Ho letto e apprezzato l'articolo di Michele Turrisi sulla fede
di Vattimo. Ne ho apprezzato la precisione dei riferimenti e l'articolazione
"onesta" della ricostruzione, anche se non ne condivido
in pieno le conclusioni. Il discorso è naturalmente molto
ampio ma si possono sollevare un paio di questioni almeno.
Con onestà Turrisi osserva alla fine del suo articolo:
in fondo in che cosa crede Vattimo? Non è una domanda troppo
diretta, anzi come egli ben sa nelle cose di fede vale il "sì
sì ed il no no". Ed è giusto così. Si
può credere nella caritas? Che fede è una
fede fondata sulla caritas? In che cosa crede chi crede
nella caritas? Vattimo (mi) racconta spesso di pregare
con i "Salmi", anche se io sono stato sempre convinto
che egli preghi i "Salmi". E la differenza è
notevole. I "Salmi" narrano di esperienze umane, storiche.
Essi a loro volta sono divenuti per altri esperienze umane, storiche.
Pregando i Salmi, Vattimo ripercorre, rivive queste esperienze
umane e storiche. Ne diventa partecipe, compassionevole testimone.
"Crede" alla veridicità di queste esperienze,
anche se poi è convinto che esse in fondo non rivelino
niente altro che se stesse (o almeno ciò di cui sono esperienza).
I "Salmi" però spezzano queste esperienze, le
frantumano, quando invocano Dio e lo chiamano a testimone delle
sofferenze dell'uomo universale. Quando Dio compare nei "Salmi"
libera l'ebreo orante dalla sua finitezza, lo salva. Il "Salmo"
si interrompe e inizia per l'ebreo la contemplatio Dei,
come dice Guigo II nella sua Scala Claustralium. Il "Salmo"
è la scala che attraverso i quattro gradi: la lectio,
la meditatio, l'oratio e la contemplatio
conduce a Dio. Vattimo non vuole salire questa scala e rimane
a terra, prigioniero della sua storicità. Pareyson e Givone,
così come anche Ciancio, glielo hanno sempre — e
a ragione — rimproverato. Vattimo crede alla storia e "prega"
la storia. Di più, prega quel telos che vede all'opera
nella storia, che è un telos di liberazione. Ancora di
più, riconosce che quel telos deriva dal cristianesimo,
ma lì si ferma. Non riconosce, e mai lo farà (credo),
che Cristo spezza la storia, la frantuma. Allora sì, sulle
rovine della storia, che si potrà parlare di caritas,
del prossimo, che è in fondo ciò che rimane dopo
che Cristo ha distrutto ciò che è soltanto e esclusivamente
umano, ad iniziare dalla storia (allora sì sarà:
caritas in veritate!). Perché Vattimo non inizia
a salire la scala di Guigo, dico, anche solo inizia a salire?
Perché rimane legato al suo maestro Heidegger, ma anche
Gadamer. Perché rimane legato all'essere (o al linguaggio,
che dir si voglia), quella parola che ci dà per un attimo
l'illusione della liberazione ma che parla sempre, ancora e solo,
della disperazione della finitezza.
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