Non c’è
pace tra le nazioni senza pace tra le religioni.
Non c’è pace tra le religioni senza dialogo
tra le religioni.
Non c’è dialogo tra le religioni senza una ricerca
sui fondamenti delle religioni.
Hans Küng
La realtà dei fatti
ci dimostra abbastanza chiaramente che fede
in Dio e moralità non sempre coincidono.
Le due cose purtroppo non vanno necessariamente
di pari passo. Sappiamo benissimo che non
basta essere credenti per essere persone migliori,
spiritualmente e moralmente. Magari fosse
così! Staremmo certo tutti meglio,
vista l’altissima percentuale di credenti
nel mondo (ben i cinque sesti della popolazione).
Eppure, ancora oggi accade che i cosiddetti
«senza Dio» vengano da più
parti dipinti a tinte scure. Atei e agnostici
non possono, per principio, predicare/praticare
nulla di veramente buono. Da costoro non può
quindi venire alcun apporto positivo per una
sana visione etica.
Ci sono certo importanti
eccezioni. Per esempio, alla domanda: «Il
cristianesimo di speciale cosa può
offrire?», il noto teologo cattolico
dissidente Hans Küng ha risposto così:
«Molto. Naturalmente va capito che anche
nelle altre religioni si trovano tanti valori
e che una visione etica e spirituale si nutre
anche dell’apporto che viene dagli agnostici,
dagli scettici, dagli atei. Insomma, il cristianesimo
non può pretendere di cambiare da solo
il mondo...» (da una intervista di Marco
Politi – "la Repubblica" del
10 marzo 2005). Per Sergio Quinzio –
filosofo della rivelazione, eminente esegeta
della tradizione giudaico-cristiana, portatore
di una fede (nel Dio biblico) tanto salda
quanto inquieta, tra la Croce e il Nulla,
in virtù della quale però ha
potuto parlare con e ai non credenti
– si può anzi dire che «il
credente ha bisogno dell’incredulo,
in assenza del quale, com’è troppe
volte accaduto, la sua fede si trasforma in
tranquillo e non di rado ottuso sistema di
certezze. "La fede che non si espone
costantemente alle possibilità dell’incredulità
- ha scritto Heidegger - non è neppure
una fede". Se è vero, oggi di
fede ce n’è ben poca. L’opportunità
di confrontarsi con i non credenti non mancherebbe
infatti a nessuno, ma la fede cristiana continua
a presentarsi soprattutto come lo schieramento
di coloro che hanno una risposta pronta per
ogni domanda, tanto che le domande gli appaiono
superate e del tutto inutili, anzi senz’altro
colpevoli» (S. Quinzio, La speranza
nell’apocalisse, Paoline, Roma
1984, p. 148).
Ebbene, negli ultimi tempi
mi sono chiesto fino a che punto si possa
fondatamente sostenere, da parte dei credenti,
che l’etica dei non credenti sia inevitabilmente
a rischio, oltre che di «qualità
inferiore». Ciò che propongo
qui è una libera riflessione su di
un episodio biblico (l’incontro del
patriarca Abramo con altre culture), una riflessione
che interpella Voltaire e attinge pure a una
tanto splendida quanto clamorosa testimonianza
di Albert Schweitzer. Direi che la tesi di
fondo è scontata. Come giustamente
è stato osservato: «Noi siamo
cresciuti in una società che ha come
modello morale il Vangelo con i valori del
Discorso della montagna: beati i poveri di
spirito, i miti, coloro che piangono, coloro
che hanno fame e sete di giustizia, i misericordiosi,
i puri di cuore, i pacifici, i perseguitati
a causa della giustizia. A cui vanno aggiunti
i comandamenti: ama il prossimo tuo come te
stesso, ama il tuo nemico. [...] Nell'Europa
cristiana non c'è stata gente migliore
che in altre civiltà» (così
Francesco Alberoni sul "Corriere della
Sera" del 19 settembre 2005). Da appassionato
investigatore delle Scritture mi premeva tuttavia
fondare quella tesi da un punto di vista particolare:
dall’interno del Testo Sacro. Ci sono
riuscito? Ai gentili lettori la facile sentenza!
