Il presente contributo nasce all’interno di un più
ampio progetto riguardante la presenza delle fonti bibliche nelle
opere di Giordano Bruno. Nello specifico si è ritenuto
di dover concentrare l’attenzione sulla presenza di fonti,
citazioni e rimandi al solo Libro di Giobbe. Pur non segnalandosi,
a una prima analisi delle fonti, quale testo di grande incidenza
nel contesto bibliografico del Nolano, la concentrazione e la
particolarità di richiami riscontrata in poche pagine dell’opera
De Magia ›1
hanno infatti attirato la nostra attenzione. Così, lungi
dal volerne esaurire la portata, abbiamo ritenuto opportuno analizzare
a fondo il capitolo in questione, al fine di enucleare determinati
punti e problematiche che possano fornire spunti per una ricerca
più sostanziosa, consci della scarsa presenza di un adeguato
retroterra bibliografico.
Il De Magia
La personalità di Giordano Bruno e la ricchezza di temi
e correnti che il Nolano abilmente intreccia nei suoi scritti
hanno da sempre reso difficile un’interpretazione d'insieme
capace di circoscrivere il pensiero bruniano entro certi limiti
interpretativi. Nella storia delle interpretazioni assistiamo
al susseguirsi di varie immagini di Bruno, di volta in volta influenzate
dalle tendenze filosofiche delle epoche differenti ma di fronte
alle quali il Nolano è sempre apparso straripante e in
certa misura irriducibile. Pertanto alcune opere, come il De
Magia, hanno subìto una sorte travagliata, con una
rosa di soluzioni che si dipana dalla iniziale “censura”
fino a un utilizzo persino sistematico in alcune letture del Novecento.
In un commento al De Minimo, Felice Tocco, traduttore e interprete
bruniano di fine Ottocento, scrive: «Per poche osservazioni
giuste ne trovi molte puerili e parecchie strane; e non trovi
fantasticheria a cui non si faccia posto né tradizione
cabalistica e magica a cui non si neghi fede e in luogo del severo
linguaggio matematico, qui parla il barbaro gergo delle scienze
occulte» ›2.
Il disagio che queste righe tradiscono non deve stupirci, difatti
durante un lungo periodo a cavallo tra l'Ottocento e il Novecento
vi fu un sostanzioso tentativo di inscrivere Bruno all’interno
di una più generale categoria di modernità; l'operazione
storiografica era resa possibile anzitutto dalle vicende biografiche
del Nolano che, condannato a morte come eretico, poteva così
esser presentato come avanguardia anti-cattolica di fine Ottocento
e celebrato con l’emblematica statua eretta in suo nome
a Campo de’ Fiori.
Eppure testi come il De Magia, per quanto di scarsa
diffusione, hanno impedito di risolvere il pensiero di Bruno entro
gli schemi di quel progetto così minuziosamente costruito.
Ecco perché in tal senso ben si comprende lo sfogo dei
curatori Tocco e Vitelli: «Noi ben volentieri avremmo del
tutto trascurato questa parte così compilata» ›3.
Tuttavia, come spesso accade, insistere sulla potenziale contraddittorietà
delle opere magiche all'interno di un più ampio percorso
interpretativo, ha portato alla creazione e alla diffusione di
modelli “bruniani” radicalmente alternativi al Bruno
pre-illuminista dell'Ottocento. Nella seconda metà del
Novecento, la studiosa F.A. Yeates ›4
ha pubblicato un testo dall'evocativo titolo Giordano Bruno e
la tradizione ermetica che, per molti versi, ha inaugurato una
ricca e inaspettata stagione interpretativa. Come sottolinea Michele
Ciliberto, tra i maggiori studiosi italiani del pensieri di Giordano
Bruno, la Yeates «ha avuto il merito di immergere per la
prima volta il pensiero del Nolano nella storia della tradizione
ermetica, riconsiderando in modi nuovi — a volte radicalmente
nuovi — sia i testi latini e volgari più noti, sia
quelli sui quali l’attenzione critica si era meno impegnata,
a cominciare dagli scritti di carattere magico che sono, in effetti,
il centro-motore della interpretazione della filosofia nolana
offerta dalla studiosa inglese» ›5.
