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dibattito
«Credere di credere».
Genesi e significato di una conversione debole
di Michele Turrisi
Ufficializzata con il libro Credere
di credere, la svolta religiosa di Vattimo si configura come
una «ri-cristianizzazione» che ha in René Girard
e Sergio Quinzio i suoi ispiratori più prossimi e diretti.
Tuttavia la radice dichiaratamente paradossale di questo ritorno
al cristianesimo rimanda al nichilismo nietzschiano-heideggeriano.
L’esito dell’itinerario speculativo di Vattimo può
definirsi religioso ma soltanto in un certo senso — e ciò
a prescindere dal fatto che tante affermazioni del filosofo risultano
incompatibili con fondamentali dottrine cristiane. Eppure il pensiero
debole vattimiano rappresenta una sfida non solo provocatoria per
la teologia (come ben dimostra la ricerca di C. Dotolo). Ed è
difficile negare l’emblematicità postmoderna del caso
Vattimo.
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Una formula improvvisata e ambigua
L'interesse per i temi della religione è presente in Vattimo
fin dall’inizio; un interesse ereditato dal suo maestro Luigi
Pareyson e non sempre coltivato con la stessa intensità, mai comunque
del tutto accantonato ›1.
Ma a un certo punto del suo dinamico percorso esistenziale e filosofico
la religione viene ad assumere per Vattimo una centralità inedita.
Si tratta di un’esperienza decisiva, che culmina in una conversione
dai tratti davvero singolari (di cui parleremo meglio più avanti).
Una scelta che può lasciare perplessi, se non sconcertati, come
riconosce lo stesso Vattimo in Non essere Dio, l’autobiografia
uscita nel 2006 in occasione dei suoi settant’anni: «L’ultima
tappa della mia storia — non improvvisa, ovviamente —
quella più scandalosa è che io... ridivento cristiano» ›2.
Il postmoderno teorico del pensiero debole si (ri)scopre credente;
il pensatore che con zelo antimetafisico ha sempre diffidato della
verità e degli assoluti (ri)trova la fede e si dichiara filosofo
cristiano. Le ragioni e le conseguenze filosofiche di questa
fondamentale «scoperta» sono il tema degli ultimi scritti di Vattimo,
al centro dei quali troviamo una appassionata riflessione sulla
verità del cristianesimo ›3.
Ma il primo — e già molto eloquente — documento su come e perché
per Vattimo la religione viene ad assumere un nuovo valore dopo
la «morte di Dio» e la secolarizzazione è un fortunato libretto
dal titolo tanto incisivo quanto ambiguo: Credere di credere
›4, sul quale conviene
soffermarsi. Vattimo racconta nel libro come gli venne in mente
quel titolo: «Mah, credo di credere» fu la risposta spontanea
che egli un giorno diede a un suo vecchio professore molto credente,
Gustavo Bontadini ›5,
il quale sul finire di una telefonata di lavoro all’improvviso
gli domandava se, in fin dei conti, credeva ancora in Dio. Da
allora «credere di credere» sembra a Vattimo la «migliore formulazione»
dei suoi rapporti con la religione; e più precisamente con la
religione cristiana cattolica nella quale egli è cresciuto ›6.
Che tale formulazione esprima però un paradosso Vattimo non se
lo è mai nascosto: «Credere significa sia aver fede, convinzione,
certezza di qualche cosa; sia opinare, pensare con un certo margine
di incertezza. Per rendere il senso dell’espressione, direi dunque
che il primo credere ha quest’ultimo significato, e il
secondo dovrebbe avere il significato numero uno — aver fede,
convinzione, certezza. Solo che è alquanto complicato mettere
insieme i due sensi del verbo: se semplicemente opino, penso,
ritengo con qualche probabilità di avere una certezza e una fede,
la cosa risulta ambigua e sospetta» ›7.
Quella che Vattimo ritrova sarebbe dunque una fede religiosa
segnata dall’incertezza dell’opinione? Proprio così. Anzi, egli
afferma che in fondo non può non essere così per chi come lui
«abbia familiarità con la filosofia contemporanea ma anche, e
soprattutto, con la vita post-moderna» ›8.
Per Vattimo l’ambiguità costitutiva del proprio (attuale) atteggiamento
verso la religione ha radici profonde e motivazioni non meramente
individuali: «Questo ambiguo significato della fede è legato a
tutta la mia esperienza di studioso di filosofia e, forse, di
intellettuale di quest’epoca. Lo dico senza presunzione, anzi,
riconoscendo che ciò che penso è “esemplare” solo nel senso in
cui si dice “un esemplare”, qualcosa che corrisponde a un gran
numero di oggetti simili [...]» ›9.
Egli insomma ritiene che la sua sia una esperienza abbastanza
diffusa, ben nota a molti di quanti hanno avuto la sua stessa
formazione. Eppure, come riconosce serenamente Vattimo, un cristianesimo
ritrovato sotto la forma del «credere che credo» rimane un paradosso ›10,
alla cui spiegazione il filosofo è venuto dedicandosi lungo questi anni.
Un discorso necessariamente «personale»
Scrivendo Credere di credere Vattimo adotta uno stile
non canonico per un saggio di filosofia, uno stile verso il quale
egli si mostra peraltro da subito imbarazzato: «Mi accorgo che
non ho mai scritto così, se non quando si trattava di discussioni,
polemiche, lettere al direttore. Mai nei saggi e nei testi di
carattere "professionale", critico o filosofico» ›11.
Tutto il libro è pervaso dalla consapevolezza di dover rendere
ragione di uno stile che non soltanto non è da «trattato», ma
è scrivere in prima persona. Vattimo racconta di aver anche rimandato
per mesi la consegna del manoscritto all’editore a motivo dei
propri dubbi appunto sulla «"legittimità" dello stile
che vi avevo adottato, che mi appariva, e mi appare tuttora, troppo
"in prima persona"» ›12.
Tuttavia, in futuro — salvo qualche eccezione — Vattimo non «riuscirà»
più a scrivere diversamente, ciò che allora già temeva: «Mi domando
persino se mi sarà ancora possibile scrivere saggi e “trattati”
nella forma canonica a cui mi sono abituato come scrittore di
filosofia» ›13.
Anche in questo senso, dunque, Credere di credere rappresenta
una svolta. È stato giustamente osservato che con questo libro
«Vattimo ha iniziato una via del tutto nuova, che l’ha portato
verso una forma di militanza filosofica profondamente diversa.
La stessa scrittura si è notevolmente semplificata, perdendo molti
legami con tecnicismi e riferimenti alla tradizione filosofica
che un tempo la caratterizzavano» ›14.
Perché allora, nonostante le molte e per nulla infondate esitazioni,
Vattimo alla fine decide di pubblicare Credere di credere
così come l’aveva «spontaneamente» scritto, senza rielaborarlo
e opportunamente correggerlo? Anzitutto per ragioni che potremmo
definire «contestuali»: il testo — già ultimato all’inizio dell’estate
1995 ›15 — riprende i temi di
una lunga intervista a due voci, insieme a Sergio Quinzio ›16,
uscita l’anno prima ›17; intervista
nella quale ovviamente si parlava in prima persona. Le ragioni
determinanti sono però «di merito», in quanto per Vattimo «il
tema della religione e della fede sembra richiedere una scrittura
necessariamente "personale" e impegnata» ›18.
Tali ragioni sono bene illustrate nel Postscriptum, dove
egli spiega il perché della sua scelta, senza tuttavia sottovalutarne
i limiti — che sono tutt’altro che irrilevanti: «Resto convinto
che un discorso sulla religione che non sia solo una ricerca erudita,
storico-documentaria, non può che formularsi così. Il sospetto
con cui tendiamo a guardare a scritti come questo mi sembra corrispondere
alla tendenza, oggi abbastanza diffusa nella nostra cultura, a
produrre discorsi religiosi senza assumersi il rischio di un impegno
diretto e personale verso le esperienze e i contenuti di cui si
parla. Un tale diffuso atteggiamento può avere anche giustificazioni
serie: per esempio, e anzitutto, una legittima diffidenza nei
confronti della verità delle esperienze soggettive, una
giusta ironia verso chi parla con il cuore in mano e crede che
questa sincerità giustifichi le peggiori banalità o i più smaccati
sentimentalismi. Altrettanto spesso, però, il tono impersonale
di tanti discorsi sulla religione mi sembra celare una specie
di ipocrisia morale, che proprio l’esperienza religiosa dovrebbe
smascherare come tale e rendere inaccettabile. Nonostante tutte
le sue maschere e i suoi pseudonimi, Kierkegaard dovrebbe aver
mostrato definitivamente che la via del distacco impersonale nei
discorsi religiosi è una via non più decentemente praticabile» ›19.
Che Vattimo abbia cominciato a scrivere in prima persona solo
scrivendo Credere di credere non è stato dunque un fatto
accidentale ›20;
lo imponeva invece proprio la peculiarità della materia
trattata. Non solo: quello che leggiamo in Credere di credere
nulla ha a che vedere con un discorso sul senso della religione
in generale; vi troviamo invece una proposta ermeneutica tanto
profondamente radicata nell'esperienza religiosa personale che
lo stesso Vattimo non esita a definire il libro «edificante,
autobiografico» ›21.
E il riversarsi dell’esperienza religiosa nella pratica filosofica
ha finito col determinare un mutamento decisivo anche nella scrittura
di Vattimo, oltre che nella sua filosofia ›22.
Come egli riconosce, tornando alcuni anni più tardi sulla questione:
«Se c’è un’apertura stilistico-letteraria nel mio scrivere filosofico,
dipende da un'intimità di tipo religioso, che però io lego ancora
in qualche modo alla filosofia» ›23.
È importante sottolineare fin d’ora questo punto, e cioè che in
Vattimo laddove filosofia e religione si incontrano, la prima
non scompare affatto, né si invera nella seconda. La
via attraverso cui Vattimo (ri)approda al cristianesimo è e resta
essenzialmente filosofica. Pure la questione dello scrivere in
prima persona viene ad assumere un valore filosofico. In Credere
di credere Vattimo si domanda infatti «perché tutto ciò che
giustifica e richiede la prima persona singolare in uno scritto
"religioso" non debba valere anche, con le stesse ragioni,
per uno scritto filosofico» ›24;
e ricorda che «persino il Discorso sul metodo di Cartesio
(si licet...) è un discorso in prima persona» ›25.
Egli pertanto ritiene che, «non solo accidentalmente e per motivi
"stilistici", il "ritorno" della problematica
religiosa nella filosofia imponga anche una revisione del modo
di formularsi del discorso filosofico, almeno come l'ho finora
pensato e praticato io» ›26.
Soprattutto, va detto che Credere di credere nasce e
si struttura all’interno di un orizzonte ermeneutico ›27.
L’imbarazzo stesso che assale e «paralizza» Vattimo nel momento
in cui egli con questo libro inizia una via nuova è vinto (interpretato)
ermeneuticamente, «mediante la tematizzazione esplicita della
precomprensione: mettere in chiaro ciò che già sappiamo del tema
di cui ci stiamo occupando, mettere in chiaro anche le motivazioni
che ci muovono ad occuparcene» ›28.
Richiamandosi alla «lezione» dell'ermeneutica e trascurando possibili
considerazioni psicologiche in quanto spiegazioni «estrinseche»,
così Vattimo esprime il senso dell'inizio: «Ciò con cui
abbiamo da fare, nel nostro lavoro, è non accidentalmente, anzi
fondamentalmente, e innanzi tutto e per lo più, proprio il problema
dell'inizio. La filosofia è ancora oggi un pensiero degli inizi,
dei fondamenti primi, su cui si regge tutto il sistema dei saperi
secondi. E i saperi secondi hanno anch’essi un senso o una dimensione
filosofica in quanto hanno sempre anche, volenti o nolenti, un
problema di (relazione con l') inizio. Ora ciò che ho chiamato
imbarazzo del cominciare in definitiva è qualcosa di
tutt’altro che psicologico, e invece è per noi qualcosa di specificamente
filosofico: è l’imbarazzo dell’esistenzialità; è il carattere
personale e insieme impersonale del pensiero nella effettività
dell'esistenza; è cioè, in altri termini, la stessa immagine con
cui Kierkegaard criticava e insieme riformulava il problema hegeliano
del cominciamento. Da questo punto di vista, lo scrivere in prima
persona spesso non è che una declinazione del problema dell'inizio,
non è che il modo di rendere esplicita la natura arbitraria (personale?)
e insieme necessaria (sovrapersonale?) di ciò che si dice e dei
modi in cui lo si dice» ›29.
