| Una
formula improvvisata e ambigua
L'interesse
per i temi della religione è presente in Vattimo
fin dall’inizio; un interesse ereditato dal
suo maestro Luigi Pareyson e non sempre coltivato
con la stessa intensità, mai comunque del tutto
accantonato 1.
Ma a un certo punto del suo dinamico percorso
esistenziale e filosofico la religione viene
ad assumere per Vattimo una centralità inedita.
Si tratta di un’esperienza decisiva, che culmina
in una conversione dai tratti davvero singolari
(di cui parleremo meglio più avanti). Una scelta
che può lasciare perplessi, se non sconcertati,
come riconosce lo stesso Vattimo in Non
essere Dio, l’autobiografia uscita nel
2006 in occasione dei suoi settant’anni: «L’ultima
tappa della mia storia – non improvvisa, ovviamente
– quella più scandalosa è che io... ridivento
cristiano» 2.
Il postmoderno teorico del pensiero debole si
(ri)scopre credente; il pensatore che con zelo
antimetafisico ha sempre diffidato della verità
e degli assoluti (ri)trova la fede e si dichiara
filosofo cristiano. Le ragioni e le
conseguenze filosofiche di questa fondamentale
«scoperta» sono il tema degli ultimi scritti
di Vattimo, al centro dei quali troviamo una
appassionata riflessione sulla verità del
cristianesimo3.
Ma il primo – e già molto
eloquente – documento su come e perché per Vattimo
la religione viene ad assumere un nuovo valore
dopo la «morte di Dio» e la secolarizzazione
è un fortunato libretto dal titolo tanto incisivo
quanto ambiguo: Credere di credere4,
sul quale conviene soffermarsi. Vattimo racconta
nel libro come gli venne in mente quel titolo:
«Mah, credo di credere» fu la risposta spontanea
che egli un giorno diede a un suo vecchio professore
molto credente, Gustavo Bontadini 5,
il quale sul finire di una telefonata di lavoro
all’improvviso gli domandava se, in fin dei
conti, credeva ancora in Dio. Da allora «credere
di credere» sembra a Vattimo la «migliore formulazione»
dei suoi rapporti con la religione; e più precisamente
con la religione cristiana cattolica nella quale
egli è cresciuto 6.
Che tale formulazione esprima però un paradosso
Vattimo non se lo è mai nascosto: «Credere
significa sia aver fede, convinzione, certezza
di qualche cosa; sia opinare, pensare con un
certo margine di incertezza. Per rendere il
senso dell’espressione, direi dunque che il
primo credere ha quest’ultimo significato,
e il secondo dovrebbe avere il significato numero
uno – aver fede, convinzione, certezza. Solo
che è alquanto complicato mettere insieme i
due sensi del verbo: se semplicemente opino,
penso, ritengo con qualche probabilità di avere
una certezza e una fede, la cosa risulta ambigua
e sospetta» 7.
Quella che Vattimo ritrova
sarebbe dunque una fede religiosa segnata dall’incertezza
dell’opinione? Proprio così. Anzi, egli afferma
che in fondo non può non essere così per chi
come lui «abbia familiarità con la filosofia
contemporanea ma anche, e soprattutto, con la
vita post-moderna» 8.
Per Vattimo l’ambiguità costitutiva del proprio
(attuale) atteggiamento verso la religione ha
radici profonde e motivazioni non meramente
individuali: «Questo ambiguo significato della
fede è legato a tutta la mia esperienza di studioso
di filosofia e, forse, di intellettuale di quest’epoca.
Lo dico senza presunzione, anzi, riconoscendo
che ciò che penso è “esemplare” solo nel senso
in cui si dice “un esemplare”, qualcosa che
corrisponde a un gran numero di oggetti simili
[...]» 9.
Egli insomma ritiene che la sua sia una esperienza
abbastanza diffusa, ben nota a molti di quanti
hanno avuto la sua stessa formazione. Eppure,
come riconosce serenamente Vattimo, un cristianesimo
ritrovato sotto la forma del «credere che credo»
rimane un paradosso 10,
alla cui spiegazione il filosofo è venuto dedicandosi
lungo questi anni.
Un
discorso necessariamente «personale»
Scrivendo
Credere di credere Vattimo adotta uno
stile non canonico per un saggio di filosofia,
uno stile verso il quale egli si mostra peraltro
da subito imbarazzato: «Mi accorgo che non ho
mai scritto così, se non quando si trattava
di discussioni, polemiche, lettere al direttore.
Mai nei saggi e nei testi di carattere "professionale",
critico o filosofico» 11.
Tutto il libro è pervaso dalla consapevolezza
di dover rendere ragione di uno stile che non
soltanto non è da «trattato», ma è scrivere
in prima persona. Vattimo racconta di aver anche
rimandato per mesi la consegna del manoscritto
all’editore a motivo dei propri dubbi appunto
sulla «"legittimità" dello stile che
vi avevo adottato, che mi appariva, e mi appare
tuttora, troppo "in prima persona"» 12.
Tuttavia, in futuro – salvo qualche eccezione
– Vattimo non «riuscirà» più a scrivere diversamente,
ciò che allora già temeva: «Mi domando persino
se mi sarà ancora possibile scrivere saggi e
“trattati” nella forma canonica a cui mi sono
abituato come scrittore di filosofia» 13.
Anche in questo senso, dunque,
Credere di credere rappresenta una
svolta. È stato giustamente osservato che con
questo libro «Vattimo ha iniziato una via del
tutto nuova, che l’ha portato verso una forma
di militanza filosofica profondamente diversa.
La stessa scrittura si è notevolmente semplificata,
perdendo molti legami con tecnicismi e riferimenti
alla tradizione filosofica che un tempo la caratterizzavano» 14.
Perché allora, nonostante le molte e per nulla
infondate esitazioni, Vattimo alla fine decide
di pubblicare Credere di credere così
come l’aveva «spontaneamente» scritto, senza
rielaborarlo e opportunamente correggerlo? Anzitutto
per ragioni che potremmo definire «contestuali»:
il testo – già ultimato all’inizio dell’estate
1995 15
– riprende i temi di una lunga intervista a
due voci, insieme a Sergio Quinzio 16,
uscita l’anno prima 17;
intervista nella quale ovviamente si parlava
in prima persona. Le ragioni determinanti sono
però «di merito», in quanto per Vattimo «il
tema della religione e della fede sembra richiedere
una scrittura necessariamente "personale"
e impegnata» 18.
Tali ragioni sono bene illustrate nel Postscriptum,
dove egli spiega il perché della sua scelta,
senza tuttavia sottovalutarne i limiti – che
sono tutt’altro che irrilevanti: «Resto
convinto che un discorso sulla religione che
non sia solo una ricerca erudita, storico-documentaria,
non può che formularsi così. Il sospetto con
cui tendiamo a guardare a scritti come questo
mi sembra corrispondere alla tendenza, oggi
abbastanza diffusa nella nostra cultura, a produrre
discorsi religiosi senza assumersi il rischio
di un impegno diretto e personale verso le esperienze
e i contenuti di cui si parla. Un tale diffuso
atteggiamento può avere anche giustificazioni
serie: per esempio, e anzitutto, una legittima
diffidenza nei confronti della verità
delle esperienze soggettive, una giusta ironia
verso chi parla con il cuore in mano e crede
che questa sincerità giustifichi le peggiori
banalità o i più smaccati sentimentalismi. Altrettanto
spesso, però, il tono impersonale di
tanti discorsi sulla religione mi sembra celare
una specie di ipocrisia morale, che proprio
l’esperienza religiosa dovrebbe smascherare
come tale e rendere inaccettabile. Nonostante
tutte le sue maschere e i suoi pseudonimi, Kierkegaard
dovrebbe aver mostrato definitivamente che la
via del distacco impersonale nei discorsi religiosi
è una via non più decentemente praticabile » 19.
Che Vattimo abbia cominciato
a scrivere in prima persona solo scrivendo Credere
di credere non è stato dunque un fatto
accidentale 20;
lo imponeva invece proprio la peculiarità
della materia trattata. Non solo: quello che
leggiamo in Credere di credere nulla
ha a che vedere con un discorso sul senso della
religione in generale; vi troviamo invece una
proposta ermeneutica tanto profondamente radicata
nell'esperienza religiosa personale che lo stesso
Vattimo non esita a definire il libro « edificante,
autobiografico» 21.
E il riversarsi dell’esperienza religiosa nella
pratica filosofica ha finito col determinare
un mutamento decisivo anche nella scrittura
di Vattimo, oltre che nella sua filosofia 22.
Come egli riconosce, tornando alcuni anni più
tardi sulla questione: «Se c’è un’apertura stilistico-letteraria
nel mio scrivere filosofico, dipende da un'intimità
di tipo religioso, che però io lego ancora in
qualche modo alla filosofia» 23.
È importante sottolineare fin d’ora questo punto,
e cioè che in Vattimo laddove filosofia e religione
si incontrano, la prima non scompare affatto,
né si invera nella seconda. La via
attraverso cui Vattimo (ri)approda al cristianesimo
è e resta essenzialmente filosofica. Pure la
questione dello scrivere in prima persona viene
ad assumere un valore filosofico. In Credere
di credere Vattimo si domanda infatti «perché
tutto ciò che giustifica e richiede la prima
persona singolare in uno scritto "religioso"
non debba valere anche, con le stesse ragioni,
per uno scritto filosofico» 24;
e ricorda che «persino il Discorso sul metodo
di Cartesio (si licet...) è un discorso in prima
persona» 25.
Egli pertanto ritiene che, «non solo accidentalmente
e per motivi "stilistici", il "ritorno"
della problematica religiosa nella filosofia
imponga anche una revisione del modo di formularsi
del discorso filosofico, almeno come l'ho finora
pensato e praticato io» 26.
Soprattutto, va detto che Credere di credere
nasce e si struttura all’interno di un orizzonte
ermeneutico 27.
L’imbarazzo stesso che assale e «paralizza»
Vattimo nel momento in cui egli con questo libro
inizia una via nuova è vinto (interpretato)
ermeneuticamente, ossia «mediante la tematizzazione
esplicita della precomprensione: mettere in
chiaro ciò che già sappiamo del tema di cui
ci stiamo occupando, mettere in chiaro anche
le motivazioni che ci muovono ad occuparcene» 28.
Richiamandosi alla «lezione» dell'ermeneutica
e trascurando possibili considerazioni psicologiche
in quanto spiegazioni «estrinseche», così Vattimo
esprime il senso dell'inizio: «Ciò con
cui abbiamo da fare, nel nostro lavoro, è non
accidentalmente, anzi fondamentalmente, e innanzi
tutto e per lo più, proprio il problema dell'inizio.
La filosofia è ancora oggi un pensiero degli
inizi, dei fondamenti primi, su cui si regge
tutto il sistema dei saperi secondi. È
i saperi secondi hanno anch’essi un senso o
una dimensione filosofica in quanto hanno sempre
anche, volenti o nolenti, un problema di (relazione
con l') inizio. Ora ciò che ho chiamato imbarazzo
del cominciare in definitiva è qualcosa
di tutt’altro che psicologico, e invece è per
noi qualcosa di specificamente filosofico: è
l’imbarazzo dell’esistenzialità; è il carattere
personale e insieme impersonale del pensiero
nella effettività dell'esistenza; è cioè, in
altri termini, la stessa immagine con cui Kierkegaard
criticava e insieme riformulava il problema
hegeliano del cominciamento. Da questo punto
di vista, lo scrivere in prima persona spesso
non è che una declinazione del problema dell'inizio,
non è che il modo di rendere esplicita la natura
arbitraria (personale?) e insieme necessaria
(sovrapersonale?) di ciò che si dice e dei modi
in cui lo si dice » 29.
Questa "svolta stilistica" significa
dunque per Vattimo «mettersi in questione all’interno
di un progetto comune, più che, come dice Rorty,
"ripiegare sull'immaginazione personale"
o fare della filosofia solo una pratica testuale
"per la ridefinizione di noi stessi"»;
e non va intesa «come una mossa compensativa,
per sottrarsi a una certa crisi oggettiva e
storica della filosofia» 30.
Anche per questa via nuova, infatti, la ricerca
filosofica di Vattimo va avanti; certo con importanti
«aperture» religiose, ma senza «derive» teologiche
né tanto meno esiti dogmatici.
cosa
non è il cristianesimo ritrovato
di Vattimo
Proveremo
successivamente a spiegare il significato del
«credere di credere» vattimiano.
Qui ci preme invece sgombrare preliminarmente
il campo da alcuni equivoci (almeno i più
grossolani, sebbene non del tutto ingiustificati)
che ancora perdurano intorno al rinato interesse
religioso del filosofo. Cominciamo col dire
che il teorico del "pensiero debole"
non ha avuto nessuna "folgorazione sulla
via di Damasco", sia nel senso di una improvvisa
e miracolosa conversione, sia nel senso di una
nuova travolgente esperienza di fede. Nessun
"dono" dall’alto; nessuna "grazia"
particolare. In realtà Vattimo c’è
nato e cresciuto dentro, alla fede cristiana 31.