In questa sede tuttavia non interessa primariamente scorrere
la controversia sulle interpretazioni del pensiero di Giordano
Bruno e pertanto nel merito della questione rimandiamo a studi
di chiara precisione e efficacia ›6;
eppure il piccolo quadro che si è offerto al lettore ci
sembra necessario per “sistemare” il De Magia
tanto all’interno della discussa opera bruniana, tanto per
inquadrarne una minima storia delle interpretazioni, entro la
quale inevitabilmente non possiamo che collocare anche queste
nostre riflessioni. Inoltre la controversia appena esposta sulle
letture dei testi di Giordano Bruno può aiutare a comprendere
quanto possano essere decisivi degli eventuali approfondimenti
sul tema che ci accingiamo a trattare, sul suo contesto e sulle
sue fonti.
La demonologia platonica
Una prima peculiarità dell'utilizzo del libro di Giobbe
da parte di Giordano Bruno è già riscontrabile tramite
una “meccanica” — quanto inespressiva — ricerca delle fonti nel De Magia; difatti scorrendo le
fonti notiamo come la forte presenza di pensatori platonici, quali
Plotino, Porfirio, Avicenna, Nicola Cusano e Ficino, sia costantemente
intervallata da richiami al De occulta philosophia di Agrippa
›7
e al De daemonibus di Psello ›8
ovvero a testi tout court appartenenti alla tradizione
magica e ermetica ›9.
A un successivo approccio all'argomentazione del testo sembra
evidente come il referente primario di Bruno sia piuttosto lo
stesso Agrippa che i filosofi platonici; d'altronde appare bensì
evidente che l'obiettivo principale di Bruno è sin da subito
una convergenza tra la filosofia platonica e la magia elementale,
esposta nel primo libro del De occulta philosophia. Non
a caso l’incipit del De Magia è dedicato
a una precisa suddivisione e distinzione delle tipologie di mago
›10 — dai Trismegisti in Egitto ai Cabalisti, ai Gimnosofisti
o ai Sapienti — per poi andare a specificare le differenze
tra magia naturale, prestigiatoria, matematica, metafisica, la
teurgia e la negromanzia ›11.
L’impressione è che Bruno, attraverso questa immersione
nel filone platonico-ermetico-magico stia preparando il terreno
alla presentazione delle proprie convinzioni sulle capacità
del mago, quel sapiente che sa intervenire sulla natura e interagire
con quella scala degli esseri nella quale, come noto, è
situato l’uomo stesso. L’impianto bruniano è
decisamente platonico e la scala di esseri che man mano Bruno
viene esponendo — Dio, gli dèi, gli astri, i demoni,
gli elementi e i composti — affonda le radici in quell’insieme
di tradizioni filosofiche e magiche, che fioriscono dalla lettura
del Timeo ›12;
essa trovano terreno nell’ermetismo e nei Commentari ›13
neoplatonici della tardo-antichità, in particolar modo
nelle opere di Apuleio ›14,
Porfirio ›15
e Giamblico ›16
— benché la questione sulla presenza e sul ruolo
della demonologia nel platonismo sia multiforme e di difficile
sistemazione. Queste annotazioni sono importanti per evitare di
confondere le diverse scuole platoniche in un unico filone. Difatti
all'interno dell'Accademia le questioni di “demonologia”
furono spesso dibattute e se da un lato assistiamo a un’apertura
di determinate correnti neoplatoniche nei confronti della magia
›17
— e proprio da lì attingono a piene mani prima Agrippa
e poi Bruno! — dall’altro vi è un rifiuto radicale.
Per esempio, come testimonia Agostino, «Porfirio presenta
tali notizie su questo genere di spiriti diabolici e ingannatori
— che sopraggiungono all’anima dall’esterno
eludendo la sensibilità umana, vigile o assopita che sia
— senza esserne troppo convinto, addirittura con un lieve
dubbio o sospetto, tanto che le attribuisce ad altri» ›18.
Il rapporto dei platonici con la magia rimane tutt'oggi molto
discusso, poiché se è vero che essa si delinea nel
sistema platonico con una coerente sostanzialità ontologica,
nella misura in cui è fondata sulla struttura ipostatica
dell'Uni-versum ›19,
è altrettanto importante sottolineare come essa faccia
tuttavia leva sulle antiche dottrine dei Caldei ›20,
sulla mitologia pagana ›21
e come soprattutto sia fortemente presente nella gnosi ›22.
