In risposta a Michele
Turrisi
di Pierfrancesco
Stagi
Ho
letto e apprezzato l'articolo di Michele Turrisi sulla
fede di Vattimo. Ne ho apprezzato la precisione dei
riferimenti e l'articolazione "onesta" della
ricostruzione, anche se non ne condivido in pieno le
conclusioni. Il discorso è naturalmente molto
ampio ma si possono sollevare un paio di questioni almeno.
Con onestà Turrisi osserva
alla fine del suo articolo: in fondo in che cosa crede
Vattimo? Non è una domanda troppo diretta, anzi
come egli ben sa nelle cose di fede vale il "sì
sì ed il no no". Ed è giusto così.
Si può credere nella caritas? Che fede
è una fede fondata sulla caritas? In
che cosa crede chi crede nella caritas? Vattimo
(mi) racconta spesso di pregare con i "Salmi",
anche se io sono stato sempre convinto che egli preghi
i "Salmi". E la differenza è notevole.
I "Salmi" narrano di esperienze umane, storiche.
Essi a loro volta sono divenuti per altri esperienze
umane, storiche. Pregando i Salmi, Vattimo ripercorre,
rivive queste esperienze umane e storiche. Ne diventa
partecipe, compassionevole testimone. "Crede"
alla veridicità di queste esperienze, anche se
poi è convinto che esse in fondo non rivelino
niente altro che se stesse (o almeno ciò di cui
sono esperienza). I "Salmi" però spezzano
queste esperienze, le frantumano, quando invocano Dio
e lo chiamano a testimone delle sofferenze dell'uomo
universale. Quando Dio compare nei "Salmi"
libera l'ebreo orante dalla sua finitezza, lo salva.
Il "Salmo" si interrompe e inizia per l'ebreo
la contemplatio Dei, come dice Guigo II nella
sua Scala Claustralium. Il "Salmo"
è la scala che attraverso i quattro gradi: la
lectio, la meditatio, l'oratio
e la contemplatio conduce a Dio. Vattimo non
vuole salire questa scala e rimane a terra, prigioniero
della sua storicità. Pareyson e Givone, così
come anche Ciancio, glielo hanno sempre - ed a ragione
- rimproverato. Vattimo crede alla storia e "prega"
la storia. Di più, prega quel telos
che vede all'opera nella storia, che è un telos
di liberazione. Ancora di più, riconosce che
quel telos deriva dal cristianesimo, ma lì si
ferma. Non riconosce, e mai lo farà (credo),
che Cristo spezza la storia, la frantuma. Allora sì,
sulle rovine della storia, che si potrà parlare
di caritas, del prossimo, che è in fondo
ciò che rimane dopo che Cristo ha distrutto ciò
che è soltanto e esclusivamente umano, ad iniziare
dalla storia (allora sì sarà: caritas
in veritate!). Perché Vattimo non inizia
a salire la scala di Guigo, dico, anche solo inizia
a salire? Perché rimane legato al suo maestro
Heidegger, ma anche Gadamer. Perché rimane legato
all'essere (o al linguaggio, che dir si voglia), quella
parola che ci dà per un attimo l'illusione della
liberazione ma che parla sempre, ancora e solo, della
disperazione della finitezza.
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