Abramo – si sa –
è il più grande e il più
venerato dei patriarchi: è considerato
padre spirituale da Ebrei, Cristiani e Musulmani.
La Bibbia ne decanta le virtù; ma talvolta
non ne sottace le miserie. E proprio da queste
ultime muoverò per svolgere qualche
considerazione sul pregiudizio infamante che,
oggi come ieri (e chissà per quanto
ancora!), colpisce inesorabilmente liberi
pensatori in generale e non credenti in particolare
(ma spesso anche solo diversamente credenti):
quello secondo cui costoro in fondo sarebbero
– poverini, magari inconsapevolmente!
– portatori sani di immoralità,
dato che non hanno alcun «timore di
Dio» né, di conseguenza, una
coscienza morale illuminata e preservata da
principi «superiori» (insomma:
no God, no moral). Abramo, l’«amico
di Dio» (Lettera di Giacomo 2,23) nonché
l’uomo di fede per antonomasia, non
era immune da questo pregiudizio: quando infatti,
durante le sue peregrinazioni, si imbatteva
in una comunità dove non si adorava
il suo stesso Dio, stava all’erta e
temeva il peggio, perché era sicuro
di trovarsi in mezzo a gente senza scrupoli,
disonesta e debosciata. È vero che
dovette ricredersi, come si vedrà più
avanti; ma poiché non ne seguì
autentico ravvedimento, il gene di quel pregiudizio
non fu «disattivato», anzi venne
trasmesso ai discendenti (vicini e lontani),
essendo il patriarca riconosciuto come "il
padre di tutti i credenti" (così
è chiamato da san Paolo in Romani 4,16).
Due vicende della vita di
Abramo risultano particolarmente illuminanti.
La prima è narrata in Genesi 12,10-20
(cito da La Bibbia. Traduzione interconfessionale
in lingua corrente [LDC/ABU, 2000]): «Una
grave carestia colpì la terra di Canaan.
Per evitarla Abram emigrò in Egitto.
Prima di arrivarci disse a Sarai, sua moglie:
"Tu sei una donna molto bella. Quando
gli Egiziani ti vedranno penseranno che sei
mia moglie, allora mi uccideranno e lasceranno
in vita te. Ti prego, di' a tutti che sei
mia sorella. Così, grazie a te, invece
di uccidermi, mi tratteranno bene". Infatti,
appena giunsero in Egitto, gli Egiziani videro
che Sarai era bellissima. Alcuni funzionari
la notarono e lodarono la sua bellezza parlandone
con il faraone. Così fu portata al
palazzo reale e a causa sua trattarono molto
bene Abram: gli regalarono pecore, buoi, asini
e asine, serve e servi e cammelli. Ma il Signore
colpì il faraone e la sua casa con
gravi malattie perché aveva preso Sarai,
la moglie di Abram. Il faraone allora chiamò
Abram e gli disse: "Che cosa mi hai combinato?
Perché non mi hai fatto sapere che
è tua moglie? Mi hai raccontato che
era tua sorella e hai lasciato che io la prendessi
per moglie! Ora riprenditela e vattene!"».
Questo racconto –
commenta La Bibbia di Gerusalemme (anche nella
nuova edizione [Dehoniane, 2009]) –
«porta il segno di un’età
morale in cui la coscienza non riprovava sempre
la menzogna e in cui la vita del marito valeva
di più dell’onore della moglie.
L’umanità, guidata da Dio, ha
preso coscienza della legge morale solo progressivamente».
«Si ricordi» – avverte premurosa
in nota la Bibbia CEI (1974) – «che
la morale dell’Antico Testamento non
era perfetta e delicata come quella evangelica».
Evidentemente imbarazzati per l’atteggiamento
del patriarca, alcuni commentatori intendono
comunque giustificarlo, anche se non pienamente:
appoggiandosi su Genesi 20,12, tengono a precisare
che Sara era effettivamente sorella di Abramo,
benché per parte di padre soltanto;
e quindi il sotterfugio di lui di far passare
Sara come sua sorella non era in fondo una
menzogna. Il movente di Abramo – fanno
osservare – non era di speculare sulla
bellezza e l’onore della moglie a scopo
di lucro disonesto, bensì unicamente
di avere salva la vita. Fu quindi una debolezza
dovuta al timore di ritorsioni; non certo
un peccato di falsità: «[Abramo]
ha perciò taciuto un lato della verità,
senza affermare il falso, cosa lecita per
gravi ragioni. Egli temeva di essere ucciso.
