Caro Michele,
ti ringrazio per aver voluto ancora una volta condividere con
me le tue riflessioni attorno a quanto ci sta più a cuore:
la “buona battaglia della fede” (2Tm 6,12). Certo
è che sollevi questioni non da poco, e che da sempre riguardano
la convivenza civile e religiosa tra diversi. Io ne individuerei
tre: il rapporto tra fede e etica, il rapporto tra le diverse
religioni e il rapporto tra credenti e non credenti. Cercherò
naturalmente di balbettare appena qualcosa, chi sono io per dire
di più? E tuttavia anche: come si può non essere
pensosi e colmi di domande nella buona battaglia del credere?
Non è forse credere un quotidiano lottare contro le forze
dell’incredulità? Non è forse il credere anzitutto
invocazione e domanda mentre si ha la sensazione di sprofondare
nella confusione e nel buio?
Ripercorrendo alcuni tratti della vicenda di Abramo, così
come ci rivela la Scrittura, tu giustamente sottolinei comportamenti
non proprio conformi agli insegnamenti dell’etica; anzi,
dal punto di vista etico sono proprio i re stranieri, gente di
altra religione, a superare alla grande il patriarca biblico che,
da parte sua, è colmo di pregiudizi nei loro confronti.
Il faraone e il re di Gerar, dal punto di vista etico superano
non soltanto il modo di fare di Abramo, ma addirittura di Dio
il quale, «colpì il faraone e la sua casa con gravi
malattie», senza motivo. Ma se è per questo anche
se entriamo nelle logiche del Nuovo Testamento le cose non cambiano
poi di molto, e gli esempi potrebbero essere diversi: pensa soltanto
alla parabola in cui Gesù pone a modello dei “figli
della luce” la scaltrezza dei “figli di questo mondo”,
di un “amministratore disonesto” e corruttore (Lc
16,1-9). Il fatto è che ad Abramo, così come anche
a Gesù e al suo messaggio, dobbiamo accostarci con gli
occhi della fede e non con quelli dell’etica. Il credente
non è tale perché è migliore nei suoi comportamenti
morali ma perché crede, e crede magari non soltanto
lottando contro le forze dell’incredulità ma anche
contro quelle di una legge che ha dentro e che lo porta ogni volta
a compiere il male che non vorrebbe e non il bene che vorrebbe,
come insegnava il buon Paolo (Rm 7,14-24). Su questo Kierkegaard
ha scritto pagine davvero alte, pensa anche soltanto a Timore
e tremore, là dove parla addirittura di «sospensione
teleologica dell’etica», là dov’è
detto che Abramo si comporta davvero male quando non soltanto
va ad ammazzare il proprio figlio ma osa andarci senza nulla dire
né a lui né a Sara che l’ha partorito. È
decisiva la conclusione cui arriva il filosofo danese: «Colui
che va per la via stretta della fede, nessuno lo può consigliare,
nessuno riesce a capirlo. La fede è un prodigio».
Ma se è per questo lo stesso dramma noi lo riscontriamo
tal quale nel Getsemani e poi sul Golgota, là dove il Padre
immola l’Agnello che grida a Lui: Eloì, Eloì,
lemà sabactàni?. Inutili qui i tentativi di
venirne fuori, si resta in sospeso e col cuore in gola, appesi
alla domanda come Gesù alla croce, immerso nel buio pesto
piombato sulla terra in pieno “mezzogiorno” (Mc 15,33-34).
Solo così ancora il cristianesimo è del resto credibile,
non con la devozione e l’affannoso tentativo che gli esegeti
operano da sempre per far tornare conti che non tornano. Risibile
poi quel precipitarsi a sciorinare l’asso della manica della
risurrezione: lo scandalo resta, c’è poco da fare,
e guai se non restasse. Che senso ha affermare con un sospiro
di sollievo che Gesù è risorto, senza tenere sufficientemente
conto della poderosa sospensione di cui ha parlato Paolo, una
sospensione che lascia la fede tragicamente in bilico, diciamo
pure “in agonia”, come in agonia, secondo la celebre
intuizione di Pascal, continua a restare lo stesso Gesù
fino alla fine del mondo? «Se infatti i morti non risorgono
— dice Paolo — neanche Cristo è risorto; ma
se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede».
Se quel che è stato promesso non accadrà noi che
tentiamo di credere siamo da «commiserare più di
tutti gli uomini» (1Cor 15,16-19).
