Carissimo Michele,
ho letto con molta attenzione il tuo Credere
di credere. Genesi e significato di una conversione debole.
L’ho trovato eccellente, ma soprattutto esauriente come
impostazione — e significativo nelle conclusioni. Ho riflettuto
sul senso profondo di quel "credere di credere" utilizzato
da Vattimo per sintetizzare il suo modo di porsi di fronte alla
scelta di un atto che dovrebbe rapportarsi alla fede. Salvo poi
tornare alle sue riflessioni sul dubbio e sulla discriminazione
fra i vari modi di credere. Dante in una sua celebre terzina sostiene
che «nasce [...] a guisa di rampollo, / a piè del
vero il dubbio; ed è natura / ch’al sommo pinge noi
di collo in collo». È una conferma della necessità
di partire dal dubbio, che è — sempre — figlio
del vero, nel lungo e talvolta faticoso salire l’erta sulla
cui cima deve — o dovrebbe — stare la verità.
Del resto l’Evangelo non è da meno in questa collocazione
dei due aspetti della nostra ricerca fra dubbio e verità,
incertezza e fede. Ripenso all’episodio che si trova in
Marco 9, quando il padre del bambino epilettico chiede a Gesù:
«Se puoi fare qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci».
E Gesù: «Dici: se puoi?! Ogni cosa è possibile
a chi crede». E subito il padre del fanciullo esclamò:
«Io credo; sovvieni alla mia incredulità» (cfr.
vv. 22-24). Dunque: credo di credere e forse non credo, aiutami
tu in questo mio sforzo vano, insufficiente, incompleto; aggiungi
la tua grazia, promuovi la fede che mi manca. Stupendo questo
ossimoro che comporta l’assunzione dell’affermazione
e della negazione nel contempo. Ed è la chiara descrizione
del crinale su cui si trova il credente.
Ma anziché usare il termine credente, vorrei usare l’espressione
"colui che sta per credere, che intende credere", proprio
nel momento della ricerca e del bisogno. Noi non siamo mai credenti
nella pienezza, ma sempre sul crinale — di qua il credere,
di là il non credere — presi come siamo fra due fuochi,
quello mondano con tutte le sue incertezze, che oscilla fra la
volontà di credere nell’ultramondano — nell’otherworldliness,
per usare il termine di Dewey — e l’opposta volontà
di restare aggrappati a questo atomo che ci trascina nel vortice
della sua corsa mondana, piena di dubbi e di incertezze, verso
l’infinito inesplorato o verso la fine di tutto. Da questo
dilemma è difficile — se non impossibile — uscir fuori. La mia esperienza di credente/non credente — a fasi alterne — mi lascia la triste eredità dell’incertezza.
Eppure resta sempre l’aspirazione al più alto — più su, più su! — a quella vertigine dell’assoluto
come punto terminale; ma accanto continua a risorgere il dubbio — a guisa di rampollo — sia che io mi affacci risolutamente
al credere con la volontà di restarci, sia che io scelga
anche solo per un momento l’altra faccia che mi si presenta,
quella del non credere. La scelta è difficile — e
perciò in ogni caso risulta debole. Le scelte forti, quelle
intransigenti dei credenti intolleranti, sono destinate a cadere
di fronte alla chiusura degli altri: cioè di quei miliardi
di uomini che — vuoi per loro scelta o vuoi perché
distratti dalle difficoltà del vivere — rimangono
fuori da un reale rapporto con questi problemi. Occorre sapere
di essere deboli per evitare la presunzione che di solito comporta
la forza. «Chi è debole, che anche io non lo sia?»
(2Cor 11,29) dice l’apostolo Paolo. «Quando
sono debole, allora sono forte» (2Cor 12,10). Ecco
un altro ossimoro.
In sintesi, questa può essere una mia conclusione, pur
in tutta la sua provvisorietà. Apprezzo il "pensiero
debole" di Vattimo di cui accetto l’essenziale formulazione
«nella consapevolezza della ineludibile storicità
del suo (e di ogni) parlare di Dio». Come appunto tu, caro
Michele, ben dici a conclusione del tuo importante e articolato saggio.