Incontro con Marco Vannini
di Andrea
Fiamma
La
serata del 5 agosto 2009 ad Ortona non ha registrato
la consueta presentazione di un testo filosofico bensì,
come ho avuto modo di illustrare in apertura in qualità
di moderatore del dibattito, «è stata pensata
come un momento in cui soffermarsi e interrogarsi, come
un'esperienza che riuscisse a costituire un tassello
nel cammino di vita di ognuno aprendo uno squarcio di
riflessione verso se stessi. Abbiamo voluto tenere unite
quelle diverse espressioni dell'intelligenza umana –
pensiero, musica, arte – che troppo spesso nella
nostra società sono pensate a compartimenti stagni».
L'introduzione ha avuto luogo sulle note di J.S. Bach
che hanno addolcito i primi momenti e poi accompagnato
la recitazione del brano “Guidami Luce Benigna”
del cardinale J.H. Newman, presente nel testo stesso
di Vannini, Sulla Grazia (Le lettere, Firenze
2009).
In una prima fase di discussione Vannini
ha potuto ripercorrere ampiamente una delle tesi cardine
dei suoi lavori: l'idea che, dopo la chiusura manu
militari dell'Accademia platonica, l'essenza stessa
del filosofare – ossia il platonico esercizio
di morte – sia stata custodita autenticamente
soltanto nel passaggio dall'antichità alla mistica
cristiana. L'autore che per eccellenza ha portato a
compimento la tradizione antica e ha dato inizio ad
una nuova èra è difatti Plotino (205-270
d.C.), sul quale si sono formati Agostino, Eckhart e
tutti i maestri della spiritualità cristiana.
Questa lunga scia ha attraversato tutti quegli autori
che hanno inteso “la filosofia come modo di vivere”
(P. Hadot), rimanendo fedeli agli insegnamenti del Fedone
platonico per cui essa è anzitutto «una
scelta di vita» che pertanto richiede un'epistrophe.
La scelta di vita filosofica «non si realizza
con la sola testa ma induce l'uomo a girare tutto il
corpo, perchè l'Epistropheo, la vertebra che
permette di girare la testa, impedisce di voltarci più
di una certa angolazione» e allora è necessario
realizzare una conversio totale. Ecco perché
per Vannini è possibile riconoscere nella vita
dei monaci e chierici medioevali la stessa concezione
di vita filosofica degli antichi.
Sullo sfondo, nel frattanto, si stagliavano
due opere di Mario Vespasiani, olii su tela di grande
formato (180x200cm) ispirate alla Grazia e realizzate
appositamente per la serata. Entrambe, in stili diversi,
sembravano seguire l'argomentazione stessa di Vannini
nella misura in cui tentavano di suggerire un percorso
interiore ai partecipanti. L'una, in stile astratto,
richiedeva difatti una cura nella visione poiché
lo spettatore che si soffermava su quelle grandi chiazze
di colore giallognolo, apparentemente confuse, poteva
vedere emergere - come dall'invisibile al visibile -
alcune figure e volti di pellegrini e mistici in contemplazione.
L'altra, dai toni violacei e di maggiore chiarezza visiva,
voleva trasmettere la bellezza della Grazia, la stessa
bellezza dell'esistente che, come tematizzato nel testo,
viene a effondersi nell'uomo distaccato.
Nella seconda fase della discussione,
Vannini ha potuto dialogare con il Vescovo di Lanciano-Ortona
Mons. Ghidelli e il vicario pastorale Don Di Lorenzo,
i quali hanno contestato un certo utilizzo delle scritture
e soprattutto di S. Paolo, creando l'occasione per nuove
precisazioni sul tema del libretto. La Grazia non ha
a che fare con tutto quell'apparato teologico, poi costruito
intorno al Vangelo, ma con l'esperienza stessa dell'uomo
nobile perciò le scritture si rivelano come mere
opere di uomini. Questo approccio, dal punto di vista
di Vannini, è testimoniato nell'evangelo stesso:
alla domanda “Signore, dove abiti?”, Gesù
rispose “Vieni e vedi”; ossia: guarda tu
stesso dove io vivo, senza mediazioni di «indirizzi»
teologici, senza scritture che «legano».
L'intento del testo, ricorda Vannini, non era certo
quello di improvvisare un discorso teologico, bensì
di descrivere una fenomenologia della Grazia così
come l'hanno intesa gli autori della spiritualità
pagana e cristiana prima citati: se si realizza il messaggio
cristiano dell'abnegare semet ipsum, ossia
quell'abbandono «molto più totale di quello
dei beni materiali, della vita coniugale e sessuale»,
se, insomma, si realizza il distacco, allora «Dio
deve effondere tutto se stesso, dice Meister Eckhart».
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