Si è svolto a Roma, il 20 maggio scorso, il Convegno internazionale
di Studi sul tema Il filosofo e la rappresentazione cinematografica.
“Vivo fino alla morte”: lutto gaiezza immagine a proposito
di Paul Ricoeur, organizzato e presieduto dalla prof.ssa
Daniella Iannotta (Dip. di Filosofia, Facoltà di Scienze
della Formazione — Roma Tre), fine studiosa e instancabile
divulgatrice del pensiero ricoeuriano, nonché appartenente
al gruppo dei prôches del grande Maestro dell’ermeneutica
contemporanea, in collaborazione con la Fondazione Ente dello
Spettacolo di Roma. In particolare il Convegno ha inteso porre
al centro dell’attenzione il breve scritto postumo Vivo
fino alla morte (Effatà 2008), destinato a non rimanere
una presenza marginale pur nel contesto della sterminata produzione
ricoeuriana, anzi, per certi tratti, capace di gettare un qualche
scompiglio anche tra le intepretazioni più consolidate
del pensiero del filosofo francese.
Un'appassionata riflessione sulla morte, quella dell’ultimo
Ricoeur, già avviata ne La critique et la convinction,
che ora appare come un autentico inno alla vita: «Io non
debbo trattarmi come il morto di domani, per tutto il tempo che
sono in vita. Riprendo qui la speranza, nell’istante della
morte, di uno squarciamento dei veli che dissimulano il fondamentale
nascosto sotto le rivelazioni storiche. Proietto, così,
non un dopo-la-morte ma un morire che sia un’ultima affermazione
della vita. L’esperienza mia di una fine della vita si nutre
di quest’auspicio profondo di fare dell’atto del morire
un atto di vita. Questo auspicio lo estendo alla mortalità
stessa, come un morire che resta interno alla vita. Così
la mortalità stessa deve essere pensata sub specie
vitae e non sub specie mortis. Ciò spiega
perché non ami affatto, né utilizzi il vocabolario
heideggeriano dell’essere-per-la-morte; direi piuttosto:
essere fino alla morte». L’anziano Ricoeur, dunque,
ha desiderato vivere pienamente senza l’assillo di quel
"futuro anteriore" che si alimenta dell’immaginario
intorno alla morte. Liberarsi da tale preoccupazione significa
preparasi a vivere la morte come autentico atto di vita, mediante
la completa donazione di sé a coloro che ci sopravviveranno.
Vista così, la morte diviene un atto di assoluta disponibilità
che ci consegna a coloro -la comunità dei più prossimi-
che assumeranno quello «sforzo di esistere» e quel
«desiderio d’essere» che struttura l’attaccamento
alla vita di ciascuno. Il termine della vita diviene, in tale
direzione, metafora dell’assoluta ‘disponibilità’
nella consegna del proprio «sé» all’altro
ancora vivente. Intorno a questi argomenti si sono svolti gli
interventi di filosofi, sociologi e critici cinematografici intervenuti
al tavolo degli oratori. Tra i molti contributi, per la verità
tutti estremamenti significativi, segnaliamo quelli maggiormente
afferenti le scienze filosofiche.
Marcelino Agis de Villaverde (Università di Santiago
de Compostela) ha sottolineato come la morte non sia simmetrica
rispetto alla nascita, anche se essa si pone quale fondamento
dell’umana storicità. La morte non è mai completamente
naturale, mentre l’invecchiamento e la sofferenza si pongono
ricoeurianamente come «diminuzione del potere di…».
Essa rimane un non senso, una realtà arazionale anche se
è in grado di infondere valore alla vita umana. Con il
libro postumo Vivo fino alla morte, Ricoeur protesta
contro la facile etichetta di ‘filosofo cristiano’
(in perfetta continuità rispetto al suo primo ed insuperato
maestro, Gabriel Marcel), purtuttavia permane indubbia la sua
fede di credente protestante. Tale fede emerge nella confidenza
con quel Dio che «si ricorderà di me» e che
molto richiama l’idea cristiana di ‘Grazia’.
Fiducia piena, dunque, dell’uomo in Dio soprattutto nel
momento della morte: «nulla mi è dovuto, rinuncio
a reclamare». E’ propriamente l’amore, sia nella
dimensione del divino che in quella amicale, che apre il varco
all’immortalità: quanto più abbiamo amato,
tanto più le persone amate ci faranno vivere in loro. Così
è soltanto attraverso l’amore che la morte perde
il suo «pungiglione» e la sua apparente onnipotenza.
Di orientamento diverso il contributo espresso da Mario Ruggenini
(Università di Venezia) per il quale la morte è
heideggerianamente l’aver-da-essere della vita, il suo compito
e fardello emotivo. Per questo la vita umana è completa
ed acquista senso solo in virtù della mortalità.