Parlando delle proprie "origini"
religiose, Vattimo pensa innanzitutto alla fede
semplice e genuina trasmessagli dalla madre
(la quale da bambino lo aveva consacrato a Don
Bosco). Racconta di aver fatto il chierichetto;
di aver frequentato attivamente la parrocchia
(dove, insieme a quello religioso, si forma
anche il suo interesse sociale e politico);
di aver militato nell’Azione Cattolica,
diventandone pure dirigente. Fondamentale, negli
anni dell’adolescenza, è stata
la guida di confessori e direttori spirituali,
e specialmente di uno di questi, che è
stato tra l'altro il suo maestro personale (un
«ultra-tomista», «forse la
persona che più mi ha cresciuto»).
Ancora liceale, Vattimo organizzava incontri
sull'Umanesimo integrale di Maritain. Faceva
anche prediche nelle parrocchie di campagna.
Andava a confessarsi regolarmente, seguiva gli
esercizi spirituali, recitava il rosario...
(tutte pratiche che il giovane Vattimo ha osservato
sino alla fine dell'università). E da
buon cattolico militante – lo rivela candidamente
egli stesso – provava disprezzo per i
credenti poco zelanti (in ossequio al severo
giudizio biblico sui "tiepidi" 32).
All’università, ma anche dopo,
il suo grande maestro è stato Luigi Pareyson,
«cattolico fino al midollo» (i due
lavoreranno molto insieme e saranno amici per
tutta la vita) 33.
Abbiamo voluto richiamare
questi fatti del passato intellettuale e religioso
di Vattimo appunto per sottolineare come ben
prima del 1996 – data di pubblicazione
del libro-testimonianza Credere di credere
– egli avesse già avuto modo di
sperimentare la fede, coltivare la devozione
religiosa e approfondire le verità cristiane.
Inoltre, tener conto di queste precedenti esperienze
del filosofo serve a comprendere meglio quanto
sia anomalo, oltre che lontano dall’ortodossia,
il suo "ritorno" al cristianesimo:
è vero che dopo una lunghissima fase 34
di – per usare un’espressione teologica
– «incredulità positiva»
egli ha ripreso a parlare di fede e di religione;
ma ciò non ha, nel modo più assoluto,
comportato un ritorno al Dio conosciuto e adorato
in gioventù, né una rinnovata
sottomissione al magistero della Chiesa. Va
tuttavia riconosciuto che certe affermazioni
di Vattimo, soprattutto se isolate dal contesto,
non fanno apparire poi così illegittima
l’opinione che questi si sia davvero "convertito".
Vediamone alcune: «Di funerali ne ho visti
abbastanza, di recente [...]. Mi autocritico:
"Ridiventi religioso solo per paura, per
lagnosità, per tristezza?". [...]
Cos’è per me la fede? La speranza
che Cristo sia riuscito a sconfiggere la morte
cominciando a sconfiggere il peccato. [...]
Io spero di non morire del tutto. [...] Io credo
di più come una vecchina che biascica
il rosario che come un teologo che sa tutto.
La mia è una religiosità da tre
Ave Maria la sera [...]. E recito anche l’Angelus
[...]. La mia speranza nell’aldilà
potrebbe anche arrivare a questo punto [in risposta
al suo interlocutore – Sergio Quinzio
– il quale aveva osservato che la vecchina
crede di vedere al di là della morte
i propri cari]. [...] Perché sono una
vecchia bigotta. Quando recito i Salmi sento
soprattutto il risuonare di tutta la storia
dei martiri, dei santi, dei virtuosi, anche
di Domenico Savio. E questo mi commuove profondamente.
Sulla Sindone leggo i pellegrinaggi, la gente
che ci è andata. È questa la storia
della Chiesa [...]. Per questo mi sento cristiano.
Ammiro questa tradizione. Credo troppo alla
Chiesa come comunità per essere protestante:
non mi autorizzerei mai a fare un libero esame
della Scrittura. Io mi sento dentro alla comunità
che mi ha trasmesso il messaggio di Cristo e
rispetto a questa mi sento responsabile» 35.
E ancora: «Vero che sono arrivato a un
punto della mia vita in cui sembra ovvio, prevedibile,
anche un po' banale, che uno si riproponga la
questione della fede. Riproporre: perché,
almeno per me, si tratta per l’appunto
del ritorno di una tematica [...] a cui sono
stato legato nel passato 36;
[...] non mi vergogno a dire che c’entra
l’esperienza della morte – di persone
care, con cui avevo pensato di percorrere un
tratto di strada molto più lungo, in
qualche caso persone che mi ero sempre immaginato
presenti accanto a me quando mi fosse toccato
di andarmene [...]. Forse, anche al di là
di questi incidenti, ciò che rimette
in gioco, a un certo punto della vita, la questione
della religione ha a che fare con la fisiologia
della maturazione e dell’invecchiamento 37;
[...] ho nei confronti della tradizione cristiana
un complessivo atteggiamento amichevole, fatto
di riconoscenza, rispetto, ammirazione. Non
mi lascio scandalizzare dalle Crociate o dall’Inquisizione
[...]. Ho simpatia per la storia della santità
cristiana, per i martiri, le vergini, i confessori
di cui parla, spesso in termini leggendari,
il breviario romano. Non è affatto una
tradizione di cui senta il bisogno di liberarmi,
come non sento alcun bisogno di liberarmi delle
tracce, che spero consistenti, della mia educazione
cristiana e cattolica. Dalla quale ho imparato
a organizzarmi la vita, a fare l’esame
di coscienza, a lavorare seriamente (quando
ci riesco), insomma a non disperdermi 38
[...]; [...] Dunque quando prego – giacché
lo faccio, nella maniera più tradizionale,
soprattutto recitando i salmi e altre preghiere
del breviario romano – sono consapevole
di non agire solo sulla base di una persuasione
filosofica, ma di andare invece un passo più
in là 39;
[...] Non rifiuto certo la consolazione. Lo
Spirito Santo che Gesù manda nella Pentecoste
[...] è anche autentico spirito di consolazione.
La salvezza che cerco [...] non è, dunque,
una salvezza che dipenda solo da me, che dimentichi
il bisogno della grazia come dono che viene
da un altro» 40.
Di fronte a simili affermazioni
– che reputiamo essere estremamente impegnative
sulla bocca di qualunque filosofo, figuriamoci
per un "nichilista postmoderno" come
Vattimo – anche il lettore più
"spregiudicato" sarebbe fortemente
indotto a concludere che l'autore di Credere
di credere, a un dato momento della sua
esistenza, abbia «ceduto» al comprensibile,
rispettabile e – da sempre – molto
diffuso "bisogno di trascendenza";
mentre per quanti non ignorano la biografia
di Vattimo quelle affermazioni potrebbero suonare
come una meditata "resa" del filosofo
alla forza della propria educazione religiosa,
nonché come una pubblica riconciliazione
col proprio passato (senza dimenticare che dal
punto di vista di un credente Vattimo, riproponendosi
la questione della fede, ha voluto in tal modo
liberare il proprio sentimento creaturale
tanto a lungo combattuto). Così come
risulta difficile contestare questa pungente
osservazione a proposito della rinata sensibilità
religiosa di Vattimo: «Dateceli dai 5
ai 10 anni – diceva de Maistre, il grande
teorico della Restaurazione – e saranno
nostri per tutta la vita. Qualunque cosa facciano
dopo, diventino pure atei, rivoluzionari, anarchici,
alla fine ci penseranno le normali, umane, vicissitudini
della vita – le malattie, l’avvicinarsi
della morte, la paura che l’accompagna
– a riportarli tra le braccia di chi,
nell’infanzia, li aveva accuditi. E Santa
Madre Chiesa sarà lieta di riaccoglierli,
mostrando quanto illusorie fossero le illuministiche
ambizioni di autonomia e libertà che
li avevano spinti ad allontanarsi» 41.
Un’osservazione che appare anzi più
che giustificata (specie agli occhi di chi aveva
seguito il percorso filosofico e esistenziale
di Vattimo, il suo scontro con la Chiesa e il
suo "pensiero debole", un pensiero
incompatibile con l’idea di una realtà
trascendente che opera nella storia); ma anche
forse un po' scontata, se lo stesso
Vattimo inizia Credere di credere osservando:
«Per molto tempo mi sono alzato presto;
per andare a messa, prima della scuola, dell'ufficio,
delle lezioni all'università. Così
potrebbe cominciare questo libro, magari aggiungendo
il facile calembour che si tratta di
una "ricerca del tempio perduto"».
Ora, sappiamo che Credere
di credere è un libro personalissimo:
l’autore parla sempre in prima persona
e la sua vicenda personale costituisce il punto
di partenza esplicito di tante riflessioni;
eppure non è la dimensione privata, autobiografica,
l’orizzonte entro cui si svolge tutto
il discorso. Leggere il libro in chiave sentimentalistica
sarebbe dunque fuorviante, oltre che impoverente.
Invano poi si cercherebbe nel testo un intento
misticheggiante. Vattimo non si considera un
«vero credente»: da cattolico praticante-militante
quale fu in gioventù è diventato
ora solo un «mezzo credente» 42.
La sua riscoperta del messaggio evangelico prescinde
dai preambula fidei della tradizione
tomista. Il cristianesimo che egli ritrova non
ha dogmi e non implica alcuna fedeltà
alla disciplina della Chiesa; né può
essere assimilato a tanto cristianesimo tragico
e apocalittico di oggi.
Il
diritto di essere cristiani nonostante
la chiesa
Come
abbiamo visto nel paragrafo precedente, a un
certo punto della vita di Vattimo si afferma
– sebbene in modo molto meno diretto che
da ragazzo e per nulla istituzionale –
la questione religiosa, e in particolare la
riflessione sulla verità del cristianesimo.
Abbiamo anche detto che sarebbe un errore confondere
la "svolta religiosa" di Vattimo con
una "conversione" in senso classico:
nel suo caso infatti il ritorno al cristianesimo
non genera ravvedimento, né di vita né
di pensiero 43;
ed è ben lungi dal significare un "rientro
all'ovile" della Chiesa. In Credere
di credere Vattimo parla di una «scoperta»
decisiva (vedremo in seguito di cosa si tratta)
che lo ha indotto a riaprire il dialogo con
la tradizione cristiana; da qui la possibilità,
tra l'altro, di ristabilire una continuità
col proprio passato religioso. È stato
come «un ritorno a casa», dice apertamente
il filosofo che però subito aggiunge:
«Anche se ciò non significava,
e non significa neanche ora, ritorno alla Chiesa
cattolica, alla sua disciplina insieme minacciosa
e rassicurante» 44.
Ridiventare cristiano non porta quindi Vattimo
a riconciliarsi con la Chiesa della sua giovinezza.
Anzi, egli insiste molto sulla necessità
di distinguere nettamente l'insegnamento di
Cristo dall'insegnamento ufficiale della Chiesa,
ritenendo il primo portatore di una clamorosa
novità che emancipa e il secondo difensore
di uno «scandaloso» tradizionalismo
che opprime 45.
Eppure c’è una
Chiesa alla quale il cattolico – ma non
più militante – Vattimo crede
e si sente legato: è «la Chiesa
concepita come comunità di coloro che
credono in Gesù Cristo, anche e soprattutto
se dando poca retta al Papa e ai suoi pregiudizi» 46.
Qui Vattimo si riferisce in particolare al magistero
di Wojtyla, vera «pietra d’inciampo»
per il filosofo: «E mi scandalizzo quando
il Papa mi impedisce di credere perché
dice delle cose che, secondo me, non stanno
non solo in terra ma neanche in cielo. [...]
Se il Papa, appellandosi alla "legge naturale",
rifiuta il controllo delle nascite, in modo
che in Brasile sempre più bambini vengano
al mondo per essere poi ammazzati, oppure vieta
l’uso del preservativo col rischio di
pigliarsi l’Aids – e trascuro altri
aspetti che mi riguardano più da vicino,
come quando dice che l’omosessualità
è un disordine oggettivo - beh, io a
una natura così non ci credo. [...] Non
vedo perché Dio dovrebbe essere il custode
del retto uso di certe parti del corpo. Ho sempre
dato l'8 per mille alla Chiesa; adesso ci penserò
due volte: non posso continuare ad essere insultato
duramente. [...] Il Papa crede di potermi escludere.
Il Papa vuole costituire la Chiesa come un esercito
di conquista e non come una comunità
di gente che si vuole bene» 47.
In generale, Vattimo ritiene
che la predicazione ufficiale della religione
sia ancora afflitta da tante e tali superstizioni
che in molti casi genera persino irreligiosità.