Elemento, quest’ultimo, forse determinante a generare una
buona dose di diffidenza da parte di alcuni platonici più
accorti ›23.
L’analisi delle fonti del De Magia non può
che situare l’opera di Bruno in questa cornice sterminata
nella quale platonismo, ermetismo, antiche religioni e culti sciamanici
rivivono una nuova alba. Eppure a complicare la fitta rete di
rimandi del testo, interviene una sostanziosa presenza di citazioni
bibliche, sparse qua e là per tutta l’opera. Se davvero
quel virtuoso tentativo bruniano di riplasmare insieme la demonologia
e il platonismo appariva ancora come un orizzonte di ricerca possibile,
la visione viene ora scombussolata dai rimandi al testo biblico
che, quantomeno a livello teoretico, si situa in un orizzonte
di pensiero del tutto sghembo rispetto alle correnti prima trattate.
Dunque viene da chiedersi quale senso e quale valore possano avere
le letture bibliche in tale contesto e con quali occhi un Bruno
platonico e ermetico le citi. Nel merito del nostro problema:
abbiamo notato che il Libro di Giobbe viene citato unicamente
in un capitolo, Analogia degli Spiriti.
La Analogia degli spiriti e il libro di
Giobbe
La Analogia degli spiriti si apre con una riflessione
del Bruno platonico-ermetico a cui abbiamo appena accennato; è
dunque lo stesso Bruno che attinge fedelmente alla demonologia
platonica, entrando così in medias res della questione
sulla “distribuzione” nel cosmo dei demoni mediatori,
rispettando la classica stratificazione tra sostanza ignea, aria,
acqua e fuoco tipica della fisica antica: «Porfirio, Plotino
e altri platonici assegnano corpi agli spiriti in questo modo:
quelli più puri, più perfetti, che anche si designano
con l’appellativo di dei, sono, quanto al corpo, di sostanza
ignea, semplicissima e purissima; quelli, poi, che son fatti di
altri elementi più grevi, non stanno senza la commistione
di un più fine elemento, sicché gli spiriti d’aria
son fatti d’aria mista a fuoco, gli spiriti d’acqua
includono anche aria con fuoco, quelli di terra infine hanno anche
acqua e aria con fuoco. Tuttavia sono sostanza invisibili a causa
della tenuità del proprio corpo. In verità quelli
di terra e di acqua talvolta si rendono visibili condensando a
piacimento il loro vapore, in modo che nei luoghi a più
chiaro cielo, quando l’aria è più serena e
tranquilla, giungono anche ad apparire» ›24.
È da precisare che questa forma di demonologia così
legata alla natura non emerge propriamente nelle opere dei citati
Plotino e Porfirio che, al contrario, hanno assunto delle posizioni
molto meno accomodanti e scontate di quanto Bruno voglia indicare.
Tutt'altro, questo tipo di sistemazione della demonologia si richiama
piuttosto ad autori più tardi e soprattutto ad Apuleio
›25,
forse non a caso un autore legato per nascita (Madaura) e per
dottrine a quella antica religione egizia a cui Bruno fa spesso
riferimento ne Lo spaccio ›26.
Tuttavia probabilmente lo stesso tentativo di far passare come
schiettamente neoplatoniche delle dottrine che invece hanno già
ricevuto la mediazione di altri autori come Apuleio, può
essere indicativa sulle modalità con le quali Bruno vuole
far passare determinati messaggi piuttosto che altri, voglia mostrare
determinate fonti e non quelle reali, voglia, in definitiva, porre
uno scudo protettivo e mistificante dinanzi ai propri autori.
Non solo, la trattazione sui demoni prosegue con un episodio autobiografico,
in pieno stile bruniano ›27.
Parlando dei dèmoni di terra, visibili, narra come un giorno,
vicino Nola, «fui fatto bersaglio di una grandinata di sassi
che schizzando qua e là con gran violenza […], mi
incalzarono fastidiosamente per spazio non breve» ›28.
