La realtà dei fatti ci dimostra abbastanza chiaramente
che fede in Dio e moralità non sempre coincidono. Le due
cose purtroppo non vanno necessariamente di pari passo. Sappiamo
benissimo che non basta essere credenti per essere persone migliori,
spiritualmente e moralmente. Magari fosse così! Staremmo
certo tutti meglio, vista l’altissima percentuale di credenti
nel mondo (ben i cinque sesti della complessiva popolazione del
pianeta). Eppure, ancora oggi accade che i cosiddetti «senza
Dio» vengano da più parti dipinti a tinte scure.
Atei e agnostici non possono, per principio, predicare/praticare
nulla di veramente buono. Da costoro non può quindi venire
alcun apporto positivo per una "sana" visione etica.
Ci sono certo importanti eccezioni. Per esempio, alla domanda:
«Il cristianesimo di speciale cosa può offrire?»,
il noto teologo cattolico dissidente Hans Küng ha risposto
così: «Molto. Naturalmente va capito che anche nelle
altre religioni si trovano tanti valori e che una visione etica
e spirituale si nutre anche dell’apporto che viene dagli
agnostici, dagli scettici, dagli atei. Insomma, il cristianesimo
non può pretendere di cambiare da solo il mondo»
›1.
Per Sergio Quinzio — filosofo della rivelazione, eminente
esegeta della tradizione giudaico-cristiana, portatore di una
fede (nel Dio biblico) tanto salda quanto inquieta, tra la Croce
e il Nulla, in virtù della quale ha potuto parlare con
e ai non credenti — si può anzi dire che «il
credente ha bisogno dell’incredulo, in assenza del quale,
com’è troppe volte accaduto, la sua fede si trasforma
in tranquillo e non di rado ottuso sistema di certezze. «La
fede che non si espone costantemente alle possibilità dell’incredulità
— ha scritto Heidegger — non è neppure una
fede». Se è vero, oggi di fede ce n’è
ben poca. L’opportunità di confrontarsi con i non
credenti non mancherebbe infatti a nessuno, ma la fede cristiana
continua a presentarsi soprattutto come lo schieramento di coloro
che hanno una risposta pronta per ogni domanda, tanto che le domande
gli appaiono superate e del tutto inutili, anzi senz’altro
colpevoli» ›2.
La fede cristiana continua a presentarsi soprattutto
come lo schieramento di coloro che hanno una risposta pronta per
ogni domanda, tanto che le domande gli appaiono superate e del
tutto inutili, anzi senz’altro colpevoli — Sergio
Quinzio
Ebbene, negli ultimi tempi mi sono chiesto fino a che punto si
possa fondatamente sostenere, da parte dei credenti, che l’etica
dei non credenti sia inevitabilmente a rischio, oltre che di «qualità
inferiore». Ciò che propongo qui è una libera
riflessione su di un episodio biblico (l’incontro del patriarca
Abramo con altre culture), una riflessione che interpella Voltaire
e attinge pure a una tanto splendida quanto clamorosa testimonianza
di Albert Schweitzer. Direi che la tesi di fondo è scontata.
Come giustamente è stato osservato: «Noi siamo cresciuti
in una società che ha come modello morale il Vangelo con
i valori del Discorso della montagna: beati i poveri di spirito,
i miti, coloro che piangono, coloro che hanno fame e sete di giustizia,
i misericordiosi, i puri di cuore, i pacifici, i perseguitati
a causa della giustizia. A cui vanno aggiunti i comandamenti:
ama il prossimo tuo come te stesso, ama il tuo nemico. [...] Nell'Europa
cristiana non c'è stata gente migliore che in altre civiltà»
›3.
Da appassionato investigatore delle Scritture mi premeva però
fondare quella tesi da un'ottica particolare: dall’interno
del Testo Sacro. Ci sono riuscito? Ai gentili lettori la facile
sentenza!