E ammette: «Io stesso, se vado poco in
chiesa, non è perché non credo
in Dio o soprattutto perché non ami Gesù
Cristo [...], ma perché certe volte mi
sento dire delle cose che mi fanno rabbrividire,
mi fanno rizzare i capelli sulla testa. E allora
il mio parroco potrebbe dire: "Giusto,
quello che ti fa rizzare i capelli sulla testa,
è la verità, perché Dio
è trascendente, quindi cosa credi?".
No, Dio è trascendente, ma devo pensarlo
come un essere razionale, non come un bizzarro
zio, di cui non so mai bene cosa vuole. E quindi
se cerco di rifiutare che Dio mi dica delle
assurdità, mi sembra di fare un complimento
a Dio, non mi sembra di essere un ribelle» 48.
Vattimo avversa la Chiesa delle gerarchie, perché
intenta – a suo avviso – a mantenere
una chiusura sul piano dogmatico e disciplinare
chiaramente contraria allo spirito del Vangelo,
ma anche perché continua a perpetuare
arcaici pregiudizi (ad esempio sul ruolo della
donna o sulla sessualità) in nome di
una (metafisicamente delimitata) «natura
umana» alla quale aderire, pena il "disordine
morale". Ecco, con questa Chiesa il cristiano
Vattimo non riesce proprio a pacificarsi. Del
resto, il rapporto di molti oggi con la Chiesa
è segnato dal medesimo disagio, che spesso
sfocia in delusione. Vattimo descrive bene questa
esperienza: «Si ritrova (l'interesse per)
il cristianesimo e ci si volge ad ascoltare
l'insegnamento del Papa e dei vescovi; ma ben
presto ci si allontana di nuovo perché
questo insegnamento non dice "parole di
vita eterna", crede di adempiere alla propria
missione riproponendo una visione rigida, e
teoricamente ormai insostenibile, della natura
dell'uomo e della morale che ne deriverebbe» 49.
Egli tuttavia esorta a non lasciarsi scandalizzare
dalla Chiesa: certo non nel senso in cui lo
dicono confessori e direttori di coscienza –
e cioè che «anche questo scandalo
è una prova a cui Dio (ma non sarà
sempre il Dio paradossale, capriccioso e imprevedibile,
della religione naturale?) mi sottopone per
accertare la purezza della mia fede» 50
– bensì nel senso che non bisogna
lasciarsi allontanare dall'insegnamento di Cristo
a causa di pregiudizi metafisici, come «quelli
dell’autoritarismo ecclesiastico che fissano
una volta per tutte il senso della rivelazione
nella forma di miti irrazionali ai quali dovremmo
aderire in nome dell’assoluta –
metafisica e violenta – trascendenza di
Dio» 51.
Qual è allora il ruolo della Chiesa nella
vita di Vattimo? Che cosa significa per lui
essere cristiano? In cosa consiste – se
ne segue una – la sua pratica religiosa?
Domande simili sconfinano evidentemente nel
privato del filosofo; ma egli non le evita,
convinto com’è che quando il discorso
ha per oggetto la religione e la fede occorre
«assumersi il rischio di un impegno diretto
e personale verso le esperienze e i contenuti
di cui si parla» 52.
Alcuni passaggi di Credere
di credere sono in proposito particolarmente
eloquenti. Leggiamoli: «Come mi comporterò
in concreto verso ciò che va sotto il
nome di religione, cristianesimo, fede e morale
cristiana? Tornare alla pratica dei Sacramenti?
Frequentare la chiesa per la messa domenicale
e ascoltare le prediche? Farmi guidare dalle
encicliche papali nel mio lavoro di studioso
di filosofia [...]? Confesso [...] che finora
mi è capitato di tornare in chiesa, e
non con spirito puramente formale,
solo in occasioni solenni e talvolta tristi:
funerali di persone care, ma anche battesimi
e matrimoni; e qualche volta, per ragioni prevalentemente
«estetiche» (che mi guardo bene
dal distinguere e svalutare rispetto a quelle
autenticamente religiose) [...]. Non
professo più il disprezzo [...] che provavo
da cattolico militante verso i «mezzo
credenti», appunto quelli che vanno in
chiesa solo per matrimoni, battesimi, funerali.
Anzi mi pare che tutto quanto ho detto fin qui
sia un'apologia della figura del mezzo credente.
Il titolo che ho voluto dare a queste pagine
intende esprimere proprio questa apologia 53
[...]. Che cosa ritrovo, dunque, se e quando
[...] ritrovo il cristianesimo? Non sono certo
messo di fronte a un patrimonio di dottrina
e di precetti chiaramente definiti, che risolverebbero
tutti i miei dubbi e mi indicherebbero chiaramente
che cosa fare. È vero che è con
questa apparenza che la dottrina cristiana,
predicata a me dalla Chiesa cattolica, tende
a presentarmisi; sicché se non la ritrovo
così sarebbe perché, in fondo,
non voglio ritrovarla nella sua verità.
Ma questo cristianesimo dogmatico e disciplinare
non ha nulla da fare con quello che io o i miei
contemporanei "ritroviamo"; non è
in questa forma che l’insegnamento di
Gesù si mostra capace di richiamarci
e di parlarci. È solo colpa nostra, o
questo fatto non dovrebbe anche far riflettere
coloro che si ritengono i depositari della verità
della fede e della missione di predicarla al
mondo? Il cristianesimo che io ritrovo, o che
noi mezzo credenti di oggi ritroviamo, include
certo anche la Chiesa ufficiale; ma solo come
parte di un evento più complesso, che
comprende anche la questione della reinterpretazione
continua del messaggio biblico 54;
[...] non intendo affatto ritrovare il cristianesimo
rimettendo in ordine la mia vita in base alla
morale cattolica ufficiale. E soprattutto (per
tornare sul piano della dottrina) non penso
che si tratti, per me (o per chi ha un itinerario
analogo attraverso la secolarizzazione moderna),
di ritrovare le verità della fede nella
loro letteralità, così come spesso
sono ancora predicate dalla Chiesa. Sono persuaso
[...] che se c’è per me una vocazione
a ritrovare il cristianesimo questa significa
anzitutto il compito di ripensare i contenuti
della rivelazione in termini secolarizzati –
anche nel senso di "conformi al secolo";
dunque in modi che non ripugnino alla mia, poca
o molta, cultura di uomo del mio tempo. Tutto
il contrario del tornare pentiti alla casa del
padre (intesa come la disciplina cattolica)
disponendosi alla sottomissione e mortificando
la propria superbia intellettuale» 55.
Come si vede, la "religiosità"
di Vattimo non consiste in precetti e non si
appaga di riti. Di più: essa è
irrimediabilmente allergica a dogmi o a discipline
imposte da una autorità. Si potrebbe
dire che Vattimo auspichi una Chiesa senza Credo
e senza Catechismo. Egli spera in una Chiesa
aperta e profondamente fraterna, finalmente
libera da ogni tentazione esclusivistica e integralistica.
Vattimo fa suo «il sogno romantico di
una nuova religione che [...] sulle rovine del
papato e su quelle del protestantesimo settario
costituisca una nuova chiesa visibile che superi
tutte le frontiere e "accolga nel suo grembo
tutte le anime assetate dell’ultraterreno"» 56.
«Quest’idea - afferma il filosofo
- era rivolta soprattutto contro la Chiesa,
contro le chiese autoritarie» 57.
Nel regno della libertà e della carità
invocato da Vattimo, vale lo spirito,
non la lettera della Scrittura 58;
e l'interpretazione dei testi sacri non è
più appannaggio del clero ma appartiene
a tutta la comunità 59.
Non che Vattimo disconosca alla Chiesa (sebbene
non con riferimento esclusivo a quella cattolica
romana 60)
il ruolo di «veicolo della rivelazione» 61.
Il punto per lui è che il cattolicesimo,
pur avendo «sempre riconosciuto, in linea
di principio, che la rivelazione continua e
si arricchisce (ma fino a un certo punto) nella
fede viva della comunità, di fatto ha
poi sempre ristretto di molto i confini della
comunità, identificando la chiesa con
l’organizzazione gerarchica guidata dal
papa e dai vescovi e definita dal rispetto della
Scrittura», cioè «delimitata
in base al richiamo alla lettera della Scrittura» 62.
Egli sostiene invece che la Chiesa è
importante «anche e soprattutto come comunità
di credenti che, nella carità, ascoltano
e interpretano liberamente, aiutandosi e dunque
anche correggendosi reciprocamente, il senso
del messaggio cristiano» 63.
Vattimo polemizza inoltre
con «un certo neo-integralismo cattolico
che, una volta venuta meno la minaccia comunista
che obbligava a serrare le fila contro il totalitarismo
ateo, senza guardare troppo per il sottile circa
l’accettabilità degli "alleati",
scopre che l’Occidente e il suo modo di
vita sono profondamente inconciliabili con l'essenza
del messaggio cristiano: Occidente è
infatti sinonimo di consumismo, edonismo, pluralismo
babelico delle culture, perdita del centro e
oblio di ogni richiamo alla legge di "natura"» 64.
A suo avviso, anche questo sempre più
pressante richiamo da parte della Chiesa alla
«legge (che essa ritiene) "naturale"
– in tema di etica familiare, e più
di recente in tema di bioetica – [...]
corrisponde a uno specifico modo di concepire
la figura della chiesa nel mondo: una struttura
fortemente organizzata in senso gerarchico,
verticale, e in definitiva autoritario» 65.
Egli si oppone a quella che considera appunto
una «pretesa autoritaria» (tipica
non soltanto della Chiesa di Roma ma delle chiese
cristiane in generale), la difesa cioè
di «leggi e princìpi di carattere
naturale, validi dunque per tutti e non solo
per i credenti» 66.
Ma in tal modo – fa notare Vattimo –
si predicano tesi esplicitamente cristiane facendole
valere come immutabili leggi della natura. Si
tratta, in fondo, delle stesse ragioni per le
quali il giovane filosofo torinese giunse alla
rottura con la Chiesa. Già allora infatti
gli sembrava inaccettabile l’idea che
la morale potesse consistere nel rispetto della
legge naturale, idea che egli faceva discendere
da una mentalità metafisica da cui bisognava
senz'altro affrancarsi. Come racconta in Credere
di credere, nel suo allontanamento dalla
pratica religiosa ebbe certamente un ruolo cruciale
– accanto alla sempre più nettamente
sentita inaccettabilità razionale dei
dogmi cristiani – il rifiuto dell’etica
predicata dalla Chiesa, e specialmente l'insofferenza
(peraltro assai diffusa, oggi come allora) verso
la morale sessuale cattolica. «La ragione
per cui la questione della legge di natura mi
stava tanto a cuore era un misto di problematiche
filosofiche (avevo cominciato a leggere Nietzsche)
e personali. [...] Questa seconda (più
radicale?) ragione per cui mi importava il problema
delle legge naturale – e della metafisica
che ne stava alla base – era che nel frattempo
avevo preso atto [...] di appartenere a una
minoranza sessuale [...]. Non riuscivo a credere
allora, e non credo certo adesso, che la condotta
omosessuale sia intrinsecamente disordinata
[...]. Oggi più chiaramente di allora
mi rendo conto che l’orrore della Chiesa
cattolica per l’omosessualità è
uno dei più evidenti residui superstiziosi
che la segnano, come sarebbe se predicasse ancora
che esistono animali impuri il cui contatto
va evitato a ogni costo; o come è l’antifemminismo
di fondo che induce il Papa a rifiutare l’idea
del sacerdozio femminile, solo in base al fatto
che gli apostoli erano maschi [...], interpretato
come provvidenziale alla luce di una concezione
metafisica della vocazione "naturale"
della donna... Ho preso a non andare più
in chiesa quando, da un lato, nello studio della
filosofia ho incontrato sempre più ragioni
per considerare insostenibile la metafisica
"cristiana", e dall’altro sul
piano personale ho cominciato a cercare di costruirmi
una vita sentimentale libera dallo schema nevrotico
di peccato e confessione. E poi, come potrei
appartenere a una chiesa il cui insegnamento
pubblico mi considera una persona moralmente
spregevole o al massimo, se accettassi questa
qualifica, come un malato da curare, un fratello
mostruoso da amare ma da tenere nascosto? È
vero che il problema dell’omosessualità
riguarda solo un gruppo determinato di persone,
e una piccola minoranza nella chiesa; ma per
me, come per altri -penso a come l’ha
vissuta Pasolini - è diventata anche
la chiave di lettura di tutte le altre superstizioni
della Chiesa e, fuori dalla Chiesa, di tutte
le forme di esclusione sociale» 67.
In un intervento in margine
a Credere di credere, il noto filosofo
popperiano Dario Antiseri – che precocemente
(anche prima dello stesso Vattimo) aveva ravvisato
e messo in luce le possibilità religiose
del pensiero debole 68
– ebbe a osservare che «nei confronti
della Chiesa cattolica Vattimo oscilla tra amore
e rabbia» 69.
