In risposta a Michele
Turrisi
di Paolo
Angeleri
Carissimo
Michele,
ho letto con molta attenzione il
tuo lavoro Credere di credere. Genesi e significato
di una conversione debole. L’ho trovato eccellente,
ma soprattutto esauriente come impostazione –
e significativo nelle conclusioni. Ho riflettuto sul
senso profondo di quel "credere di credere"
utilizzato da Vattimo per sintetizzare il suo modo di
porsi di fronte alla scelta di un atto che dovrebbe
rapportarsi alla fede. Salvo poi tornare alle sue riflessioni
sul dubbio e sulla discriminazione fra i vari modi di
credere. Dante in una sua celebre terzina sostiene che
«nasce [...] a guisa di rampollo, / a piè
del vero il dubbio; ed è natura / ch’al
sommo pinge noi di collo in collo». È una
conferma della necessità di partire dal dubbio,
che è – sempre – figlio del vero,
nel lungo e talvolta faticoso salire l’erta sulla
cui cima deve – o dovrebbe – stare la verità.
Del resto l’Evangelo non è
da meno in questa collocazione dei due aspetti della
nostra ricerca fra dubbio e verità, incertezza
e fede. Ripenso all’episodio che si trova in Marco
9, quando il padre del bambino epilettico chiede a Gesù:
«Se puoi fare qualcosa, abbi pietà di noi
e aiutaci». E Gesù: «Dici: se puoi?!
Ogni cosa è possibile a chi crede». E subito
il padre del fanciullo esclamò: «Io credo;
sovvieni alla mia incredulità» (cfr. vv.
22-24). Dunque: credo di credere e forse non credo,
aiutami tu in questo mio sforzo vano, insufficiente,
incompleto; aggiungi la tua grazia, promuovi la fede
che mi manca. Stupendo questo ossimoro che comporta
l’assunzione dell’affermazione e della negazione
nel contempo. Ed è la chiara descrizione del
crinale su cui si trova il credente.
Ma anziché usare il termine
credente, vorrei usare l’espressione "colui
che sta per credere, che intende credere", proprio
nel momento della ricerca e del bisogno. Noi non siamo
mai credenti nella pienezza, ma sempre sul crinale –
di qua il credere, di là il non credere –
presi come siamo fra due fuochi, quello mondano con
tutte le sue incertezze, che oscilla fra la volontà
di credere nell’ultramondano – nell’otherworldliness,
per usare il termine di Dewey – e l’opposta
volontà di restare aggrappati a questo atomo
che ci trascina nel vortice della sua corsa mondana,
piena di dubbi e di incertezze, verso l’infinito
inesplorato o verso la fine di tutto. Da questo dilemma
è difficile – se non impossibile –
uscir fuori. La mia esperienza di credente/non credente
– a fasi alterne – mi lascia la triste eredità
dell’incertezza.
Eppure resta sempre l’aspirazione
al più alto – più su, più
su! –, a quella vertigine dell’assoluto
come punto terminale; ma accanto continua a risorgere
il dubbio – a guisa di rampollo – sia che
io mi affacci risolutamente al credere con la volontà
di restarci, sia che io scelga anche solo per un momento
l’altra faccia che mi si presenta, quella del
non credere. La scelta è difficile – e
perciò in ogni caso risulta debole. Le scelte
forti, quelle intransigenti dei credenti intolleranti,
sono destinate a cadere di fronte alla chiusura degli
altri: cioè di quei miliardi di uomini che –
vuoi per loro scelta o vuoi perché distratti
dalle difficoltà del vivere – rimangono
fuori da un reale rapporto con questi problemi. Occorre
sapere di essere deboli per evitare la presunzione che
di solito comporta la forza. «Chi è debole,
che anche io non lo sia?» (2 Corinzi 11,29) dice
l’apostolo Paolo. «Quando sono debole, allora
sono forte» (2 Corinzi 12,10). Ecco un altro ossimoro.
In sintesi, questa può essere
una mia conclusione, pur in tutta la sua provvisorietà.
Apprezzo il "pensiero debole" di Vattimo di
cui accetto l’essenziale formulazione «nella
consapevolezza della ineludibile storicità del
suo (e di ogni) parlare di Dio». Come appunto
tu, caro Michele, ben dici a conclusione del tuo importante
e articolato saggio.
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