Ho letto le considerazioni puntuali e precise che Michele Turrisi
ha dedicato a Gianni Vattimo. Ho appreso nuove cose e di questo
sono grato all'autore, così come gli sono grato per aver
provocato le considerazioni che seguono. Condivido pienamente
le sue osservazioni e conclusioni: questa fede senza dogmi da
vecchina semplice e piena d'amore che rumina rosari non sta da
nessuna parte. Ora, che Vattimo abbia affermato cose interessanti
è fuori discussione, soprattutto quando sostiene che «la
secolarizzazione è radicata nella stessa essenza della
religione occidentale (l'ebraismo, il cristianesimo), così
come l'oggettivazione tecnico-scientifica del mondo è radicata
nella più antica speculazione greca» (cfr. "Filosofia
'86", a cura di G. Vattimo, Laterza). È tuttavia difficile
non vedere come alla fine Vattimo non riesca a disancorarsi, un
po' come tutti i filosofi, da quelle forme di narcisismo più
o meno marcato oggi purtroppo in voga un po’ ovunque.
Ma vorrei aggiungere ancora qualcosa, prendendo le mosse proprio
dal dialogo tra Vattimo e Sergio Quinzio — uscito su “La
Stampa” di Torino nel marzo del 1994 — che sta tutto
sommato a fondamento del libretto Credere di credere
uscito nel febbraio 1996; libretto che Sergio, come mi ha confermato
Anna [Quinzio], non ha fatto in tempo a leggere perché,
già malato, sarebbe scomparso appena un mese dopo (entrando
così tragicamente a far parte di quell’esperienza
«della morte di persone care», di cui parla Vattimo
e che Sergio stesso, nel dialogo con lui, riteneva «serissima»).
E sì, poiché cristianamente, e contro ogni idea
epicurea, è proprio la morte di chi più amiamo a
colpirci davvero, ed è questa — confessa Vattimo
— una tra le maggiori cause che lo hanno indotto a «riprendere»
i fili di quell’esperienza religiosa nella quale era cresciuto
fin dall’infanzia e che poi aveva abbandonato.
Entriamo subito nei nodi della questione. L’Apocalisse?
Per Vattimo «svela il senso di ciò che è accaduto,
dell’impoverimento della storia, non lo rovescia».
Per Quinzio invece è esattamente il contrario: per lui
l’Apocalisse svela quanto deve ancora accadere soprattutto,
il rovesciamento, il giudizio sulla storia, la venuta del Signore
che risuscita i morti. Lungi da ogni aspettativa storico-mondana,
a Quinzio quel che davvero interessa è la «tensione
messianica», l’attesa folle dell’«evento
miracoloso» che Dio ha promesso. E di fronte a Vattimo che
afferma di non avere «quasi nessun senso del peccato»
se non quello da intendere come debolezza e finitezza, Sergio
storce «un po’ il naso», perché così
— dice — si finisce per togliere senso alla «Croce»,
illudendosi che non ci sia «nulla dal quale essere salvati».
E al filosofo che lo incalza: «Tu credi nell’eternità
dell’inferno?»; come dire: credi ancora a questa roba
qua?, è senza battere ciglio che risponde secco: «Io
sì, certo». Così, quando Vattimo insiste:
ma come la mettiamo con l’Antico Testamento che afferma:
«O Babilonia, beato colui che sbatterà i tuoi bambini
contro il muro»?, possiamo ancora credere in un Dio come
questo?, Sergio risponde di stare alla larga da certe semplificazioni:
se c’è contraddizione nella Scrittura è perché
non vi si nasconde nulla, nemmeno il peccato che, lungi da ogni
moralismo, lì è «causa della morte, della
vecchiaia, della guerra, della malattia», qualcosa che va
considerato in tutta evidenza poiché — continua —
«se togli il buio non puoi più parlare di luce. La
tragedia cristiana è il non poter prescindere da questa
doppia presenza». Accogliendo dai testi sacri soltanto quel
che più ci aggrada finiremmo per fare come Marcione —
prosegue Quinzio — al quale rimase «una metà
del Vangelo e un paio di lettere di San Paolo». Ed è
poi determinato e va giù duro: «Dovessi giudicarti
secondo le mie categorie, direi che la tua idea è anticristica:
l’idea di un uomo che ritiene di poter fare con le proprie
forze ciò che Dio non ha ancora fatto».
Da ultimo Vattimo si scaglia contro la Chiesa, colpevole a suo
parere di costituirsi più come «un esercito di conquista»
che come «una comunità di gente che si vuole bene».
Ma anche qui Sergio reagisce con durezza. Pur sapendo ben riconoscere
le derive della sua Chiesa, egli sa nondimeno riconoscere quelle
del mondo; e dice: «Ci abbiamo provato per venti secoli
a costruire la comunità di gente che si vuole bene».