Abramo — si sa — è il più grande e
il più venerato dei patriarchi: è considerato padre
spirituale da Ebrei, Cristiani e Musulmani. La Bibbia ne decanta
le virtù; ma talvolta non ne sottace le miserie. E proprio
da queste ultime muoverò per svolgere qualche considerazione
sul pregiudizio infamante che, oggi come ieri (e chissà
per quanto ancora!), colpisce inesorabilmente liberi pensatori
in generale e non credenti in particolare (ma spesso anche solo
diversamente credenti): quello secondo cui costoro in fondo sarebbero
— poverini, magari inconsapevolmente! — portatori
sani di immoralità, dato che non hanno alcun «timore
di Dio» né, di conseguenza, una coscienza morale
illuminata e preservata da principi «superiori» (insomma:
no God, no moral). Abramo, l’«amico di Dio»
(Gc 2,23) nonché l’uomo di fede per antonomasia,
non era immune da questo pregiudizio: quando infatti, durante
le sue peregrinazioni, si imbatteva in una comunità dove
non si adorava il suo stesso Dio, stava all’erta e temeva
il peggio, perché era sicuro di trovarsi in mezzo a gente
senza scrupoli, disonesta e debosciata. È vero che dovette
ricredersi, come si vedrà più avanti; ma poiché
non ne seguì autentico ravvedimento, il gene di quel pregiudizio
non fu «disattivato», anzi venne trasmesso ai discendenti
(vicini e lontani), essendo il patriarca riconosciuto come «il
padre di tutti i credenti» (così è chiamato
da Paolo in Rm 4,16).
Due vicende della vita di Abramo risultano particolarmente illuminanti.
La prima è narrata in Gn 12,10-20 (cito da La
Bibbia. Traduzione interconfessionale in lingua corrente
[LDC/ABU, 2000]): «Una grave carestia colpì la terra
di Canaan. Per evitarla Abram emigrò in Egitto. Prima di
arrivarci disse a Sara, sua moglie: "Tu sei una donna molto
bella. Quando gli Egiziani ti vedranno penseranno che sei mia
moglie, allora mi uccideranno e lasceranno in vita te. Ti prego,
di' a tutti che sei mia sorella. Così, grazie a te, invece
di uccidermi, mi tratteranno bene". Infatti, appena giunsero
in Egitto, gli Egiziani videro che Sara era bellissima. Alcuni
funzionari la notarono e lodarono la sua bellezza parlandone con
il faraone. Così fu portata al palazzo reale e a causa
sua trattarono molto bene Abram: gli regalarono pecore, buoi,
asini e asine, serve e servi e cammelli. Ma il Signore colpì
il faraone e la sua casa con gravi malattie perché aveva
preso Sara, la moglie di Abram. Il faraone allora chiamò
Abram e gli disse: "Che cosa mi hai combinato? Perché
non mi hai fatto sapere che è tua moglie? Mi hai raccontato
che era tua sorella e hai lasciato che io la prendessi per moglie!
Ora riprenditela e vattene!"».
Questo racconto — commenta La Bibbia di Gerusalemme
(anche nella nuova edizione: Dehoniane, 2009) — «porta
il segno di una età morale in cui la coscienza non riprovava
sempre la menzogna e in cui la vita del marito valeva di più
dell’onore della moglie. L’umanità, guidata
da Dio, ha preso coscienza della legge morale solo progressivamente».
«Si ricordi — avverte in nota la Bibbia CEI
(1974) — che la morale dell’Antico Testamento non
era perfetta e delicata come quella evangelica». Evidentemente
imbarazzati per l’atteggiamento del patriarca, alcuni commentatori
intendono comunque giustificarlo, anche se non pienamente: appoggiandosi
su Gn 20,12, tengono a precisare che Sara era effettivamente
sorella di Abramo, benché per parte di padre soltanto;
e quindi il sotterfugio di lui di far passare Sara come sua sorella
non era in fondo una menzogna. Il movente di Abramo — fanno
osservare — non era di speculare sulla bellezza e l’onore
della moglie a scopo di lucro disonesto, bensì unicamente
di avere salva la vita. Fu quindi una debolezza dovuta al timore
di ritorsioni; non certo un peccato di falsità: «[Abramo]
ha perciò taciuto un lato della verità, senza affermare
il falso, cosa lecita per gravi ragioni. Egli temeva di essere
ucciso. Difatti Dio al versetto 17 difende Abramo» ›4.
Esclude l’imbroglio anche la Bibbia Piemme (1995):
«Il patriarca è uomo, e ha delle preoccupazioni per
la sua vita. Il ripiego che sceglie non è una menzogna,
perché Sara era veramente sua sorellastra» (nota
a Gn 12,10-20). Come pure è stato osservato: «Del
resto il testo narra ciò che avvenne, senza dare un giudizio
sul fatto» ›5.