Questa "svolta stilistica" significa dunque per Vattimo
«mettersi in questione all’interno di un progetto comune, più
che, come dice Rorty, "ripiegare sull'immaginazione personale"
o fare della filosofia solo una pratica testuale "per la
ridefinizione di noi stessi"»; e non va intesa «come una
mossa compensativa, per sottrarsi a una certa crisi oggettiva
e storica della filosofia» ›30.
Anche per questa via nuova, infatti, la ricerca filosofica di
Vattimo va avanti; certo con importanti «aperture» religiose,
ma senza «derive» teologiche né tanto meno esiti dogmatici.
Cosa non è il cristianesimo ritrovato di Vattimo
Proveremo successivamente a spiegare il significato del «credere
di credere» vattimiano. Qui ci preme invece sgombrare preliminarmente
il campo da alcuni equivoci (almeno i più grossolani, sebbene
non del tutto ingiustificati) che ancora perdurano intorno al
rinato interesse religioso del filosofo. Cominciamo col dire che
il teorico del "pensiero debole" non ha avuto nessuna
"folgorazione sulla via di Damasco", sia nel senso di
una improvvisa e miracolosa conversione, sia nel senso di una
nuova travolgente esperienza di fede. Nessun "dono"
dall’alto; nessuna "grazia" particolare. In realtà
Vattimo c’è nato e cresciuto dentro, alla fede cristiana ›31.
Parlando delle proprie "origini" religiose, Vattimo
pensa innanzitutto alla fede semplice e genuina trasmessagli dalla
madre (la quale da bambino lo aveva consacrato a Don Bosco). Racconta
di aver fatto il chierichetto; di aver frequentato attivamente
la parrocchia (dove, insieme a quello religioso, si forma anche
il suo interesse sociale e politico); di aver militato nell’Azione
Cattolica, diventandone pure dirigente. Fondamentale, negli anni
dell’adolescenza, è stata la guida di confessori
e direttori spirituali, e specialmente di uno di questi, che è
stato tra l'altro il suo maestro personale (un «ultra-tomista»,
«forse la persona che più mi ha cresciuto»).
Ancora liceale, Vattimo organizzava incontri sull'Umanesimo integrale
di Maritain. Faceva anche prediche nelle parrocchie di campagna.
Andava a confessarsi regolarmente, seguiva gli esercizi spirituali,
recitava il rosario... (tutte pratiche che il giovane Vattimo
ha osservato sino alla fine dell'università). E da buon
cattolico militante — lo rivela candidamente egli stesso
— provava disprezzo per i credenti poco zelanti (in ossequio
al severo giudizio biblico sui "tiepidi" ›32).
All’università, ma anche dopo, il suo grande maestro
è stato Luigi Pareyson, «cattolico fino al midollo»
(i due lavoreranno molto insieme e saranno amici per tutta la
vita) ›33.
Abbiamo voluto richiamare questi fatti del passato intellettuale
e religioso di Vattimo appunto per sottolineare come ben prima
del 1996 — data di pubblicazione del libro-testimonianza
Credere di credere — egli avesse già avuto
modo di sperimentare la fede, coltivare la devozione religiosa
e approfondire le verità cristiane. Inoltre, tener conto
di queste precedenti esperienze del filosofo serve a comprendere
meglio quanto sia anomalo, oltre che lontano dall’ortodossia,
il suo "ritorno" al cristianesimo: è vero che
dopo una lunghissima fase ›34
di — per usare un’espressione teologica — «incredulità
positiva» egli ha ripreso a parlare di fede e di religione;
ma ciò non ha, nel modo più assoluto, comportato
un ritorno al Dio conosciuto e adorato in gioventù, né
una rinnovata sottomissione al magistero della Chiesa. Va tuttavia
riconosciuto che certe affermazioni di Vattimo, soprattutto se
isolate dal contesto, non fanno apparire poi così illegittima
l’opinione che questi si sia davvero "convertito".
Vediamone alcune: «Di funerali ne ho visti abbastanza, di
recente [...]. Mi autocritico: "Ridiventi religioso solo
per paura, per lagnosità, per tristezza?". [...] Cos’è
per me la fede? La speranza che Cristo sia riuscito a sconfiggere
la morte cominciando a sconfiggere il peccato. [...] Io spero
di non morire del tutto. [...] Io credo di più come una
vecchina che biascica il rosario che come un teologo che sa tutto.
La mia è una religiosità da tre Ave Maria la sera
[...]. E recito anche l’Angelus [...]. La mia speranza nell’aldilà
potrebbe anche arrivare a questo punto [in risposta al suo interlocutore
— Sergio Quinzio — il quale aveva osservato che la
vecchina crede di vedere al di là della morte i propri
cari]. [...] Perché sono una vecchia bigotta. Quando recito
i Salmi sento soprattutto il risuonare di tutta la storia dei
martiri, dei santi, dei virtuosi, anche di Domenico Savio. E questo
mi commuove profondamente. Sulla Sindone leggo i pellegrinaggi,
la gente che ci è andata. È questa la storia della
Chiesa [...]. Per questo mi sento cristiano. Ammiro questa tradizione.
Credo troppo alla Chiesa come comunità per essere protestante:
non mi autorizzerei mai a fare un libero esame della Scrittura.
Io mi sento dentro alla comunità che mi ha trasmesso il
messaggio di Cristo e rispetto a questa mi sento responsabile» ›35.
E ancora: «Vero che sono arrivato a un punto della mia vita
in cui sembra ovvio, prevedibile, anche un po' banale, che uno
si riproponga la questione della fede. Riproporre: perché,
almeno per me, si tratta per l’appunto del ritorno di una
tematica [...] a cui sono stato legato nel passato ›36;
[...] non mi vergogno a dire che c’entra l’esperienza
della morte — di persone care, con cui avevo pensato di
percorrere un tratto di strada molto più lungo, in qualche
caso persone che mi ero sempre immaginato presenti accanto a me
quando mi fosse toccato di andarmene [...]. Forse, anche al di
là di questi incidenti, ciò che rimette in gioco,
a un certo punto della vita, la questione della religione ha a
che fare con la fisiologia della maturazione e dell’invecchiamento ›37;
[...] ho nei confronti della tradizione cristiana un complessivo
atteggiamento amichevole, fatto di riconoscenza, rispetto, ammirazione.
Non mi lascio scandalizzare dalle Crociate o dall’Inquisizione
[...]. Ho simpatia per la storia della santità cristiana,
per i martiri, le vergini, i confessori di cui parla, spesso in
termini leggendari, il breviario romano. Non è affatto
una tradizione di cui senta il bisogno di liberarmi, come non
sento alcun bisogno di liberarmi delle tracce, che spero consistenti,
della mia educazione cristiana e cattolica. Dalla quale ho imparato
a organizzarmi la vita, a fare l’esame di coscienza, a lavorare
seriamente (quando ci riesco), insomma a non disperdermi ›38
[...]; [...] Dunque quando prego — giacché lo faccio,
nella maniera più tradizionale, soprattutto recitando i
salmi e altre preghiere del breviario romano — sono consapevole
di non agire solo sulla base di una persuasione filosofica, ma
di andare invece un passo più in là ›39;
[...] Non rifiuto certo la consolazione. Lo Spirito Santo che
Gesù manda nella Pentecoste [...] è anche autentico
spirito di consolazione. La salvezza che cerco [...] non è,
dunque, una salvezza che dipenda solo da me, che dimentichi il
bisogno della grazia come dono che viene da un altro» ›40.
Di fronte a simili affermazioni — che reputiamo essere
estremamente impegnative sulla bocca di qualunque filosofo,
figuriamoci per un "nichilista postmoderno" come Vattimo
— anche il lettore più "spregiudicato"
sarebbe fortemente indotto a concludere che l'autore di Credere
di credere, a un dato momento della sua esistenza, abbia
«ceduto» al comprensibile, rispettabile e —
da sempre — molto diffuso "bisogno di trascendenza";
mentre per quanti non ignorano la biografia di Vattimo quelle
affermazioni potrebbero suonare come una meditata "resa"
del filosofo alla forza della propria educazione religiosa, nonché
come una pubblica riconciliazione col proprio passato (senza dimenticare
che dal punto di vista di un credente Vattimo, riproponendosi
la questione della fede, ha voluto in tal modo liberare
il proprio sentimento creaturale tanto a lungo combattuto). Così
come risulta difficile contestare questa pungente osservazione
a proposito della rinata sensibilità religiosa di Vattimo:
«Dateceli dai 5 ai 10 anni — diceva de Maistre, il
grande teorico della Restaurazione — e saranno nostri per
tutta la vita. Qualunque cosa facciano dopo, diventino pure atei,
rivoluzionari, anarchici, alla fine ci penseranno le normali,
umane, vicissitudini della vita — le malattie, l’avvicinarsi
della morte, la paura che l’accompagna — a riportarli
tra le braccia di chi, nell’infanzia, li aveva accuditi.
E Santa Madre Chiesa sarà lieta di riaccoglierli, mostrando
quanto illusorie fossero le illuministiche ambizioni di autonomia
e libertà che li avevano spinti ad allontanarsi» ›41.
Un’osservazione che appare anzi più che giustificata
(specie agli occhi di chi aveva seguito il percorso filosofico
e esistenziale di Vattimo, il suo scontro con la Chiesa e il suo
"pensiero debole", un pensiero incompatibile con l’idea
di una realtà trascendente che opera nella storia); ma
anche forse un po' scontata, se lo stesso Vattimo inizia
Credere di credere osservando: «Per molto tempo
mi sono alzato presto; per andare a messa, prima della scuola,
dell'ufficio, delle lezioni all'università. Così
potrebbe cominciare questo libro, magari aggiungendo il facile
calembour che si tratta di una "ricerca del tempio
perduto"».
Ora, sappiamo che Credere di credere è un libro
personalissimo: l’autore parla sempre in prima persona e
la sua vicenda personale costituisce il punto di partenza esplicito
di tante riflessioni; eppure non è la dimensione privata,
autobiografica, l’orizzonte entro cui si svolge tutto il
discorso. Leggere il libro in chiave sentimentalistica sarebbe
dunque fuorviante, oltre che impoverente. Invano poi si cercherebbe
nel testo un intento misticheggiante. Vattimo non si considera
un «vero credente»: da cattolico praticante-militante
quale fu in gioventù è diventato ora solo un «mezzo
credente» ›42. La sua riscoperta
del messaggio evangelico prescinde dai preambula fidei
della tradizione tomista. Il cristianesimo che egli ritrova non
ha dogmi e non implica alcuna fedeltà alla disciplina della
Chiesa; né può essere assimilato a tanto cristianesimo
tragico e apocalittico di oggi.
Il diritto di essere cristiani nonostante
la Chiesa
Come abbiamo visto nel paragrafo precedente, a un certo punto
della vita di Vattimo si afferma — sebbene in modo molto
meno diretto che da ragazzo e per nulla istituzionale
— la questione religiosa, e in particolare la riflessione
sulla verità del cristianesimo. Abbiamo anche
detto che sarebbe un errore confondere la "svolta religiosa"
di Vattimo con una "conversione" in senso classico:
nel suo caso infatti il ritorno al cristianesimo non genera ravvedimento,
né di vita né di pensiero ›43;
ed è ben lungi dal significare un "rientro all'ovile"
della Chiesa. In Credere di credere Vattimo parla di
una «scoperta» decisiva (vedremo in seguito di cosa
si tratta) che lo ha indotto a riaprire il dialogo con la tradizione
cristiana; da qui la possibilità, tra l'altro, di ristabilire
una continuità col proprio passato religioso. È
stato come «un ritorno a casa», dice apertamente il
filosofo che però subito aggiunge: «Anche se ciò
non significava, e non significa neanche ora, ritorno alla Chiesa
cattolica, alla sua disciplina insieme minacciosa e rassicurante»
›44.
Ridiventare cristiano non porta quindi Vattimo a riconciliarsi
con la Chiesa della sua giovinezza. Anzi, egli insiste molto sulla
necessità di distinguere nettamente l'insegnamento di Cristo
dall'insegnamento ufficiale della Chiesa, ritenendo il primo portatore
di una clamorosa novità che emancipa e il secondo difensore
di uno «scandaloso» tradizionalismo che opprime ›45.
Eppure c’è una Chiesa alla quale il cattolico —
ma non più militante — Vattimo crede e si
sente legato: è «la Chiesa concepita come comunità
di coloro che credono in Gesù Cristo, anche e soprattutto
se dando poca retta al Papa e ai suoi pregiudizi» ›46.
