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Vivo fino alla morte. Un confronto sull'ultimo Ricoeur

di Andrea Giambetti

   Si è svolto a Roma, il 20 maggio scorso, il Convegno internazionale di Studi sul tema Il filosofo e la rappresentazione cinematografica. “Vivo fino alla morte”: lutto gaiezza immagine a proposito di Paul Ricoeur, organizzato e presieduto dalla prof.ssa Daniella Iannotta (Dipartimento di Filosofia, Facoltà di Scienze della Formazione - Roma Tre), fine studiosa e instancabile divulgatrice del pensiero ricoeuriano, nonché appartenente al gruppo dei prôches del grande Maestro dell’ermeneutica contemporanea, in collaborazione con la Fondazione Ente dello Spettacolo di Roma. In particolare il Convegno ha inteso porre al centro dell’attenzione il breve scritto postumo Vivo fino alla morte (Effatà 2008), destinato a non rimanere una presenza marginale pur nel contesto della sterminata produzione ricoeuriana, anzi, per certi tratti, capace di gettare un qualche scompiglio anche tra le intepretazioni più consolidate del pensiero del filosofo francese.

   Un'appassionata riflessione sulla morte, quella dell’ultimo Ricoeur, già avviata ne La critique et la convinction, che ora appare come un autentico inno alla vita: «Io non debbo trattarmi come il morto di domani, per tutto il tempo che sono in vita. Riprendo qui la speranza, nell’istante della morte, di uno squarciamento dei veli che dissimulano il fondamentale nascosto sotto le rivelazioni storiche. Proietto, così, non un dopo-la-morte ma un morire che sia un’ultima affermazione della vita. L’esperienza mia di una fine della vita si nutre di quest’auspicio profondo di fare dell’atto del morire un atto di vita. Questo auspicio lo estendo alla mortalità stessa, come un morire che resta interno alla vita. Così la mortalità stessa deve essere pensata sub specie vitae e non sub specie mortis. Ciò spiega perché non ami affatto, né utilizzi il vocabolario heideggeriano dell’essere-per-la-morte; direi piuttosto: essere fino alla morte». L’anziano Ricoeur, dunque, ha desiderato vivere pienamente senza l’assillo di quel «futuro anteriore» che si alimenta dell’immaginario intorno alla morte. Liberarsi da tale preoccupazione significa preparasi a vivere la morte come autentico atto di vita, mediante la completa donazione di sé a coloro che ci sopravviveranno. Vista così, la morte diviene un atto di assoluta disponibilità che ci consegna a coloro -la comunità dei più prossimi- che assumeranno quello «sforzo di esistere» e quel «desiderio d’essere» che struttura l’attaccamento alla vita di ciascuno. Il termine della vita diviene, in tale direzione, metafora dell’assoluta ‘disponibilità’ nella consegna del proprio «sé» all’altro ancora vivente. Intorno a questi argomenti si sono svolti gli interventi di filosofi, sociologi e critici cinematografici intervenuti al tavolo degli oratori. Tra i molti contributi, per la verità tutti estremamenti significativi, segnaliamo quelli maggiormente afferenti le scienze filosofiche.

   Marcelino Agis de Villaverde (Università di Santiago de Compostela) ha sottolineato come la morte non sia simmetrica rispetto alla nascita, anche se essa si pone quale fondamento dell’umana storicità. La morte non è mai completamente naturale, mentre l’invecchiamento e la sofferenza si pongono ricoeurianamente come «diminuzione del potere di…». Essa rimane un non senso, una realtà arazionale anche se è in grado di infondere valore alla vita umana. Con il libro postumo Vivo fino alla morte, Ricoeur protesta contro la facile etichetta di ‘filosofo cristiano’ (in perfetta continuità rispetto al suo primo ed insuperato maestro, Gabriel Marcel), purtuttavia permane indubbia la sua fede di credente protestante. Tale fede emerge nella confidenza con quel Dio che «si ricorderà di me» e che molto richiama l’idea cristiana di ‘Grazia’. Fiducia piena, dunque, dell’uomo in Dio soprattutto nel momento della morte: «nulla mi è dovuto, rinuncio a reclamare». E’ propriamente l’amore, sia nella dimensione del divino che in quella amicale, che apre il varco all’immortalità: quanto più abbiamo amato, tanto più le persone amate ci faranno vivere in loro. Così è soltanto attraverso l’amore che la morte perde il suo «pungiglione» e la sua apparente onnipotenza.