Ma altri commentatori sono di diverso avviso. C’è
chi non si preoccupa di additare la «spudoratezza»
con cui Abramo non esita a mettere in pericolo la moglie Sara
né a mettere in crisi la promessa divina di una loro lunga
e benedetta discendenza ›6;
scrive a quest’ultimo proposito Jack Miles ›7
che il curioso atteggiamento del patriarca in realtà esprime
una «sfida» ai piani divini. C’è poi
chi esorta fraternamente a riflettere sul fatto che persino nel
padre della fede ci fu grande disonore e colpevole incredulità:
«Ahimè, che cosa avverrà a una fede debole,
quando anche la fede forte è così scossa! [...]
Se coloro che credono fanno quello che è ingiusto e ingannevole,
specialmente se agiscono con la menzogna...» ›8.
E c’è chi considera un «inganno» bell'e
buono il tentativo di Abramo di nascondere la vera relazione che
esisteva tra lui e Sara, definendo in generale «stolta»
la condotta del patriarca in questo episodio della sua vita ›9.
È arduo giustificare il modo di agire del padre dei credenti,
ignorare la sua menzogna e il fatto di aver sacrificato l’onore
della moglie e di averne ricavato protezione e ricchezze dal Faraone.
Diversamente che in tante altre circostanze non meno gravi e rischiose,
questa volta Abramo non dimostra né coraggio, né
altruismo, né tanto meno fede nell’Onnipotente. Egli
si rivela bugiardo (agisce infatti con premeditazione) nonché
un compagno non esemplare. A differenza di quello di Abramo, il
modo di agire del Faraone si dimostra onesto: il patriarca aveva
accettato i suoi regali e ciò l’aveva confermato
nell’opinione che Sara fosse sorella di Abramo. (E poi,
francamente, non si capisce mica perché Dio intervenga
contro il Faraone e invece nessun rimprovero sia mosso ad Abramo;
anzi, in apertura del cap. 13 si esaltano pure le sue ricchezze,
tra le quali ci sono anche i doni del Faraone. Ma tant’è!).
Su questa vicenda non possiamo ignorare qui quel che ebbe a osservare
un insigne e spregiudicato lettore delle sacre carte: «Egli
[Abramo] portò con sé a Menfi sua moglie Sara, che
era estremamente giovane, e quasi una bambina in confronto a lui,
dal momento che aveva solo sessantacinque anni. Poiché
era bellissima, egli decise di trarre profitto dalla sua bellezza:
"Fingete di essere mia sorella, le disse, affinché
mi si faccia del bene per causa vostra". Avrebbe potuto dirle
piuttosto: "Fingete di essere mia figlia". Il re si
innamorò della giovane Sara, e donò al presunto
fratello molte pecore, buoi, asini, asine, cammelli, servi e serve:
prova ne è che l’Egitto era già allora un
regno assai potente e civilizzato, e conseguentemente assai antico,
e che vi si ricompensavano magnificamente i fratelli che andavano
a offrire le loro sorelle ai re di Menfi» ›10.
Ma su cosa poggiava l’assoluta certezza di Abramo che i
loschi Egiziani avrebbero bramato quella magnifica straniera fino
a ucciderne anche il marito pur di assicurarsela? Lo sentiremo
tra poco dalla bocca dello stesso patriarca.
La seconda vicenda, pressoché identica alla prima (per
la critica solo un’altra versione del racconto precedente),
è narrata nel cap. 20 dello stesso libro biblico. Ma in
questo caso Abramo, interrogato, confessa il perché delle
sue prevenzioni verso gli «altri». «Abramo si
mosse da Mamre verso il sud di Canaan e si fermò tra Kades
e Sur. Abitò come straniero a Gerar. Quando parlava di
sua moglie diceva che era sua sorella. Perciò Abimelech,
re di Gerar, mandò a prenderla per sé. Di notte
Dio apparve in sogno ad Abimelech e gli disse: "Tu devi morire
perché ti sei presa questa donna che è già
sposata". Abimelech però non aveva ancora avuto alcun
rapporto con lei. Perciò disse: "Signore, sono innocente;
perché vuoi colpire me e il mio popolo? Abramo stesso ha
detto che era sua sorella e anche lei lo ha confermato. Io quindi
ho agito in buona fede e con intenzioni oneste". […]
Abimelech si alzò di buon mattino, chiamò tutti
i suoi consiglieri e raccontò loro l’intera vicenda.