Qui Vattimo si riferisce in particolare al magistero di Wojtyla,
vera «pietra d’inciampo» per il filosofo: «E
mi scandalizzo quando il Papa mi impedisce di credere perché
dice delle cose che, secondo me, non stanno non solo in terra
ma neanche in cielo. [...] Se il Papa, appellandosi alla "legge
naturale", rifiuta il controllo delle nascite, in modo che
in Brasile sempre più bambini vengano al mondo per essere
poi ammazzati, oppure vieta l’uso del preservativo col rischio
di pigliarsi l’Aids — e trascuro altri aspetti che
mi riguardano più da vicino, come quando dice che l’omosessualità
è un disordine oggettivo — beh, io a una natura così
non ci credo. [...] Non vedo perché Dio dovrebbe essere
il custode del retto uso di certe parti del corpo. Ho sempre dato
l'8 per mille alla Chiesa; adesso ci penserò due volte:
non posso continuare ad essere insultato duramente. [...] Il Papa
crede di potermi escludere. Il Papa vuole costituire la Chiesa
come un esercito di conquista e non come una comunità di
gente che si vuole bene» ›47.
In generale, Vattimo ritiene che la predicazione ufficiale della
religione sia ancora afflitta da tante e tali superstizioni che
in molti casi genera persino irreligiosità. E ammette:
«Io stesso, se vado poco in chiesa, non è perché
non credo in Dio o soprattutto perché non ami Gesù
Cristo [...] ma perché certe volte mi sento dire delle
cose che mi fanno rabbrividire, mi fanno rizzare i capelli sulla
testa. E allora il mio parroco potrebbe dire: "Giusto, quello
che ti fa rizzare i capelli sulla testa, è la verità,
perché Dio è trascendente, quindi cosa credi?".
No, Dio è trascendente, ma devo pensarlo come un essere
razionale, non come un bizzarro zio di cui non so mai bene cosa
vuole. Quindi se cerco di rifiutare che Dio mi dica delle assurdità,
mi sembra di fare un complimento a Dio, non mi sembra di essere
un ribelle» ›48.
Vattimo avversa la Chiesa delle gerarchie, perché intenta
— a suo avviso — a mantenere una chiusura sul piano
dogmatico e disciplinare chiaramente contraria allo spirito del
Vangelo, ma anche perché continua a perpetuare arcaici
pregiudizi (per es. sul ruolo della donna o sulla sessualità)
in nome di una (metafisicamente delimitata) «natura
umana» alla quale aderire, pena il "disordine morale".
Ecco, con questa Chiesa il cristiano Vattimo non riesce
proprio a pacificarsi. Del resto, il rapporto di molti oggi con
la Chiesa è segnato dallo stesso disagio, che spesso sfocia
in delusione. Vattimo descrive bene questa esperienza: «Si
ritrova (l'interesse per) il cristianesimo e ci si volge ad ascoltare
l'insegnamento del Papa e dei vescovi; ma ben presto ci si allontana
di nuovo perché questo insegnamento non dice "parole
di vita eterna", crede di adempiere alla propria missione
riproponendo una visione rigida, e teoricamente ormai insostenibile,
della natura dell'uomo e della morale che ne deriverebbe»
›49.
Egli tuttavia esorta a non lasciarsi scandalizzare dalla Chiesa:
certo non nel senso in cui lo dicono confessori e direttori di
coscienza — e cioè che «anche questo scandalo
è una prova a cui Dio (ma non sarà sempre il Dio
paradossale, capriccioso e imprevedibile, della religione naturale?)
mi sottopone per accertare la purezza della mia fede» ›50
— bensì nel senso che non bisogna lasciarsi allontanare
dall'insegnamento di Cristo a causa di pregiudizi metafisici,
come «quelli dell’autoritarismo ecclesiastico che
fissano una volta per tutte il senso della rivelazione nella forma
di miti irrazionali ai quali dovremmo aderire in nome dell’assoluta
— metafisica e violenta — trascendenza di Dio»
›51.
Qual è allora il ruolo della Chiesa nella vita di Vattimo?
Che cosa significa per lui essere cristiano? In cosa consiste
— se ne segue una — la sua pratica religiosa? Domande
simili sconfinano evidentemente nel privato del filosofo; ma egli
non le evita, convinto com’è che quando il discorso
ha per oggetto la religione e la fede occorre «assumersi
il rischio di un impegno diretto e personale verso le esperienze
e i contenuti di cui si parla» ›52.
Alcuni passaggi di Credere di credere sono in proposito
particolarmente eloquenti. Leggiamoli: «Come mi comporterò
in concreto verso ciò che va sotto il nome di religione,
cristianesimo, fede e morale cristiana? Tornare alla pratica dei
Sacramenti? Frequentare la chiesa per la messa domenicale e ascoltare
le prediche? Farmi guidare dalle encicliche papali nel mio lavoro
di studioso di filosofia [...]? Confesso [...] che finora mi è
capitato di tornare in Chiesa, e non con spirito puramente formale,
solo in occasioni solenni e talvolta tristi: funerali di persone
care, ma anche battesimi e matrimoni; e qualche volta, per ragioni
prevalentemente "estetiche" (che mi guardo bene dal
distinguere e svalutare rispetto a quelle autenticamente
religiose) [...]. Non professo più il disprezzo [...] che
provavo da cattolico militante verso i "mezzo credenti",
appunto quelli che vanno in chiesa solo per matrimoni, battesimi,
funerali. Anzi mi pare che tutto quanto ho detto fin qui sia un'apologia
della figura del mezzo credente. Il titolo che ho voluto dare
a queste pagine intende esprimere proprio questa apologia ›53
[...]. Che cosa ritrovo, dunque, se e quando [...] ritrovo il
cristianesimo? Non sono certo messo di fronte a un patrimonio
di dottrina e di precetti chiaramente definiti, che risolverebbero
tutti i miei dubbi e mi indicherebbero chiaramente che cosa fare.
È vero che è con questa apparenza che la dottrina
cristiana, predicata a me dalla Chiesa cattolica, tende a presentarmisi;
sicché se non la ritrovo così sarebbe perché,
in fondo, non voglio ritrovarla nella sua verità. Ma questo
cristianesimo dogmatico e disciplinare non ha nulla da fare con
quello che io o i miei contemporanei "ritroviamo"; non
è in questa forma che l’insegnamento di Gesù
si mostra capace di richiamarci e di parlarci. È solo colpa
nostra, o questo fatto non dovrebbe anche far riflettere coloro
che si ritengono i depositari della verità della fede e
della missione di predicarla al mondo? Il cristianesimo che io
ritrovo, o che noi mezzo credenti di oggi ritroviamo, include
certo anche la Chiesa ufficiale; ma solo come parte di un evento
più complesso, che comprende anche la questione della reinterpretazione
continua del messaggio biblico ›54;
[...] non intendo affatto ritrovare il cristianesimo rimettendo
in ordine la mia vita in base alla morale cattolica ufficiale.
E soprattutto (per tornare sul piano della dottrina) non penso
che si tratti, per me (o per chi ha un itinerario analogo attraverso
la secolarizzazione moderna), di ritrovare le verità della
fede nella loro letteralità, così come spesso sono
ancora predicate dalla Chiesa. Sono persuaso [...] che se c’è
per me una vocazione a ritrovare il cristianesimo questa significa
anzitutto il compito di ripensare i contenuti della rivelazione
in termini secolarizzati — anche nel senso di "conformi
al secolo"; dunque in modi che non ripugnino alla mia, poca
o molta, cultura di uomo del mio tempo. Tutto il contrario del
tornare pentiti alla casa del padre (intesa come la disciplina
cattolica) disponendosi alla sottomissione e mortificando la propria
superbia intellettuale» ›55.
Come si vede, la "religiosità" di Vattimo non
consiste in precetti e non si appaga di riti. Di più: essa
è irrimediabilmente allergica a dogmi o a discipline imposte
da una autorità. Si potrebbe dire che Vattimo auspichi
una Chiesa senza Credo e senza Catechismo. Egli spera in una Chiesa
aperta e profondamente fraterna, finalmente libera da ogni tentazione
esclusivistica e integralistica. Vattimo fa suo «il sogno
romantico di una nuova religione che [...] sulle rovine del papato
e su quelle del protestantesimo settario costituisca una nuova
chiesa visibile che superi tutte le frontiere e "accolga
nel suo grembo tutte le anime assetate dell’ultraterreno"» ›56. «Quest’idea — afferma il filosofo — era rivolta soprattutto contro la Chiesa,
contro le chiese autoritarie» ›57.
Nel regno della libertà e della carità invocato
da Vattimo, vale lo spirito, non la lettera
della Scrittura ›58; e l'interpretazione
dei testi sacri non è più appannaggio del clero
ma appartiene a tutta la comunità ›59.
Non che Vattimo disconosca alla Chiesa (sebbene non con riferimento
esclusivo a quella cattolica romana ›60)
il ruolo di «veicolo della rivelazione» ›61.
Il punto per lui è che il cattolicesimo, pur avendo «sempre
riconosciuto, in linea di principio, che la rivelazione continua
e si arricchisce (ma fino a un certo punto) nella fede viva della
comunità, di fatto ha poi sempre ristretto di molto i confini
della comunità, identificando la chiesa con l’organizzazione
gerarchica guidata dal papa e dai vescovi e definita dal rispetto
della Scrittura», «delimitata in base al richiamo
alla lettera della Scrittura» ›62.
Egli sostiene invece che la Chiesa è importante «anche
e soprattutto come comunità di credenti che, nella carità,
ascoltano e interpretano liberamente, aiutandosi e dunque anche
correggendosi reciprocamente, il senso del messaggio cristiano» ›63.
Vattimo polemizza inoltre con «un certo neo-integralismo
cattolico che, una volta venuta meno la minaccia comunista che
obbligava a serrare le fila contro il totalitarismo ateo, senza
guardare troppo per il sottile circa l’accettabilità
degli "alleati", scopre che l’Occidente e il suo
modo di vita sono profondamente inconciliabili con l'essenza del
messaggio cristiano: Occidente è infatti sinonimo di consumismo,
edonismo, pluralismo babelico delle culture, perdita del centro
e oblio di ogni richiamo alla legge di "natura"»
›64.
A suo avviso, anche questo sempre più pressante richiamo
da parte della Chiesa alla «legge (che essa ritiene) "naturale"
— in tema di etica familiare, e più di recente in
tema di bioetica — [...] corrisponde a uno specifico modo
di concepire la figura della chiesa nel mondo: una struttura fortemente
organizzata in senso gerarchico, verticale, e in definitiva autoritario»
›65.
Egli si oppone a quella che considera appunto una «pretesa
autoritaria» (tipica non soltanto della Chiesa di Roma ma
delle chiese cristiane in generale), la difesa cioè di
«leggi e princìpi di carattere naturale, validi dunque
per tutti e non solo per i credenti» ›66.
Ma in tal modo — fa notare Vattimo — si predicano
tesi esplicitamente cristiane facendole valere come immutabili
leggi della natura. Si tratta, in fondo, delle stesse ragioni
per le quali il giovane filosofo torinese giunse alla rottura
con la Chiesa. Già allora infatti gli sembrava inaccettabile
l’idea che la morale potesse consistere nel rispetto della
legge naturale, idea che egli faceva discendere da una mentalità
metafisica da cui bisognava senz'altro affrancarsi. Come racconta
in Credere di credere, nel suo allontanamento dalla pratica
religiosa ebbe certamente un ruolo cruciale — accanto alla
sempre più nettamente sentita inaccettabilità razionale
dei dogmi cristiani — il rifiuto dell’etica predicata
dalla Chiesa, e specialmente l'insofferenza (peraltro assai diffusa,
oggi come allora) verso la morale sessuale cattolica. «La
ragione per cui la questione della legge di natura mi stava tanto
a cuore era un misto di problematiche filosofiche (avevo cominciato
a leggere Nietzsche) e personali. [...] Questa seconda (più
radicale?) ragione per cui mi importava il problema delle legge
naturale — e della metafisica che ne stava alla base —
era che nel frattempo avevo preso atto [...] di appartenere a
una minoranza sessuale [...]. Non riuscivo a credere allora, e
non credo certo adesso, che la condotta omosessuale sia intrinsecamente
disordinata [...]. Oggi più chiaramente di allora mi rendo
conto che l’orrore della Chiesa cattolica per l’omosessualità
è uno dei più evidenti residui superstiziosi che
la segnano, come sarebbe se predicasse ancora che esistono animali
impuri il cui contatto va evitato a ogni costo; o come è
l’antifemminismo di fondo che induce il Papa a rifiutare
l’idea del sacerdozio femminile, solo in base al fatto che
gli apostoli erano maschi [...], interpretato come provvidenziale
alla luce di una concezione metafisica della vocazione "naturale"
della donna... Ho preso a non andare più in chiesa quando,
da un lato, nello studio della filosofia ho incontrato sempre
più ragioni per considerare insostenibile la metafisica
"cristiana", e dall’altro sul piano personale
ho cominciato a cercare di costruirmi una vita sentimentale libera
dallo schema nevrotico di peccato e confessione. E poi, come potrei
appartenere a una chiesa il cui insegnamento pubblico mi considera
persona moralmente spregevole o al massimo, se accettassi questa
qualifica, un malato da curare, un fratello mostruoso da amare
ma da tenere nascosto? È vero che il problema dell’omosessualità
riguarda solo un gruppo determinato di persone, e una piccola
minoranza nella chiesa; ma per me, come per altri — penso
a come l’ha vissuta Pasolini — è diventata
anche la chiave di lettura di tutte le altre superstizioni della
Chiesa e, fuori dalla Chiesa, di tutte le forme di esclusione
sociale» ›67.