Di certo è questa l'impressione che si
ricava dal libro 70.
Ebbene, a distanza di oltre dieci anni non appare
meno problematico il rapporto tra Vattimo e
la «sua» Chiesa. Infatti, mentre
da un lato egli continua a professare un altissimo
rispetto (associato a vera simpatia)
per la tradizione cristiana, una grande ammirazione
per le virtù (quasi tutte) dei Santi,
nonché un profondo sentimento di responsabilità
verso la storia della Chiesa 71,
dall’altro non si attenua la sua insofferenza
verso tanti aspetti della dottrina e dell'etica
cattoliche. Anzi, per lui «la storia stessa
del Cristianesimo è la storia [...] della
dissoluzione degli elementi di violento naturale,
di sacro naturale che ci sono nella Chiesa.
Tutte le discipline che si sono dati i Cristiani
nella tradizione hanno qualcosa di violento» 72.
La rivelazione cristiana ha introdotto nel mondo
qualcosa che ci ha consentito anzitutto di «minare
e alla fine dissolvere numerose credenze che
erano proprie delle religioni naturali»
ma che deve «consumare tutti gli elementi
di violenza che ci sono nelle tradizioni religiose»,
fino a «consumare anche l’apparato
chiesastico» 73.
La Chiesa, però, potrebbe e dovrebbe
essere diversa 74.
Bisogna riconoscere, come fa René Girard 75,
che Vattimo, in quanto si sente libero di giudicare
la Chiesa, condannando «quegli atteggiamenti
che egli considera come vestigia del passato,
per esempio il rifiuto di ordinare sacerdoti
le donne, e la condanna delle pratiche omosessuali»,
finisce col sembrare «uno di quei cattolici
che i tradizionalisti statunitensi chiamano
"cattolici da caffè"»,
i quali «nella dottrina della Chiesa scelgono
ciò che più li aggrada e tralasciano
il resto» 76.
Si tratta – ammette Girard – di
una «caratterizzazione accurata»
che «non è però in grado
di rendere lo spirito dei testi di Vattimo,
spirito che è interamente positivo e
comporta un amore reale per la Chiesa»;
perché, a differenza dei cattolici risentiti,
i quali «per lo più sono cattolici
sulla strada dell’abbandono della Chiesa,
[...] Vattimo è un cattolico sulla strada
del rientro» 77.
Ma dove, nell’ovile della Chiesa ufficiale?
Certo che no! – anche se a Girard piace
crederlo 78.
Da quanto sinora visto dovrebbe
risultare evidente che la Chiesa a cui il "convertito"
Vattimo si sente di aderire non è sicuramente
la Chiesa dei vescovi e del Papa; non è
la Chiesa dell’ortodossia, né quella
dei miracoli; non è la Chiesa compromessa
– storicamente e ancora oggi – con
il potere politico; e non è neanche la
Chiesa che si crede l’unica depositaria
della Verità (su tutto: Dio, uomo, mondo)
o la più illuminata, da sempre, tutrice
della moralità. Queste, semmai, sono
tutte caratteristiche di quella Chiesa nonostante
la quale Vattimo ha potuto ritrovare il cristianesimo.
«La modernità» – afferma
il filosofo – «interpreta il cristianesimo
in termini di diritti individuali, libertà
di coscienza, tutte cose contro cui la chiesa
ha sempre militato alla morte. Come succede
oggi. Ciò non toglie che per me l’autenticità
del cristianesimo sia il pensiero moderno-liberal-socialista-democratico,
alla faccia di tutti i papi e i cardinali» 79.
Ciò che Vattimo rivendica – per
sé e per ogni credente – è
«il diritto di ascoltare di nuovo la parola
evangelica senza dover per questo condividere
le vere e proprie superstizioni, in materia
di filosofia e di morale, che ancora la oscurano
nella dottrina ufficiale della Chiesa» 80.
Egli non esclude peraltro che questo suo rifiuto
di qualsiasi lettura fissa e autoritaria (nel
senso visto sopra) dei testi sacri non dipenda
in fondo dalla sua eredità cattolica:
«Mi è stato insegnato che c’era
prima il Vangelo e poi il Denzinger e il suo
Enchiridion symbolorum definitionum,
cioè la raccolta di tutte le definizioni
dogmatiche attraverso la storia. Forse sto solo
riproducendo questa mia esperienza, dicendo
che la Chiesa, intesa come comunità,
dev’essere messa al posto del Denzinger!» 81.
L’ecclesia, la comunità viva
dei credenti, è l’unica Chiesa
di cui Vattimo si professi membro 82.
Una
fede debole e «ridotta»
Definire
«in positivo» il credo di Vattimo
non è semplice. Sappiamo che egli è
alieno da una fede metafisicamente concepita;
e che è per un Vangelo senza teologia.
Ma cosa significa, più in concreto, il
suo «credere di credere»? La risposta
del filosofo è tanto candida quanto deludente:
«Se dico che credo di credere, in che
cosa della dottrina cristiana così come
tutti l’abbiamo ricevuta credo di credere?
[...] Mi considero un mezzo credente anche perché
non riuscirei a rispondere in modo esauriente
a questa domanda» 83.
Se, come si è visto sopra, nei confronti
della Chiesa Vattimo nutre sentimenti contrastanti,
nei confronti della tradizione cristiana egli
appare "disorientato" 84,
oscillando tra un atteggiamento riguardoso,
anzi di accoglienza e a tratti romantico, ma
allo stesso tempo illuministico e quanto mai
critico, come quando afferma che «dovremmo
tutti rivendicare il diritto a non essere allontanati
dalla verità del Vangelo in nome di un
sacrificio della ragione richiesto solo da una
concezione naturalistica, umana troppo umana,
e in definitiva non cristiana, della trascendenza
di Dio» 85,
o come quando invita a ritrovare il cristianesimo
ripensando i contenuti della rivelazione in
termini secolarizzati e conformi alla cultura
del nostro tempo 86.
Vediamo allora nello specifico,
seppur sommariamente, come si pone Vattimo rispetto
ad alcuni contenuti essenziali della tradizione
cristiana, a cominciare dal Credo e dal Pater
noster, le cui parole non hanno per lui il «suono
realistico» che i fedeli invece tradizionalmente
attribuiscono ad esse 87.
Sulla creazione egli dice: «Io non immagino
nemmeno che Dio abbia "creato" il
mondo. Non vedrei nemmeno tanto male l'idea
che Dio viene dopo, come la ragione. Il mondo
fisico si produce dal Big Bang, o da qualcosa
di simile. [...] Io comunque lascio stare il
Big Bang, penso a Dio solo come creatore del
mondo dello spirito» 88.
Al contrario del maestro Pareyson – «con
quel suo senso devastante del peccato» 89
– per Vattimo il peccato è soltanto
una occasione perduta di fare il bene, per disattenzione,
frettolosità e soprattutto mancanza di
carità 90.
Quanto all'Eucaristia, a suo avviso «nella
"transustanziazione" non c'è
reale presenza, come invece sostenevano tutte
le teorie medioevali interessate ad appoggiare
concezioni feticistiche del sacramento eucaristico
all'interno della Chiesa» 91.
All’eternità dell'Inferno egli
non può proprio credere 92;
e del Paradiso dice che «non può
che essere un gioco» 93.
La Bibbia, come oggi del resto (quasi) tutti
concordano, non è un manuale di cosmologia
o di biologia, né di storia o di antropologia;
per Vattimo, però, «non è
nemmeno un manuale di teologia» 94.
Occorre poi demitizzare i dogmi: «Non
solo è (o: deve essere) oggetto di secolarizzazione
[...] la morale religiosa tradizionale; anche
la generale visione cristiana di Dio e dell'uomo
può affrontare tranquillamente un processo
di demitizzazione senza timore di sfigurarsi
e di perdere l'essenziale [...]. Non dovremmo
più sentire nelle prediche domenicali
l’espressione, favorita da certi parroci
colti, quello sciagurato di Kant [...],
per via del fatto che con la sua critica della
ragione ha reso impossibili, o almeno filosoficamente
molto dubbie, le tradizionali prove dell’esistenza
di Dio come causa del mondo» 95.
Va rivista anche la tradizionale "lettura
vittimaria" dell'Incarnazione: non c’è
nessun sacrificio espiatorio, nessun riscatto
pagato alla inesorabile giustizia divina per
redimere un'umanità decaduta; il vero
peccato originale che Gesù è venuto
a sconfiggere è la violenza 96.
Nella Provvidenza, infine, Vattimo ha sempre
creduto; non sapendo bene però «se
la provvidenza è di dio o delle cose
in quanto tali» 97.
Di nuovo, quali sono allora
le «credenze» di Vattimo? Ebbene,
possiamo solo dire che sono pochissime, alquanto
«sfumate» e per di più non
definitive. L’unica cosa che «resta»,
il principio che deve informare di sé
tutto (vita e pensiero) e a cui tutto si «riduce»
(in primis i contenuti della tradizione cristiana)
è la caritas98.
«L’essenza della rivelazione [cristiana]
ridotta alla carità, e tutto il resto
lasciato alla non definitività delle
diverse esperienze storiche, anche delle mitologie
che di volta in volta sono apparse come impegnative
per le singole umanità storiche. [...]
Credo soltanto che Dio ama e crea il
mondo per amore, e che questo richiede in risposta
un impegno alla carità da parte delle
creature? È pur vero che anche nel Vangelo
tutta la legge e i profeti si riducono a due
comandamenti: Ama Dio sopra ogni cosa e
il prossimo come te stesso99.
Io personalmente sono convinto che credo
finché cerco di rispettare la carità
(cosa che non sempre riesco a fare... 100)
[...]. Niente prove naturali di Dio, ma solo
carità e, certamente, l'etica. Io dico
sempre che l'etica è semplicemente la
carità più le leggi del traffico.
Io rispetto le leggi del traffico perché
non voglio far fuori il mio prossimo, e perché
devo amarlo. Ma pensare che passare col rosso
abbia qualcosa di innaturale è ridicolo.
Se voi pensate all'etica in senso cristiano,
non può che essere questo. Se no troverete
sempre qualcuno che vi dice di conoscere le
leggi naturali meglio di voi. Ma qualcuno mi
può chiedere: in cosa credi, tu?
Io sono un cittadino democratico, l'unica cosa
che devo salvare è la mia anima e la
mia libertà. La mia libertà vuol
dire essere informato, convenire, fare leggi
su cui siamo d'accordo, rispettandoci vicendevolmente
in nome della carità. Lo so che non è
facile, ma tutti gli altri meccanismi hanno
sempre condotto all'esistenza di autorità
che sapevano meglio di me cosa dovevo fare e
che quindi mi imponevano qualcosa» 101.
A questo punto appare chiaro
come di religioso – almeno nella
accezione tradizionale del termine – il
cristianesimo di Vattimo abbia davvero poco.
D'altronde, esso non ha mai voluto essere il
contrario di così (basti pensare all’eloquente
titolo dello scritto vattimiano più compiuto
sul senso e i «limiti» della propria
ri-cristianizzazione: Dopo la cristianità.
Per un cristianesimo non religioso102).
Ha ragione Girard di dire che Vattimo sposa
«le tendenze cosiddette progressiste o
liberali che sono diventate, dal Concilio Vaticano
II, dominanti quasi ovunque nella Chiesa cattolica
[...]», sottolineando che «questa
scelta ha radici profonde nel suo passato intellettuale
e religioso. Uno dei suoi primi libri è
stato uno studio di Schleiermacher, il padre
fondatore del Protestantesimo liberale» 103.
Ci domandiamo invece se e fino a che punto si
possa parlare – come fa Girard –
della conversione di Vattimo in questi termini:
«Nella vita intellettuale dell’Europa
la sua conversione è stato un evento
importante, perché lui appartiene a quel
movimento che è passato da Heidegger
allo strutturalismo e poi al decostruzionismo.
E questo movimento è caratterizzato da
un atteggiamento di estremo ottimismo verso
la storia. Per loro la storia non ha molto significato.
La parola chiave per definire questa scuola
potrebbe essere "gioco". Tutto è
ludico, è un gioco linguistico. [...]
Questa scuola si è proposta di rompere
con l'idealismo tedesco, ma non di decostruire
la nostra civiltà o il nostro mondo.
Ed è molto bello il modo in cui Vattimo
ha reagito a questo tipo di atteggiamento» 104.
Di sicuro possiamo però affermare questo,
e cioè che la conversione di Vattimo
poggia su una «fede debole» –
secondo l’espressione che egli stesso
adotta 105.
Debole, come già il suo «pensiero»
teorizzato nel 1983, del quale è figlia
diretta; ma – al pari di questo –
non certo nel senso di «poco importante» 106.