Insomma, questi demoni sono vivi e reali e ognuno può sperimentarla
a proprio modo. Dopo l'appoggio (falsamente) neoplatonico, l'esperienza
personale, ecco che arriva, per così dire, la terza colonna
del tempo, ovvero la testimonianza di alcune autorità,
stavolta “lontani” dalla filosofia, come Psello ›29
e il libro di Giobbe ›30:
«Che esistano demoni sotterranei lo conferma non solo il
senso e l’esperienza della ragione, ma anche una divina
autorità che si può trovare nel sapientissimo libro
di Giobbe, che è pieno di molta e profonda filosofia. Maledicendo
il giorno in cui è nato, Giobbe usa queste parole; là
dove dice «perisca il giorno in cui sono nato» ecc.,
dopo poche frasi aggiunge: «Perché è stata
data la luce al misero, e la vita a coloro che si trovano in amarezza
di spirito?», «perché uscito dall’utero
non sono morto subito?», «perché non sono sparito
come si nasconde un abortivo?», «adesso infatti sarei
nel silenzio del sonno, poserei nel sonno coi re e coi principi
della terra, che costruirono per sé dimore solitarie e
riempirono d’argento le proprie case»: e di queste
parole uscite dalla bocca stessa di Giobbe nulla vi è di
più esplicito al proposito» ›31.
L’evidenza a cui Bruno si appella non è tale per
un lettore moderno ›32,
incline a scovarvi temi e questioni che, indirizzandosi esclusivamente
verso la filosofia, la teologia e la letteratura, difficilmente
potrebbero incrociare una lettura demonologica. Questo breve spaccato
non solo mostra il privilegio metodologico dell’esperienza
diretta ma ci aiuta a sistemare Bruno in quella tradizione platonico-ermetica
poc’anzi rapidamente ricostruita, che va a schiacciare e
deformare alcuni contenuti biblici. Difatti, esponendo in primo
luogo la scala dei demoni e successivamente citando il testo di
Giobbe, Bruno ci induce ad assimilare la scala a quei cenni che
possiamo trovare nel testo biblico, ma che non sono immediati.
In particolar modo concentriamo la nostra attenzione sul verso
di Giobbe che recita: «Adesso infatti sarei nel silenzio
del sonno, poserei nel sonno coi re e coi principi della terra,
che costruirono per sé dimore solitarie e riempirono d’argento
le proprie case» ›33.
Bruno ci induce a identificare i re e i principi della terra con
i demoni di terra, che talvolta si rendono visibili condensando
a piacimento il loro vapore ›34.
Eppure, date le premesse e l’ambiente in cui si muove Bruno,
il riferimento potrebbe apparire persino scontato e difatti questo
tipo di struttura si ripete anche nella Cabala del cavallo
pegaseo ›35,
dove il libro di Giobbe viene citato in un contesto simile e che,
sebbene si riferisca alla tradizione cabalistica, presenta varie
affinità al De Magia: «Onde nel mondo sensibile
derivano le diece sfere: 1. il primo mobile, 2. il cielo stellato
o ottava sfera o firmamento, 3. il cielo di Saturno, 4. di Giove,
5. di Marte, 6. del Sole, 7. di Venere, 8. di Mercurio, 9. della
Luna, 10. del Chaos sublunare diviso in quattro elementi. Alli
quali sono assistenti diece motori, o insite diece anime: la prima
Metattron o principe de faccie, la seconda Raziel, la terza Zaphciel,
la quarta Zadkiel, la quinta Camael, la sesta Raphael, la settima
Aniel, l'ottava Michael, la nona Gabriel, la decima Samael";
sotto il quale son quattro terribili principi, de quali il primo
domina nel fuoco "ed è chiamato da Iob Behemoth",
il secondo domina nell'aria ed è nomato da cabalisti e
comunmente "Beelzebub, cioè principe de mosche",
idest de volanti immondi, il terzo domina nell'acqui "ed
è nomato da Iob Leviathan", "il quarto è
presidente ne la terra, la qual spasseggia e circuisse tutta,
ed è chiamato da Iob Sathan» ›36.
