il giornale di filosofia della religione
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ISSN 1826-6150
 
   
 
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dibattito
Risposta a Michele Turrisi
Daniele Garota

Ho letto le considerazioni puntuali e precise che Michele Turrisi ha dedicato a Gianni Vattimo. Ho appreso nuove cose e di questo sono grato all'autore, così come gli sono grato per aver provocato le considerazioni che seguono. Condivido pienamente le sue osservazioni e conclusioni: questa fede senza dogmi da vecchina semplice e piena d'amore che rumina rosari non sta da nessuna parte. Ora, che Vattimo abbia affermato cose interessanti è fuori discussione, soprattutto quando sostiene che «la secolarizzazione è radicata nella stessa essenza della religione occidentale (l'ebraismo, il cristianesimo), così come l'oggettivazione tecnico-scientifica del mondo è radicata nella più antica speculazione greca» (cfr. "Filosofia '86", a cura di G. Vattimo, Laterza). È tuttavia difficile non vedere come alla fine Vattimo non riesca a disancorarsi, un po' come tutti i filosofi, da quelle forme di narcisismo più o meno marcato oggi purtroppo in voga un po’ ovunque.

Ma vorrei aggiungere ancora qualcosa, prendendo le mosse proprio dal dialogo tra Vattimo e Sergio Quinzio — uscito su “La Stampa” di Torino nel marzo del 1994 — che sta tutto sommato a fondamento del libretto Credere di credere uscito nel febbraio 1996; libretto che Sergio, come mi ha confermato Anna [Quinzio], non ha fatto in tempo a leggere perché, già malato, sarebbe scomparso appena un mese dopo (entrando così tragicamente a far parte di quell’esperienza «della morte di persone care», di cui parla Vattimo e che Sergio stesso, nel dialogo con lui, riteneva «serissima»). E sì, poiché cristianamente, e contro ogni idea epicurea, è proprio la morte di chi più amiamo a colpirci davvero, ed è questa — confessa Vattimo — una tra le maggiori cause che lo hanno indotto a «riprendere» i fili di quell’esperienza religiosa nella quale era cresciuto fin dall’infanzia e che poi aveva abbandonato.

Entriamo subito nei nodi della questione. L’Apocalisse? Per Vattimo «svela il senso di ciò che è accaduto, dell’impoverimento della storia, non lo rovescia». Per Quinzio invece è esattamente il contrario: per lui l’Apocalisse svela quanto deve ancora accadere soprattutto, il rovesciamento, il giudizio sulla storia, la venuta del Signore che risuscita i morti. Lungi da ogni aspettativa storico-mondana, a Quinzio quel che davvero interessa è la «tensione messianica», l’attesa folle dell’«evento miracoloso» che Dio ha promesso. E di fronte a Vattimo che afferma di non avere «quasi nessun senso del peccato» se non quello da intendere come debolezza e finitezza, Sergio storce «un po’ il naso», perché così — dice — si finisce per togliere senso alla «Croce», illudendosi che non ci sia «nulla dal quale essere salvati». E al filosofo che lo incalza: «Tu credi nell’eternità dell’inferno?»; come dire: credi ancora a questa roba qua?, è senza battere ciglio che risponde secco: «Io sì, certo». Così, quando Vattimo insiste: ma come la mettiamo con l’Antico Testamento che afferma: «O Babilonia, beato colui che sbatterà i tuoi bambini contro il muro»?, possiamo ancora credere in un Dio come questo?, Sergio risponde di stare alla larga da certe semplificazioni: se c’è contraddizione nella Scrittura è perché non vi si nasconde nulla, nemmeno il peccato che, lungi da ogni moralismo, lì è «causa della morte, della vecchiaia, della guerra, della malattia», qualcosa che va considerato in tutta evidenza poiché — continua — «se togli il buio non puoi più parlare di luce. La tragedia cristiana è il non poter prescindere da questa doppia presenza». Accogliendo dai testi sacri soltanto quel che più ci aggrada finiremmo per fare come Marcione — prosegue Quinzio — al quale rimase «una metà del Vangelo e un paio di lettere di San Paolo». Ed è poi determinato e va giù duro: «Dovessi giudicarti secondo le mie categorie, direi che la tua idea è anticristica: l’idea di un uomo che ritiene di poter fare con le proprie forze ciò che Dio non ha ancora fatto».