La debolezza che Vattimo imputa, anzi rivendica,
alla propria fede ha a che fare con la consapevolezza
dell’ineludibile storicità del
suo (e di ogni) parlare di Dio. Se il filosofo
ha ritrovato il suo rapporto col cristianesimo
«accettando piuttosto la fede delle vecchiette
che la fede dei teologi», ciò non
è avvenuto «nel senso più
tradizionalmente spirituale del: Se non
diventerete come bambini..., ma riflettendo
sul fatto che il vero linguaggio del cristianesimo,
ormai, era quello della tradizione vissuta e
necessariamente consumata, avviluppata con la
storicità, piuttosto che il linguaggio
scientifico, o comunque rigoroso, della teologia» 107.
Concludendo, possiamo affermare
che la "conversione" di Vattimo si
esprime e concreta in una fede senza dogmi e
senza una teologia come scienza, una fede che
ha nella caritas – anziché
nella veritas – la sua fonte
e il suo culmine. Perché il Vattimo «credente»
non cessa di vivere e pensare da filosofo nichilista
postmoderno.
- Cfr. P. Stagi, Un ritratto di Vattimo
(alla luce di Pareyson), in "Giornale
di filosofia della religione";
G. Vattimo, «Filosofia e cristianesimo»,
puntata de Il Grillo (9 gennaio 1998),
in Enciclopedia Multimediale delle Scienze
Filosofiche, a cura della RAI.
- G. Vattimo (con P. Paterlini), Non
essere Dio. Un’autobiografia a
quattro mani, Aliberti, Reggio Emilia
2006, p. 179.
- Cfr. in particolare, Dopo la cristianità.
Per un cristianesimo non religioso,
Garzanti, Milano 2002; Il futuro della
religione. Solidarietà, carità,
ironia, in dialogo con R. Rorty, Garzanti,
Milano 2005; Verità o fede debole?
Dialogo su cristianesimo e relativismo,
con R. Girard, Transeuropa, Massa 2006.
- Garzanti, Milano 1996. Notevole eco
avrà da subito questo libro-testimonianza
di Vattimo nel dibattito filosofico
e pubblicistico sul rapporto tra relativismo
e fede. Alla formula vattimiana si richiameranno
espressamente anche tanti non addetti
ai lavori. È il caso, ad esempio,
dell’attore Vittorio Gassman e
del politico Luciano Violante i quali,
partecipando sulle pagine del mensile
liberal (rispettivamente nel n. 17 [agosto
1996] e nel n. 22 [gennaio 1997]) a
un famoso confronto tra credenti e non
credenti – iniziato da Carlo Maria
Martini e Umberto Eco – sui valori
fondativi dell’uomo contemporaneo,
fanno propria quella formula.
- «[...] grande esponente della
filosofia cattolica “neoclasssica”,
aristotelico-tomista, di cui non condividevo
le tesi teoriche, ma a cui ero legato
da affetto e ammirazione» (G.
Vattimo, Credere di credere, cit., p.
69).
- Cfr. ibid., pp. 68-70; Id., Dopo la
cristianità, cit., pp. 5-6.
- G. Vattimo, Dopo la cristianità,
cit., p. 5. Di Credere di credere sono
uscite presto varie traduzioni, ma il
titolo – che già in italiano
suona paradossale – «solo
in spagnolo ha potuto essere mantenuto
nella sua originaria complessità
(Creer que se cree). Altre volte ha
dovuto essere variamente modificato:
Glauben Philosophieren in tedesco; Belief
in inglese; Esperer croire in francese...»
(ibid.).
- Ibid., p. 6.
- Ibid.
- Cfr. ibid., pp. 6-7.
- G. Vattimo, Credere di credere, cit.,
p. 7.
- Ibid., p. 99.
- Ibid., p. 100.
- F. D’Agostini, «Dialettica,
differenza, ermeneutica, nichilismo:
le ragioni forti del pensiero debole»,
saggio introduttivo a G. Vattimo, Vocazione
e responsabilità del filosofo,
il melangolo, Genova 2000, p. 41. Tuttavia
– come subito dopo sottolinea
D’Agostini – «non
si è trattato propriamente di
una forma di compensazione reattiva,
o di un allontanamento dalla filosofia,
ma del compiersi di un certo processo:
io credo, del compiersi naturale di
un processo tipico di un certo tipo
di filosofia quale è quella praticata
da Vattimo, e che è legittimo
chiamare, con un nome che evoca il tempo
della fortuna del marxismo, “teoria
concreta”» (ibid.).
- Cfr. G. Vattimo, Credere di credere,
cit., p. 99.
- Saggista e pubblicista cattolico (1927-1996).
«Fruitore» insaziabile,
«investigatore» profondo
e commentatore originale delle pagine
bibliche (e della tradizione giudaico-cristiana
in generale), alieno da un’esegesi
secolarizzante ma per nulla sottomesso
all’«ortodossia»;
testimone radicale di una fede salda
ma non consolatoria, afflitta dalle
clamorose e laceranti ragioni del dubbio;
portatore di una speranza «apocalittica»;
esponente di quel cristianesimo tragico
inviso a Vattimo. Eppure tra i due c’è
stato un importante sodalizio intellettuale:
Vattimo infatti annovera Quinzio («con
le sue analisi della storia della civiltà
occidentale come prova del “fallimento”
del cristianesimo, se duemila anni dopo
Gesù abbiamo ancora potuto vedere
l’Olocausto» e le sue riflessioni
sulla «pensabilità di un
Dio non onnipotente, ma in lotta, insieme
all’uomo, per il trionfo del bene»
[di Quinzio saranno qui da ricordare
almeno La croce e il nulla e La sconfitta
di Dio, entrambi editi da Adelphi rispettivamente
nel 1984 e nel 1992]) tra «gli
autori che più hanno pesato nel
mio ritrovamento nichilista del cristianesimo,
anche se il suo modo di intendere il
nesso tra cristianesimo e nichilismo
non coincide, alla fine, con il mio»
(cfr. Credere di credere, cit., pp.
25, 32-33, 65-66; cfr. anche R. Girard
- G. Vattimo, Verità o fede debole?
Dialogo su cristianesimo e relativismo,
a cura di P. Antonello, Transeuropa,
Massa 2006, p. 19). Scrive Umberto Galimberti
a commento di un’affermazione
di Quinzio su quell’oggetto interno
che è la propria fede («Credo
in Dio, credo tutto quello che la Rivelazione
biblica, sua parola, dice di lui, e
lo credo nelle forme in cui tale Rivelazione
mi è stata proposta dalla tradizione
alla quale appartengo. Ognuno di noi,
infatti, non ha altra via per collegarsi
alle origini» – in Mysterium
iniquitatis, l’ultimo libro di
Quinzio): «La fede non è
una cosa, è una condizione dell’anima,
per cui discutere intorno alla fede
è discutere di sé, delle
proprie radici antropologiche, psicologiche,
delle proprie modalità di vita,
della propria identità. Per questo
le prove intorno all’esistenza
o alla non esistenza di Dio non spostano
di una virgola la condizione esistenziale
di ciascuno di noi, le intime certezze,
le radici della fede» (U. Galimberti,
Orme del sacro. Il cristianesimo e la
desacralizzazione del sacro, Feltrinelli,
Milano 2000, p. 85). Ebbene, si vedrà
quanto ciò sia vero – e
fino alle più estreme implicazioni
– anche per Vattimo.
- «Vattimo-Quinzio: il Dio che
cerchiamo», intervista a cura
di C. Altarocca, in La Stampa, 20 marzo
1994.
- G. Vattimo, Credere di credere, cit.,
p. 7.
- Ibid., pp. 99-100. Eppure –
confessa poi Vattimo – «non
posso non provare qualche simpatia per
chi rifiuta il discorso (troppo) diretto,
e preferisce – come accade anche
a me, nel caso della liturgia –
che delle cose della fede si parli “in
latino”, cioè con lo schermo
di una certa ritualità, di un
linguaggio “monumentalizzato”
dalla tradizione e dunque anche capace
di allontanare dalla falsa verità
del vissuto immediato. Riconoscendo
sia le ragioni dell’impegno personale
e “testimoniale”, sia quelle
del distacco e della mediazione, non
faccio che sottolineare coscientemente
(con la speranza di esorcizzarli) certi
tratti di imbarazzo che ho incontrato
rileggendo il libro. Spesso ci sono
dei passi in cui l’“io”
avrebbe voluto essere – secondo
una buona convenzione stilistica dei
saggi argomentativi – un “noi”;
in altre pagine, il “noi”
che si è mantenuto deve forse
leggersi come un “io”»
(ibid., p. 100).
- Sulle proprie «condizioni di
scrittura» Vattimo si sofferma
anche in Vocazione e responsabilità
del filosofo, cit., pp. 110-113.
- G. Vattimo, Credere di credere, cit.,
p. 101.
- Cfr. G. Vattimo, Vocazione e responsabilità
del filosofo, cit., p. 110.
- Ibid., p. 111. E subito aggiunge,
con autoironia: «Non escludo che
ciò mi conduca a scrivere in
modo diverso in futuro, e forse a lavorare
in filosofia in modo diverso. Non ne
sono ancora del tutto sicuro perché
in fondo intimamente diffido della mia
individualità, e di ciò
che è personale. Il pensiero
debole indica anche per me una certa
ironia di fondo verso ogni enfasi soggettiva,
verso tutte le stilizzazioni, o le espressioni
troppo private, sentimentali».
- G. Vattimo, Credere di credere, cit.,
pp. 100-101.
- Ibid., p. 101.
- Ibid.
- Cfr. ibid., p. 104. Quello, cioè,
proprio di Vattimo. È stato giustamente
osservato che «“ermeneutica”
è una parola di successo che
Gianni Vattimo ha introdotto in Italia
conferendole la dignità di un
termine autonomo che, per significare,
non ha più bisogno di accompagnarsi
a un aggettivo: biblica, giuridica,
letteraria, con cui sempre l’ermeneutica
nella sua storia si era presentata»
(U. Galimberti, «Una verità
oltre la soglia dell’interpretazione»,
Il Sole-24 Ore Domenica, 22 gennaio
1995). «Il pensiero di Gianni
Vattimo è indissolubilmente legato
a quel fenomeno fondamentale per la
filosofia del Novecento che è
comunemente noto come “koiné
ermeneutica”. La filosofia dell’interpretazione
non è soltanto il quadro di riferimento
nel quale la sua riflessione si muove,
ma è anche l’indirizzo
al quale Vattimo ha concorso in prima
persona, consentendogli di ottenere
– in Italia e all’estero
– tutta la risonanza culturale
che lo ha contraddistinto» (dalla
«Presentazione» dei curatori
M. Cedrini, A. Martinengo e S. Zabala
a G. Vattimo, Opere complete, vol. I:
Ermeneutica (t. 1), Meltemi, Roma 2007,
p. 9). In seguito avremo modo di vedere
come Vattimo intende l’assunto
(che rinvia a Nietzsche: «Non
ci sono fatti, ma solo interpretazioni»)
e la vocazione dell’ermeneutica
(cfr. Cap. III, par. 1).
- G. Vattimo, Vocazione e responsabilità
del filosofo, cit., p. 112.
- Ibid.
- Ibid., p. 113. Vattimo cita qui R.
Rorty, La filosofia dopo la filosofia.
Contingenza, ironia, solidarietà,
tr. it. Laterza, Roma-Bari 1989, p.
150 e A.G. Gargani, «Introduzione
– La vita contingente»,
in ivi, p. XXIV.
- Più propriamente: alla fede
cristiana cattolica. Nel presente lavoro,
tuttavia, non sempre si è ritenuto
necessario fare questa precisazione.
Anzi, il più delle volte è
sembrato superfluo: non tanto perché
i termini cristiano e cattolico –
almeno da noi – sono tradizionalmente
intesi come sinonimi (comunemente, persino
il termine credente indica chi professa
il cattolicesimo), quanto perché
i contenuti del messaggio evangelico
sui quali verte la riflessione di Vattimo
sono unanimemente «affermati»
da tutte le confessioni cristiane.
- La Bibbia infatti afferma che Dio
è disgustato fino alla nausea
dalla condotta dei credenti che non
sono «né freddi né
ferventi»: cfr. Apocalisse, cap.
3, vv. 14-16. Eppure – paradossalmente
– Credere di credere sarà
un discorso a favore di questa categoria,
quella cioè dei «mezzo
credenti», tra i quali oggi Vattimo
serenamente si annovera.
Cenni di tali esperienze e incontri
sono «disseminati» in vari
libri e interventi di Vattimo (da Credere
di credere a Vocazione e responsabilità
del filosofo a Dopo la cristianità.
Per un cristianesimo non religioso –
tutti già citati; particolarmente
utile in proposito è l’intervista
«Vattimo-Quinzio: il Dio che cerchiamo»,
a cura di C. Altarocca, cit.).
- Un ricordo più «ordinato»
si trova nella recente autobiografia
Non essere Dio, cit.