Difatti Dio al versetto 17 difende Abramo»
(così La Sacra Bibbia edita dalle Paoline
[1958], nota a Genesi 12,13). Esclude l’imbroglio
anche la Bibbia Piemme (1995): «Il patriarca
è uomo, e ha delle preoccupazioni per
la sua vita. Il ripiego che sceglie non è
una menzogna, perché Sara era veramente
sua sorellastra» (nota a Genesi 12,10-20).
Come pure è stato osservato: «Del
resto il testo narra ciò che avvenne,
senza dare un giudizio sul fatto» (così
La Sacra Bibbia a cura di Giuseppe Ricciotti
[Salani, 1940]).
Ma altri commentatori sono
di diverso avviso. C’è chi non
si preoccupa di additare la «spudoratezza»
con cui Abramo non esita a mettere in pericolo
la moglie Sara né a mettere in crisi
la promessa divina di una loro lunga e benedetta
discendenza (cfr. per es. il commento della
Bibbia Oscar, ideata e diretta da Vito Mancuso
[Mondadori, 2000]); scrive a quest’ultimo
proposito Jack Miles (cfr. il suo Dio.
Una biografia, Garzanti, Milano 1996,
pp. 60-73) che il curioso atteggiamento del
patriarca in realtà esprime una «sfida»
ai piani divini. C’è poi chi
esorta fraternamente a riflettere sul fatto
che persino nel padre della fede ci fu grande
disonore e colpevole incredulità: «Ahimè,
che cosa avverrà a una fede debole,
quando anche la fede forte è così
scossa! [...] Se coloro che credono fanno
quello che è ingiusto e ingannevole,
specialmente se agiscono con la menzogna...»
(cfr. il commentario disponibile QUI).
E c’è chi considera un «inganno»
bell'e buono il tentativo di Abramo di nascondere
la vera relazione che esisteva tra lui e Sara,
definendo in generale «stolta»
la condotta del patriarca in questo episodio
della sua vita (cfr. Investigare le Scritture
– Antico Testamento, commentario
a cura del Dallas Theological Seminary, La
Casa della Bibbia, Torino 2001, pp. 49-51;
di «inganno» parla anche La Bibbia.
Via Verità e Vita [San Paolo, 2009]:
cfr. la nota al passo in questione). È
arduo giustificare il modo di agire del padre
dei credenti, ignorare la sua menzogna e il
fatto di aver sacrificato l’onore della
moglie e di averne ricavato protezione e ricchezze
dal Faraone. Diversamente che in tante altre
circostanze non meno gravi e rischiose, questa
volta Abramo non dimostra né coraggio,
né altruismo, né tanto meno
fede nell’Onnipotente. Egli si rivela
bugiardo (agisce infatti con premeditazione)
nonché un compagno non esemplare. A
differenza di quello di Abramo, il modo di
agire del Faraone si dimostra onesto: il patriarca
aveva accettato i suoi regali e ciò
l’aveva confermato nell’opinione
che Sara fosse sorella di Abramo. (E poi,
francamente, non si capisce mica perché
Dio intervenga contro il Faraone e invece
nessun rimprovero sia mosso ad Abramo; anzi,
in apertura del capitolo 13 si esaltano pure
le sue ricchezze, tra le quali ci sono anche
i doni del Faraone. Ma tant’è!).
Su questa vicenda non possiamo
ignorare qui quel che ebbe a osservare un
insigne e spregiudicato lettore delle sacre
carte: «Egli [Abramo] portò con
sé a Menfi sua moglie Sara, che era
estremamente giovane, e quasi una bambina
in confronto a lui, dal momento che aveva
solo sessantacinque anni. Poiché era
bellissima, egli decise di trarre profitto
dalla sua bellezza: "Fingete di essere
mia sorella, le disse, affinché mi
si faccia del bene per causa vostra".
