Recentemente è stato pubblicato in traduzione italiana
il secondo volume delle Lezioni di filosofia della religione
di G.W.F. Hegel, a cura di R. Garaventa e S. Achella, Guida,
Napoli 2009, che presenta i testi delle lezioni dedicate da
Hegel alla "religione determinata" durante i corsi
da lui tenuti a Berlino nei semestri estivi 1821, 1824, 1827
e 1831. Le precedenti traduzioni italiane si basavano sulla
vecchia edizione tedesca a cura di Georg Lasson (1925-1929),
la quale presentava questi testi in forma unica, con l’intento
di fornire una prospettiva unitaria. La presente raccolta ha
invece il merito filologico di distinguere i testi relativi
ai quattro cicli di lezione, contribuendo ad arricchire il quadro
bibliografico delle opere di Hegel disponibili al lettore italiano.
L’occasione per presentare il volume sulle Lezioni
di filosofia della religione è stata il convegno
dal tema "La filosofia dello Spirito di Hegel. Aspetti
e problemi", tenutosi all’Università "G.
d’Annunzio" di Chieti tra il pomeriggio del 12 e
la mattina del 13 gennaio 2010.
Il convegno è stato introdotto da Roberto Garaventa, organizzatore
dell’evento, il quale ha sottolineato come le Lezioni
di filosofia della religione siano significative non solo
perché Hegel è stato il primo autore a dare ampio
spazio alla storia delle religioni nella nascente "filosofia
della religione", ma soprattutto perché esse testimoniano
come nel corso degli anni Hegel non abbia mai smesso di studiare
le religioni orientali — spesso attraverso i materiali più
disparati, come resoconti di viaggi o appunti di pellegrini. Tuttavia,
ammonisce Garaventa, è bene aver presente che molto spesso
assistiamo a forzature o a letture parziali poiché l’interesse
di Hegel per la storia delle religioni «mira a corroborare
la convinzione che ogni religione sia in qualche modo una manifestazione
dello Spirito». Difatti la filosofia, nella misura in cui
è rivolta allo Spirito, è «l’unica vera
teologia non confessionale», poiché il “luogo”
del manifestarsi di Dio non è nella religione determinata
bensì nella ragione. D’altronde, sottolinea G. Cantillo
nell’intervento successivo, il «Pensiero di Dio è
l’unico vero oggetto della filosofia».
Ma quale filosofia è «di per sé servizio
divino»? Hegel elogia il «procedere adagio»
della filosofia platonica contro le immediatezze del genio,
contro il soggettivismo e il sentimento privato. Gli interventi
di G. Cantillo, S. Achella e E. Cafagna hanno ruotato essenzialmente
intorno all’equilibrio e al valore conoscitivo
in merito alla ricerca dell'assoluto e riguardo ai rapporti
tra le religioni e la comunità; in particolar modo S.
Achella ha ripercorso la polemica hegeliana contro Scheleirmacher,
che ha «rinunciato ad ogni possibilità di rendere
conoscibile Dio se non attraverso un sentimento privato»
e contro Jacobi, nei due momenti di rottura (Glauben und
Wissen, 1802) e di rivalutazione, poiché Jacobi
ha avuto «il merito di difendere la libertà umana».
Dal punto di vista di Hegel, le filosofie che si sbilanciano
sul soggettivismo si riferiscono a un Dio-vuoto e così
mortificano l’esistenza; ad esse, Hegel contrappone un
qualcosa di «concreto» in cui il finito, il dolore
e la vita appaiono come momenti del dispiegarsi dello Spirito.
In questo senso la religione cristiana, per la sua sensibilità
al dolore del Dio incarnato, appare la più adatta ad
approssimarsi allo Spirito.
Secondo questa lettura le impostazioni di Jacobi e Schleiermacher
sono "pericolose" in quanto creano un’autorità
alla quale l’uomo deve sottostare con obbedienza;
tutto questo è lontano dall’evangelo, il cui messaggio
è la Libertà. In questo senso — sottolinea E.
Cafagna — per Hegel la religione cristiana «condivide
il medesimo contenuto dello Stato»: ogni individuo è
libero e l’autorità può imporsi solo se
riconosciuta. Religione cristiana e Stato condividono allora
il medesimo presupposto di Libertà, che lo Stato esprime
nella forma oggettiva della legge. D’altronde, come ricorda
M. Anzalone nel suo intervento dedicato alla psicologia, dal
punto di vista di Hegel «non si può comprendere
lo Spirito dell’uomo se non lo si comprende nella sua
oggettività, ossia nell’azione», nell’etico,
nello Stato. La disposizione d’animo religiosa è
realmente tale solo quando riconosce la distinzione con l’Etico;
ancora una volta Hegel riflette sugli equilibri tra la Chiesa
e lo Stato, conscio del rischio strutturale per cui la soggettività
del sentimento possa porsi a danno della libertà oggettiva,
cadendo in «debolezze o fanatismi».
L’attualità di Hegel — conclude Garaventa — è
nella capacità di porre in evidenza la centralità
dei rapporti tra le religioni, tra Dio e mondo, tra religione
e filosofia, tra religioni e Stato. Ma non solo: studiare Hegel
è di aiuto anche alla psicologia, nella misura in cui
si traduca nell’invito a realizzare «un qualcosa
di più che una tassonomia dei fatti psichici ma di comprenderne
l’unità» (Anzalone); così come le
indicazioni sull’equilibrio tra lo Stato e le religioni
sembrano indicarci vie plausibili verso una risposta adeguata
ad una delle questioni più urgenti di questo inizio millennio.
Talvolta Hegel appare realmente insuperato.