Tutti furono spaventati. Allora Abimelech fece chiamare Abramo
e gli disse: "Che cosa mi hai combinato? Che cosa ti ho fatto
di male, io, per esporre me e il mio popolo al rischio di un peccato
così grave? Nessuno dovrebbe comportarsi così!".
Abimelech disse ancora ad Abramo: "Che intenzioni avevi quando
hai fatto questo?". Abramo rispose: "Mi sono detto:
sicuramente in questo luogo non vi è alcun rispetto di
Dio! Perciò mi uccideranno pur di avere mia moglie».
[…] Allora Abimelech restituì Sara ad Abramo e insieme
gli regalò pecore e buoi, schiavi e schiave. E gli disse:
"Guarda, questo è il mio territorio. Va' a stabilirti
dove preferisci". A Sara disse: "Ecco, io ho dato a
tuo fratello mille pezzi d’argento. Questo dono dimostra
ai tuoi e a tutti che sei innocente. Così tutti sapranno
che non hai fatto nulla di male"».
Immagino — forse m’illudo! — che dovette rimanere
proprio di sasso (almeno lì per lì) il prevenuto
monoteista Abramo di fronte a cotanta mitezza, magnanimità
e onestà d’intenti e d’azione da parte di un
losco cananeo idolatra che, nonostante tutto, conferma la propria
ospitalità all’ingrato straniero. Letto questo racconto
Voltaire non si trattenne dal commentare: «Abramo, cui piaceva
viaggiare, si recò nell’orribile deserto di Cades
con la moglie incinta, sempre giovane e sempre bella. Un re di
quel deserto non mancò di innamorarsi di Sara come era
accaduto al re d’Egitto. Il padre dei credenti si servì
della stessa menzogna che in Egitto: spacciò la moglie
per sua sorella, e da tale affare ebbe ancora pecore, buoi, servi
e serve. Si può dire che questo Abramo divenne ricchissimo
alle spalle della moglie. I commentatori hanno prodotto un numero
prodigioso di volumi per giustificarne la condotta» ›11.
Abramo è dunque "recidivo"; e il suo del tutto
ingiustificato pregiudizio nei confronti di chi non adora o, più
semplicemente, non conosce "il Dio di Abramo" non è
minimamente intaccato da queste esperienze. Egli nega l’evidenza,
mantenendo intatta l’assurda prevenzione contro i popoli
di diverso orientamento religioso (proprio un pluralista ante
litteram, nevvero?). Non solo: incontrastato, il pregiudizio
di Abramo passa purtroppo al figlio Isacco, che, in circostanze
simili, seguirà fedelmente le orme del padre (Gn
26). E però la condotta del patriarca, sostengono gli avvocati
difensori, non deve scandalizzarci: egli vive e opera in altri
tempi, in un’età morale in cui la sensibilità
degli uomini per l’inganno era molto meno acuta della nostra.
Ebbene, una siffatta spiegazione/giustificazione risulta penosa
poiché ignora l’eloquente dato testuale, sorvolando
spudoratamente sulla reazione delle vittime dell’inganno,
del Faraone nel primo caso (Gn 12,18-19) e Abimelech
nel secondo (Gn 20,9). Con totale, nonché pienamente
legittima, franchezza costoro esprimono al patriarca tutto il
loro biasimo, e gli danno una lezione di onestà; lezione
che chi si considera spiritualmente discendente di Abramo dovrebbe
tesaurizzare.
Ma c’è di più. Dal re e dalla gente di Gerar
Abramo riceve pure una lezione sul pregiudizio (peccato
però ch’egli non l’abbia valorizzata!). Per
lui gli abitanti di Gerar sono gente senza timore di Dio; ergo,
senza morale o scrupoli di sorta. A Gerar «non vi è
alcun rispetto di Dio»; perciò non può esserci
pace e sicurezza per lui in quel luogo. Ne è talmente sicuro
da ideare e attuare un piano per sfuggire alla supposta
malvagità di quella gente. Abramo giudica senza conoscere,
ma — lo abbiamo visto — deve ricredersi. Ora, sicuramente
Abimelech e la sua gente erano diversi da Abramo e dal suo clan
per usi, costumi e credenze. L’errore di Abramo però
consistette nell’identificare la diversità
con l’inferiorità (errore, per la verità,
in cui tutti rischiamo costantemente d’incorrere). Per lui
quella gente non poteva conoscere e praticare la giustizia, visto
che non serviva il suo stesso Dio. Presso gente politeista non
poteva che regnare la dissolutezza mista alla violenza. Abramo
giudicava a priori impossibile che si osservassero la decenza
e la virtù anche al di fuori del suo gruppo ›12.