Avrebbe potuto dirle piuttosto: "Fingete
di essere mia figlia". Il re si innamorò
della giovane Sara, e donò al presunto
fratello molte pecore, buoi, asini, asine,
cammelli, servi e serve: prova ne è
che l’Egitto era già allora un
regno assai potente e civilizzato, e conseguentemente
assai antico, e che vi si ricompensavano magnificamente
i fratelli che andavano a offrire le loro
sorelle ai re di Menfi» (Voltaire, Dizionario
filosofico, voce «Abramo»,
p. 7). (Assai illuminante al riguardo è
la prospettiva de La Bibbia delle donne.
Un commentario, Claudiana, Torino 1996,
vol. I, pp. 42-43). Ma su cosa poggiava l’assoluta
certezza di Abramo che i loschi Egiziani avrebbero
bramato quella magnifica straniera fino a
ucciderne anche il marito pur di assicurarsela?
Lo sentiremo tra poco dalla bocca dello stesso
patriarca.
La seconda vicenda, pressoché
identica alla prima (per la critica solo un’altra
versione del racconto precedente), è
narrata nel cap. 20 dello stesso libro biblico.
Ma in questo caso Abramo, interrogato, confessa
il perché delle sue prevenzioni verso
gli «altri». Abramo si mosse
da Mamre verso il sud di Canaan e si fermò
tra Kades e Sur. Abitò come straniero
a Gerar. Quando parlava di sua moglie diceva
che era sua sorella. Perciò Abimelech,
re di Gerar, mandò a prenderla per
sé. Di notte Dio apparve in sogno ad
Abimelech e gli disse: «Tu devi morire
perché ti sei presa questa donna che
è già sposata». Abimelech
però non aveva ancora avuto alcun rapporto
con lei. Perciò disse: «Signore,
sono innocente; perché vuoi colpire
me e il mio popolo? Abramo stesso ha detto
che era sua sorella e anche lei lo ha confermato.
Io quindi ho agito in buona fede e con intenzioni
oneste». […] Abimelech si alzò
di buon mattino, chiamò tutti i suoi
consiglieri e raccontò loro l’intera
vicenda. Tutti furono spaventati. Allora Abimelech
fece chiamare Abramo e gli disse: «Che
cosa mi hai combinato? Che cosa ti ho fatto
di male, io, per esporre me e il mio popolo
al rischio di un peccato così grave?
Nessuno dovrebbe comportarsi così!»
[grassetto mio].
Abimelech disse ancora ad Abramo: «Che
intenzioni avevi quando hai fatto questo?».
Abramo rispose: «Mi sono detto: Sicuramente
in questo luogo non vi è alcun rispetto
di Dio! Perciò mi uccideranno pur di
avere mia moglie» [grassetto
mio]. […] Allora Abimelech restituì
Sara ad Abramo e insieme gli regalò
pecore e buoi, schiavi e schiave. E gli disse:
«Guarda, questo è il mio territorio.
Va' a stabilirti dove preferisci». A
Sara disse: «Ecco, io ho dato a tuo
fratello mille pezzi d’argento. Questo
dono dimostra ai tuoi e a tutti che sei innocente.
Così tutti sapranno che non hai fatto
nulla di male».
Immagino – ma forse
m’illudo! – che dovette rimanere
proprio di sasso (almeno lì per lì)
il prevenuto monoteista Abramo di fronte a
cotanta mitezza, magnanimità e onestà
d’intenti e d’azione da parte
di un losco cananeo idolatra. Il quale, nonostante
tutto, conferma la propria ospitalità
all’ingrato straniero. Dopo aver letto
questo racconto Voltaire non seppe trattenersi
dal commentare così: «Abramo,
cui piaceva viaggiare, si recò nell’orribile
deserto di Cades con la moglie incinta, sempre
giovane e sempre bella. Un re di quel deserto
non mancò di innamorarsi di Sara come
era accaduto al re d’Egitto. Il padre
dei credenti si servì della stessa
menzogna che in Egitto: spacciò la
moglie per sua sorella, e da tale affare ebbe
ancora pecore, buoi, servi e serve. Si può
dire che questo Abramo divenne ricchissimo
alle spalle della moglie. I commentatori hanno
prodotto un numero prodigioso di volumi per
giustificare la condotta di Abramo…»
(Voltaire, Dizionario filosofico,
cit., p. 7).