   Di orientamento diverso il contributo espresso da Mario Ruggenini (Università di Venezia) per il quale la morte è heideggerianamente l’aver-da-essere della vita, il suo compito e fardello emotivo. Per questo la vita umana è completa ed acquista senso solo in virtù della mortalità. L’integrazione del morire nel vivere deve porsi come uscita da quel disagio esistenziale dinanzi alla morte che sarebbe retaggio del pensiero ebraico-cristiano: dalla nascita del concetto di individualità, infatti, deriva anche l’angoscia per la morte. Ruggenini sottolinea la passione per la vita che traspare dall’opera postuma di Ricoeur; egli tenta di demitizzare la morte individuandone le false domande che l’assillano. Resta, comunque, non marginale il problema della resurrezione: Ricoeur non «reclama alcun dopo» mentre si interroga sulla sua ortodossia ed eterodossia: «sono ancora cristiano?». E’ importante, a questo proposito, ribadire come Ricoeur si opponga risolutamente alla lettura sacrificale della croce di Cristo, interpretandone il senso sulla linea del vangelo giovanneo, quale offerta di sé alla comunità dei discepoli e all’umanità intera. Così è proprio la resurrezione -sottolinea Iannotta- che fonda un’etica positiva del distacco e che consiste nel "rendersi disponibile all’essenziale". Una resurrezione che comincia, però, hic et nunc e per la quale il concetto di «memoria di Dio» è l’ultimo schematismo per affermare la rinuncia ad ogni rivendicazione.

   Particolarmente significativo il contributo-testimonianza di Catherine Goldenstein, Direttrice degli Archivi del «Fonds Ricoeur», nonché amica fedele che ha rasserenato con la sua presenza gli ultimi anni di vita del filosofo, soprattuto dopo la scomparsa, assai sofferta, della moglie Simone. La Goldenstein ha voluto sottolineare il grande amore alla vita del Maestro che veniva sempre più emergendo attraverso il suo desiderio di comunicazione e la sua completa apertura verso gli altri. La sua vita era una «comunicazione permanente» che lo rendeva trasparente a chiunque lo incontrasse. Aveva uno sguardo vivo, assolutamente aperto e comunicante: per lui ogni incontro era un piccolo miracolo. Per questo gli ultimi anni di vita sono stati vissuti in un connubio di vitalità e sofferenza, una sorta di energia agonica; Ricoeur ha riscoperto, in questo frangente, e si è accostato con assiduità alla poetica dei Salmi. Per lui l’essere rimaneva «essere contro la morte» e la vita lo ha veramente ‘accompagnato fino alla morte’. Di particolare importanza il sentimento dell’amicizia che ha conservato soprattutto con il gruppo, assai nutrito, dei suoi discepoli provenienti da ogni parte del mondo. Amava ripetere che l’amicizia è la «reciproca approvazione di esistere», mentre gli amici si confermano nel valore dell’esistenza. Ecco perché, anche al di là della morte, si profila il vincolo tra le generazioni proprio attraverso la memoria che è una sorta di sopravvivenza ulteriore. Si riceve la vita mediante gli altri esseri, in virtù dell’amicizia e dell’amore. Un esempio concreto di amicizia feconda, ha sottolineato ancora la Goldenstein, è stato il rapporto di Ricoeur con p. Vansina, il cui impegno bibliografico è andato molto al di là dell’aspetto meramente intellettuale, in un intreccio inestricabile di vita e di scrittura. Tanti amici, dunque, che hanno cercato di confortare il Maestro anche dopo la dolorosa scomparsa di Simone. Proprio per accudirla con maggior cura aveva abbandonato la stesura di un testo sulla morte che adesso, postumo, appare nella forma di un dossier di frammenti. Si tratta di appunti vergati a mano, schemi, abbozzi di riflessione che lo stesso autore intuiva come destinati ad essere divulgati proprio dopo la sua morte. Paul Ricoeur, ha concluso Catherine, «ha avuto la morte che è nata dalla sua vita».

   Segnaliamo, infine, la ricca tavola rotonda, a conclusione del Convegno, moderata da un’altra amica, studiosa e divulgatrice del pensiero di Ricoeur, la prof.ssa Francesca Brezzi (Dipartimento di Filosofia, Facoltà di Scienze della Formazione - Roma Tre) alla quale hanno preso parte: Luigi Aversa, Fabio Bocci, Federico d’Agostino, Attilio Danese, Giulia Paola Di Nicola, Giovanni Giorgio, mons. Michele Seccia. Da ciascun contributo è emersa la straordinaria fecondità del pensiero di Ricoeur, capace di «dare a pensare» ancor di più dopo, e non soltanto fino alla morte.
Consultabile online sul Giornale di filosofia della religione (www.aifr.it)
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