In un intervento in margine a Credere di credere, il
noto filosofo popperiano Dario Antiseri — che precocemente
(anche prima dello stesso Vattimo) aveva ravvisato e messo in
luce le possibilità religiose del pensiero debole ›68
— ebbe a osservare che «nei confronti della Chiesa
cattolica Vattimo oscilla tra amore e rabbia» ›69.
Di certo è questa l'impressione che si ricava dal libro ›70.
Ebbene, a distanza di oltre dieci anni non appare meno problematico
il rapporto tra Vattimo e la «sua» Chiesa. Infatti,
mentre da un lato egli continua a professare un altissimo rispetto
(associato a vera simpatia) per la tradizione cristiana,
una grande ammirazione per le virtù (quasi tutte) dei Santi,
nonché un profondo sentimento di responsabilità
verso la storia della Chiesa ›71,
dall’altro non si attenua la sua insofferenza verso tanti
aspetti della dottrina e dell'etica cattoliche. Anzi, per lui
«la storia stessa del Cristianesimo è la storia [...]
della dissoluzione degli elementi di violento naturale, di sacro
naturale che ci sono nella Chiesa. Tutte le discipline che si
sono dati i Cristiani nella tradizione hanno qualcosa di violento» ›72.
La rivelazione cristiana ha introdotto nel mondo qualcosa che
ci ha consentito anzitutto di «minare e alla fine dissolvere
numerose credenze che erano proprie delle religioni naturali»
ma che deve «consumare tutti gli elementi di violenza che
ci sono nelle tradizioni religiose», fino a «consumare
anche l’apparato chiesastico» ›73.
La Chiesa, però, potrebbe e dovrebbe essere diversa ›74.
Bisogna riconoscere, come fa René Girard ›75,
che Vattimo, in quanto si sente libero di giudicare la Chiesa,
condannando «quegli atteggiamenti che egli considera come
vestigia del passato, per esempio il rifiuto di ordinare sacerdoti
le donne, e la condanna delle pratiche omosessuali», finisce
col sembrare «uno di quei cattolici che i tradizionalisti
statunitensi chiamano "cattolici da caffè"»,
i quali «nella dottrina della Chiesa scelgono ciò
che più li aggrada e tralasciano il resto» ›76.
Si tratta — ammette Girard — di una «caratterizzazione
accurata» che «non è però in grado di
rendere lo spirito dei testi di Vattimo, spirito che è
interamente positivo e comporta un amore reale per la Chiesa»;
perché, a differenza dei cattolici risentiti, i quali «per
lo più sono cattolici sulla strada dell’abbandono
della Chiesa, [...] Vattimo è un cattolico sulla strada
del rientro» ›77. Ma dove,
nell’ovile della Chiesa ufficiale? Certo che no! —
anche se a Girard piace crederlo ›78.
Da quanto sinora visto dovrebbe risultare evidente che la Chiesa
a cui il "convertito" Vattimo si sente di aderire non
è sicuramente la Chiesa dei vescovi e del Papa; non è
la Chiesa dell’ortodossia, né quella dei miracoli;
non è la Chiesa compromessa — storicamente e ancora
oggi — con il potere politico; e non è neanche la
Chiesa che si crede l’unica depositaria della Verità
(su tutto: Dio, uomo, mondo) o la più illuminata, da sempre,
tutrice della moralità. Queste, semmai, sono tutte caratteristiche
di quella Chiesa nonostante la quale Vattimo ha potuto
ritrovare il cristianesimo. «La modernità»
— afferma il filosofo — «interpreta il cristianesimo
in termini di diritti individuali, libertà di coscienza,
tutte cose contro cui la chiesa ha sempre militato alla morte.
Come succede oggi. Ciò non toglie che per me l’autenticità
del cristianesimo sia il pensiero moderno-liberal-socialista-democratico,
alla faccia di tutti i papi e i cardinali» ›79.
Ciò che Vattimo rivendica, per sé e per ogni credente,
è «il diritto di ascoltare di nuovo la parola evangelica
senza dover per questo condividere le vere e proprie superstizioni,
in materia di filosofia e di morale, che ancora la oscurano nella
dottrina ufficiale della Chiesa» ›80.
Egli non esclude peraltro che questo suo rifiuto di qualsiasi
lettura fissa e autoritaria (nel senso visto sopra) dei testi
sacri non dipenda in fondo dalla sua eredità cattolica:
«Mi è stato insegnato che c’era prima il Vangelo
e poi il Denzinger e il suo Enchiridion symbolorum definitionum,
cioè la raccolta di tutte le definizioni dogmatiche attraverso
la storia. Forse sto solo riproducendo questa mia esperienza,
dicendo che la Chiesa, intesa come comunità, dev’essere
messa al posto del Denzinger!» ›81.
L’ecclesia, la comunità viva dei credenti,
è l’unica Chiesa di cui Vattimo si professi membro
›82.
Una fede debole e «ridotta»
Definire «in positivo» il credo di Vattimo non è
semplice. Sappiamo che egli è alieno da una fede metafisicamente
concepita; e che è per un Vangelo senza teologia. Ma cosa
significa, più in concreto, il suo «credere di credere»?
La risposta del filosofo è tanto candida quanto deludente:
«Se dico che credo di credere, in che cosa della dottrina
cristiana così come tutti l’abbiamo ricevuta credo
di credere? [...] Mi considero un mezzo credente anche perché
non riuscirei a rispondere in modo esauriente a questa domanda» ›83.
Se, come si è visto sopra, nei confronti della Chiesa Vattimo
nutre sentimenti contrastanti, nei confronti della tradizione
cristiana egli appare "disorientato" ›84,
oscillando tra un atteggiamento riguardoso, anzi di accoglienza
e a tratti romantico, ma allo stesso tempo illuministico e quanto
mai critico, come quando afferma che «dovremmo tutti rivendicare
il diritto a non essere allontanati dalla verità del Vangelo
in nome di un sacrificio della ragione richiesto solo da una concezione
naturalistica, umana troppo umana, e in definitiva non cristiana,
della trascendenza di Dio» ›85,
o come quando invita a ritrovare il cristianesimo ripensando i
contenuti della rivelazione in termini secolarizzati e conformi
alla cultura del nostro tempo ›86.
Vediamo allora nello specifico, seppur sommariamente, come si
pone Vattimo rispetto ad alcuni contenuti essenziali della tradizione
cristiana, a cominciare dal Credo e dal Pater noster, le cui parole
non hanno per lui il «suono realistico» che i fedeli
invece tradizionalmente attribuiscono ad esse ›87.
Sulla creazione egli dice: «Io non immagino nemmeno che
Dio abbia "creato" il mondo. Non vedrei nemmeno tanto
male l'idea che Dio viene dopo, come la ragione. Il mondo fisico
si produce dal Big Bang, o da qualcosa di simile. [...] Io comunque
lascio stare il Big Bang, penso a Dio solo come creatore del mondo
dello spirito» ›88. Al
contrario del maestro Pareyson — «con quel suo senso
devastante del peccato» ›89
— per Vattimo il peccato è soltanto una
occasione perduta di fare il bene, per disattenzione, frettolosità
e soprattutto mancanza di carità ›90.
Quanto all'Eucaristia, a suo avviso «nella "transustanziazione"
non c'è reale presenza, come invece sostenevano tutte le
teorie medioevali interessate ad appoggiare concezioni feticistiche
del sacramento eucaristico all'interno della Chiesa» ›91.
All’eternità dell'Inferno egli non può proprio
credere ›92; e del Paradiso dice
che «non può che essere un gioco» ›93.
La Bibbia, come oggi del resto (quasi) tutti concordano, non è
un manuale di cosmologia o di biologia, né di storia o
di antropologia; per Vattimo, però, «non è
nemmeno un manuale di teologia» ›94.
Occorre poi demitizzare i dogmi: «Non solo è (o:
deve essere) oggetto di secolarizzazione [...] la morale religiosa
tradizionale; anche la generale visione cristiana di Dio e dell'uomo
può affrontare tranquillamente un processo di demitizzazione
senza timore di sfigurarsi e di perdere l'essenziale [...]. Non
dovremmo più sentire nelle prediche domenicali l’espressione,
favorita da certi parroci colti, quello sciagurato di Kant
[...], per via del fatto che con la sua critica della ragione
ha reso impossibili, o almeno filosoficamente molto dubbie, le
tradizionali prove dell’esistenza di Dio come causa del
mondo» ›95. Va rivista
anche la tradizionale "lettura vittimaria" dell'Incarnazione:
non c’è nessun sacrificio espiatorio, nessun riscatto
pagato alla inesorabile giustizia divina per redimere un'umanità
decaduta; il vero peccato originale che Gesù è venuto
a sconfiggere è la violenza ›96.
Nella Provvidenza, infine, Vattimo ha sempre creduto; non sapendo
bene però «se la provvidenza è di dio o delle
cose in quanto tali» ›97.
Di nuovo, quali sono allora le «credenze» di Vattimo?
Ebbene, possiamo solo dire che sono pochissime, alquanto «sfumate»
e per di più non definitive. L’unica cosa che «resta»,
il principio che deve informare di sé tutto (vita e pensiero)
e a cui tutto si «riduce» (in primis i contenuti della
tradizione cristiana) è la caritas ›98.
«L’essenza della rivelazione [cristiana] ridotta alla
carità, e tutto il resto lasciato alla non definitività
delle diverse esperienze storiche, anche delle mitologie che di
volta in volta sono apparse come impegnative per le singole
umanità storiche. [...] Credo soltanto che Dio
ama e crea il mondo per amore, e che questo richiede in risposta
un impegno alla carità da parte delle creature? È
pur vero che anche nel Vangelo tutta la legge e i profeti si riducono
a due comandamenti: Ama Dio sopra ogni cosa e il prossimo
come te stesso ›99. Io personalmente
sono convinto che credo finché cerco di rispettare
la carità (cosa che non sempre riesco a fare... ›100)
[...]. Niente prove naturali di Dio, ma solo carità e,
certamente, l'etica. Io dico sempre che l'etica è semplicemente
la carità più le leggi del traffico. Io rispetto
le leggi del traffico perché non voglio far fuori il mio
prossimo, e perché devo amarlo. Ma pensare che passare
col rosso abbia qualcosa di innaturale è ridicolo. Se voi
pensate all'etica in senso cristiano, non può che essere
questo. Se no troverete sempre qualcuno che vi dice di conoscere
le leggi naturali meglio di voi. Ma qualcuno mi può chiedere:
in cosa credi, tu? Io sono un cittadino democratico,
l'unica cosa che devo salvare è la mia anima e la mia libertà.
La mia libertà vuol dire essere informato, convenire, fare
leggi su cui siamo d'accordo, rispettandoci vicendevolmente in
nome della carità. Lo so che non è facile, ma tutti
gli altri meccanismi hanno sempre condotto all'esistenza di autorità
che sapevano meglio di me cosa dovevo fare e che quindi mi imponevano
qualcosa» ›101.
