogni altra forma di religiosità. La differenza va salvaguardata quanto il rispetto e la tolleranza nei confronti di ciò che è diverso: col tutto si equivale si precipita nel nulla, c’è poco da fare.

   Ebraismo, cristianesimo e Islam, al di là di ogni polemica e divisione fratricida, sono religioni sorelle perché storiche, facendo propria l’attesa di una risposta concretissima, l’attesa di una salvezza del mondo e della storia, così come Dio ha iniziato a promettere fin dai giorni di Abramo.
Consultabile online sul Giornale di filosofia della religione (www.aifr.it)
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