È forse questo il motivo per cui i non credenti spesso
aiutano i credenti a capire più a fondo il dramma della
fede, contribuendo a svegliare con le loro domande una fede troppo
scontata e appiattita sulle devozioni e sugli sbadigli, quando
non addirittura impastata di molta ipocrisia, quella già
presente all’epoca degli antichi profeti, quella di chi
cura “alla leggera” le ferite dicendo «"Pace,
pace!", ma pace non c’è». Di chi «dovrebbe
vergognarsi», ma non sa «neppure arrossire»
(Ger 8,11-12). I Vangeli sono credibili non perché da essi
viene insegnamento morale ma perché non nascondono le mascalzonate
dei credenti e ce le raccontano, senza falsi moralismi. Il perbenismo
non ha nulla a che spartire con la fede: se Pietro spudoratamente
tradisce il Signore lo si dice e lo si scrive, e questo fatto
diventa parola del Signore come tutto il resto di ciò che
è scritto nei Vangeli. I punti di vista lì sono
rovesciati, rispetto alle logiche del mondo, come dice il Magnificat.
Nel Vangelo di Marco a confessare: «Davvero quest’uomo
era Figlio di Dio!», non è un apostolo, ma “il
centurione” che aveva poco prima capeggiato l’orribile
esecuzione della croce, e non vedendo la sfolgorante risurrezione,
ma «avendolo visto spirare in quel modo» (Mc 15,39).
Certo qui siamo lontani non solo dall’orizzonte dell’etica
ma anche da quello di certa religiosità del tutto naturale
e umana. Su questo Bonhoeffer, in Resistenza e resa,
ha visto in profondità: «La religiosità umana
rinvia l’uomo nella sua tribolazione alla potenza di Dio
nel mondo, Dio è il deus ex machina. La Bibbia
rinvia l’uomo all’impotenza e alla sofferenza di Dio;
solo il Dio sofferente può aiutare». La differenza
è radicale.
Tu riporti il detto evangelico: «Dai loro frutti li riconoscerete».
Ma i frutti sono le buone opere? Forse, ma solo se si guarda il
cristianesimo dal punto di vista dell’etica e degli uomini,
che è di per sé cosa buona, inutile negarlo, ma
che non è fondamentale e non è tutto. Fondamentale
è invece il punto di vista della fede e di Dio, e per Dio
ciò che distingue la pecora dal lupo è l’umile
capacità di condividere il dolore con chi vive nel dolore.
Sergio Quinzio direbbe che non sono le buone opere a salvarci,
ma il dolore di non poterle compiere. Dunque la differenza vera,
alla fine, non è tra buoni e cattivi — «cattivi
e buoni» alla fine entrarono nella «sala delle nozze»,
secondo la parabola raccontata in Mt 22,10-11 e diverse “prostitute”
e peccatori vedremo passarci «avanti nel regno di Dio»
(Mt 21,31), mentre santarellini d’ogni specie da tutti applauditi
dovranno fare più di un passo indietro — e nemmeno
tra credenti e non credenti. Chi ha detto che la vera differenza
è tra chi pensa e chi non pensa credo non sia lontano dal
vero, perché il vero peccato più che nelle opere
e nelle parole è nel pensiero, nel pensiero che omettiamo,
in ciò che dovremmo pensare in ogni momento e non pensiamo
mai, per vanità, vigliaccheria e pigrizia. Ma un pensare
col cuore, non con la ragione, perché è il cuore
che «sente Dio» come ben sapeva Pascal, e Dio è
il nostro cuore che guarda non «l’apparenza»,
come invece fa l’uomo (1Sam 16,7). Il monoteismo ebraico
ha lo specifico d’avere al centro della sua fede il Dio
unico che ama e chiede di essere amato «con tutto il cuore,
con tutta l’anima e con tutte le forze», solo se ci
si pensa di continuo, come si fa con la persona di cui si è
innamorati, si può parlare di Dio in casa o per strada,
quando si va a dormire e quando ci si alza, ripetendo ai figli
i suoi insegnamenti appena si può (Dt 6,4-9). Erri De Luca,
un fedele lettore del testo biblico in lingua originale, ha sottolineato
in un suo recente libriccino che «solo il cuore conosce
la profondità e non si concede pausa, a differenza della
testa che ha bisogno di spegnersi nel sonno», per questo
il Dio d’Israele chiede di essere amato con tutto il cuore
(Penultime notizie circa Ieshu/Gesù).
Se l’amore che è agàpe, è
pensare al dolore degli altri e di Dio, fino a percepirlo come
proprio, vera “opera di Dio” non può che essere
questa: «Credere in colui che egli ha mandato» (Gv
6,29), percependo col cuore l’indicibile dolore di colui
che Dio ha mandato. Dunque alla fine vera differenza è
tra chi soffre e chi non soffre. E, in chi soffre, la fede rende
ancora più acuta la sofferenza: gli stoici pare che andassero
impavidi al supplizio, non Gesù, che mai avrebbe voluto
morire e che grida la sua domanda fino all’ultimo fiato.