A questo punto appare chiaro come di religioso —
almeno nella accezione tradizionale del termine — il cristianesimo
di Vattimo abbia davvero poco. D'altronde, esso non ha mai voluto
essere il contrario di così (si pensi all’eloquente
titolo dello scritto vattimiano più compiuto sul senso
e i «limiti» della propria ri-cristianizzazione: Dopo
la cristianità. Per un cristianesimo non religioso ›102). Ha ragione Girard di
dire che Vattimo sposa «le tendenze cosiddette progressiste
o liberali che sono diventate, dal Concilio Vaticano II, dominanti
quasi ovunque nella Chiesa cattolica», sottolineando che
«questa scelta ha radici profonde nel suo passato intellettuale
e religioso. Uno dei suoi primi libri è stato uno studio
di Schleiermacher, il padre fondatore del Protestantesimo liberale» ›103. Ci domandiamo invece se
e fino a che punto si possa parlare — come fa Girard —
della conversione di Vattimo in questi termini: «Nella vita
intellettuale dell’Europa la sua conversione è stato
un evento importante, perché lui appartiene a quel movimento
che è passato da Heidegger allo strutturalismo e poi al
decostruzionismo. E questo movimento è caratterizzato da
un atteggiamento di estremo ottimismo verso la storia. Per loro
la storia non ha molto significato. La parola chiave per definire
questa scuola potrebbe essere "gioco". Tutto è
ludico, è un gioco linguistico. [...] Questa scuola si
è proposta di rompere con l'idealismo tedesco, ma non di
decostruire la nostra civiltà o il nostro mondo. Ed è
molto bello il modo in cui Vattimo ha reagito a questo tipo di
atteggiamento» ›104. Di
sicuro possiamo però affermare questo, e cioè che
la conversione di Vattimo poggia su una «fede debole»
— secondo l’espressione che egli stesso adotta ›105.
Debole, come già il suo «pensiero» teorizzato
nel 1983, del quale è figlia diretta; ma — al pari
di questo — non certo nel senso di «poco importante» ›106. La debolezza che Vattimo
imputa, anzi rivendica, alla propria fede ha a che fare
con la consapevolezza dell’ineludibile storicità
del suo (e di ogni) parlare di Dio. Se il filosofo ha ritrovato
il suo rapporto col cristianesimo «accettando piuttosto
la fede delle vecchiette che la fede dei teologi», ciò
non è avvenuto «nel senso più tradizionalmente
spirituale del: Se non diventerete come bambini..., ma
riflettendo sul fatto che il vero linguaggio del cristianesimo,
ormai, era quello della tradizione vissuta e necessariamente consumata,
avviluppata con la storicità, piuttosto che il linguaggio
scientifico, o comunque rigoroso, della teologia» ›107.
Concludendo, possiamo affermare che la "conversione"
di Vattimo si esprime e concreta in una fede senza dogmi e senza
una teologia come scienza, una fede che ha nella caritas
— anziché nella veritas — la sua fonte
e il suo culmine. Perché il Vattimo «credente»
non cessa di vivere e pensare da filosofo nichilista postmoderno.
Note
- Cfr. P. Stagi, Un ritratto di Vattimo (alla luce di Pareyson),
in "Giornale di filosofia della religione"; G. Vattimo,
«Filosofia e cristianesimo», puntata de Il Grillo
(9 gennaio 1998), in EMSF, a cura della RAI.
- G. Vattimo (con P. Paterlini), Non essere Dio. Un’autobiografia
a quattro mani, Aliberti, Reggio Emilia 2006, p. 179.
- Cfr. in particolare, Dopo la cristianità. Per un
cristianesimo non religioso, Garzanti, Milano 2002; Il
futuro della religione. Solidarietà, carità, ironia,
in dialogo con R. Rorty, Garzanti, Milano 2005; Verità
o fede debole? Dialogo su cristianesimo e relativismo,
con R. Girard, Transeuropa, Massa 2006.
- Garzanti, Milano 1996. Notevole eco avrà da subito
questo libro-testimonianza di Vattimo nel dibattito filosofico
e pubblicistico sul rapporto tra relativismo e fede. Alla formula
vattimiana si richiameranno espressamente anche tanti non addetti
ai lavori. È il caso, per esempio, dell’attore
Vittorio Gassman e del politico Luciano Violante i quali, partecipando
sulle pagine del mensile liberal (rispettivamente nel n. 17
[agosto 1996] e nel n. 22 [gennaio 1997]) a un famoso confronto
tra credenti e non credenti — iniziato da Carlo Maria
Martini e Umberto Eco — sui valori fondativi dell’uomo
contemporaneo, fanno propria quella formula.
- «[...] grande esponente della filosofia cattolica “neoclasssica”,
aristotelico-tomista, di cui non condividevo le tesi teoriche,
ma a cui ero legato da affetto e ammirazione» (G. Vattimo,
Credere di credere, cit., p. 69).
- Cfr. ibid., pp. 68-70; Id., Dopo la cristianità,
cit., pp. 5-6.
- G. Vattimo, Dopo la cristianità, cit., p.
5. Di Credere di credere sono uscite presto varie traduzioni,
ma il titolo — che già in italiano suona paradossale
— «solo in spagnolo ha potuto essere mantenuto nella
sua originaria complessità (Creer que se cree).
Altre volte ha dovuto essere variamente modificato: Glauben
Philosophieren in tedesco; Belief in inglese;
Esperer croire in francese...» (ibid.).
- Ibid., p. 6.
- Ibid.
- Cfr. ibid., pp. 6-7.
- G. Vattimo, Credere di credere, cit., p. 7.
- Ibid., p. 99.
- Ibid., p. 100.
- F. D’Agostini, «Dialettica, differenza, ermeneutica,
nichilismo: le ragioni forti del pensiero debole», saggio
introduttivo a G. Vattimo, Vocazione e responsabilità
del filosofo, il Melangolo, Genova 2000, p. 41. Tuttavia
— come subito dopo sottolinea D’Agostini —
«non si è trattato propriamente di una forma di
compensazione reattiva, o di un allontanamento dalla filosofia,
ma del compiersi di un certo processo: io credo, del compiersi
naturale di un processo tipico di un certo tipo di filosofia
quale è quella praticata da Vattimo, e che è legittimo
chiamare, con un nome che evoca il tempo della fortuna del marxismo,
“teoria concreta”» (ibid.).
- Credere di credere, cit., p. 99.
- Saggista e pubblicista cattolico (1927-1996). «Fruitore»
insaziabile, «investigatore» profondo e commentatore
originale delle pagine bibliche (e della tradizione giudaico-cristiana
in generale), alieno da un’esegesi secolarizzante ma per
nulla sottomesso all’«ortodossia»; testimone
radicale di una fede salda ma non consolatoria, afflitta dalle
clamorose e laceranti ragioni del dubbio; portatore di una speranza
«apocalittica»; esponente di quel cristianesimo
tragico inviso a Vattimo. Eppure tra i due c’è
stato un importante sodalizio intellettuale: Vattimo infatti
annovera Quinzio («con le sue analisi della storia della
civiltà occidentale come prova del “fallimento”
del cristianesimo, se duemila anni dopo Gesù abbiamo
ancora potuto vedere l’Olocausto» e le sue riflessioni
sulla «pensabilità di un Dio non onnipotente, ma
in lotta, insieme all’uomo, per il trionfo del bene»
[di Quinzio saranno qui da ricordare almeno La croce e il nulla
e La sconfitta di Dio, entrambi editi da Adelphi rispettivamente
nel 1984 e nel 1992]) tra «gli autori che più hanno
pesato nel mio ritrovamento nichilista del cristianesimo, anche
se il suo modo di intendere il nesso tra cristianesimo e nichilismo
non coincide, alla fine, con il mio» (cfr. Credere
di credere, cit., pp. 25, 32-33, 65-66; cfr. anche R. Girard
- G. Vattimo, Verità o fede debole? Dialogo su cristianesimo
e relativismo, a cura di P. Antonello, Transeuropa, Massa
2006, p. 19). Scrive Umberto Galimberti a commento di un’affermazione
di Quinzio su quell’oggetto interno che è la propria
fede («Credo in Dio, credo tutto quello che la Rivelazione
biblica, sua parola, dice di lui, e lo credo nelle forme in
cui tale Rivelazione mi è stata proposta dalla tradizione
alla quale appartengo. Ognuno di noi, infatti, non ha altra
via per collegarsi alle origini» — in Mysterium
iniquitatis, l’ultimo libro di Quinzio): «La fede
non è una cosa, è una condizione dell’anima,
per cui discutere intorno alla fede è discutere di sé,
delle proprie radici antropologiche, psicologiche, delle proprie
modalità di vita, della propria identità. Per
questo le prove intorno all’esistenza o alla non esistenza
di Dio non spostano di una virgola la condizione esistenziale
di ciascuno di noi, le intime certezze, le radici della fede»
(U. Galimberti, Orme del sacro. Il cristianesimo e la desacralizzazione
del sacro, Feltrinelli, Milano 2000, p. 85). Ebbene, si
vedrà quanto ciò sia vero — e fino alle
più estreme implicazioni — anche per Vattimo.
- «Vattimo-Quinzio: il Dio che cerchiamo», intervista
a cura di C. Altarocca, in La Stampa, 20 marzo 1994.
- Credere di credere, cit., p. 7.
- Ibid., pp. 99-100. Eppure — confessa poi Vattimo —
«non posso non provare qualche simpatia per chi rifiuta
il discorso (troppo) diretto, e preferisce — come accade
anche a me, nel caso della liturgia — che delle cose della
fede si parli “in latino”, cioè con lo schermo
di una certa ritualità, di un linguaggio “monumentalizzato”
dalla tradizione e dunque anche capace di allontanare dalla
falsa verità del vissuto immediato. Riconoscendo sia
le ragioni dell’impegno personale e “testimoniale”,
sia quelle del distacco e della mediazione, non faccio che sottolineare
coscientemente (con la speranza di esorcizzarli) certi tratti
di imbarazzo che ho incontrato rileggendo il libro. Spesso ci
sono dei passi in cui l’“io” avrebbe voluto
essere — secondo una buona convenzione stilistica dei
saggi argomentativi — un “noi”; in altre pagine,
il “noi” che si è mantenuto deve forse leggersi
come un “io”» (ibid., p. 100).
- Sulle proprie «condizioni di scrittura» Vattimo
si sofferma anche in Vocazione e responsabilità del filosofo,
cit., pp. 110-113.
- Credere di credere, cit., p. 101.
- Vocazione e responsabilità del filosofo, cit.,
p. 110.
- Ibid., p. 111. E subito aggiunge, con autoironia: «Non
escludo che ciò mi conduca a scrivere in modo diverso
in futuro, e forse a lavorare in filosofia in modo diverso.
Non ne sono ancora del tutto sicuro perché in fondo intimamente
diffido della mia individualità, e di ciò che
è personale. Il pensiero debole indica anche per me una
certa ironia di fondo verso ogni enfasi soggettiva, verso tutte
le stilizzazioni, o le espressioni troppo private, sentimentali».
- Credere di credere, cit., pp. 100-101.
- Ibid., p. 101.
- Ibid.
- Cfr. ibid., p. 104. Quello, cioè, proprio
di Vattimo. È stato giustamente osservato che «“ermeneutica”
è una parola di successo che Gianni Vattimo ha introdotto
in Italia conferendole la dignità di un termine autonomo
che, per significare, non ha più bisogno di accompagnarsi
a un aggettivo: biblica, giuridica, letteraria, con cui sempre
l’ermeneutica nella sua storia si era presentata»
(U. Galimberti, «Una verità oltre la soglia dell’interpretazione»,
il Sole 24 Ore, domenica, 22 gennaio 1995). «Il pensiero
di Gianni Vattimo è indissolubilmente legato a quel fenomeno
fondamentale per la filosofia del Novecento che è comunemente
noto come “koiné ermeneutica”. La
filosofia dell’interpretazione non è soltanto il
quadro di riferimento nel quale la sua riflessione si muove,
ma è anche l’indirizzo al quale Vattimo ha concorso
in prima persona, consentendogli di ottenere — in Italia
e all’estero — tutta la risonanza culturale che
lo ha contraddistinto» (dalla «Presentazione»
dei curatori M. Cedrini, A. Martinengo e S. Zabala a G. Vattimo,
Opere complete, vol. I: Ermeneutica (t. 1),
Meltemi, Roma 2007, p. 9). In seguito avremo modo di vedere
come Vattimo intende l’assunto (che rinvia a
Nietzsche: «Non ci sono fatti, ma solo interpretazioni»)
e la vocazione dell’ermeneutica.
- Vocazione e responsabilità del filosofo, cit.,
p. 112.
- Ibid.
- Ibid., p. 113. Vattimo cita qui R. Rorty, La filosofia
dopo la filosofia. Contingenza, ironia, solidarietà,
tr. it. Laterza, Roma-Bari 1989, p. 150 e A. G. Gargani, «Introduzione
— La vita contingente», in ivi, p. XXIV.
- Più propriamente: alla fede cristiana cattolica.