Abramo è dunque "recidivo";
e il suo del tutto ingiustificato pregiudizio
nei confronti di chi non adora o, più
semplicemente, nemmeno conosce "il Dio
di Abramo" non viene minimamente intaccato
da queste esperienze. Egli nega l’evidenza,
mantenendo intatta l’assurda prevenzione
contro i popoli di diverso orientamento religioso
(proprio un pluralista ante litteram,
nevvero?). Non solo: incontrastato, il pregiudizio
di Abramo passa purtroppo al figlio Isacco;
questi infatti, in circostanze simili, seguirà
fedelmente le orme del padre (cfr. Genesi
26). E però la condotta del patriarca
– sostengono gli avvocati difensori
– non deve scandalizzarci, perché
egli vive e opera in altri tempi, in un’età
morale in cui la sensibilità degli
uomini per l’inganno era molto meno
acuta della nostra. Ebbene, una siffatta spiegazione/giustificazione
risulta penosa in quanto ignora l’eloquente
dato testuale, sorvolando spudoratamente sulla
reazione delle vittime dell’inganno,
ossia del Faraone nel primo caso (Genesi 12,18-19)
e di Abimelech nel secondo (Genesi 20,9).
Con totale – nonché pienamente
legittima – franchezza costoro esprimono
al patriarca tutto il loro biasimo, e gli
danno una lezione di onestà; lezione
che chi si considera spiritualmente discendente
di Abramo dovrebbe tesaurizzare.
Ma c’è di più.
Dal re e dalla gente di Gerar Abramo riceve
pure una lezione sul pregiudizio (peccato
però ch’egli non l’abbia
valorizzata!). Per lui gli abitanti di Gerar
sono gente senza timore di Dio; ergo, senza
morale o scrupoli di sorta. A Gerar «non
vi è alcun rispetto di Dio»;
perciò non può esserci pace
e sicurezza per lui in quel luogo. Ne è
talmente sicuro da ideare e attuare un piano
per sfuggire alla supposta malvagità
di quella gente. Abramo giudica senza conoscere,
ma – lo abbiamo visto – deve ricredersi.
Ora, sicuramente Abimelech e la sua gente
erano diversi da Abramo e dal suo clan
per usi, costumi e credenze. L’errore
di Abramo però consistette nell’identificare
la diversità con l’inferiorità
(errore, per la verità, in cui tutti
rischiamo costantemente d’incorrere).
Per lui quella gente non poteva conoscere
e praticare la giustizia, visto che non serviva
il suo stesso Dio. Presso gente politeista
non poteva che regnare la dissolutezza mista
alla violenza. Abramo giudicava a priori impossibile
che si osservassero la decenza e la virtù
anche al di fuori del suo gruppo. (Eh sì,
la stolida presunzione di superiorità
– etnica, morale, spirituale –
non è solo appannaggio dei nostri tempi!).
Ma si sbagliava di grosso. Non è necessario
qui scomodare Spinoza con la sua incisiva
esposizione di prove scritturali contro l’idea
che ai Patriarchi e al Popolo Eletto Dio abbia
riservato – su tutto, in assoluto e
in eterno – una «luce» speciale
(cfr. Trattato teologico-politico,
cur. di A. Dini, Milano 1999, pp. 147-169).
Sarebbe invece sufficiente tener conto di
quanto ammette una fonte non certo sospetta
di disamore per il Testo Sacro: «Oggi
non appare più tanto drastica l’antitesi:
"Qui la sublime fede in un unico dio
– là il bizzarro brulicare di
dèi". [...] Pure la concezione
della sublimità di figure divine regali
non era estranea alle religioni di altri popoli
che abitavano in prossimità della Terra
Santa. E quindi dobbiamo concludere che anche
altrove non c’era dissolutezza. Anche
al di fuori dei confini di Israele si conosceva
la responsabilità, la decenza, la legge,
l’ordine, l’etica e la morale;
e anche altrove le norme della condotta umana
trovavano un’espressione adeguata, nello
spirito e nella lettera, alla legge sacra
di Israele. Ancora una volta possiamo
dire: la Bibbia aveva ragione; ragione nella
misura in cui ha tramandato anche nei suoi
testi legislativi, il cui nucleo principale
sono i dieci comandamenti, una parte autentica
– convalidabile mediante paralleli –
della storia della civiltà e dei costumi
dell’antico Oriente. Certo, il quadro
che ne emerge ci rende oggi più difficile
salvaguardare il diritto accampato un tempo
circa l’unicità della legge biblica,
e ciò può confondere molti.