E alla replica del filosofo torinese, che insiste sul senso di
responsabilità nei riguardi della comunità cristiana
che si sente di amare, invitandolo a non rattristarsi troppo,
a non essere pessimista, Sergio risponde con un pizzico d’ironia:
«No, per carità, Tolstoj diceva che la salvezza è
nell’amore». Vattimo sa qual è il proprio punto
debole. In Credere di credere egli riconosce le «ragioni
prevalentemente “estetiche”» che l’hanno
talvolta portato in chiesa per la «novena di Natale cantata
in latino», il timore che quando recita il Pater noster
non faccia più restare al «termine padre» più
di quello «che Schleiermacher chiamava il puro sentimento
della dipendenza», oppure il timore di ridurre «i
contenuti della tradizione cristiana» alla carità,
all’unico evento di Dio che ama «e crea per amore».
Altrove dirà: «Ho vissuto la religione negli ultimi
decenni soprattutto come un tranquillizzante, un calmante. Che
c’è di male?» (cfr. Non essere Dio).
Nulla di male, certo, avrebbe detto Quinzio, basta rendersi conto
che il cristianesimo, trasmesso dalla Scrittura e dalla buona
tradizione dei credenti, non è quello che ci ritagliamo
per il nostro piacere o per la nostra salute, ma quello di gente
capace di mettere il mondo intero «in agitazione»
(At 17,6).
Rileggendo le pagine del suo libretto insieme agli amici, a Vattimo
viene il dubbio se la sua «visione della rivelazione ebraico-cristiana
come kenosis e amichevolezza di Dio nei confronti della
creatura non dia luogo a un cristianesimo troppo ottimistico,
che tende a dimenticare la dura realtà del male —
intesa non tanto come peccato, quanto soprattutto come sofferenza
inspiegabile». Certamente, non tenendo nel debito conto
lo scarto che la fede comporta tra il “già”
e il “non ancora”, è un rischio che egli corre.
Per questo non possiamo che condividere, da credenti, la conclusione
del suo libretto, là dove egli parla di «"norma"
escatologica», norma «destinata a rimanere anche quando
la fede e la speranza non saranno più necessarie, una volta
realizzato completamente il regno di Dio», norma che «giustifica
pienamente la preferenza per una concezione amichevole di Dio».
Solo se le leggiamo con occhi che guardano dal punto di vista
delle cose ultime — dal punto di vista che era di Quinzio,
dunque — quelle pagine di Vattimo non risultano pervase
da un «eccesso di tenerezza». Del resto, di cosa vibrava
se non di tenerezza il «briciolo di fede» che Sergio
aveva, e che lo portava ad attendere «ancora» nonostante
tutto? Esigentissimo era il suo credere: egli voleva, esigeva,
come la vedova importuna del Vangelo, nulla di meno di quello
che hanno creduto le prime generazioni cristiane. Ripensando a
quel che aveva scritto nel suo libro, La sconfitta di Dio,
egli sottolineava — in un dialogo con Leo Lestingi —
come non sarebbe mai arrivato a concludere, riguardo alla sua
fede: dunque Dio non c’è, «dunque, era tutta
un’illusione», di fronte a Dio che dovesse finire
sconfitto, e per una ragione molto semplice, «perché
— diceva — io ho fatto l’esperienza reale della
tenerezza di Dio» (cfr. La tenerezza di Dio). Sapeva
essere accogliente e leggero come un bambino, come un uomo a cui
la speranza nel Regno aveva tolto il “peso specifico”
degli interessi del mondo, ma poteva a un certo punto assumere
una serietà singolare, una tristezza greve: «L’agonia
del bambino torturato, la vittima uccisa dal carnefice suscitano
in me — scrisse sul finire della sua vita — un bisogno
di giustizia e di consolazione per il quale so che dovrei essere
capace di offrire tutto me stesso, fino alla completa estinzione,
o fino all’interminabile dannazione di tutto ciò
che sono o che credo di essere» (Mysterium iniquitatis).
È prendendo sul serio la potenza del male e il dolore di
Dio che Sergio poteva diventare duro come pietra in quel che a
volte improvvisamente affermava. Come a dire: la fede è
questione di vita o di morte, di salvezza o dannazione eterna,
al suo centro non ci sta il dio dei filosofi ma il Crocifisso.
La fede è questione di vita o di morte,
di salvezza o dannazione eterna, al suo centro non ci sta il dio
dei filosofi ma il Crocifisso
Fatte le dovute proporzioni, non era Gesù stesso come
un bambino amato dai bambini e, al tempo stesso, capace di parole
durissime che nessuno poteva intendere (Gv 6,60-66)? Non è,
come diceva l’ebreo Canetti, proprio la «terribilità»
che abita la Bibbia a consolarci più di ogni parola edificante
e bella, di fronte a quel che di davvero terribile accade davanti
ai nostri occhi? In queste vibrazioni, credo anch’io —
con Sergio e dopo Sergio — sta e cade la buona apocalittica
del cristianesimo primitivo, sulla quale ultimamente ha detto
cose molto significative anche René Girard, un altro degli
interlocutori privilegiati della ricerca di Vattimo. La deriva
in cui le argomentazioni di Vattimo fanno entrare i fondamenti
della fede cristiana, assomiglia ad altre presenti anche tra i
teologi, che rischiano di non far restare più nulla dell’essenza
del cristianesimo.
