Caro Turrisi, ho trovato eccellente il contributo su Vattimo [«Credere
di credere». Genesi e significato di una conversione debole] che mi ha gentilmente inviato e che ho letto con grande interesse. Ritengo che la sua analisi del pensiero vattimiano sia davvero accurata. Come lei giustamente osserva, Vattimo si riappropria della religione attraverso la filosofia. Il suo postmoderno "ritorno alla religione" si basa tuttavia più su intuizioni filosofiche (segnatamente quelle di Heidegger e Nietzsche) che sulla fede teologale. Non si riscontra, come lei rileva, nessuno dei tratti distintivi di una «conversione classica».
Anch'io credo che sia veramente importante confrontarsi con la filosofia di Vattimo, nonostante il fatto che il suo pensiero — come lo stesso filosofo torinese ammette — non sia certo rappresentativo di un cristianesimo ortodosso. Soccorre qui Origene di Alessandria e la sua metafora del "bottino dall'Egitto": la verità può essere trovata in molti luoghi. A ciò si potrebbe senz'altro aggiungere un'affermazione di Tommaso d'Aquino talora ricordata da Giovanni Paolo II: «Omne verum a quocumque dicatur a Spiritu Sancto est». Da ultimo, Benedetto XVI non manca di incoraggiare il dialogo con i non credenti nel "Cortile dei Gentili". Quello che di Vattimo m'intriga è che — in una prospettiva filosofica ispirata da Heidegger, Nietzsche e dal Neopragmatismo — egli ha formulato ciò che molte persone istruite in Occidente pensano in modo ancora involuto. E pertanto egli resta sempre un interlocutore prezioso.
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