Ma si sbagliava di grosso. Non è necessario qui scomodare
Spinoza con la sua incisiva esposizione di prove scritturali contro
l’idea che ai Patriarchi e al Popolo Eletto Dio abbia riservato
— su tutto, in assoluto e in eterno — una «luce»
speciale ›13.
Sarebbe invece sufficiente tener conto di quanto ammette una fonte
non certo sospetta di disamore per il Testo Sacro: «Oggi
non appare più tanto drastica l’antitesi: "Qui
la sublime fede in un unico dio — là il bizzarro
brulicare di dèi". [...] Pure la concezione della
sublimità di figure divine regali non era estranea alle
religioni di altri popoli che abitavano in prossimità della
Terra Santa. E quindi dobbiamo concludere che anche altrove non
c’era dissolutezza. Anche al di fuori dei confini di
Israele si conosceva la responsabilità, la decenza, la
legge, l’ordine, l’etica e la morale; e anche altrove
le norme della condotta umana trovavano un’espressione adeguata,
nello spirito e nella lettera, alla legge sacra di Israele.
Ancora una volta possiamo dire: la Bibbia aveva ragione; ragione
nella misura in cui ha tramandato anche nei suoi testi legislativi,
il cui nucleo principale sono i dieci comandamenti, una parte
autentica — convalidabile mediante paralleli — della
storia della civiltà e dei costumi dell’antico Oriente.
Certo, il quadro che ne emerge ci rende oggi più difficile
salvaguardare il diritto accampato un tempo circa l’unicità
della legge biblica, e ciò può confondere molti.
Ma non possiamo sottrarre nessuno a questo stato di incertezza»
›14.
Ancora oggi viene di continuo e da più parti ribadita
la terrificante sentenza: una società senza (il nostro)
Dio si autodistrugge, inesorabilmente! Per molti ne consegue che
bisogna diffidare dei non credenti e contrastare le scellerate
istanze laiche. Per il bene di tutti — si capisce. Una cosa
però è tragicamente vera: né l’amore
per Dio né la credenza nell’inferno eterno hanno
mai impedito (storicamente e ancora) a coloro che li professano
entrambi di concepire e compiere i delitti più esecrabili.
Eppure si ripropone la tesi che solo chi crede in Dio rispetta
la vita (ma cosa non è stato fatto e non si fa proprio
in nome di Dio!); e alla domanda «In cosa crede chi non
crede?» tanti credenti continuano a rispondere con sfacciata
sicumera: «Ma in nulla! Se Dio non esiste, allora tutto
è possibile, opinabile, lecito… Non ancorati a Dio,
il valore della vita e la dignità umana restano senza fondamento...».
Un uomo e credente d’eccezione come Albert Schweitzer ha
affermato invece: «Se domani giungessi alla conclusione
che Dio non esiste, e che non esiste l’immortalità,
e che la morale non è che un’invenzione della società
[…] ciò non mi turberebbe affatto. L’equilibrio
della mia vita interiore e la consapevolezza del mio dovere non
ne sarebbero intimamente scossi. Riderei di cuore e direi: Sì,
e allora? […] Questo mi riempie di sereno orgoglio»
(Lettere 1901-1913). Di più: «Quando il
pensiero si inoltra per la sua strada, deve essere preparato a
tutto, anche ad arrivare all’agnosticismo [Nichterkennen].
Ma se anche la nostra volontà d’azione fosse destinata
a combattere una lotta senza fine e senza successo con una concezione
agnostica del mondo e della vita, questa dolorosa disillusione
sarebbe pur sempre preferibile alla rinuncia a pensare. Poiché
questa disillusione significa già purificazione [Läuterung]»
(Kultur und Ethik). Mi chiedo se verrà mai il
tempo in cui i credenti di tutte le specie e latitudini vorranno
e sapranno far proprie queste parole. Mi lascia però ben
sperare il fatto di vedere riprodotte e apertamente valorizzate
su una autorevole rivista teologica ›15
queste e altre fondamentali affermazioni di Schweitzer.