A Vattimo ho dedicato un intero capitolo del mio Il coltello
di Abramo (Edizioni Paoline, 2003), mettendo in contrapposizione
la sua idea di pensiero debole con la Kenosis cristiana.
Forse Turrisi l'ha già letto o forse no. Qui ne traggo
un piccolo passaggio dalle pp. 68-69, per tratteggiare il mio
pensiero al riguardo: «Coi suoi colpi di spugna Vattimo
finisce per completare le già esagerate cancellazioni bultmaniane,
e nella lavagna non restano che impercettibili segni sincretisticamente
adattabili un po' a tutti: l’amore, il bene, il rispetto
degli altri e via dicendo. Le mani del Dio della Kenosis
hanno moltiplicato pani, hanno dato udito ai sordi e vista ai
ciechi; cosa resterebbe del Vangelo togliendo di punto in bianco
la potenza di Gesù che risana e risuscita i morti? Potremmo
anche togliere l’idea di peccato dal nostro mondo —
come vorrebbe Vattimo — ma mai ci sarà dato di togliere
l’esperienza del dolore e della morte. Siamo tentati di
nascondere, di rimuovere ma, dopo tutto, con chi si ammala o ci
muore accanto negli anni, i nostri occhi devono pur aprirsi. E
poi, non è pur vero che l’idea di peccato nel Vangelo,
più che con la morale, ha a che fare con il male, la malattia
e la morte? Matteo, citando Isaia, può senza problemi cambiare
"peccato" con "infermità" (Mt 8,16-17;
Is 53,4), e Gesù, guarendo il paralitico, determina connessioni
fortissime tra malattia e peccato (Mc 2,1-12). Gesù guardava
al dolore degli uomini, più che al loro peccato, e cercava
di guarirli nel corpo, prima ancora che nello spirito dicendo,
tra l’altro, che il peccato più grande è proprio
quello di non partecipare al dolore degli altri, di non essere
sufficientemente compassionevoli, di chiudere il proprio cuore
davanti ai sofferenti. Saremo giudicati per quel che abbiamo provato
nelle profondità del nostro essere trovandoci davanti ai
sofferenti, per quello che avremo fatto per loro (Mt 25,31-46)».
Questa, non altro, è quella agàpe, quella
carità che non avrà mai fine di cui ha parlato Paolo
e che Vattimo dice essere fondamentale per una vera «ripresa»
della fede. Dunque su questo non possiamo che sentirlo vicino.
Egli non riesce però a scendere negli abissi dell’orrore
della Croce, del dolore di Dio costretto a fare i conti con un
male che va oltre ogni nostra immaginazione e misura. E questo
lo separava nettamente da Quinzio, che leggendo i profeti d’Israele
capiva che se per troppo tempo si attende la pace e «non
c’è alcun bene», il «tempo della guarigione,
ed ecco il terrore!», allora è davvero empio curare
«alla leggera la ferita… dicendo: "Pace, pace!",
ma pace non c’è» (Ger 8,11-15). Proprio perché
dotato di fede robusta Quinzio poteva guardare in faccia il male
e l’orrore, la realtà così com’è,
la possibilità concreta della sconfitta di Dio, senza ipocrisie,
senza illusioni, temendo come null’altro quel rilassato,
consolatorio ottimismo che non ha niente a che spartire con la
fede. Come mi disse un giorno Guido Ceronetti, Sergio era uno
di quelli capaci di vivere e morire a occhi aperti. La fede, nient’altro
che la fede, gli permetteva di essere ottimista fino all’inverosimile,
di credere nell’impossibile promesso da Dio, in quel mondo
nuovo in cui non solo non ci sarà più la morte,
ma nel quale ci verranno restituiti persino i capelli delle persone
care che sono morte.
Solo partecipando col cuore all’impotenza e al dolore
di Dio, si può davvero credere e sperare nella
potenza di Dio che salva il mondo «per mezzo» del
Crocifisso (Gv 3,17). Follia, questa, difficilmente digeribile
dalla filosofia (anche nell’Atene di duemila anni fa accadde
qualcosa di simile), e tuttavia — come anche Vattimo ammette
— «la gran parte delle conquiste della ragione moderna»
sono così radicate in questa follia, che sarebbero impensabili
«al di fuori di essa» (cfr. Credere di credere).