Ma non possiamo sottrarre nessuno a questo
stato di incertezza» (W. Keller, La
Bibbia aveva ragione, edizione riv. cur.
di J. Rehork, Garzanti, Milano 1979, pp. 142-143
[corsivo mio]).
Ancora oggi viene di continuo
e da più parti ribadita la terrificante
sentenza: una società senza (il nostro)
Dio si autodistrugge, inesorabilmente! Per
molti ne consegue che bisogna diffidare dei
non credenti e contrastare le scellerate istanze
laiche. Per il bene di tutti – si capisce.
Una cosa però è tragicamente
vera: né l’amore per Dio né
la credenza nell’inferno eterno hanno
mai impedito (storicamente e ancora) a coloro
che li professano entrambi di concepire e
compiere i delitti più esecrabili.
Eppure si ripropone la tesi che solo chi crede
in Dio rispetta la vita (ma cosa non è
stato fatto e non si fa proprio in nome di
Dio!); e alla domanda «In cosa crede
chi non crede?» tanti credenti continuano
a rispondere con sfacciata sicumera: «Ma
in nulla! Se Dio non esiste, allora tutto
è possibile, opinabile, lecito…
Non ancorati a Dio, il valore della vita e
la dignità umana restano senza fondamento...».
Un uomo e credente d’eccezione come
Albert Schweitzer ha affermato invece: «Se
domani giungessi alla conclusione che Dio
non esiste, e che non esiste l’immortalità,
e che la morale non è che un’invenzione
della società […] ciò
non mi turberebbe affatto. L’equilibrio
della mia vita interiore e la consapevolezza
del mio dovere non ne sarebbero intimamente
scossi. Riderei di cuore e direi: Sì,
e allora? […] Questo mi riempie di sereno
orgoglio» (Lettere 1901-1913).
Di più: «Quando il pensiero si
inoltra per la sua strada, deve essere preparato
a tutto, anche ad arrivare all’agnosticismo
[Nichterkennen]. Ma se anche la nostra
volontà d’azione fosse destinata
a combattere una lotta senza fine e senza
successo con una concezione agnostica del
mondo e della vita, questa dolorosa disillusione
sarebbe pur sempre preferibile alla rinuncia
a pensare. Poiché questa disillusione
significa già purificazione [Läuterung]»
(Kultur und Ethik). Mi chiedo se
verrà mai il tempo in cui i credenti
di tutte le specie e latitudini vorranno e
sapranno far proprie queste parole. Mi lascia
però ben sperare il fatto di vedere
riprodotte e apertamente valorizzate su una
autorevole rivista teologica ("Protestantesimo",
n. 3/2002 – pubblicata dalla Facoltà
Valdese di Teologia) queste e altre fondamentali
affermazioni di Schweitzer.
Si potrebbe obiettare che
il mio è un modo molto poco rispettoso
di trattare le vicende bibliche e che non
sta bene citare un "blasfemo" Voltaire
che accusa di menzogna e opportunismo il padre
dei credenti, la cui condotta invece non viene
affatto stigmatizzata dall’autore sacro.
Ora, sono più che noti i fatti in virtù
dei quali Abramo eccelle per coraggio, altruismo,
mitezza e fedeltà. Eminente è
il posto che egli occupa nella Bibbia, dove
è additato come esempio eccellente
di fede e modello di virtù. Gesù
stesso raccomandava di imitare le opere di
Abramo (cfr. Vangelo di Giovanni 8,31-40).