Si potrebbe obiettare che il mio è un modo molto poco
rispettoso di trattare le vicende bibliche e che non sta bene
citare un "blasfemo" Voltaire che accusa di menzogna
e opportunismo il padre dei credenti, la cui condotta invece non
viene affatto stigmatizzata dall’autore sacro. Ora, sono
più che noti i fatti in virtù dei quali Abramo eccelle
per coraggio, altruismo, mitezza e fedeltà. Eminente è
il posto che egli occupa nella Bibbia, dove è additato
come esempio eccellente di fede e modello di virtù. Gesù
stesso raccomandava di imitare le opere di Abramo (Gv
8, 31-40). Tuttavia, in sintonia con l’indicazione biblica
di 1Cor 10,6.11 ritengo che si possa e debba trarre insegnamento
non solo dalla grandezza di Abramo ma anche dalle sue défaillance.
Inoltre, non si dice sempre — e giustamente! — che
una delle più interessanti caratteristiche di autenticità
della Bibbia consiste proprio nel fatto che essa non mitizza i
suoi eroi (nemmeno quelli più grandi: i campioni della
fede), svelandone anzi gli atti e i pensieri più ignobili?
Molti credenti, però, sono affezionati a una descrizione
sempre e comunque mitica/celebrativa dei fatti e dei personaggi
della Bibbia. Vale a mio avviso per la storia biblica quel che
Sergio Quinzio con matura lucidità osservava a proposito
della storia della chiesa e dei secoli cristiani: «Non si
tratta di sollevare con compiacimento i veli che nascondono le
miserie dei secoli cristiani, ma di guardare in faccia la realtà,
perché Dio, come diceva Giobbe, non ha bisogno di essere
difeso dalle nostre pietose menzogne. E noi siamo tentati invece,
oggi non meno di ieri, di fingere per gli altri e prima ancora
per noi stessi un’immagine della chiesa che non susciti
problemi e tranquillizzi» ›16.
Ovviamente, non è corretto valutare il passato sulla base
degli attuali parametri etici. Il fatto è che in quel particolare
frangente Abramo peccò di falsità. E l’inganno
era nettamente condannato anche in quell’età morale
(del resto la reazione delle vittime del «complotto»
non lascia dubbi in proposito). Sorvoliamo pure sul fatto che
sposare la propria sorellastra sarà considerato un’infamia
dalla legge mosaica (Lv 18, 9 e 20,17). Rimane sempre
la domanda: com’è possibile che Abramo abbia così
spregiudicatamente indotto all’adulterio la sua adorata
Sara? Ci risiamo, erano altri tempi!
Tuttavia la questione di fondo per me è un’altra:
in base a quali elementi il patriarca pensa sistematicamente male
dei diversi che incontra sul suo cammino? Egli non ha
elementi. Del resto, mica ne occorrono a chi si affida al pregiudizio!
Il pregiudizio ostacola l’ascolto, l’apertura verso
gli "altri"; impedisce di pensare che ogni persona è
tutto un mondo da scoprire; e chiude molte porte di accesso alla
verità. Sebbene Abramo non ne avesse le prove, era ugualmente
sicuro che i malvagi re dei corrotti popoli cananei non avrebbero
avuto il minimo scrupolo ad assassinarlo pur di avere la bellissima
Sara. Paradossalmente, sarà invece un piissimo re d’Israele
— il re «secondo il cuore di Dio», autore di
Salmi, il modello di tutti i re del Popolo Eletto nonché
il tipo del Messia — a organizzare e portare a termine un’azione
così vergognosa. Ecco, sono convinto che nel caso del Faraone
e di Abimelech (come pure in quello di Giobbe e del buon Samaritano)
i credenti dovrebbero ravvisare tra l’altro questo prezioso
ammonimento: anche al di fuori del cosiddetto «popolo di
Dio» esistono e si praticano sani principi. Se ci si crede
migliori degli «altri» (di coloro che professano un’altra
religione o non ne professano alcuna) occorre dimostrarlo. Con
i fatti. Perché credere in Dio, osservare con scrupolo
i precetti religiosi, difendere zelantemente l’ortodossia...
non è affatto garanzia di buona condotta, di fidata sensibilità
morale o di maggiore umanità. Così come la mancanza
di fede non implica l’assenza di degni valori morali. Cosa
fa allora la differenza? Sacrosanto il criterio indicato dal Maestro
di Nazareth: «È dai frutti che si conosce la qualità
dell’albero» (Mt 12,33).
Concludo parafrasando un famoso Salmo. Se stolto è chi
dice che Dio non c’è, meno stolto non è chi
pensa: Dio parla solo con me, o solo con la mia Chiesa, o la mia
civiltà.