In entrambi i casi, ovvero nelle uniche citazioni sostanziose
disponibili del libro di Giobbe, osserviamo come Bruno legga con
gli occhi di un ermetico, con occhi che esaltano i riferimenti
alla demonologia e che censurano di fatto la maggior parte delle
tematiche presenti nel testo biblico e che ne costituirono la
fortuna e i travagli. Un passo ulteriore potrebbe essere quello
di chidersi quale vantaggio e quale messaggio Bruno volesse veicolare
instaurando questo tipo di parallelismi. Nel passo evidenziato
del De Magia possiamo iniziare a trarre le prime conseguenze:
posto che i re e i principi della terra siano identificabili con
i demoni di terra citati, Giobbe sostiene che una volta abbandonatosi
al silenzio del sonno, si sarebbe ritrovato a posare con i demoni
di terra. Giobbe, in realtà, sta affermando un concetto
metafisico ben definito ovvero l’idea che una volta defunto
il corpo, l’anima dell’individuo non fugge verso il
cielo, la patria Plotiniana, né verso un paradiso ebraico
ma risiede nella terra, vicina ai demoni, in uno stato se non
di piacere esplicito ma almeno di minor sofferenza rispetto alla
vita. Questo tipo di lettura appare evidentemente lontana dall’ambiente
ebraico e altresì dall’ambiente ermetico: Bruno sta
utilizzando sia la Bibbia sia la tradizione ermetica per veicolare
l’idea che non esiste dimensione differente dall’unica
materia divina, che pulsa, crea e a lei tutto ritorna come vita.
In conclusione
Dalla ricerca delle fonti e dall’analisi del contesto in
cui lavora Bruno, emerge un utilizzo particolare del libro di
Giobbe, che è trattato come un vero e proprio manuale di
demonologia ancorché con l’intenzione di portare
il lettore verso la concettualità propria bruniana. Tuttavia
è bene precisare che queste conclusioni non hanno l’intenzione
di dirigere il lettore verso una determinata interpretazione del
Nolano e in particolar modo ci riferiamo al testo di F.A. Yeates.
Le annotazioni qui presenti sulle citazioni del libro di Giobbe
e in particolar modo la tesi esposta sull’unica materia
non hanno alcuna pretesa interpretativa: vogliono essere un elemento
che deve esser posto in relazione con tutto il lavoro di Bruno
per giungere a una lettura organica. Le future ricerche avranno
così il compito di concentrarsi su questa anomalia, magari
isolando determinati elementi in relazione a contesti più
ampli e provando ad azzardare una lettura a ampio raggio che sappia
far interagire le nuove acquisizioni con l’immenso campo
di dati che la ricerca bruniana ha avuto il merito di raccogliere
in questi anni.
Note
- G. Bruno, De Magia, tr.it. di A. Biondi, De Magia.
De vinculis in genere, Edizioni Biblioteca dell’Immagine,
Pordenone 1986. Le pagine a cui rapidamente si fa riferimento
sono 61-75, ovvero per intero il cap. Analogia degli spiriti.
- Felice Tocco, Le opere di Giordano Bruno esposte e confrontate
con le italiane, Le Monnier, Firenze 1889, p. 204.
- Ibid.
- Cfr. F.A. Yeates, Giordano Bruno e la tradizione ermetica,
Laterza, Bari, 1969.
- M. Ciliberto, Introduzione a G. Bruno, Laterza, Roma-Bari
2006; Le ombre delle idee, tr. it. di N. Tirinnanzi,
Rizzoli, Milano 1997.
- Per una vasta bibliografia sul tema cfr. M. Ciliberto, Introduzione
a Bruno, cit.
- Henricus Cornelius Agrippa, De occulta philosophia,
1533, tr.it. di A. Fidi, La Filosofia occulta o la Magia,
Ed. Mediterranee, Roma 2004.
- Psellus, De daemonibus, tr. it. di U.Albini, Sull'attività
dei demoni, ECIG, Genova 1985.
- Cfr. Ermete Trismegisto, Corpus hermeticum, tr.it.
di I. Ramelli, Bompiani 2005.
- G. Bruno, De Magia, cit., p. 5.
- Per un approfondimento, ibidem p. 6-7.
- Platone, Timeo, tr. it. di G.Reale, Bompiani, Milano
2000.
- Cfr. per es. Calcidio, Commentario al Timeo di
Platone, tr. it. di C. Moreschini, Bompiani, Milano 2003.