- Vattimo aveva circa venticinque anni
quando, per ragioni sia filosofiche
che personali (su cui ci soffermeremo
più avanti), ha abbandonato la
Chiesa e ogni pratica religiosa; ne
aveva sessanta quando ha pubblicato
Credere di credere.
- «Vattimo-Quinzio: il Dio che
cerchiamo», intervista a cura
di C. Altarocca, in La Stampa, cit.
- G. Vattimo, Credere di credere, cit.,
p. 8.
- Ibid., p. 10.
- Ibid., p. 82.
- Ibid., p. 96.
- Ibid., p. 104. E non si può
certo dire che col passare del tempo
Vattimo abbia modificato il tenore delle
sue esternazioni in fatto di fede e
religione. Sebbene, come si vedrà
più avanti, il suo credo sia
tutt’altro che definito, nei dibattiti
non disdegna di essere considerato un
interlocutore credente (cfr. P. Flores
d’Arcais - M. Onfray - G. Vattimo,
Atei o credenti? Filosofia, politica,
etica, scienza, Fazi, Roma 2007). Parla
della storia del cristianesimo come
di una storia «assistita dallo
Spirito Santo» (cfr. R. Girard
- G. Vattimo, Verità o fede debole?
Dialogo su cristianesimo e relativismo,
a cura di P. Antonello, Transeuropa,
Massa 2006, p. 8); nella fede cristiana
ravvisa speciali potenzialità
benefiche per l’umanità
(cfr. ibid., pp. 33-36); e si sente
responsabile verso la storia della Chiesa:
«[...] son convinto che se esiste
una ragione valida nell’etica
è per fedeltà a quelli
che sono venuti prima di me, a quelli
che verranno dopo, e quindi anche la
storia e la tradizione dei santi. Non
posso buttarli via perché sono
l’unica cosa che ho. Sono gli
strumenti di bordo, come la sacra scrittura
e gli insegnamenti della Chiesa. Con
l’idea che questi siano una torcia
della staffetta che devo portare avanti
e devo consegnare a quelli che vengono
dopo di me. Non posso tenerla da parte
o seppellirla come i talenti»
(ibid., p. 22; cfr. anche pp. 16-17).
- A. Massarenti, «Penso debole,
dunque cattolico», Il Sole-24
Ore Domenica, 3 marzo 1996 (una delle
prime – e più articolate
– recensioni di Credere di credere).
- Cfr. qui la nota 32.
- Tutto il contrario di ciò che
implica la conversione, ossia una sorta
di torsione del nous, un cambiamento
di mentalità – come esige
il verbo greco della conversione (metanoéo:
cfr. Vangelo secondo Matteo, cap. 3,
v. 2; Vangelo secondo Marco, cap. 1,
v. 15) adoperato dallo stesso Gesù
nella sua prima predica pubblica (cfr.
B. Gillièron, Lessico dei termini
biblici, Elledici, Leumann (TO) 1992,
voce «Convertir(si)», pp.
55-56).
- G. Vattimo, Credere di credere, cit.,
p. 32; cfr. pp. 31 e 63.
- Cfr. ibid., pp. 57-59 e Non essere
Dio, cit., pp. 181-182.
- G. Vattimo, Credere di credere, cit.,
p. 97.
- «Vattimo-Quinzio: il Dio che
cerchiamo», intervista a cura
di C. Altarocca, in La Stampa, cit.
- G. Vattimo, «Filosofia e cristianesimo»,
puntata de Il Grillo (9 gennaio 1998),
in Enciclopedia Multimediale delle Scienze
Filosofiche, a cura della RAI.
- G. Vattimo, Credere di credere, cit.,
p. 59. Né il fatto – risaputo
– che la pratica pastorale dei
confessori sia, rispetto all’etica
predicata dalla Chiesa, infinitamente
più tollerante dovrebbe orientare
verso una devozione ipocrita. Per quanto
dolorosa e scomoda, appare più
autentica la scelta di rimanere fuori
della (o allontanarsi dalla) Chiesa
qualora non ci si voglia piegare alla
sua disciplina. E Vattimo è di
questo avviso: «Resta comunque
imbarazzante, e in contrasto con ogni
dignità, coerenza, trasparenza
personale, la posizione di chi frequenta
la chiesa e non intende affatto abbandonare
la vita “di peccato” in
cui, secondo l’insegnamento ecclesiastico
ufficiale, vive» (ibid., pp. 70-71).
- Ibid., p. 59.
- Ibid., p. 56.
- Ibid., p. 99. È questo –
come abbiamo visto sopra – il
senso della scelta di Vattimo di scrivere
in prima persona, a partire appunto
dal suo personalissimo Credere di credere.
- Ibid., pp. 68-69.
- Ibid., pp. 57-58.
- Ibid., pp. 75-76.
- G. Vattimo, Dopo la cristianità,
cit., p. 38.
- R. Rorty - G. Vattimo, Il futuro della
religione. Solidarietà, carità,
ironia, a cura di S. Zabala, Garzanti,
Milano 2005, p. 74. Vattimo qui allude
in particolare al «famoso frammento
conosciuto come Ältestes Systemprogramm
des Deutschen Idealismus di Hegel, Hölderlin
e Schelling», dove si annuncia
una nuova religione – una «religione
sensibile» – che preparerà
l’avvento di un regno della libertà
(cfr. pure G. Vattimo, Dopo la cristianità,
cit., p. 36). L’eredità
dei romantici – specie di Novalis
e Schleiermacher – pesa non poco
nella riflessione religiosa di Vattimo.
Ne parleremo ancora in seguito.
- «Voglio interpretare la parola
evangelica come Gesù stesso ha
insegnato a fare, traducendo la lettera
spesso violenta dei precetti e delle
profezie in termini più conformi
al comandamento supremo della carità»
(G. Vattimo, Credere di credere, cit.,
p. 76). Facendo proprio il detto paolino:
«Littera occidit, spiritus vivificat»
(Seconda lettera ai Corinzi, cap. 3,
v. 6), Vattimo depreca l’uso letteralista
e legalista della Scrittura che ancora
vige nelle Chiese, un uso che in definitiva
impedisce di cogliere il senso vivificante
del messaggio evangelico nella sua totalità
(cfr., in particolare, G. Vattimo, Dopo
la cristianità, cit., pp. 47-59,
65, 87). Solo lo spirito libera; la
lettera – cioè il precetto,
la legge scritta, esteriore –
può invece essere strumento di
condanna e di morte. Va comunque ricordato
che secondo l’esegesi –
per così dire – «autorizzata»
le parole di Paolo non esprimono né
un’opposizione tra la lettera
di un testo e il suo spirito, né
una svalutazione della Scrittura in
favore di una libera religione dello
spirito fondata su esperienze personali
(cfr. la nota al passo in questione
nella Bibbia di Gerusalemme, Dehoniane,
Bologna 1990? e nel Nuovo Testamento
annotato, 4 voll., Claudiana, Torino
1965-1974).
- Cfr. G. Vattimo, Dopo la cristianità,
cit., p. 37.
- Cfr. R. Girard - G. Vattimo, Verità
o fede debole?, cit., p. 60.
- Cfr. G. Vattimo, Dopo la cristianità,
cit., p. 12.
- Ibid., p. 87. «Una lettura più
spirituale del testo biblico, e in generale
dei dogmi cristiani, sembra del resto
oggi richiesta [...] anche per rendere
possibile il dialogo ecumenico delle
chiese cristiane tra loro e con le altre
religioni. [...] Il riconoscimento della
verità delle altre religioni
[...] richiede uno sforzo intensificato
per sviluppare la lettura spirituale
della Bibbia e anche di tanti dogmi
della tradizione ecclesiastica, [...]
a costo, ovviamente, di indebolire le
pretese di validità letterale
dei testi e la perentorietà dell’insegnamento
dogmatico delle chiese (ibid., p. 52).
- Ibid., p. 12. Vattimo afferma la necessità
di una interpretazione personale della
Scrittura che però non ignori
– lo impone proprio la caritas
– «le molteplici storie
che ci sono tramandate e di cui siamo
eredi, almeno in quanto costituiscono
la nostra provenienza» (Credere
di credere, cit., p. 82). «Non
posso», dice ancora il filosofo,
«non riconoscere che i testi sacri
a cui mi riferisco e che voglio interpretare
mi sono trasmessi solo da una certa
tradizione vivente, che su questa base
può anche rivendicare il diritto
di insegnarmi come interpretarli. [...]
Ciò che non mi sembra accettabile
è che si identifichi senz’altro
la tradizione della Chiesa con l’insegnamento
del Papa e dei vescovi (anzi, nell’ultimo
secolo, solo del Papa). Voglio dire
che il limite rappresentato dal principio
di carità, che deve guidare l’interpretazione
secolarizzante del testo sacro, prescrive
bensì un ascolto caritatevole
della tradizione; ma questo ascolto
è rivolto alla comunità
viva dei credenti, non ristretto all’insegnamento
ex cathedra della gerarchia ecclesiastica.
È fin troppo ovvio che un simile
ascolto non fornisce principi dogmatici
netti come le definizioni del papa e
dei concili; delle quali, anche, penso
ovviamente che si debba tener conto.
Ma il rapporto con la tradizione viva
della comunità dei credenti è
assai più personale e rischioso,
fa parte di quel dovere complessivo
di reinterpretare personalmente il messaggio
evangelico con cui si identifica il
compito del credente» (ibid.,
pp. 88-89).
- G. Vattimo, Dopo la cristianità,
cit., p. 76.
- Ibid., pp. 122-123.
- «Le dispute che in molti paesi
del mondo si stanno sviluppando sulle
problematiche della bioetica»
– scrive ancora il filosofo –
«sono il terreno su cui più
fortemente si fa valere la pretesa della
chiesa di parlare in nome dell’umanità
e non in nome di una rivelazione positiva.
Con la conseguenza che, molto probabilmente,
si preparano altri “casi Galileo”
e altri scontri tra autorità
ecclesiastica e mondo contemporaneo,
motivati solo dalla pervicace fedeltà
della chiesa a contenuti di una cultura
che è bensì più
antica e abituale, ma non ha alcun titolo
per essere considerata la verità
eterna» (in R. Rorty - G. Vattimo,
Il futuro della religione, cit., pp.
51-52).
- G. Vattimo, Credere di credere, cit.,
pp. 71-73.
- Nel libro Le ragioni del pensiero
debole. Domande a Gianni Vattimo (Borla,
Roma 1993). Su ciò, cfr. Introduzione,
nota 37. È sempre vivo il dibattito
tra i due filosofi, i quali di recente
si sono confrontati anche su scottanti
problematiche di bioetica in D. Antiseri
- G. Vattimo, Ragione filosofica e fede
religiosa nell’era postmoderna,
Rubbettino, Soveria Mannelli 2008.
- D. Antiseri, «Un cristianesimo
prêt-à-porter?»,
liberal, n. 14 (maggio 1996), p. 57.
- Se si considerano soprattutto le pp.
71, 82-83 e 97 di Credere di credere,
si direbbe che – malgrado decenni
di fortissimo dissenso – non sia
mai stato tagliato il cordone ombelicale
con la madre Chiesa.
- Cfr. R. Girard - G. Vattimo, Verità
o fede debole?, cit., pp. 16 e 22.
- Ibid., p. 8.
- Cfr. ibid., pp. 8 e 9. Perché,
chiarisce subito dopo Vattimo: «Se
l’ortodossia cattolica dichiara
che non si può abortire, non
si può divorziare, non si può
sperimentare sugli embrioni, e via discorrendo,
questo non è un permanere di
una certa violenza della religione naturale
dentro il quadro di una religione storico-positiva
che ha svelato soltanto l’amore?
Gesù Cristo è venuto al
mondo per svelare che la religiosità
non consiste nei sacrifici ma nell’amare
Dio e il nostro prossimo. Tutte le cose
che nella Chiesa non si riducono a questo,
non saranno ancora religione naturale
e vittimaria?». Ancora un esempio:
«Una signora anglicana una volta
mi ha detto: “Ma sai che noi siamo
separati solo perché Enrico VIII
si è risposato? Ma possibile
che abbiamo ancora queste fisime?”
Quando il Papa incontra il Dalai Lama
è preoccupato che quel poveretto
andrà all’inferno perché
non è cattolico? [...] Nelle
chiese [...] non ci vedo altro che degli
apparati che probabilmente hanno i loro
motivi per pensare che le donne non
possono diventare preti. La carità
c’entra col fatto che le donne
non possono diventare preti? No. E allora?
È solo una questione di tempi
storici. All’epoca di Gesù
le donne non erano avvocati, ingegneri,
ma anche gli apostoli non erano polacchi
(o tedeschi), però erano sposati,
pescatori, esattori delle imposte, e
il papa non è né sposato
né ha mai fatto il pescatore»
(ibid., p. 21).
- Essa – accusa Vattimo –
invece di emanciparsi finalmente dalla
propria struttura disciplinare e dogmatica,
preferisce ancora enfatizzare il fatto
che esiste un Dio (padre e non madre,
uno e trino...), che saremo puniti,
che è immorale l’uso del
profilattico anche in tempi di AIDS
o che esiste una sessualità «naturale».
