In risposta a Michele
Turrisi
di Daniele
Garota
Caro Michele,
ho appena finito di leggere le tue
pagine su Vattimo: sei stato puntuale e preciso, ho
appreso nuove cose e ti ringrazio. Condivido pienamente
le tue osservazioni e conclusioni: questa fede senza
dogmi da vecchina semplice e piena d'amore che rumina
rosari, non sta da nessuna parte. Che Vattimo abbia
detto cose interessanti non ci piove, soprattutto quando
dice che "la secolarizzazione è radicata
nella stessa essenza della religione occidentale (l'ebraismo,
il cristianesimo), così come l'oggettivazione
tecnico-scientifica del mondo è radicata nella
più antica speculazione greca" (Filosofia
'86, a cura di G. Vattimo, Laterza). È tuttavia
difficile non vedere come alla fine Vattimo non riesca
a disancorarsi, un po' come tutti i filosofi, da quelle
forme di narcisismo più o meno marcato oggi purtroppo
in voga un po’ ovunque.
Ma è da notare in Vattimo una
deriva all’interno delle proprie argomentazioni,
deriva che assomiglia ad altre, anche queste purtroppo
in voga oggi - e penso al teologo Vito Mancuso giusto
per farti un esempio – in cui nulla resta del
cristianesimo al di là di un vago umanesimo.
A Vattimo ho dedicato un intero capitolo del mio Il
coltello di Abramo, Paoline 2003, mettendo in contrapposizione
la sua idea di pensiero debole con la Kenosis
cristiana. Forse lo hai già letto o forse no.
Te ne traggo un piccolo passaggio dalle pp. 68-69, per
accennarti il mio pensiero al riguardo: «Coi suoi
colpi di spugna Vattimo finisce per completare le già
esagerate cancellazioni bultmaniane, e nella lavagna
non restano che impercettibili segni sincretisticamente
adattabili un po' a tutti: l’amore, il bene, il
rispetto degli altri e via dicendo. Le mani del Dio
della Kenosis hanno moltiplicato pani, hanno
dato udito ai sordi e vista ai ciechi; cosa resterebbe
del Vangelo togliendo di punto in bianco la potenza
di Gesù che risana e risuscita i morti? Potremmo
anche togliere l’idea di peccato dal nostro mondo
– come vorrebbe Vattimo -, ma mai ci sarà
dato di togliere l’esperienza del dolore e della
morte. Siamo tentati di nascondere, di rimuovere ma,
dopo tutto, con chi si ammala o ci muore accanto negli
anni, i nostri occhi devono pur aprirsi. E poi, non
è pur vero che l’idea di peccato nel Vangelo,
più che con la morale, ha a che fare con il male,
la malattia e la morte? Matteo, citando Isaia, può
senza problemi cambiare "peccato" con "infermità"
(Mt 8,16-17; Is 53,4), e Gesù, guarendo il paralitico,
determina connessioni fortissime tra malattia e peccato
(Mc 2,1-12). Gesù guardava al dolore degli uomini,
più che al loro peccato, e cercava di guarirli
nel corpo, prima ancora che nello spirito dicendo, tra
l’altro, che il peccato più grande è
proprio quello di non partecipare al dolore degli altri,
di non essere sufficientemente compassionevoli, di chiudere
il proprio cuore davanti ai sofferenti. Saremo giudicati
per quel che abbiamo provato nelle profondità
del nostro essere trovandoci davanti ai sofferenti,
per quello che avremo fatto per loro (Mt 25,31-46)».
Continuiamo a rimanere in contatto
caro Michele, continua a mandami tue cose appena le
avrai. |