Nel presente lavoro, tuttavia, non sempre si è ritenuto
necessario fare questa precisazione. Anzi, il più delle
volte è sembrato superfluo: non tanto perché i
termini cristiano e cattolico — almeno
da noi — sono tradizionalmente intesi come sinonimi (comunemente,
persino il termine credente indica chi professa il
cattolicesimo), quanto perché i contenuti del messaggio
evangelico sui quali verte la riflessione di Vattimo sono unanimemente
«affermati» da tutte le confessioni cristiane.
- La Bibbia infatti afferma che Dio è disgustato fino
alla nausea dalla condotta dei credenti che non sono «né
freddi né ferventi»: cfr. Apocalisse, cap. 3, vv.
14-16. Eppure — paradossalmente — Credere di
credere sarà un discorso a favore di questa categoria,
quella cioè dei «mezzo credenti», tra i quali
oggi Vattimo serenamente si annovera.
- Cenni di tali esperienze e incontri sono «disseminati»
in vari libri e interventi di Vattimo (da Credere di credere
a Vocazione e responsabilità del filosofo a
Dopo la cristianità. Per un cristianesimo non religioso
— tutti già citati; particolarmente utile in proposito
è l’intervista «Vattimo-Quinzio: il Dio che
cerchiamo», a cura di C. Altarocca, cit.). Un ricordo
più «ordinato» si trova nella recente autobiografia
Non essere Dio, cit.
- Vattimo aveva circa venticinque anni quando, per ragioni sia
filosofiche che personali (su cui ci soffermeremo più
avanti), ha abbandonato la Chiesa e ogni pratica religiosa;
ne aveva sessanta quando ha pubblicato Credere di credere.
- «Vattimo-Quinzio: il Dio che cerchiamo», intervista
a cura di C. Altarocca, in La Stampa, cit.
- Credere di credere, cit., p. 8.
- Ivi, p. 10.
- Ivi, p. 82.
- Ivi, p. 96.
- Ivi, p. 104. E non si può certo dire che col passare
del tempo Vattimo abbia modificato il tenore delle sue esternazioni
in fatto di fede e religione. Sebbene, come si vedrà
più avanti, il suo credo sia tutt’altro
che definito, nei dibattiti non disdegna di essere considerato
un interlocutore credente (cfr. P. Flores d’Arcais
- M. Onfray - G. Vattimo, Atei o credenti? Filosofia, politica,
etica, scienza, Fazi, Roma 2007). Parla della storia del
cristianesimo come di una storia «assistita dallo Spirito
Santo» (cfr. R. Girard — G. Vattimo, Verità
o fede debole? Dialogo su cristianesimo e relativismo, a cura
di P. Antonello, Transeuropa, Massa 2006, p. 8); nella fede
cristiana ravvisa speciali potenzialità benefiche
per l’umanità (cfr. ibid., pp. 33-36); e si sente
responsabile verso la storia della Chiesa: «[...] son
convinto che se esiste una ragione valida nell’etica è
per fedeltà a quelli che sono venuti prima di me, a quelli
che verranno dopo, e quindi anche la storia e la tradizione
dei santi. Non posso buttarli via perché sono l’unica
cosa che ho. Sono gli strumenti di bordo, come la sacra scrittura
e gli insegnamenti della Chiesa. Con l’idea che questi
siano una torcia della staffetta che devo portare avanti e devo
consegnare a quelli che vengono dopo di me. Non posso tenerla
da parte o seppellirla come i talenti» (ibid., p. 22;
cfr. anche pp. 16-17).
- A. Massarenti, «Penso debole, dunque cattolico»,
Il Sole-24 Ore Domenica, 3 marzo 1996 (una delle prime —
e più articolate — recensioni di Credere di
credere).
- Cfr. qui la nota 32.
- Tutto il contrario di ciò che implica la conversione,
ossia una sorta di torsione del nous, un cambiamento
di mentalità — come esige il verbo greco della
conversione (metanoéo: cfr. Vangelo secondo
Matteo, cap. 3, v. 2; Vangelo secondo Marco, cap. 1, v. 15)
adoperato dallo stesso Gesù nella sua prima predica pubblica
(cfr. B. Gillièron, Lessico dei termini biblici, Elledici,
Leumann (TO) 1992, voce «Convertir(si)», pp. 55-56).
- Credere di credere, cit., p. 32; cfr. pp. 31 e 63.
- Cfr. ibid., pp. 57-59 e Non essere Dio, cit., pp.
181-182.
- Credere di credere, cit., p. 97.
- «Vattimo-Quinzio: il Dio che cerchiamo», intervista
a cura di C. Altarocca, in La Stampa, cit.
- G. Vattimo, «Filosofia e cristianesimo», puntata
de Il Grillo (9 gennaio 1998), in EMSF, a cura della RAI.
- Credere di credere, cit., p. 59. Né il fatto
— risaputo — che la pratica pastorale dei confessori
sia, rispetto all’etica predicata dalla Chiesa, infinitamente
più tollerante dovrebbe orientare verso una devozione
ipocrita. Per quanto dolorosa e scomoda, appare più autentica
la scelta di rimanere fuori della (o allontanarsi dalla) Chiesa
qualora non ci si voglia piegare alla sua disciplina. E Vattimo
è di questo avviso: «Resta comunque imbarazzante,
e in contrasto con ogni dignità, coerenza, trasparenza
personale, la posizione di chi frequenta la chiesa e non intende
affatto abbandonare la vita “di peccato” in cui,
secondo l’insegnamento ecclesiastico ufficiale, vive»
(ibid., pp. 70-71).
- Ibid., p. 59.
- Ibid., p. 56.
- Ibid., p. 99. È questo — come abbiamo visto sopra
— il senso della scelta di Vattimo di scrivere in
prima persona, a partire appunto dal suo personalissimo
Credere di credere.
- Ibid., pp. 68-69.
- Ibid., pp. 57-58.
- Ibid., pp. 75-76.
- Dopo la cristianità, cit., p. 38.
- R. Rorty - G. Vattimo, Il futuro della religione. Solidarietà,
carità, ironia, a cura di S. Zabala, Garzanti, Milano
2005, p. 74. Vattimo qui allude in particolare al «famoso
frammento conosciuto come Ältestes Systemprogramm des
Deutschen Idealismus di Hegel, Hölderlin e Schelling»,
dove si annuncia una nuova religione — una «religione
sensibile» — che preparerà l’avvento
di un regno della libertà (cfr. pure G. Vattimo, Dopo
la cristianità, cit., p. 36). L’eredità
dei romantici — specie di Novalis e Schleiermacher —
pesa non poco nella riflessione religiosa di Vattimo. Ne parleremo
ancora in seguito.
- «Voglio interpretare la parola evangelica come Gesù
stesso ha insegnato a fare, traducendo la lettera spesso violenta
dei precetti e delle profezie in termini più conformi
al comandamento supremo della carità» (Credere
di credere, cit., p. 76). Facendo proprio il detto paolino:
«Littera occidit, spiritus vivificat» (Seconda lettera
ai Corinzi, cap. 3, v. 6), Vattimo depreca l’uso letteralista
e legalista della Scrittura che ancora vige nelle Chiese, un
uso che in definitiva impedisce di cogliere il senso vivificante
del messaggio evangelico nella sua totalità (cfr., in
particolare, G. Vattimo, Dopo la cristianità,
cit., pp. 47-59, 65, 87). Solo lo spirito libera; la
lettera — cioè il precetto, la legge scritta,
esteriore — può invece essere strumento di condanna
e di morte. Va comunque ricordato che secondo l’esegesi
— per così dire — «autorizzata»
le parole di Paolo non esprimono né un’opposizione
tra la lettera di un testo e il suo spirito, né una svalutazione
della Scrittura in favore di una libera religione dello spirito
fondata su esperienze personali (cfr. la nota al passo in questione
nella Bibbia di Gerusalemme, Dehoniane, Bologna 1990
9a ed. e nel Nuovo Testamento annotato, 4 voll., Claudiana,
Torino 1965-1974).
- Dopo la cristianità, cit., p. 37.
- Verità o fede debole?, cit., p. 60.
- Dopo la cristianità, cit., p. 12.
- Ibid., p. 87. «Una lettura più spirituale del
testo biblico, e in generale dei dogmi cristiani, sembra del
resto oggi richiesta [...] anche per rendere possibile il dialogo
ecumenico delle chiese cristiane tra loro e con le altre religioni.
[...] Il riconoscimento della verità delle altre religioni
[...] richiede uno sforzo intensificato per sviluppare la lettura
spirituale della Bibbia e anche di tanti dogmi della tradizione
ecclesiastica, [...] a costo, ovviamente, di indebolire le pretese
di validità letterale dei testi e la perentorietà
dell’insegnamento dogmatico delle chiese» (ibid.,
p. 52).
- Ibid., p. 12. Vattimo afferma la necessità di una interpretazione
personale della Scrittura che però non ignori
— lo impone proprio la caritas — «le
molteplici storie che ci sono tramandate e di cui siamo eredi,
almeno in quanto costituiscono la nostra provenienza»
(Credere di credere, cit., p. 82). «Non posso»,
dice ancora il filosofo, «non riconoscere che i testi
sacri a cui mi riferisco e che voglio interpretare mi sono trasmessi
solo da una certa tradizione vivente, che su questa base può
anche rivendicare il diritto di insegnarmi come interpretarli.
[...] Ciò che non mi sembra accettabile è che
si identifichi senz’altro la tradizione della Chiesa con
l’insegnamento del Papa e dei vescovi (anzi, nell’ultimo
secolo, solo del Papa). Voglio dire che il limite rappresentato
dal principio di carità, che deve guidare l’interpretazione
secolarizzante del testo sacro, prescrive bensì un ascolto
caritatevole della tradizione; ma questo ascolto è rivolto
alla comunità viva dei credenti, non ristretto all’insegnamento
ex cathedra della gerarchia ecclesiastica. È
fin troppo ovvio che un simile ascolto non fornisce principi
dogmatici netti come le definizioni del papa e dei concili;
delle quali, anche, penso ovviamente che si debba tener conto.
Ma il rapporto con la tradizione viva della comunità
dei credenti è assai più personale e rischioso,
fa parte di quel dovere complessivo di reinterpretare personalmente
il messaggio evangelico con cui si identifica il compito del
credente» (ibid., pp. 88-89).
- Dopo la cristianità, cit., p. 76.
- Ibid., pp. 122-123.
- «Le dispute che in molti paesi del mondo si stanno sviluppando
sulle problematiche della bioetica» — scrive ancora
il filosofo — «sono il terreno su cui più
fortemente si fa valere la pretesa della chiesa di parlare in
nome dell’umanità e non in nome di una rivelazione
positiva. Con la conseguenza che, molto probabilmente, si preparano
altri “casi Galileo” e altri scontri tra autorità
ecclesiastica e mondo contemporaneo, motivati solo dalla pervicace
fedeltà della chiesa a contenuti di una cultura che è
bensì più antica e abituale, ma non ha alcun titolo
per essere considerata la verità eterna» (Il
futuro della religione, cit., pp. 51-52).
- Credere di credere, cit., pp. 71-73.
- Nel libro Le ragioni del pensiero debole. Domande a Gianni
Vattimo (Borla, Roma 1993). È sempre vivo il dibattito
tra i due filosofi, i quali di recente si sono confrontati anche
su scottanti problematiche di bioetica in D. Antiseri - G. Vattimo,
Ragione filosofica e fede religiosa nell’era postmoderna,
Rubbettino, Soveria Mannelli 2008.
- D. Antiseri, «Un cristianesimo prêt-à-porter?»,
liberal, n. 14 (maggio 1996), p. 57.
- Se si considerano soprattutto le pp. 71, 82-83 e 97 di Credere
di credere, si direbbe che — malgrado decenni di
fortissimo dissenso — non sia mai stato tagliato il cordone
ombelicale con la madre Chiesa.
- Verità o fede debole?, cit., pp. 16 e 22.
- Ibid., p. 8.
- Cfr. ibid., pp. 8 e 9. Perché, chiarisce subito dopo
Vattimo: «Se l’ortodossia cattolica dichiara che
non si può abortire, non si può divorziare, non
si può sperimentare sugli embrioni, e via discorrendo,
questo non è un permanere di una certa violenza della
religione naturale dentro il quadro di una religione storico-positiva
che ha svelato soltanto l’amore? Gesù Cristo è
venuto al mondo per svelare che la religiosità non consiste
nei sacrifici ma nell’amare Dio e il nostro prossimo.