Quest’ultimo punto riveste per
il filosofo un’importanza particolare:
«Per un verso, è sempre
di cattivo gusto rimproverare alla chiesa
di essere contro gli omosessuali, perché
è come appiccicarle un’etichetta;
tuttavia, la critica dell’atteggiamento
naturalistico è un punto importante»
(cfr. R. Rorty - G. Vattimo, Il futuro
della religione, cit., pp. 86-87). Egli
giunge ad affermare che l’istituzione
Chiesa rappresenta un ostacolo alla
predicazione del messaggio cristiano:
«Ho l’impressione che oggi
il cristianesimo sia odiato a causa
dei preti. Non trovo alcuna spiegazione
del fatto che qualcuno non accetti la
predicazione di una religione dell’amore,
della carità, del pathos e della
misericordia. Questo è il mistero
del primo capitolo del Vangelo secondo
Giovanni: “i suoi non l’hanno
accolto”. Ma perché è
così difficile predicare il cristianesimo?
Credo sia colpa della chiesa; non semplicemente
a causa della ricchezza del papa o della
corruzione dei preti pedofili nelle
chiese americane, ma a causa della forza
eccessiva della sua struttura»
(ibid., p. 74).
- Critico letterario e antropologo francese,
cattolico, stimatissimo interlocutore
nonché amico di Vattimo. A Girard
si deve una delle più significative
interpretazioni novecentesche delle
figure del sacro (cfr. U. Galimberti,
Orme del sacro. Il cristianesimo e la
desacralizzazione del sacro, Feltrinelli,
Milano 2000, pp. 31-34). Come si vedrà
in seguito, è uno degli autori
che più hanno pesato nella «ri-cristianizzazione»
del filosofo.
- R. Girard - G. Vattimo, Verità
o fede debole?, cit., p. 77. Ma di ciò
Vattimo non sembra per nulla preoccupato:
«Molti mi accusano di essermi
ritagliato un cristianesimo come piace
a me. E allora? Dovrei vivere secondo
una religione che mi dispiace? È
vero, ho vissuto la religione negli
ultimi decenni soprattutto come un tranquillizzante,
un calmante. Che c’è di
male?» (G. Vattimo, Non essere
Dio, cit., p. 193).
- R. Girard - G. Vattimo, Verità
o fede debole?, cit., p. 77.
- Vattimo – dice Girard –
ha voluto riavvicinarsi alla «Chiesa
della sua giovinezza», e ha potuto
farlo anche perché «la
Chiesa di oggi è diversa da quella
che egli lasciò. Molte cose sono
cambiate dal Concilio Vaticano II, forse
non così radicalmente come si
potrebbe desiderare, ma in modo sufficiente
da giustificare il suo riorientamento».
Di più: il filosofo del pensiero
debole «potrebbe non essere così
estraneo all’ortodossia come suggerisce
il suo linguaggio. I suoi libri recenti
tendono ad attribuire quegli aspetti
della Chiesa che egli critica, a ragioni
storiche, alla prolungata incapacità
dei pagani cristianizzati di rinunciare
alla violenza del sacro, incorporato
nelle religioni arcaiche che lui chiama
“naturali”» (cfr.
ibid., pp. 76-78). Alquanto approssimativa
risulta in proposito anche un’affermazione
del filosofo Richard Rorty – neopragmatista
e anticlericale, un altro grande interlocutore
nonché amico di Vattimo –
secondo la quale in Credere di credere
Vattimo «ha utilizzato la propria
preparazione e abilità filosofiche
per sostenere la ragionevolezza di un
ritorno alla religiosità dell’età
giovanile» (in R. Rorty - G. Vattimo,
Il futuro della religione, cit., pp.
37-38 [corsivo nostro]).
- G. Vattimo, Non essere Dio, cit.,
p. 182. È stato giustamente osservato
che quella di Vattimo è «una
battaglia non solo filosofica ma esistenziale,
nel senso che la sua vicenda personale
s’impone come un tentativo di
conciliare la tradizione cattolica da
cui lui stesso proviene e con cui si
sente in debito culturale e morale,
insieme col progetto d’emancipazione
politica a cui sta dedicando ormai da
tempo parte della propria attività:
una battaglia che ha come uno dei nuclei
caratterizzanti la lotta in favore della
differenza sessuale, e che incontra
come uno degli ostacoli principali proprio
le resistenze della Chiesa su temi quali
l’esercizio della sessualità
– di cui, secondo Vattimo, non
dovrebbe affatto occuparsi» (P.
Antonello, «Introduzione»,
in R. Girard - G. Vattimo, Verità
o fede debole?, cit., p. XVII).
- G. Vattimo, Credere di credere, cit.,
p. 76.
- R. Girard - G. Vattimo, Verità
o fede debole?, cit., p. 60.
- In questo riferimento alla Chiesa
come semplice assemblea dei fedeli e
come libera comunità spirituale
c’è la ripresa di un atteggiamento
tipicamente protestante, che si richiama
alla concezione della Chiesa nei primi
tempi del cristianesimo.
- G. Vattimo, Credere di credere, cit.,
p. 77.
- Questo suo «disorientamento»
non costituisce un limite al suo «credere»,
ma è insito nella sua nuova esperienza
della fede (cfr. ibid., p. 79).
- Ibid., p. 51.
- Ibid., pp. 75-76.
- «[...] il Credo è anche
e soprattutto un “simbolo”
di valore esterno, in cui si riconoscono
i membri di una comunità, una
specie di parola d’ordine, di
“tessera” destinata a funzionare
come un segno di riconoscimento. Certo,
se si pensa a come la storia della cristianità
sia stata segnata anche da lotte sanguinose
intorno a un singolo termine del Credo,
a una singola parola della Scrittura,
la mia posizione sembra irrealistica;
ma forse potrebbe trovare proprio qui
una sua giustificazione, nel senso che
orienterebbe a capire, anzitutto, che
non bisogna considerare le parole della
Scrittura come qualcosa intorno a cui
ci si può scontrare ed eventualmente
scannare. [...] Se recito il Credo,
o anche se prego, le parole che uso
non hanno per me il suono realistico
che i sostenitori di una fede concepita
metafisicamente pensano di dover loro
attribuire. Così se chiamo Dio
“padre” caricherò
questo termine di un insieme di riferimenti
che hanno da fare con la mia esperienza
storica ma anche con la mia biografia,
e che non ignorano la problematicità
dell’attribuire alla divinità
caratteri umani e per giunta legati
a un certo modello di famiglia. Se penso
a tutte queste cose, certo, non so più
bene che cosa dico quando recito il
Pater noster. [...] Nell’uso del
termine padre rimarrà soltanto
quello che Schleiermacher chiamava il
puro sentimento della dipendenza? Probabilmente
sì [...]» (ibid., pp. 78-79;
cfr. anche R. Girard - G. Vattimo, Verità
o fede debole?, cit., p. 34).
- In P. Flores d’Arcais - M. Onfray
- G. Vattimo, Atei o credenti?, cit.,
p. 45.
- G. Vattimo, Non essere Dio, cit.,
p. 177.
- «“Non ho quasi nessun
senso del peccato. [...] Non dico che
il peccato non ci sia [...]. Ma il peccato
è la mia finitezza, la mia povertà,
il fatto che certe volte sono costretto
a sparare contro uno che mi viene contro
con un fucile. Il peccato è come
un’esclamazione: ‘Porca
miseria, guarda in che stato sono, ché
devo fare anche certe cose!’.
[...] Il peccato è la violenza”».
Questo affermava Vattimo nella già
citata intervista a due voci, insieme
a Quinzio, raccolta per La Stampa da
C. Altarocca. Sulla questione torna
in Credere di credere, precisando: «Certo,
è forse esagerato dire, come
mi è capitato di fare in qualche
discussione, che per me l’unico
senso cristiano della parola peccato
è quello esclamativo, come quando
si dice “Che peccato” per
rimpiangere un’occasione perduta,
un’amicizia che è finita,
e in genere (per estensione) la finitezza
di tutto ciò che vale e a cui
ci sentiamo attaccati. [...] Non accadrà
di quello che noi chiamiamo peccato
quello che si è verificato a
proposito delle tante prescrizioni rituali
che erano contenute nel Vecchio Testamento,
e che Gesù ha messo fuori gioco
come provvisorie e non più necessarie?
[...] Che cosa impedisce di pensare
che anche gli altri peccati, che noi
ancora crediamo tali, siano destinati
un giorno a svelarsi nella stessa luce?
La resistenza contro questo pensiero
è tutta legata all’idea
che ci siano peccati definibili come
tali in base a una legge naturale, appunto
in base a una visione metafisica di
essenze. Ma questa visione metafisica
non è altro che l’assolutizzazione
di qualche visione del mondo storicamente
determinata, rispettabile come ogni
prodotto culturale umano (per amore
del prossimo), ma non più che
questo» (G. Vattimo, Credere di
credere, cit., p. 91). Se tutti abbiamo
bisogno di perdono – scrive ancora
Vattimo – non è «perché
abbiamo violato sacri principi metafisicamente
sanciti, ma perché abbiamo “mancato”
nei confronti di chi dovevamo amare
– Dio stesso forse (che però
non si identifica con la legge naturale,
come tanto spesso ci hanno detto), e
il prossimo sotto le cui vesti egli
si presenta a noi. Il significato (esclusivamente)
esclamativo del termine peccato, se
lo guardiamo così, non è
poi tanto inaccettabile e tanto lontano
da quello che possiamo cristianamente
pensare» (ibid., p. 94). Più
recentemente, dialogando con Girard,
ha detto: «C’è una
violenza, all’origine della storia,
che è l’autoritarismo,
il non rispettare l’altro come
me, non volergli bene. Tutto questo
è l’origine del male. Io
non so adesso se il peccato originale
esista, ma quello che credo si debba
fare tutti è ridurre la violenza
più che riconoscerla» (in
R. Girard - G. Vattimo, Verità
o fede debole?, cit., pp. 26-27). «L’unico
senso della parola peccato» –
si legge nella sua autobiografia –
«è questo: “Oh, che
peccato”. Cioè: ogni lasciata
è persa. Ma anche ogni lasciata
è persa nel fare del bene: non
ho fatto attenzione a quel tale che
mi chiedeva qualcosa, non l’ho
aiutato. Ma niente che sia male oggettivamente.
[...] Mi sono fatto l’idea che
l’unico vero peccato è
la mancanza di ascolto dell’altro,
la mancanza di carità. L’unico
vero peccato è quando non faccio
attenzione» (G. Vattimo, Non essere
Dio, cit., p. 189).
- In R. Rorty - G. Vattimo, Il futuro
della religione, cit., p. 72.
- Cfr. l’intervista «Vattimo-Quinzio:
il Dio che cerchiamo», a cura
di C. Altarocca, in La Stampa, cit.
- «Il fine della nostra vita è
un fine estetico e non può essere
un fine etico. Anche se l’etica,
nel frattempo, conta moltissimo. “Nel
frattempo” vuol dire il rispetto
degli altri piuttosto che il rispetto
di norme oggettive» (in R. Girard
- G. Vattimo, Verità o fede debole?,
cit., p. 19). Nella prospettiva vattimiana,
la salvezza di cui parla la rivelazione
ebraico-cristiana viene pensata più
con i caratteri della «leggerezza»
che della «giustizia», nel
senso che la salvezza «si configura
come un alleggerimento e un indebolimento
delle strutture “pesanti”
entro le quali l’essere si è
“dato” nel passato della
civiltà umana. [...] La frase
evangelica in cui Gesù promette
agli apostoli che, nella vita eterna,
siederanno su dodici troni e giudicheranno
le tribù di Israele non va intesa,
probabilmente, in termini giudiziari,
ma ancora una volta in termini “estetici”:
la vita eterna, cioè, non è
altro che una “perfetta”
fruizione dei significati e delle forme
spirituali che la storia dell’umanità
ha prodotto e che costituiscono il “regno”
dell’immortalità. Avvicinarsi
a questa vita, fin da ora, significa
realizzare le condizioni per una sempre
più perfetta fruizione estetica
dei significati; anche l’attuazione
di ordinamenti storici “giusti”
ha solo questo scopo» (G. Vattimo,
Dopo la cristianità, cit., pp.
57-59).
- «Se [la Bibbia] ci dice che
Dio è padre, noi ormai non ci
scandalizziamo più se diciamo
che Dio è anche madre, zio o
parente prossimo. Perché mai
dovremmo pensarlo come padre?»
(in R. Girard - G. Vattimo, Verità
o fede debole?, cit., p. 20). In quanto
«mitica», l’immagine
di Dio che il Testo Sacro ci consegna
non va assolutizzata (cfr. ibid., p.