Gran parte della filosofia neoplatonica è costituita
su una attenta esegesi e commento dei testi antichi, al punto
che si è potuto sostenere senza difficoltà che
nel pensiero di Plotino non ci sia «niente di nuovo»,
cfr. Pierre Hadot, Plotin ou la simplicité du regard,
Gallimard, Paris 1997, tr. it. di M.Guerra, Plotino o la
semplicità dello sguardo, Einaudi, Torino 1999.
- Cfr. per es. Apuleio, Metamorphoseon, tr. it. di
N. Marziano, Garzanti, Milano 2007.
- Cfr. Porfirio, Lettera ad Anebo, tr. it. di A.R.Sodano,
Napoli 1958.
- Cfr. Giamblico, Summa pitagorica, tr. it. di F.Romano,
Bompiani, Milano 2006.
- Agostino ironizza: «Infine, furono forse giudici cristiani
quelli che accusarono Apuleio di magia?» cfr. De Civitate
Dei, VIII 19, tr. it. di L. Alici, Bompiani, Milano 2001.
- Ivi, X, 11,1. Il testo è utile per una breve panoramica
della demonologia neoplatonica. Sul tema Cfr. Ilaria Parri,
La via filosofica di Ermete. Studio sull’Asclepius,
Polistampa, Firenze 2005.
- Cfr. Proclo, Teologia platonica, tr. it. di M. Abbate,
Bompiani, Milano 2005. Sulla ontologia platonica e sulla storia
delle influenze cfr senz'altro W. Beierwaltes, Pensare l’Uno,
tr. it. di M.L.Gatti, Vita e Pensiero, Milano 1992.
- Cfr. Oracoli caldaici, tr. it. di A.Tonelli, BUR,
Milano 1995.
- Sul rapporto tra Plotino e il contesto pagano, cfr. John Rist,
Plotino, tr. it. di P. Graffigna, Il Melangolo, Genova
1995; qui l’opera di Plotino è definita come «il
più coerente tentativo di conservare e innovare la tradizione
del pensiero classico, il canto del cigno del paganesimo morente».
- Sul tema cfr. Hans Jonas, Gnosis und spätantiker
Geist, Vandenhoeck & Ruprecht, Göttingen 1966.
Sul dibattito tra neoplatonismo, gnosticismo e cristianità,
cfr. Michel Fattal, Plotino, gli gnostici e Agostino,
Loffredo, Napoli 2008.
- È a tutti noto come Plotino, che pure non era ben visto
all'interno dai platonici dell'Accademia di Atene, spese buona
parte delle sue lezioni contro la gnòsi e contro quella
forma di cristianesimo gnostico presente a Roma nei primi anni
della cristianità. Famoso in tal senso è il sublime
trattato “contro gli gnostici”, cfr. Enneadi,
II 9.
- G. Bruno, De Magia, cit., p. 61.
- In particolar modo cfr. Apuleio, De deo Socratis,
in Apuleius, De deo Socratis, De mundo, De Platone et eius
dogmate, Giardini editori e stampatori, Pisa 1992.
- G. Bruno, Lo spaccio della bestia trionfante, a cura
di M. Ciliberto, Rizzoli, Milano 1985.
- Nelle opere di Bruno ricorrono spesso episodi autobiografici;
in merito, cfr. per es. G. Bruno, Le ombre delle idee,
cit.
- G. Bruno, De Magia, cit., p. 63.
- Psellus, De daemonibus, cit.
- Sull’autorità del Libro di Giobbe, Bruno si esprime
già in Cena delle ceneri, a cura di A. Guzzo,
Mondadori, Milano 1995.
- G. Bruno, De Magia, cit., p. 63.
- Sulle lettura novecentesche del libro di Giobbe, un’ampia
panoramica la offre M. Ciampa, Domande a Giobbe, Mondatori,
Milano 2005; per un approfondimento critico sulle tematiche
del libro di Giobbe, cfr. G. Ravasi, Il libro di Giobbe,
Rizzoli, Milano 1989.
- G. Bruno, De Magia, cit., p. 63.
- Ivi, p. 61.
- Id., Cabala del cavallo pegaseo, a cura di F. Meroi,
Rizzoli 2004.
- Ivi, p. 866.
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