Tuttavia, in sintonia con l’indicazione
biblica di 1 Corinzi 10,6.11 ritengo che si
possa e debba trarre insegnamento non solo
dalla grandezza di Abramo ma anche dalle sue
défaillance. Inoltre, non
si dice sempre – e giustamente! –
che una delle più interessanti caratteristiche
di autenticità della Bibbia consiste
proprio nel fatto che essa non mitizza i suoi
eroi (nemmeno quelli più grandi: i
campioni della fede), svelandone anzi gli
atti e i pensieri più ignobili? Molti
credenti, però, sono affezionati a
una descrizione sempre e comunque mitica/celebrativa
dei fatti e dei personaggi della Bibbia. Vale
a mio avviso per la storia biblica quel che
Sergio Quinzio con matura lucidità
osservava a proposito della storia della chiesa
e dei secoli cristiani: «Non si tratta
di sollevare con compiacimento i veli che
nascondono le miserie dei secoli cristiani,
ma di guardare in faccia la realtà,
perché Dio, come diceva Giobbe, non
ha bisogno di essere difeso dalle nostre pietose
menzogne. E noi siamo tentati invece, oggi
non meno di ieri, di fingere per gli altri
e prima ancora per noi stessi un’immagine
della chiesa che non susciti problemi e tranquillizzi»
(S. Quinzio, Incertezze e provocazioni,
La Stampa, Torino 1993, p. 138). Ovviamente,
non è corretto valutare il passato
sulla base degli attuali parametri etici.
Il fatto è che in quel particolare
frangente Abramo peccò di falsità.
E l’inganno era nettamente condannato
anche in quell’età morale (del
resto la reazione delle vittime del «complotto»
non lascia dubbi in proposito). Sorvoliamo
pure sul fatto che sposare la propria sorellastra
sarà considerato un’infamia dalla
legge mosaica (cfr. Levitico 18,9 e 20,17).
Rimane sempre la domanda: com’è
possibile che Abramo abbia così spregiudicatamente
indotto all’adulterio la sua adorata
Sara? Ci risiamo, erano altri tempi!
Tuttavia la questione di
fondo per me è un’altra: in base
a quali elementi il patriarca pensa sistematicamente
male dei diversi che incontra sul suo cammino?
Egli non ha elementi. Del resto, mica ne occorrono
a chi si affida al pregiudizio! Il pregiudizio
ostacola l’ascolto, l’apertura
verso gli "altri"; impedisce di
pensare che ogni persona è tutto un
mondo da scoprire; e chiude molte porte di
accesso alla verità. Sebbene Abramo
non ne avesse le prove, era ugualmente sicuro
che i malvagi re dei corrotti popoli cananei
non avrebbero avuto il minimo scrupolo ad
assassinarlo pur di avere la bellissima Sara.
Paradossalmente, sarà invece un piissimo
re d’Israele – il re «secondo
il cuore di Dio», autore di Salmi, il
modello di tutti i re del Popolo Eletto nonché
il tipo del Messia – a organizzare e
portare a termine un’azione così
vergognosa. Ecco, sono convinto che nel caso
del Faraone e di Abimelech (come pure in quello
di Giobbe e del buon Samaritano) i credenti
dovrebbero ravvisare tra l’altro questo
prezioso ammonimento: anche al di fuori del
cosiddetto «popolo di Dio» esistono
e si praticano sani principi. Se ci si crede
migliori degli «altri» (di coloro
che professano un’altra religione o
non ne professano alcuna) occorre dimostrarlo.
Con i fatti. Perché credere in Dio,
osservare con scrupolo i precetti religiosi,
difendere zelantemente l’ortodossia...
non è affatto garanzia di buona condotta,
di fidata sensibilità morale o di maggiore
umanità. Così come la mancanza
di fede non implica l’assenza di degni
valori morali. Cosa fa allora la differenza?
Sacrosanto il criterio indicato dal Maestro
di Nazareth: «È dai frutti che
si conosce la qualità dell’albero»
(Vangelo di Matteo 12,33).
Concludo parafrasando un
famoso Salmo. Se stolto è chi dice
che Dio non c’è, meno stolto
non è chi pensa: Dio parla solo con
me, o solo con la mia Chiesa, o la mia civiltà.