Un resoconto della presentazione
del vol. 2
delle Lezioni di filosofia della religione
di Hegel
di Andrea
Fiamma
Recentemente
è stato pubblicato in traduzione italiana il
secondo volume delle Lezioni di filosofia della
religione di G.W.F. Hegel, a cura di R. Garaventa
e S. Achella, Guida, Napoli 2009, che presenta i testi
delle lezioni dedicate da Hegel alla "religione
determinata" durante i corsi da lui tenuti a Berlino
nei semestri estivi 1821, 1824, 1827 e 1831. Le precedenti
traduzioni italiane si basavano sulla vecchia edizione
tedesca a cura di Georg Lasson (1925-1929), la quale
presentava questi testi in forma unica, con l’intento
di fornire una prospettiva unitaria. La presente raccolta
ha invece il merito filologico di distinguere i testi
relativi ai quattro cicli di lezione, contribuendo ad
arricchire il quadro bibliografico delle opere di Hegel
disponibili al lettore italiano. L’occasione per
presentare il volume sulle Lezioni di filosofia
della religione è stata il convegno dal
tema "La filosofia dello Spirito di Hegel. Aspetti
e problemi", tenutosi all’Università
"G. d’Annunzio" di Chieti tra il pomeriggio
del 12 e la mattina del 13 gennaio 2010.
Il convengo è stato introdotto
da Roberto Garaventa, organizzatore dell’evento,
il quale ha sottolineato come le Lezioni di filosofia
della religione siano significative non solo perché
Hegel è stato il primo autore a dare ampio spazio
alla storia delle religioni nella nascente "filosofia
della religione", ma soprattutto perché
esse testimoniano come nel corso degli anni Hegel non
abbia mai smesso di studiare le religioni orientali
- spesso attraverso i materiali più disparati,
come resoconti di viaggi o appunti di pellegrini. Tuttavia,
ammonisce Garaventa, è bene aver presente che
molto spesso assistiamo a forzature o a letture parziali
poiché l’interesse di Hegel per la storia
delle religioni «mira a corroborare la convinzione
che ogni religione sia in qualche modo una manifestazione
dello Spirito». Difatti la filosofia, nella misura
in cui è rivolta allo Spirito, è «l’unica
vera teologia non confessionale», poiché
il “luogo” del manifestarsi di Dio non è
nella religione determinata bensì nella ragione.
D’altronde, sottolinea G. Cantillo nell’intervento
successivo, il «Pensiero di Dio è l’unico
vero oggetto della filosofia».
Ma quale filosofia è «di
per sé servizio divino»? Hegel elogia il
«procedere adagio» della filosofia platonica
contro le immediatezze del genio, contro il soggettivismo
e il sentimento privato. Gli interventi di G. Cantillo,
S. Achella e E. Cafagna hanno ruotato essenzialmente
intorno all’equilibrio e al valore
conoscitivo in merito alla ricerca dell'assoluto
e riguardo ai rapporti tra le religioni e la comunità;
in particolar modo S. Achella ha ripercorso la polemica
hegeliana contro Scheleirmacher, che ha «rinunciato
ad ogni possibilità di rendere conoscibile Dio
se non attraverso un sentimento privato» e contro
Jacobi, nei due momenti di rottura (Glauben und
Wissen, 1802) e di rivalutazione, poiché
Jacobi ha avuto «il merito di difendere la libertà
umana». Dal punto di vista di Hegel, le filosofie
che si sbilanciano sul soggettivismo si riferiscono
a un Dio-vuoto e così mortificano l’esistenza;
ad esse, Hegel contrappone un qualcosa di «concreto»
in cui il finito, il dolore e la vita appaiono come
momenti del dispiegarsi dello Spirito. In questo senso
la religione cristiana, per la sua sensibilità
al dolore del Dio incarnato, appare la più adatta
ad approssimarsi allo Spirito.
Secondo questa lettura le impostazioni
di Jacobi e Schleiermacher sono "pericolose"
in quanto creano un’autorità alla quale
l’uomo deve sottostare con obbedienza;
tutto questo è lontano dall’evangelo, il
cui messaggio è la Libertà. In questo
senso - sottolinea E. Cafagna - per Hegel la religione
cristiana «condivide il medesimo contenuto dello
Stato»: ogni individuo è libero e l’autorità
può imporsi solo se riconosciuta. Religione cristiana
e Stato condividono allora il medesimo presupposto di
Libertà, che lo Stato esprime nella forma oggettiva
della legge. D’altronde, come ricorda M. Anzalone
nel suo intervento dedicato alla psicologia, dal punto
di vista di Hegel «non si può comprendere
lo Spirito dell’uomo se non lo si comprende nella
sua oggettività, ossia nell’azione»,
nell’etico, nello Stato. La disposizione d’animo
religiosa è realmente tale solo quando riconosce
la distinzione con l’Etico; ancora una volta Hegel
riflette sugli equilibri tra la Chiesa e lo Stato, conscio
del rischio strutturale per cui la soggettività
del sentimento possa porsi a danno della libertà
oggettiva, cadendo in «debolezze o fanatismi».
L’attualità di Hegel
- conclude Garaventa - è nella capacità
di porre in evidenza la centralità dei rapporti
tra le religioni, tra Dio e mondo, tra religione e filosofia,
tra religioni e Stato. Ma non solo: studiare Hegel è
di aiuto anche alla psicologia, nella misura in cui
si traduca nell’invito a realizzare «un
qualcosa di più che una tassonomia dei fatti
psichici ma di comprenderne l’unità»
(Anzalone); così come le indicazioni sull’equilibrio
tra lo Stato e le religioni sembrano indicarci vie plausibili
verso una risposta adeguata ad una delle questioni più
urgenti di questo inizio millennio. Talvolta Hegel appare
realmente insuperato.
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