
Il disorientamento provato dagli studiosi nei
confronti della proteiforme produzione speculativa di
Schelling ha, troppo spesso, determinato quella vetusta
visione storico-filosofica che riduce il pensiero schellinghiano
a un semplice anello di congiunzione tra il soggettivismo
fichtiano e il razionalismo metafisico hegeliano. Difficile
è, d’altronde, riuscire a dare una lettura
complessiva di un percorso filosofico così accidentato
e, a tratti, succube del carattere irrequieto del pensatore
di Leonberg. Ecco perché l’interesse che
ancora oggi può scaturire dalla lettura delle
sue opere è direttamente proporzionale all’attualità
di alcuni temi, che di per sé trascendono l’orizzonte
sistematico verso cui gli interpreti tentano quotidianamente
di convogliare il pensiero dell’idealismo tedesco.
Uno di questi temi riguarda il ruolo che ricopre il
concetto di malinconia (
Schwermut) negli scritti
schellinghiani prodotti tra il 1809 e il 1815 e che
viene affrontato nel mio recente volume dal titolo
Lo
specchio e il talismano. Schelling e la malinconia della
natura, pref. di G. Moretti, AlboVersorio, Milano
2009.
La rilettura in termini cosmoteandrici
dei risultati conseguiti dal precedente, statico,
Identitätssystem
spinge Schelling a intraprendere una interrogazione
dinamica sulla natura, la quale mai può prescindere
dalla certezza dell’insuperabile conflittualità
del vivente e dalla consapevolezza che il legame (
Band)
divino analogico-produttivo di spirito e natura sia
comprensibile soltanto attraverso il ricorso ai concetti
intermedi. All’interno di una teoria antidualistica
e, a un tempo, antimonistica del rapporto divino tra
spirituale e naturale, la malinconia non può
che esplicarsi a partire da una duplice condizione –
storica e ontologica – in modo tale che il movimento
della natura (visibile) sottenda il movimento dell’essere
(invisibile) e, in ugual modo, ne sia sotteso. Pertanto,
da una parte, si può dire che per Schelling la
natura è malinconica perché è corrotta:
per colpa del primo uomo, nella cui coscienza “talismanica”
aveva rimesso tutte le sue speranze, la natura ha smarrito
la via della sua definitiva trasfigurazione in spirito,
quindi è stata impedita di portare a compimento
una volta per tutte il suo essere transitorio, regredendo
– storicamente – a uno stato anteriore di
indigenza, quale “specchio appannato” della
sua condizione reale. Dall’altra, però,
è la malinconia della natura che la rende corrotta:
sono, in altre parole, lo stesso stato anteriore di
indigenza e la sua connaturata tendenza a chiudersi
malinconicamente in sé – aspetti che risalgono
tanto a una premondana unità indifferenziata
(
Ungrund) precedente qualsivoglia processo
di differenziazione, quanto alla nascita delle creature
da ciò che Dio non è in sé stesso
(
Grund) – che la espone – ontologicamente
– al costante pericolo della corruzione e al tormento
di un ininterrotto e involontario moto regressivo, verso
un passato notturno e informe mai superato.
La profondità e l’oscurità
inconsce della nostalgia (
Sehnsucht) nascoste
dietro il sentimento (
Gefühl), l’assopimento
quale istante di somma realtà nel mondo terreno,
la follia (Wahnsinn) quale essenza ultima dello spirito
(
Geist) o, ancora, sul piano naturale, il veleno
(
Gift) letale frammisto all’accattivante
profumo di un fiore, sono solo alcune delle numerose
tracce emblematiche di un pensiero filosofico, le cui
radici sembrano – con razionalità –
impiantate nel «non-luogo» o, quantomeno,
in un terreno che alimenta e, al tempo stesso, inghiotte
saturninamente ciò che produce. Un pensiero che
vede nella malinconia – ambiguamente intesa tanto
come fuga dalla luce verso un passato abissale quanto
come fuga verso la trasfigurazione spirituale –
lo spazio-tempo ontologico in cui l’uomo si riversa
nella natura e in Dio, nonché l’attestazione
ultima del fatto che la produttività della natura
e la creatività dello spirito siano rette dalla
stessa struttura intrinseca. Lo specchio e il talismano
tenta, dunque, di ricostruire il concetto schellinghiano
di malinconia, seguendo il percorso profondamente movimentato
che porta il creato dalla notte primordiale, che contiene
implicite la luce, al giorno notturno, in cui si realizza
la perfetta compenetrazione di luce e oscurità.