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Schelling e la malinconia della natura

di Davide Sisto

   Il disorientamento provato dagli studiosi nei confronti della proteiforme produzione speculativa di Schelling ha, troppo spesso, determinato quella vetusta visione storico-filosofica che riduce il pensiero schellinghiano a un semplice anello di congiunzione tra il soggettivismo fichtiano e il razionalismo metafisico hegeliano. Difficile è, d’altronde, riuscire a dare una lettura complessiva di un percorso filosofico così accidentato e, a tratti, succube del carattere irrequieto del pensatore di Leonberg. Ecco perché l’interesse che ancora oggi può scaturire dalla lettura delle sue opere è direttamente proporzionale all’attualità di alcuni temi, che di per sé trascendono l’orizzonte sistematico verso cui gli interpreti tentano quotidianamente di convogliare il pensiero dell’idealismo tedesco. Uno di questi temi riguarda il ruolo che ricopre il concetto di malinconia (Schwermut) negli scritti schellinghiani prodotti tra il 1809 e il 1815 e che viene affrontato nel mio recente volume dal titolo Lo specchio e il talismano. Schelling e la malinconia della natura, pref. di G. Moretti, AlboVersorio, Milano 2009.

   La rilettura in termini cosmoteandrici dei risultati conseguiti dal precedente, statico, Identitätssystem spinge Schelling a intraprendere una interrogazione dinamica sulla natura, la quale mai può prescindere dalla certezza dell’insuperabile conflittualità del vivente e dalla consapevolezza che il legame (Band) divino analogico-produttivo di spirito e natura sia comprensibile soltanto attraverso il ricorso ai concetti intermedi. All’interno di una teoria antidualistica e, a un tempo, antimonistica del rapporto divino tra spirituale e naturale, la malinconia non può che esplicarsi a partire da una duplice condizione – storica e ontologica – in modo tale che il movimento della natura (visibile) sottenda il movimento dell’essere (invisibile) e, in ugual modo, ne sia sotteso. Pertanto, da una parte, si può dire che per Schelling la natura è malinconica perché è corrotta: per colpa del primo uomo, nella cui coscienza “talismanica” aveva rimesso tutte le sue speranze, la natura ha smarrito la via della sua definitiva trasfigurazione in spirito, quindi è stata impedita di portare a compimento una volta per tutte il suo essere transitorio, regredendo – storicamente – a uno stato anteriore di indigenza, quale “specchio appannato” della sua condizione reale. Dall’altra, però, è la malinconia della natura che la rende corrotta: sono, in altre parole, lo stesso stato anteriore di indigenza e la sua connaturata tendenza a chiudersi malinconicamente in sé – aspetti che risalgono tanto a una premondana unità indifferenziata (Ungrund) precedente qualsivoglia processo di differenziazione, quanto alla nascita delle creature da ciò che Dio non è in sé stesso (Grund) – che la espone – ontologicamente – al costante pericolo della corruzione e al tormento di un ininterrotto e involontario moto regressivo, verso un passato notturno e informe mai superato.

   La profondità e l’oscurità inconsce della nostalgia (Sehnsucht) nascoste dietro il sentimento (Gefühl), l’assopimento quale istante di somma realtà nel mondo terreno, la follia (Wahnsinn) quale essenza ultima dello spirito (Geist) o, ancora, sul piano naturale, il veleno (Gift) letale frammisto all’accattivante profumo di un fiore, sono solo alcune delle numerose tracce emblematiche di un pensiero filosofico, le cui radici sembrano – con razionalità – impiantate nel «non-luogo» o, quantomeno, in un terreno che alimenta e, al tempo stesso, inghiotte saturninamente ciò che produce. Un pensiero che vede nella malinconia – ambiguamente intesa tanto come fuga dalla luce verso un passato abissale quanto come fuga verso la trasfigurazione spirituale – lo spazio-tempo ontologico in cui l’uomo si riversa nella natura e in Dio, nonché l’attestazione ultima del fatto che la produttività della natura e la creatività dello spirito siano rette dalla stessa struttura intrinseca. Lo specchio e il talismano tenta, dunque, di ricostruire il concetto schellinghiano di malinconia, seguendo il percorso profondamente movimentato che porta il creato dalla notte primordiale, che contiene implicite la luce, al giorno notturno, in cui si realizza la perfetta compenetrazione di luce e oscurità.
Consultabile online sul Giornale di filosofia della religione (www.aifr.it)
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