Tutte le cose che nella Chiesa non si riducono a questo, non
saranno ancora religione naturale e vittimaria?». Ancora
un esempio: «Una signora anglicana una volta mi ha detto:
“Ma sai che noi siamo separati solo perché Enrico
VIII si è risposato? Ma possibile che abbiamo ancora
queste fisime?” Quando il Papa incontra il Dalai Lama
è preoccupato che quel poveretto andrà all’inferno
perché non è cattolico? [...] Nelle chiese [...]
non ci vedo altro che degli apparati che probabilmente hanno
i loro motivi per pensare che le donne non possono diventare
preti. La carità c’entra col fatto che le donne
non possono diventare preti? No. E allora? È solo una
questione di tempi storici. All’epoca di Gesù le
donne non erano avvocati, ingegneri, ma anche gli apostoli non
erano polacchi (o tedeschi), però erano sposati, pescatori,
esattori delle imposte, e il papa non è né sposato
né ha mai fatto il pescatore» (ibid., p. 21).
- Essa — accusa Vattimo — invece di emanciparsi
finalmente dalla propria struttura disciplinare e dogmatica,
preferisce ancora enfatizzare il fatto che esiste un Dio (padre
e non madre, uno e trino...), che saremo puniti, che è
immorale l’uso del profilattico anche in tempi di AIDS
o che esiste una sessualità «naturale». Quest’ultimo
punto riveste per il filosofo un’importanza particolare:
«Per un verso, è sempre di cattivo gusto rimproverare
alla chiesa di essere contro gli omosessuali, perché
è come appiccicarle un’etichetta; tuttavia, la
critica dell’atteggiamento naturalistico è un punto
importante» (Il futuro della religione, cit.,
pp. 86-87). Egli giunge ad affermare che l’istituzione
Chiesa rappresenta un ostacolo alla predicazione del messaggio
cristiano: «Ho l’impressione che oggi il cristianesimo
sia odiato a causa dei preti. Non trovo alcuna spiegazione del
fatto che qualcuno non accetti la predicazione di una religione
dell’amore, della carità, del pathos e
della misericordia. Questo è il mistero del
primo capitolo del Vangelo secondo Giovanni: “I suoi non
l’hanno accolto”. Ma perché è così
difficile predicare il cristianesimo? Credo sia colpa della
chiesa; non semplicemente a causa della ricchezza del papa o
della corruzione dei preti pedofili nelle chiese americane,
ma a causa della forza eccessiva della sua struttura»
(ibid., p. 74).
- Critico letterario e antropologo francese, cattolico, stimatissimo
interlocutore nonché amico di Vattimo. A Girard si deve
una delle più significative interpretazioni novecentesche
delle figure del sacro (cfr. U. Galimberti, Orme del sacro.
Il cristianesimo e la desacralizzazione del sacro, Milano
2000, pp. 31-34). Come si vedrà in seguito, è
uno degli autori che più hanno pesato nella «ri-cristianizzazione»
del filosofo.
- Verità o fede debole?, cit., p. 77. Ma di
ciò Vattimo non sembra per nulla preoccupato: «Molti
mi accusano di essermi ritagliato un cristianesimo come piace
a me. E allora? Dovrei vivere secondo una religione che mi dispiace?
È vero, ho vissuto la religione negli ultimi decenni
soprattutto come un tranquillizzante, un calmante. Che c’è
di male?» (Non essere Dio, cit., p. 193).
- Ibid.
- Vattimo — dice Girard — ha voluto riavvicinarsi
alla «Chiesa della sua giovinezza», e ha potuto
farlo anche perché «la Chiesa di oggi è
diversa da quella che egli lasciò. Molte cose sono cambiate
dal Concilio Vaticano II, forse non così radicalmente
come si potrebbe desiderare, ma in modo sufficiente da giustificare
il suo riorientamento». Di più: il filosofo del
pensiero debole «potrebbe non essere così estraneo
all’ortodossia come suggerisce il suo linguaggio. I suoi
libri recenti tendono ad attribuire quegli aspetti della Chiesa
che egli critica, a ragioni storiche, alla prolungata incapacità
dei pagani cristianizzati di rinunciare alla violenza del sacro,
incorporato nelle religioni arcaiche che lui chiama “naturali”»
(cfr. ibid., pp. 76-78). Alquanto approssimativa risulta in
proposito anche un’affermazione del filosofo Richard Rorty
— neopragmatista e anticlericale, un altro grande interlocutore
nonché amico di Vattimo — secondo la quale in Credere
di credere Vattimo «ha utilizzato la propria preparazione
e abilità filosofiche per sostenere la ragionevolezza
di un ritorno alla religiosità dell’età
giovanile» (in Il futuro della religione,
cit., pp. 37-38 [corsivo nostro]).
- Non essere Dio, cit., p. 182. È stato giustamente
osservato che quella di Vattimo è «una battaglia
non solo filosofica ma esistenziale, nel senso che la sua vicenda
personale s’impone come un tentativo di conciliare la
tradizione cattolica da cui lui stesso proviene e con cui si
sente in debito culturale e morale, insieme col progetto d’emancipazione
politica a cui sta dedicando ormai da tempo parte della propria
attività: una battaglia che ha come uno dei nuclei caratterizzanti
la lotta in favore della differenza sessuale, e che incontra
come uno degli ostacoli principali proprio le resistenze della
Chiesa su temi quali l’esercizio della sessualità
— di cui, secondo Vattimo, non dovrebbe affatto occuparsi»
(P. Antonello, «Introduzione», in Verità
o fede debole?, cit., p. XVII).
- Credere di credere, cit., p. 76.
- Verità o fede debole?, cit., p. 60.
- In questo riferimento alla Chiesa come semplice assemblea
dei fedeli e come libera comunità spirituale c’è
la ripresa di un atteggiamento tipicamente protestante, che
si richiama alla concezione della Chiesa nei primi tempi del
cristianesimo.
- Credere di credere, cit., p. 77.
- Questo suo «disorientamento» non costituisce un
limite al suo «credere», ma è insito nella
sua nuova esperienza della fede (cfr. ibid., p. 79).
- Ibid., p. 51.
- Ibid., pp. 75-76.
- «[...] il Credo è anche e soprattutto un “simbolo”
di valore esterno, in cui si riconoscono i membri di una comunità,
una specie di parola d’ordine, di “tessera”
destinata a funzionare come un segno di riconoscimento. Certo,
se si pensa a come la storia della cristianità sia stata
segnata anche da lotte sanguinose intorno a un singolo termine
del Credo, a una singola parola della Scrittura, la mia posizione
sembra irrealistica; ma forse potrebbe trovare proprio qui una
sua giustificazione, nel senso che orienterebbe a capire, anzitutto,
che non bisogna considerare le parole della Scrittura come qualcosa
intorno a cui ci si può scontrare ed eventualmente scannare.
[...] Se recito il Credo, o anche se prego, le parole che uso
non hanno per me il suono realistico che i sostenitori di una
fede concepita metafisicamente pensano di dover loro attribuire.
Così se chiamo Dio “padre” caricherò
questo termine di un insieme di riferimenti che hanno da fare
con la mia esperienza storica ma anche con la mia biografia,
e che non ignorano la problematicità dell’attribuire
alla divinità caratteri umani e per giunta legati a un
certo modello di famiglia. Se penso a tutte queste cose, certo,
non so più bene che cosa dico quando recito il Pater
noster. [...] Nell’uso del termine padre rimarrà
soltanto quello che Schleiermacher chiamava il puro sentimento
della dipendenza? Probabilmente sì [...]» (ibid.,
pp. 78-79; cfr. anche Verità o fede debole?,
cit., p. 34).
- In Atei o credenti?, cit., p. 45.
- Non essere Dio, cit., p. 177.
- «“Non ho quasi nessun senso del peccato. [...]
Non dico che il peccato non ci sia [...]. Ma il peccato è
la mia finitezza, la mia povertà, il fatto che certe
volte sono costretto a sparare contro uno che mi viene contro
con un fucile. Il peccato è come un’esclamazione:
‘Porca miseria, guarda in che stato sono, ché devo
fare anche certe cose!’. [...] Il peccato è la
violenza”». Questo affermava Vattimo nella già
citata intervista a due voci, insieme a Quinzio, raccolta per
La Stampa da C. Altarocca. Sulla questione torna in Credere
di credere, precisando: «Certo, è forse esagerato
dire, come mi è capitato di fare in qualche discussione,
che per me l’unico senso cristiano della parola peccato
è quello esclamativo, come quando si dice “Che
peccato” per rimpiangere un’occasione perduta, un’amicizia
che è finita, e in genere (per estensione) la finitezza
di tutto ciò che vale e a cui ci sentiamo attaccati.
[...] Non accadrà di quello che noi chiamiamo peccato
quello che si è verificato a proposito delle tante prescrizioni
rituali che erano contenute nel Vecchio Testamento, e che Gesù
ha messo fuori gioco come provvisorie e non più necessarie?
[...] Che cosa impedisce di pensare che anche gli altri peccati,
che noi ancora crediamo tali, siano destinati un giorno a svelarsi
nella stessa luce? La resistenza contro questo pensiero è
tutta legata all’idea che ci siano peccati definibili
come tali in base a una legge naturale, appunto in base a una
visione metafisica di essenze. Ma questa visione metafisica
non è altro che l’assolutizzazione di qualche visione
del mondo storicamente determinata, rispettabile come ogni prodotto
culturale umano (per amore del prossimo), ma non più
che questo» (Credere di credere, cit., p. 91).
Se tutti abbiamo bisogno di perdono — scrive ancora Vattimo
— non è «perché abbiamo violato sacri
principi metafisicamente sanciti, ma perché abbiamo “mancato”
nei confronti di chi dovevamo amare — Dio stesso forse
(che però non si identifica con la legge naturale, come
tanto spesso ci hanno detto), e il prossimo sotto le cui vesti
egli si presenta a noi. Il significato (esclusivamente) esclamativo
del termine peccato, se lo guardiamo così, non è
poi tanto inaccettabile e tanto lontano da quello che possiamo
cristianamente pensare» (ibid., p. 94). Più recentemente,
dialogando con Girard, ha detto: «C’è una
violenza, all’origine della storia, che è l’autoritarismo,
il non rispettare l’altro come me, non volergli bene.
Tutto questo è l’origine del male. Io non so adesso
se il peccato originale esista, ma quello che credo si debba
fare tutti è ridurre la violenza più che riconoscerla»
(Verità o fede debole?, cit., pp. 26-27). «L’unico
senso della parola peccato» — si legge nella sua
autobiografia — «è questo: “Oh, che
peccato”. Cioè: ogni lasciata è persa. Ma
anche ogni lasciata è persa nel fare del bene: non ho
fatto attenzione a quel tale che mi chiedeva qualcosa, non l’ho
aiutato. Ma niente che sia male oggettivamente. [...] Mi sono
fatto l’idea che l’unico vero peccato è la
mancanza di ascolto dell’altro, la mancanza di carità.
L’unico vero peccato è quando non faccio attenzione»
(Non essere Dio, cit., p. 189).
- Il futuro della religione, cit., p. 72.
- Cfr. l’intervista «Vattimo-Quinzio: il Dio che
cerchiamo», a cura di C. Altarocca, in La Stampa, cit.
- «Il fine della nostra vita è un fine estetico
e non può essere un fine etico. Anche se l’etica,
nel frattempo, conta moltissimo. “Nel frattempo”
vuol dire il rispetto degli altri piuttosto che il rispetto
di norme oggettive» (in Verità o fede debole?,
cit., p. 19). Nella prospettiva vattimiana, la salvezza di cui
parla la rivelazione ebraico-cristiana viene pensata più
con i caratteri della «leggerezza» che della «giustizia»,
nel senso che la salvezza «si configura come un alleggerimento
e un indebolimento delle strutture “pesanti” entro
le quali l’essere si è “dato” nel passato
della civiltà umana. [...] La frase evangelica in cui
Gesù promette agli apostoli che, nella vita eterna, siederanno
su dodici troni e giudicheranno le tribù di Israele non
va intesa, probabilmente, in termini giudiziari, ma ancora una
volta in termini “estetici”: la vita eterna, cioè,
non è altro che una “perfetta” fruizione
dei significati e delle forme spirituali che la storia dell’umanità
ha prodotto e che costituiscono il “regno” dell’immortalità.
Avvicinarsi a questa vita, fin da ora, significa realizzare
le condizioni per una sempre più perfetta fruizione estetica
dei significati; anche l’attuazione di ordinamenti storici
“giusti” ha solo questo scopo» (Dopo la
cristianità, cit., pp. 57-59).