Da ultimo Vattimo si scaglia contro la Chiesa, colpevole a suo parere di costituirsi più come «un esercito di conquista» che come «una comunità di gente che si vuole bene». Ma anche qui Sergio reagisce con durezza. Pur sapendo ben riconoscere le derive della sua Chiesa, egli sa nondimeno riconoscere quelle del mondo; e dice: «Ci abbiamo provato per venti secoli a costruire la comunità di gente che si vuole bene». E alla replica del filosofo torinese, che insiste sul senso di responsabilità nei riguardi della comunità cristiana che si sente di amare, invitandolo a non rattristarsi troppo, a non essere pessimista, Sergio risponde con un pizzico d’ironia: «No, per carità, Tolstoj diceva che la salvezza è nell’amore». Vattimo sa qual è il proprio punto debole. In Credere di credere egli riconosce le «ragioni prevalentemente “estetiche”» che l’hanno talvolta portato in chiesa per la «novena di Natale cantata in latino», il timore che quando recita il Pater noster non faccia più restare al «termine padre» più di quello «che Schleiermacher chiamava il puro sentimento della dipendenza», oppure il timore di ridurre «i contenuti della tradizione cristiana» alla carità, all’unico evento di Dio che ama «e crea per amore». Altrove dirà: «Ho vissuto la religione negli ultimi decenni soprattutto come un tranquillizzante, un calmante. Che c’è di male?» (cfr. Non essere Dio). Nulla di male, certo, avrebbe detto Quinzio, basta rendersi conto che il cristianesimo, trasmesso dalla Scrittura e dalla buona tradizione dei credenti, non è quello che ci ritagliamo per il nostro piacere o per la nostra salute, ma quello di gente capace di mettere il mondo intero «in agitazione» (At 17,6).

Rileggendo le pagine del suo libretto insieme agli amici, a Vattimo viene il dubbio se la sua «visione della rivelazione ebraico-cristiana come kenosis e amichevolezza di Dio nei confronti della creatura non dia luogo a un cristianesimo troppo ottimistico, che tende a dimenticare la dura realtà del male — intesa non tanto come peccato, quanto soprattutto come sofferenza inspiegabile». Certamente, non tenendo nel debito conto lo scarto che la fede comporta tra il “già” e il “non ancora”, è un rischio che egli corre. Per questo non possiamo che condividere, da credenti, la conclusione del suo libretto, là dove egli parla di «"norma" escatologica», norma «destinata a rimanere anche quando la fede e la speranza non saranno più necessarie, una volta realizzato completamente il regno di Dio», norma che «giustifica pienamente la preferenza per una concezione amichevole di Dio».

Solo se le leggiamo con occhi che guardano dal punto di vista delle cose ultime — dal punto di vista che era di Quinzio, dunque — quelle pagine di Vattimo non risultano pervase da un «eccesso di tenerezza». Del resto, di cosa vibrava se non di tenerezza il «briciolo di fede» che Sergio aveva, e che lo portava ad attendere «ancora» nonostante tutto? Esigentissimo era il suo credere: egli voleva, esigeva, come la vedova importuna del Vangelo, nulla di meno di quello che hanno creduto le prime generazioni cristiane. Ripensando a quel che aveva scritto nel suo libro, La sconfitta di Dio, egli sottolineava — in un dialogo con Leo Lestingi — come non sarebbe mai arrivato a concludere, riguardo alla sua fede: dunque Dio non c’è, «dunque, era tutta un’illusione», di fronte a Dio che dovesse finire sconfitto, e per una ragione molto semplice, «perché — diceva — io ho fatto l’esperienza reale della tenerezza di Dio» (cfr. La tenerezza di Dio). Sapeva essere accogliente e leggero come un bambino, come un uomo a cui la speranza nel Regno aveva tolto il “peso specifico” degli interessi del mondo, ma poteva a un certo punto assumere una serietà singolare, una tristezza greve: «L’agonia del bambino torturato, la vittima uccisa dal carnefice suscitano in me — scrisse sul finire della sua vita — un bisogno di giustizia e di consolazione per il quale so che dovrei essere capace di offrire tutto me stesso, fino alla completa estinzione, o fino all’interminabile dannazione di tutto ciò che sono o che credo di essere» (Mysterium iniquitatis). È prendendo sul serio la potenza del male e il dolore di Dio che Sergio poteva diventare duro come pietra in quel che a volte improvvisamente affermava. Come a dire: la fede è questione di vita o di morte, di salvezza o dannazione eterna, al suo centro non ci sta il dio dei filosofi ma il Crocifisso.