36); per molti versi va anzi rifiutata:
«“Dice l’Antico Testamento:
‘O Babilonia, beato colui che
sbatterà i tuoi bambini contro
il muro’. Voglio prender sul serio
questo Dio qui? Se Dio davvero fosse
uno che ispira queste parole a cui devo
ancora attribuire un senso letterale,
ebbene, grazie no, non è il mio
Dio. Però trovo nel Nuovo Testamento
sufficienti ragioni per pensare che
quelli erano dei modi di dire. [...]
Io sostengo che Cristo è venuto
a interpretare in maniera meno giustizialistica,
meno drammatica, il contenuto dell’Antico
Testamento. Cristo segna il passaggio
da un mondo a un altro. Pensare che
ci sia uno sviluppo dell’interpretazione,
nel senso di una maggiore spiritualità
dei significati nella Scrittura, questo
credo sia abbastanza cristiano”»
(«Vattimo-Quinzio: il Dio che
cerchiamo», intervista a cura
di C. Altarocca, in La Stampa, cit.).
E poi: «Davvero è impossibile
ascoltare l’insegnamento di Gesù
se non si ammette che Dio sia, dimostrabilmente,
la causa dell’esistenza del mondo
fisico? Certo, la Bibbia chiama Dio
creatore e Padre. Ma se è per
questo lo chiama anche pastore; e gli
attribuisce anche tanti atteggiamenti
da Dio “guerriero”, e gli
fa condividere l’odio di Israele
per i nemici, che talvolta Egli comanda
di sterminare» (G. Vattimo, Credere
di credere, cit., p. 55). Il Dio giudice
che emette – ovviamente secondo
perfetta giustizia – sentenze
di morte eterna e che dovrebbe sentirsi
appagato di vedere fosse pure una minoranza
(ma il Vangelo – lo sappiamo bene
– assicura che sarà la
maggioranza: infatti «pochi sono
gli eletti» e «pochi sono
quelli che entrano per la porta stretta»)
dei propri figli, per quanto ribelli
e peccatori, soffrire all’Inferno...
Ecco, dice Vattimo, «se questo
è Dio, tenetevelo! Questo è
proprio il dio che Gesù ha voluto
smentire quando ha detto: “Non
vi considero servi ma amici”;
“Sarete con me nel mio regno”»
(in R. Girard - G. Vattimo, Verità
o fede debole?, cit., p. 20).
- G. Vattimo, Credere di credere, cit.,
pp. 54-55. Bisogna ragionare «prescindendo
dai pregiudizi metafisici (che credono
di poter stabilire una volta per tutte
l’esistenza e gli attributi essenziali
di Dio, facendone poi discendere anche
i principi della legge “naturale”
giù giù fino alle più
minute prescrizioni riguardanti la vita
individuale e sociale, e sì,
fino al divieto dei profilattici...)
[...]» (ibid., p. 66).
- Afferma Vattimo, sulla scorta dell’antropologia
di Girard: «[...] la teologia
cristiana perpetua il meccanismo vittimario
concependo Gesù Cristo come la
“vittima perfetta”, che
con il suo sacrificio di valore infinito,
come infinita è la persona umano-divina
di Gesù, soddisfa pienamente
il bisogno di giustizia di Dio per il
peccato di Adamo. Girard sostiene, con
buone ragioni secondo me, che questa
lettura vittimaria della Scrittura è
sbagliata. Gesù non si incarna
per fornire al Padre una vittima adeguata
alla sua ira; ma viene al mondo proprio
per svelare e perciò anche liquidare
il nesso tra violenza e sacro. Viene
messo a morte perché una tale
rivelazione risulta troppo intollerabile
all’orecchio di un’umanità
radicata nella tradizione violenta delle
religioni sacrificali. Che le chiese
cristiane continuino a parlare di Gesù
come vittima sacrificale attesta soltanto
la sopravvivenza di potenti residui
di religione naturale nel cuore stesso
del cristianesimo» (ibid., p.
29).
- G. Vattimo, Non essere Dio, cit.,
p. 11.
- Riecheggia in questa posizione il
celebre elogio paolino della carità
cristiana (agápe) conservato
nella Prima lettera ai Corinzi (cap.
13), un vero e proprio inno alla più
eccellente delle virtù, l’unica
che «non avrà mai fine».
Ora, non costituisce certo una novità
(si pensi, per esempio, alle istanze
della teologia liberale) «ridurre»
il messaggio cristiano alla sublime
– non demitizzabile – norma
della carità, invocando una lettura
dei Vangeli non pregiudicata né
dall’ortodossia dogmatica né
dalla tradizionale cornice metafisica
assolutizzante (dal punto di vista esegetico
e teologico rappresenta, tra l’altro,
un’operazione troppo semplificatrice);
ciò che invece importa qui è
indagare la via filosofica attraverso
la quale Vattimo perviene a tale «riduzione».
È quanto proveremo a fare in
seguito.
- G. Vattimo, Credere di credere, cit.,
pp. 78-79. Quale valore, quale verità
riconosceremo allora alle storie narrate
nella Bibbia e alle relative interpretazioni
prodotte nei secoli dalla spiritualità
cristiana? «La rivelazione biblica,
con tutto il suo carico di miti, è
diretta solo al nostro ammaestramento,
e il senso di questo è appunto
l’amore di Dio e l’amore
del prossimo. [...] Le storie e i miti
della Bibbia hanno lo stesso senso dell’incarnazione
e, prima ancora, della creazione, almeno
se li si guarda dal punto di vista della
fede cristiana. Sono modi attraverso
cui l’essere divino si comunica
fuori di sé, riducendosi e abbassandosi
per amore. Anche questo, naturalmente,
è un mito, è la “spiegazione”
cristiana della storia [...]. E se l’atto
di fede che Dio ci richiede consistesse
proprio nel riconoscere nei miti della
Scrittura, e nella storia della spiritualità
e della teologia cristiana, quell’unico
contenuto che è il comandamento
della carità?» (ibid.,
pp. 80-81). Ma – si può
a ragione domandare – una volta
messo da parte il letteralismo nella
lettura dei testi sacri e una volta
messa in discussione l’intangibilità
dei dogmi, come potremo ancora distinguere
tra interpretazioni legittime e interpretazioni
aberranti del messaggio cristiano? «Il
criterio» – dice Vattimo
– «che la tradizione cristiana,
a cominciare da sant’Agostino,
ci indica è ama et fac quod vis.
Il solo limite alla spiritualizzazione
del messaggio biblico è la carità
[...]» (G. Vattimo, Dopo la cristianità,
cit., p. 51). E altrove ribadisce: «Gesù
Cristo è venuto al mondo per
svelare che la religiosità non
consiste nei sacrifici ma nell’amare
Dio e il nostro prossimo. Tutte le cose
che nella Chiesa non si riducono a questo,
non saranno ancora religione naturale
e vittimaria?» (in R. Girard -
G. Vattimo, Verità o fede debole?,
cit., p. 9).
- In R. Girard - G. Vattimo, Verità
o fede debole?, cit., p. 34.
- Ibid., p. 16.
- Dunque l’attenzione –
anche e soprattutto filosofica –
che Vattimo torna a prestare al cristianesimo
non è nemmeno lontanamente dovuta
a un riscoperto valore dei suoi contenuti
dogmatici o dei suoi aspetti propriamente
religiosi. Secondo lui – come
abbiamo visto – tutto ciò
che nella religione cristiana e nella
stessa Scrittura cozza col principio
dell’amore agapico va senz’altro
abbandonato, o interpretato come metafora,
allegoria, mito. Se Vattimo considera
il cristianesimo «più “vero”
di tutte le altre religioni» è
«proprio per il fatto che in qualche
senso non è una religione»
(ibid., p. 34). «Del cristianesimo
penso che sia una religione che si autoannulla,
nel senso che annulla tutti i dogmatismi.
Quindi, se dio vuole, una religione-non
religione» (G. Vattimo, Non essere
Dio, cit., p. 182).
- In R. Girard - G. Vattimo, Verità
o fede debole?, cit., p. 79. Il riferimento
è a Schleiermacher filosofo dell’interpretazione,
Mursia, Milano 1968. Per Vattimo, infatti,
«l’esperienza religiosa
è sentimento di dipendenza (come
a ragione l’aveva definita Schleiermacher)»
(G. Vattimo, Credere di credere, cit.,
p. 96); e agli schleiermacheriani Discorsi
sulla religione (tr. it. a cura di G.
Durante, Sansoni, Firenze 1947) egli
pensa quando tratteggia un cristianesimo
non dogmaticamente definito ma capace
di parlare al mondo postmoderno (cfr.
G. Vattimo, Dopo la cristianità,
cit., pp. 12, 36, 38, 40, 65 e 87).
Non è poi un caso se Vattimo
cita Ernesto Buonaiuti (cfr. ibid.,
pp. 36 e 138), il propagatore in Italia
del modernismo, un movimento –
molto complesso ed eterogeneo –
di riforma religiosa promosso da alcuni
studiosi cattolici tra la fine dell’800
e l’inizio del ‘900, volto
ad accordare la tradizione cristiana
con le esigenze razionalistiche e sociali
della cultura e della sensibilità
moderne, ma condannato come eretico
da papa Pio X nel 1907 con l’enciclica
Pascendi (cfr. la voce «Modernismo»
in AA.VV., Dizionario Teologico Enciclopedico,
2ª ed. aggiornata, Piemme, Casale
Monferrato 1994, pp. 668-669). Ma col
Vaticano II alcune istanze modernistiche
saranno accolte nella dottrina della
Chiesa, a cominciare dalla critica biblica
e storica.
- In R. Girard - G. Vattimo, Verità
o fede debole?, cit., p. 17. In effetti
Vattimo corregge subito questa caratterizzazione
della sua conversione da parte dell’amico
Girard (cfr. pp. 18-20).
- «“[...] la mia è
una fede debole. Io credo di più
come una vecchina che biascica il rosario
che come un teologo che sa tutto. La
mia è una religiosità
da tre Ave Maria la sera, che dico quando
mi capita”» («Vattimo-Quinzio:
il Dio che cerchiamo», intervista
a cura di C. Altarocca, in La Stampa,
cit.).
- Cfr. G. Vattimo, Non essere Dio, cit.,
p. 11.
- «[...] se parlo di Dio»
– spiega ancora Vattimo –
«non mi sforzo di parlarne in
termini che non siano profondamente
legati alla mia situazione storica,
essendo consapevole del fatto che in
fondo non c’è una lingua
autentica per farlo. Questa ricerca
di una pretesa “lingua autentica”
per la teologia e per il discorso su
Dio mi mette infatti sempre nella condizione
di pensare a Dio come a un oggetto definitivo,
collocato da qualche parte, che io posso
nominare più o meno adeguatamente.
[...] Questo mio modo di vedere è
legato anche ad una riflessione sul
linguaggio svolta dalla filosofia contemporanea,
o da una parte di essa a me familiare,
che da un lato riconosce al linguaggio
una portata ontologica, ma dall’altro,
proprio nel linguaggio in quanto storico,
in quanto diveniente storicamente, riconosce
lo svelarsi di qualcosa dell’essere,
non soltanto delle difficoltà
dei parlanti. Non c’è un
mondo “là”, che noi
non sapremmo bene come chiamare; piuttosto
l’andamento del nostro linguaggio
è storia del mondo, e forse anche
storia di Dio, in qualche senso. Se
quindi dovessi definire quella che mi
sembra la situazione attuale del parlare
di Dio, mi sembra difficile ormai poter
nominare Dio come identico all’essere,
perché identificarlo con l’essere
significa, secondo un certo modo di
pensare, identificarlo con un ente determinato,
sia pure il supremo. [...] Mi sembra
fondamentale per la mia esperienza religiosa
– o comunque filosofica della
religione – accettare che il nome
di Dio sia multivoco, vago, sfuggente,
in qualche modo positivamente legato
anche alla quotidianità più
inautentica, perché non c’è
un altro dominio più vero, più
oggettivo, più rigoroso dentro
cui potrei nominarlo. [...] direi quindi
che “Dio”, il nome di Dio
mi sembra positivamente vago e che ogni
epoca lo nomina interpretativamente
e non descrittivamente. Non c’è,
pertanto, un suo nome autentico: l’unica
autenticità del nome di Dio è
la storia delle nominazioni prodottesi
in una certa tradizione [...]»
(in G. Vattimo - P. Sequeri - G. Ruggeri,
Interrogazioni sul cristianesimo. Cosa
possiamo ancora attenderci dal Vangelo?,
Edizioni Lavoro/Editrice Esperienze,
Roma-Fossano 2000, pp. 21-24). Risulta
difficile scorgere in questo ragionamento
i caratteri di una religiosità
«da tre Ave Maria la sera»
o di una fede «da vecchina che
biascica il rosario». Insomma,
la fede di Vattimo non è poi
così semplice e spontanea come
potrebbe (e talvolta vorrebbe) sembrare.
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