L’integrazione del morire nel vivere deve porsi come uscita
da quel disagio esistenziale dinanzi alla morte che sarebbe retaggio
del pensiero ebraico-cristiano: dalla nascita del concetto di
individualità, infatti, deriva anche l’angoscia
per la morte. Ruggenini sottolinea la passione per la vita che
traspare dall’opera postuma di Ricoeur; egli tenta di demitizzare
la morte individuandone le false domande che l’assillano.
Resta, comunque, non marginale il problema della resurrezione:
Ricoeur non «reclama alcun dopo» mentre si interroga
sulla sua ortodossia ed eterodossia: «sono ancora cristiano?».
E’ importante, a questo proposito, ribadire come Ricoeur
si opponga risolutamente alla lettura sacrificale della croce
di Cristo, interpretandone il senso sulla linea del vangelo giovanneo,
quale offerta di sé alla comunità dei discepoli
e all’umanità intera. Così è proprio
la resurrezione -sottolinea Iannotta- che fonda un’etica
positiva del distacco e che consiste nel "rendersi disponibile
all’essenziale". Una resurrezione che comincia, però,
hic et nunc e per la quale il concetto di «memoria
di Dio» è l’ultimo schematismo per affermare
la rinuncia ad ogni rivendicazione.
Particolarmente significativo il contributo-testimonianza di
Catherine Goldenstein, Direttrice degli Archivi del «Fonds
Ricoeur», nonché amica fedele che ha rasserenato
con la sua presenza gli ultimi anni di vita del filosofo, soprattuto
dopo la scomparsa, assai sofferta, della moglie Simone. La Goldenstein
ha voluto sottolineare il grande amore alla vita del Maestro che
veniva sempre più emergendo attraverso il suo desiderio
di comunicazione e la sua completa apertura verso gli altri. La
sua vita era una «comunicazione permanente» che lo
rendeva trasparente a chiunque lo incontrasse. Aveva uno sguardo
vivo, assolutamente aperto e comunicante: per lui ogni incontro
era un piccolo miracolo. Per questo gli ultimi anni di vita sono
stati vissuti in un connubio di vitalità e sofferenza,
una sorta di energia agonica; Ricoeur ha riscoperto, in questo
frangente, e si è accostato con assiduità alla poetica
dei Salmi. Per lui l’essere rimaneva «essere contro
la morte» e la vita lo ha veramente ‘accompagnato
fino alla morte’. Di particolare importanza il sentimento
dell’amicizia che ha conservato soprattutto con il gruppo,
assai nutrito, dei suoi discepoli provenienti da ogni parte del
mondo. Amava ripetere che l’amicizia è la «reciproca
approvazione di esistere», mentre gli amici si confermano
nel valore dell’esistenza. Ecco perché, anche al
di là della morte, si profila il vincolo tra le generazioni
proprio attraverso la memoria che è una sorta di sopravvivenza
ulteriore. Si riceve la vita mediante gli altri esseri, in virtù
dell’amicizia e dell’amore. Un esempio concreto di
amicizia feconda, ha sottolineato ancora la Goldenstein, è
stato il rapporto di Ricoeur con p. Vansina, il cui impegno bibliografico
è andato molto al di là dell’aspetto meramente
intellettuale, in un intreccio inestricabile di vita e di scrittura.
Tanti amici, dunque, che hanno cercato di confortare il Maestro
anche dopo la dolorosa scomparsa di Simone. Proprio per accudirla
con maggior cura aveva abbandonato la stesura di un testo sulla
morte che adesso, postumo, appare nella forma di un dossier di
frammenti. Si tratta di appunti vergati a mano, schemi, abbozzi
di riflessione che lo stesso autore intuiva come destinati ad
essere divulgati proprio dopo la sua morte. Paul Ricoeur, ha concluso
Catherine, «ha avuto la morte che è nata dalla sua
vita».
Segnaliamo, infine, la ricca tavola rotonda, a conclusione del
Convegno, moderata da un’altra amica, studiosa e divulgatrice
del pensiero di Ricoeur, la prof.ssa Francesca Brezzi (Dipartimento
di Filosofia, Facoltà di Scienze della Formazione — Roma
Tre) alla quale hanno preso parte: Luigi Aversa, Fabio Bocci,
Federico d’Agostino, Attilio Danese, Giulia Paola Di Nicola,
Giovanni Giorgio, mons. Michele Seccia. Da ciascun contributo
è emersa la straordinaria fecondità del pensiero
di Ricoeur, capace di «dare a pensare» ancor di più
dopo, e non soltanto fino alla morte.