La fede è questione di vita o di morte, di salvezza o dannazione eterna, al suo centro non ci sta il dio dei filosofi ma il Crocifisso

Fatte le dovute proporzioni, non era Gesù stesso come un bambino amato dai bambini e, al tempo stesso, capace di parole durissime che nessuno poteva intendere (Gv 6,60-66)? Non è, come diceva l’ebreo Canetti, proprio la «terribilità» che abita la Bibbia a consolarci più di ogni parola edificante e bella, di fronte a quel che di davvero terribile accade davanti ai nostri occhi? In queste vibrazioni, credo anch’io — con Sergio e dopo Sergio — sta e cade la buona apocalittica del cristianesimo primitivo, sulla quale ultimamente ha detto cose molto significative anche René Girard, un altro degli interlocutori privilegiati della ricerca di Vattimo. La deriva in cui le argomentazioni di Vattimo fanno entrare i fondamenti della fede cristiana, assomiglia ad altre presenti anche tra i teologi, che rischiano di non far restare più nulla dell’essenza del cristianesimo.

A Vattimo ho dedicato un intero capitolo del mio Il coltello di Abramo (Edizioni Paoline, 2003), mettendo in contrapposizione la sua idea di pensiero debole con la Kenosis cristiana. Forse Turrisi l'ha già letto o forse no. Qui ne traggo un piccolo passaggio dalle pp. 68-69, per tratteggiare il mio pensiero al riguardo: «Coi suoi colpi di spugna Vattimo finisce per completare le già esagerate cancellazioni bultmaniane, e nella lavagna non restano che impercettibili segni sincretisticamente adattabili un po' a tutti: l’amore, il bene, il rispetto degli altri e via dicendo. Le mani del Dio della Kenosis hanno moltiplicato pani, hanno dato udito ai sordi e vista ai ciechi; cosa resterebbe del Vangelo togliendo di punto in bianco la potenza di Gesù che risana e risuscita i morti? Potremmo anche togliere l’idea di peccato dal nostro mondo — come vorrebbe Vattimo — ma mai ci sarà dato di togliere l’esperienza del dolore e della morte. Siamo tentati di nascondere, di rimuovere ma, dopo tutto, con chi si ammala o ci muore accanto negli anni, i nostri occhi devono pur aprirsi. E poi, non è pur vero che l’idea di peccato nel Vangelo, più che con la morale, ha a che fare con il male, la malattia e la morte? Matteo, citando Isaia, può senza problemi cambiare "peccato" con "infermità" (Mt 8,16-17; Is 53,4), e Gesù, guarendo il paralitico, determina connessioni fortissime tra malattia e peccato (Mc 2,1-12). Gesù guardava al dolore degli uomini, più che al loro peccato, e cercava di guarirli nel corpo, prima ancora che nello spirito dicendo, tra l’altro, che il peccato più grande è proprio quello di non partecipare al dolore degli altri, di non essere sufficientemente compassionevoli, di chiudere il proprio cuore davanti ai sofferenti. Saremo giudicati per quel che abbiamo provato nelle profondità del nostro essere trovandoci davanti ai sofferenti, per quello che avremo fatto per loro (Mt 25,31-46)».

Questa, non altro, è quella agàpe, quella carità che non avrà mai fine di cui ha parlato Paolo e che Vattimo dice essere fondamentale per una vera «ripresa» della fede. Dunque su questo non possiamo che sentirlo vicino. Egli non riesce però a scendere negli abissi dell’orrore della Croce, del dolore di Dio costretto a fare i conti con un male che va oltre ogni nostra immaginazione e misura. E questo lo separava nettamente da Quinzio, che leggendo i profeti d’Israele capiva che se per troppo tempo si attende la pace e «non c’è alcun bene», il «tempo della guarigione, ed ecco il terrore!», allora è davvero empio curare «alla leggera la ferita… dicendo: "Pace, pace!", ma pace non c’è» (Ger 8,11-15). Proprio perché dotato di fede robusta Quinzio poteva guardare in faccia il male e l’orrore, la realtà così com’è, la possibilità concreta della sconfitta di Dio, senza ipocrisie, senza illusioni, temendo come null’altro quel rilassato, consolatorio ottimismo che non ha niente a che spartire con la fede. Come mi disse un giorno Guido Ceronetti, Sergio era uno di quelli capaci di vivere e morire a occhi aperti. La fede, nient’altro che la fede, gli permetteva di essere ottimista fino all’inverosimile, di credere nell’impossibile promesso da Dio, in quel mondo nuovo in cui non solo non ci sarà più la morte, ma nel quale ci verranno restituiti persino i capelli delle persone care che sono morte.

Solo partecipando col cuore all’impotenza e al dolore di Dio, si può davvero credere e sperare nella potenza di Dio che salva il mondo «per mezzo» del Crocifisso (Gv 3,17). Follia, questa, difficilmente digeribile dalla filosofia (anche nell’Atene di duemila anni fa accadde qualcosa di simile), e tuttavia — come anche Vattimo ammette — «la gran parte delle conquiste della ragione moderna» sono così radicate in questa follia, che sarebbero impensabili «al di fuori di essa» (cfr. Credere di credere).

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