- «Se [la Bibbia] ci dice che Dio è padre, noi
ormai non ci scandalizziamo più se diciamo che Dio è
anche madre, zio o parente prossimo. Perché mai dovremmo
pensarlo come padre?» (in Verità o fede debole?,
cit., p. 20). In quanto «mitica», l’immagine
di Dio che il Testo Sacro ci consegna non va assolutizzata (cfr.
ibid., p. 36); per molti versi va anzi rifiutata: «“Dice
l’Antico Testamento: ‘O Babilonia, beato colui che
sbatterà i tuoi bambini contro il muro’. Voglio
prender sul serio questo Dio qui? Se Dio davvero fosse uno che
ispira queste parole a cui devo ancora attribuire un senso letterale,
ebbene, grazie no, non è il mio Dio. Però trovo
nel Nuovo Testamento sufficienti ragioni per pensare che quelli
erano dei modi di dire. [...] Io sostengo che Cristo è
venuto a interpretare in maniera meno giustizialistica, meno
drammatica, il contenuto dell’Antico Testamento. Cristo
segna il passaggio da un mondo a un altro. Pensare che ci sia
uno sviluppo dell’interpretazione, nel senso di una maggiore
spiritualità dei significati nella Scrittura, questo
credo sia abbastanza cristiano”» («Vattimo-Quinzio:
il Dio che cerchiamo», intervista a cura di C. Altarocca,
in La Stampa, cit.). E poi: «Davvero è impossibile
ascoltare l’insegnamento di Gesù se non si ammette
che Dio sia, dimostrabilmente, la causa dell’esistenza
del mondo fisico? Certo, la Bibbia chiama Dio creatore e Padre.
Ma se è per questo lo chiama anche pastore; e gli attribuisce
anche tanti atteggiamenti da Dio “guerriero”, e
gli fa condividere l’odio di Israele per i nemici, che
talvolta Egli comanda di sterminare» (G. Vattimo, Credere
di credere, cit., p. 55). Il Dio giudice che emette —
ovviamente secondo perfetta giustizia — sentenze di morte
eterna e che dovrebbe sentirsi appagato di vedere fosse pure
una minoranza (ma il Vangelo — lo sappiamo bene —
assicura che sarà la maggioranza: infatti «pochi
sono gli eletti» e «pochi sono quelli che entrano
per la porta stretta») dei propri figli, per quanto ribelli
e peccatori, soffrire all’Inferno... Ecco, dice Vattimo,
«se questo è Dio, tenetevelo! Questo è proprio
il dio che Gesù ha voluto smentire quando ha detto: “Non
vi considero servi ma amici”; “Sarete con me nel
mio regno”» (in R. Girard — G. Vattimo, Verità
o fede debole?, cit., p. 20).
- Credere di credere, cit., pp. 54-55. Bisogna ragionare
«prescindendo dai pregiudizi metafisici (che credono di
poter stabilire una volta per tutte l’esistenza e gli
attributi essenziali di Dio, facendone poi discendere anche
i principi della legge “naturale” giù giù
fino alle più minute prescrizioni riguardanti la vita
individuale e sociale, e sì, fino al divieto dei profilattici...)
[...]» (ibid., p. 66).
- Afferma Vattimo, sulla scorta dell’antropologia di Girard:
«[...] la teologia cristiana perpetua il meccanismo vittimario
concependo Gesù Cristo come la “vittima perfetta”,
che con il suo sacrificio di valore infinito, come infinita
è la persona umano-divina di Gesù, soddisfa pienamente
il bisogno di giustizia di Dio per il peccato di Adamo. Girard
sostiene, con buone ragioni secondo me, che questa lettura vittimaria
della Scrittura è sbagliata. Gesù non si incarna
per fornire al Padre una vittima adeguata alla sua ira; ma viene
al mondo proprio per svelare e perciò anche liquidare
il nesso tra violenza e sacro. Viene messo a morte perché
una tale rivelazione risulta troppo intollerabile all’orecchio
di un’umanità radicata nella tradizione violenta
delle religioni sacrificali. Che le chiese cristiane continuino
a parlare di Gesù come vittima sacrificale attesta soltanto
la sopravvivenza di potenti residui di religione naturale nel
cuore stesso del cristianesimo» (ibid., p. 29).
- Non essere Dio, cit., p. 11.
- Riecheggia in questa posizione il celebre elogio paolino della
carità cristiana (agápe) conservato nella
Prima lettera ai Corinzi (cap. 13), un vero e proprio inno alla
più eccellente delle virtù, l’unica che
«non avrà mai fine». Ora, non costituisce
certo una novità (si pensi, per esempio, alle istanze
della teologia liberale) «ridurre» il messaggio
cristiano alla sublime — non demitizzabile — norma
della carità, invocando una lettura dei Vangeli non pregiudicata
né dall’ortodossia dogmatica né dalla tradizionale
cornice metafisica assolutizzante (dal punto di vista esegetico
e teologico rappresenta, tra l’altro, un’operazione
troppo semplificatrice); ciò che invece importa qui è
indagare la via filosofica attraverso la quale Vattimo
perviene a tale «riduzione». È quanto proveremo
a fare in seguito.
- Credere di credere, cit., pp. 78-79. Quale valore,
quale verità riconosceremo allora alle storie
narrate nella Bibbia e alle relative interpretazioni prodotte
nei secoli dalla spiritualità cristiana? «La rivelazione
biblica, con tutto il suo carico di miti, è diretta solo
al nostro ammaestramento, e il senso di questo è appunto
l’amore di Dio e l’amore del prossimo. [...] Le
storie e i miti della Bibbia hanno lo stesso senso dell’incarnazione
e, prima ancora, della creazione, almeno se li si guarda dal
punto di vista della fede cristiana. Sono modi attraverso cui
l’essere divino si comunica fuori di sé, riducendosi
e abbassandosi per amore. Anche questo, naturalmente, è
un mito, è la “spiegazione” cristiana della
storia [...]. E se l’atto di fede che Dio ci richiede
consistesse proprio nel riconoscere nei miti della Scrittura,
e nella storia della spiritualità e della teologia cristiana,
quell’unico contenuto che è il comandamento della
carità?» (ibid., pp. 80-81). Ma — si può
a ragione domandare — una volta messo da parte il letteralismo
nella lettura dei testi sacri e una volta messa in discussione
l’intangibilità dei dogmi, come potremo ancora
distinguere tra interpretazioni legittime e interpretazioni
aberranti del messaggio cristiano? «Il criterio»
— dice Vattimo — «che la tradizione cristiana,
a cominciare da sant’Agostino, ci indica è ama
et fac quod vis. Il solo limite alla spiritualizzazione
del messaggio biblico è la carità [...]»
(Dopo la cristianità, cit., p. 51). E altrove
ribadisce: «Gesù Cristo è venuto al mondo
per svelare che la religiosità non consiste nei sacrifici
ma nell’amare Dio e il nostro prossimo. Tutte le cose
che nella Chiesa non si riducono a questo, non saranno ancora
religione naturale e vittimaria?» (in R. Girard - G. Vattimo,
Verità o fede debole?, cit., p. 9).
- Verità o fede debole?, cit., p. 34.
- Ibid., p. 16.
- Dunque l’attenzione — anche e soprattutto filosofica
— che Vattimo torna a prestare al cristianesimo non è
nemmeno lontanamente dovuta a un riscoperto valore dei suoi
contenuti dogmatici o dei suoi aspetti propriamente religiosi.
Secondo lui — come abbiamo visto — tutto ciò
che nella religione cristiana e nella stessa Scrittura cozza
col principio dell’amore agapico va senz’altro abbandonato,
o interpretato come metafora, allegoria, mito. Se Vattimo considera
il cristianesimo «più “vero” di tutte
le altre religioni» è «proprio per il fatto
che in qualche senso non è una religione»
(ibid., p. 34). «Del cristianesimo penso che sia una religione
che si autoannulla, nel senso che annulla tutti i dogmatismi.
Quindi, se dio vuole, una religione-non religione» (Non
essere Dio, cit., p. 182).
- Verità o fede debole?, cit., p. 79. Il riferimento
è a Schleiermacher filosofo dell’interpretazione,
Mursia, Milano 1968. Per Vattimo, infatti, «l’esperienza
religiosa è sentimento di dipendenza (come a ragione
l’aveva definita Schleiermacher)» (Credere di
credere, cit., p. 96); e agli schleiermacheriani Discorsi
sulla religione (tr. it. a cura di G. Durante, Sansoni,
Firenze 1947) egli pensa quando tratteggia un cristianesimo
non dogmaticamente definito ma capace di parlare al mondo postmoderno
(cfr. Dopo la cristianità, cit., pp. 12, 36,
38, 40, 65 e 87). Non è poi un caso se Vattimo cita Ernesto
Buonaiuti (cfr. ibid., pp. 36 e 138), il propagatore in Italia
del modernismo, un movimento — molto complesso ed eterogeneo
— di riforma religiosa promosso da alcuni studiosi cattolici
tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900,
volto ad accordare la tradizione cristiana con le esigenze razionalistiche
e sociali della cultura e della sensibilità moderne,
ma condannato come eretico da papa Pio X nel 1907 con l’enciclica
Pascendi (cfr. la voce «Modernismo» in
AA.VV., Dizionario Teologico Enciclopedico, 2ª
ed. aggiornata, Piemme, Casale Monferrato 1994, pp. 668-669).
Ma col Vaticano II alcune istanze modernistiche saranno accolte
nella dottrina della Chiesa, a cominciare dalla critica biblica
e storica.
- In R. Girard - G. Vattimo, Verità o fede debole?,
cit., p. 17. In effetti Vattimo corregge subito questa caratterizzazione
della sua conversione da parte dell’amico Girard (cfr.
pp. 18-20).
- «“[...] la mia è una fede debole. Io credo
di più come una vecchina che biascica il rosario che
come un teologo che sa tutto. La mia è una religiosità
da tre Ave Maria la sera, che dico quando mi capita”»
(«Vattimo-Quinzio: il Dio che cerchiamo», intervista
a cura di C. Altarocca, in La Stampa, cit.).
- Non essere Dio, cit., p. 11.
- «[...] se parlo di Dio» — spiega ancora
Vattimo — «non mi sforzo di parlarne in termini
che non siano profondamente legati alla mia situazione storica,
essendo consapevole del fatto che in fondo non c’è
una lingua autentica per farlo. Questa ricerca di una pretesa
“lingua autentica” per la teologia e per il discorso
su Dio mi mette infatti sempre nella condizione di pensare a
Dio come a un oggetto definitivo, collocato da qualche parte,
che io posso nominare più o meno adeguatamente. [...]
Questo mio modo di vedere è legato anche ad una riflessione
sul linguaggio svolta dalla filosofia contemporanea, o da una
parte di essa a me familiare, che da un lato riconosce al linguaggio
una portata ontologica, ma dall’altro, proprio nel linguaggio
in quanto storico, in quanto diveniente storicamente, riconosce
lo svelarsi di qualcosa dell’essere, non soltanto delle
difficoltà dei parlanti. Non c’è un mondo
“là”, che noi non sapremmo bene come chiamare;
piuttosto l’andamento del nostro linguaggio è storia
del mondo, e forse anche storia di Dio, in qualche senso. Se
quindi dovessi definire quella che mi sembra la situazione attuale
del parlare di Dio, mi sembra difficile ormai poter nominare
Dio come identico all’essere, perché identificarlo
con l’essere significa, secondo un certo modo di pensare,
identificarlo con un ente determinato, sia pure il supremo.
[...] Mi sembra fondamentale per la mia esperienza religiosa
— o comunque filosofica della religione — accettare
che il nome di Dio sia multivoco, vago, sfuggente, in qualche
modo positivamente legato anche alla quotidianità più
inautentica, perché non c’è un altro dominio
più vero, più oggettivo, più rigoroso dentro
cui potrei nominarlo. [...] direi quindi che “Dio”,
il nome di Dio mi sembra positivamente vago e che ogni epoca
lo nomina interpretativamente e non descrittivamente. Non c’è,
pertanto, un suo nome autentico: l’unica autenticità
del nome di Dio è la storia delle nominazioni prodottesi
in una certa tradizione [...]» (in G. Vattimo - P. Sequeri
- G. Ruggeri, Interrogazioni sul cristianesimo. Cosa possiamo
ancora attenderci dal Vangelo?, Edizioni Lavoro/Editrice
Esperienze, Roma-Fossano 2000, pp. 21-24). Risulta difficile
scorgere in questo ragionamento i caratteri di una religiosità
«da tre Ave Maria la sera» o di una fede «da
vecchina che biascica il rosario». Insomma, la fede di
Vattimo non è poi così semplice e spontanea
come potrebbe (e talvolta vorrebbe) sembrare.
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