Sì, la fede è speranza di non morire, fame di redenzione,
incessante dolore fin quando siamo ancora nel dolore insieme a
Dio e ai fratelli, insieme alla creazione tutta che geme e soffre,
anch’essa, nell’attesa della «redenzione»
(Rm 8,22-23). Il mistero cristiano vive nel radicale paradosso
di un insegnamento che indica come null’altro speranza di
gioia e di vita mentre intanto ti invita a seguire Gesù
sulla croce, quella croce che egli per primo voleva evitare con
tutte le forze, fino a sudare sangue (Lc 22,44), sebbene si pronunciasse
con rabbia contro coloro che erano lì a dirgli: «Dio
non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai» (Mt
16,22-23). Là dove le religioni ci dividono a unirci è
l’amore e il dolore, come dice la parabola del Buon samaritano,
così come è il dolore a unire, infine, anche noi
e Dio. Qui è, tra gli altri, Carl G. Jung ad aver detto
cose significative: la vera risposta che Dio dà a Giobbe
non è nel libro di Giobbe ma «nel grido disperato»
di Cristo sulla croce, proprio nel momento in cui «fa l’esperienza
dell’uomo mortale e prova lui stesso quello che ha fatto
sopportare a Giobbe, suo servo fedele» (Risposta a Giobbe).
Nella Dichiarazione Nostra aetate, che risale a 45 anni
fa, la Chiesa cattolica esprime quanto segue: «Gli uomini
attendono dalle varie religioni la risposta ai reconditi enigmi
della condizione umana, che ieri come oggi turbano profondamente
il cuore dell’uomo: la natura dell’uomo, il senso
e il fine della nostra vita, il bene e il peccato, l’origine
e lo scopo del dolore, la via per raggiungere la vera felicità,
la morte, il giudizio e la sanzione dopo la morte, infine l’ultimo
e ineffabile mistero che circonda la nostra esistenza, donde noi
traiamo la nostra origine e verso cui tendiamo» (1). Cose
ultime e decisive alle quali ogni religione ha risposto come ha
potuto e l’ateismo moderno, a modo suo, ha invece voluto
rispondere che «Dio non esiste» oppure che «Dio
è morto». Per questo l’ateo con le sue domande
è molto vicino al credente che viene dalle radici bibliche
perché ha compreso, esattamente come il credente, che se
la risposta non è quella ultima e decisiva all’ingiustizia,
al dolore e alla morte, non è vera risposta. È questa
la differenza tra la fede che viene da Abramo — passando
per Giobbe fino ad arrivare a Cristo — e ogni altra forma
di religiosità. La differenza va salvaguardata quanto il
rispetto e la tolleranza nei confronti di ciò che è
diverso: col tutto si equivale si precipita nel nulla, c’è
poco da fare.
Ebraismo, cristianesimo e Islam, al di là di ogni polemica
e divisione fratricida, sono religioni sorelle perché storiche,
fanno cioè propria l’attesa di una risposta concretissima,
l’attesa di un giudizio sulla storia, di una salvezza del
mondo che solo il Dio unico potrà un giorno realizzare,
così come ha promesso fin dai tempi di Abramo. Colui che
dice: «Non avrai altri dèi di fronte a me»
(Es 20,3) è come se dicesse: «Non avrai salvezza
se non da me». Solo salvaguardando la componente dell’attesa
delle cose ultime le religioni monoteiste possono evitare quelle
forme di fondamentalismo e di violenza in cui sono spesso incorse
nella storia. È interessante quel che ci ha recentemente
sottolineato Jan Assmann, un egittologo che opera a Heidelberg:
«Tra le tre religioni cosiddette "abramitiche",
il giudaismo è l’unica che non ha mai tradotto in
pratica le implicazioni di violenza e intolleranza, perché
ha relegato l’universalizzazione finale della verità
nella sfera escatologica, e non della storia» (Dio e
gli dèi, Egitto, Israele e la nascita del monoteismo).
Solo nel Regno di Dio conosceremo davvero «faccia a faccia»
(1Cor 13,12) quel che ancora non vediamo ma che, per fede, speriamo
un giorno di vedere (Rm 8,24-25) quando attorno al banchetto messianico
siederemo insieme ad Abramo, Isacco, Giacobbe e ai tantissimi
altri che risorgeranno dai morti (Lc 13,28-29). In quel giorno
il Messia passerà a servirci (Lc 12,37), consegnandoci
«la corona di giustizia» insieme «a tutti coloro
che hanno atteso la sua manifestazione» (2Tm 4,8).