Nelle giornate del 16 e 17 Luglio 2009 si è svolta presso
la University of Sydney la seconda conferenza annuale dell’APRA
(Australasian Philosophy of Religion Association). L’APRA
è nata nel 2008 con lo scopo di “incoraggiare, pubblicizzare
e circolare attività di ricerca nel campo della filosofia
della religione”. La nascita di tale Associazione è
stato un evento importante, specialmente se si considera che la
cultura filosofia australiana è tradizionalmente refrattaria
nei confronti dell’accoglimento di temi religiosi —
basti pensare che uno dei contributi filosofici più originali
provenienti dall’Australia nella seconda metà del
ventesimo secolo è stato il cosiddetto “realismo”
o “materialismo australiano”, movimento i cui esponenti
(per es. John Anderson e David Armstrong) erano noti per il
loro scetticismo nei confronti di ogni argomento “astratto”.
La formazione dell’APRA riconosce invece come nello scorso
decennio l’interesse nei confronti della religione sia cresciuto
sempre di più nella comunità filosofica australiana,
sia in ambito “analitico” che in ambito “continentale”.
Oggi anche l’Associazione Australiana di Filosofia della
religione è parte dell’IPRA (International Philosophy
of Religion Association), insieme all’ESPR (European Society
for Philosophy of Religion) e a molte altre associazioni nazionali.
La formula scelta per questa seconda conferenza annuale dell’APRA
è stata quella più consueta nel mondo anglosassone:
una keynote lecture come apertura dei lavori in ciascuna
delle due giornate, e poi sessioni parallele (due o al massimo
tre) della durata di un’ora, per un totale di venti interventi.
I due keynote speakers erano Kevin Hart e John Bishop.
Kevin Hart è senza dubbio uno degli intellettuali australiani
più di spicco: critico letterario, poeta e traduttore (ha
tradotto in inglese la raccolta Il porto sepolto di Ungaretti)
oltre che filosofo, Hart è studioso di Derrida e Blanchot.
Il suo intervento ha tracciato un interessante percorso seguendo
il tema della contemplazione dalla filosofia antica fino a Husserl
e Heidegger. L’intervento di John Bishop, professore all’Università
di Auckland, e autore di un recente saggio intitolato Believing
by Faith e pubblicato dalla Oxford University Press, è
un interessante esempio di come un filosofo di formazione analitica
possa occuparsi di religione senza necessariamente concentrarsi
solo sul contenuto proposizionale delle affermazioni religiose.
Tutti gli interventi delle sessioni parallele, proposti da accademici
australiani (ma non solo) giovani e meno giovani, e le discussioni
che hanno suscitato, sono stati un bell’esempio di come
diverse tradizioni filosofiche possono incontrarsi e stabilire
un dialogo proficuo. Si è spaziato molto, sia in ambito
“analitico” che in ambito “continentale”.
Citiamo qui solo alcuni degli argomenti proposti dai vari interventi.
In ambito analitico: la crezione e il potere di Dio: un’analisi
delle implicazioni della perfetta bontà divina; una discussione
della filosofia della religione wittgensteiniana. In ambito continentale:
la nozione di fusis nel pensiero di Massimo il Confessore; amore,
Dio e riconoscimento negli scritti giovanili di Hegel; un’analisi
del concetto di sacrificio nella Fenomenologia dello Spirito
di Hegel; Bataille e il paradosso della croce; e la proposta speculativa
di una nuova teologia apofatica. E inoltre contributi di storia
della filosofia (la teodicea di Leibniz) e interdisciplinari (religioni
orientali e teologia ebraica).
Molto interessante la tavola rotonda conclusiva tra Peter Slezak
(docente nella University of New South Wales), Paul Crittenden
(professore emerito, University of Sydney) e James Franklin (filosofo
della matematica, University of New South Wales). La discussione
si è concentrata soprattutto sulle affermazioni e pubblicazioni
dei cosiddetti “nuovi atei”, come Richard Dawkins
e Sam Harris, e sulla miopia intellettuale che spinge questi pensatori
ad attribuire alla religione la responsabilità di ogni
forma di violenza, diretta o indiretta, senza considerare come
i conflitti derivino in larga parte da fattori economici, politici
e sociali. È stato interessante notare come tra i relatori
(tra i quali si annoverava anche un ateo “militante”)
vi sia stato consenso unanime sullo scarso valore filosofico e
logico delle argomentazioni avanzate dai “nuovi atei”.
In conclusione, credo che si possa affermare che questa seconda
conferenza annuale dell’APRA abbia dimostrato due elementi
importanti. Il primo è che vi è, a livello mondiale,
un crescente interesse nei confronti della filosofia della religione.
Il secondo è che l’interazione tra diverse tradizioni
filosofiche è davvero possibile, se i partecipanti abbandonano
pregiudizi e linguaggi filosofici specifici e si aprono veramente
a un proficuo dialogo filosofico.