La critica letteraria anglosassone nell'analizzare un'opera parte
dal domandarsi: Who is he? Si chiede cioè chi
sia l’autore e quale sia il suo background formativo.
Lo stesso tipo di domanda dovrebbe essere posta quando si esaminano
le due opere di Adriano Olivetti: L’ordine politico
delle comunità dello Stato secondo le leggi dello spirito
del 1946 e Città dell’uomo pubblicata nel
1960. Partendo da alcune riflessioni che Olivetti fa all’interno
di quest’ultimo libro, considerato il suo testamento spirituale,
può prendere avvio un’analisi sulla sua persona:
«La civiltà occidentale si trova oggi nel mezzo di
un lungo e profondo travaglio, alla sua scelta definitiva. Giacché
le straordinarie forze materiali che la scienza e la tecnica moderna
hanno posto a disposizione dell’uomo possono essere consegnate
ai nostri figli, per la loro liberazione, soltanto in un ordine
sostanzialmente nuovo, sottomesso ad autentiche forze spirituali
le quali rimangono eterne nel tempo ed immutabili nello spazio
da Platone a Gesù: l’amore, la verità, la
giustizia, la bellezza… Se le forze materiali si sottrarranno
agli impulsi spirituali, se l’economia, la tecnica, la macchina
prevarranno sull’uomo nella loro inesauribile logica meccanica,
l’economia, la tecnica, la macchina non serviranno che a
congegnare ordigni di distruzione e di disordine» (A. Olivetti,
Città dell’uomo, Edizioni di Comunità,
Torino 2001, p. 34).
Leggendo questa meditazione, sarebbe erroneo soffermarsi esclusivamente
sul riferimento alla figura di Gesù, al fine di autorizzare
un’interpretazione cattolica, quasi cristologica, di Olivetti.
I termini chiave di questo discorso sono invece altri due: verità
e giustizia. Le due parole collocano storicamente Adriano Olivetti
all’interno dell’orizzonte dell’ebraismo occidentale.
Il padre di Adriano, Camillo, è di religione ebraica; la
madre è di fede valdese. È sicuramente fuori discussione
pertanto che un’interpretazione meramente cattolica della
figura di Olivetti sia alquanto fuorviante. Il fondamento
del giudaismo poggia su questi due termini di verità
e giustizia. In un passo del Sefer ha Zohar,
il Libro dello Splendore, il più importante libro
di mistica ebraica di età medievale, si può leggere:
«I nostri maestri raccontano di quando il Santo creò
l’uomo, lo creò (lo fece entrare) nel giardino dell’Eden
e gli dette sette comandamenti, ma l’uomo sbagliò
nella loro osservanza e ne fu cacciato. Due angeli del cielo (Aza
e Azahel) davanti al Santo, che sia benedetto, dissero: Se
sulla terra ci fossimo stati noi non avremmo mai agito in modo
riprovevole. Il Santo domandò: Avete voi potere
sull’inclinazione del male? (C’è un'inclinazione
al male degli angeli) essi risposero: Noi questo potere lo
abbiamo. Il Signore li fece scendere sulla terra, l’inclinazione
al male si introdusse in loro e presero delle donne fra tutte
le donne che avevano scelto (Genesi 2) così caddero nel
peccato e furono sradicati dal loro santo ramo».
Questo racconto dello Zohar incorpora un versetto di Genesi,
che è stato studiato ed approfondito in special modo negli
scritti apocrifi. È una nota in calce alla letteratura
apocrifa e pseudoepigrafica che consente di interpretare il passo
del testo mistico: «Sono numerosi gli angeli di Dio che
hanno avuto a che fare con le donne, ma i figli generati si sono
dimostrati arroganti, in effetti ciò che la nostra tradizione
attribuisce ai figli degli angeli e alle figlie delle donne ricordano
i racconti greci dei miti. Fu Noè a dire di fare ammenda
dei loro vizi, ed entrarono nell’arca». Per il mondo
ebraico è in questo preciso modo che nasce la figura dell’intellettuale,
che viene definito come colui che trasferisce tutta la propria
forza fisica nella mente, rinunciando così alla brutalità
della forza materiale. L’intellettuale diventa così
colui che è in grado di insegnare e trasmettere verità
e giustizia. È grazie a una interpretazione in chiave mistico-ebraica
che si può definire Adriano Olivetti un intellettuale,
prima ancora di riferirsi a lui come un imprenditore inserito
nel sistema industriale italiano e mondiale. La conferma di ciò
è data dalla grande importanza che attribuì per
tutta la sua esistenza al concetto di educazione, di Bildung,
intesa come un potenziamento culturale e spirituale dell’uomo.
Il termine giustizia diventa importante anche nella idea olivettiana
di filantropia, che riprende la tradizione ebraica pre-esiliaca.
In un passo del Deuteronomio è messo ben in evidenza il
problema della ridistribuzione della terra in favore di chi non
possiede e la necessità di agire secondo giustizia per
ottenere la benedizione del Signore: «Alla fine di ogni
triennio metterai da parte tutte le decime del tuo provento del
terzo anno e le deporrai entro le tue città; il levita,
che non ha parte nè eredità con te, l’orfano
e la vedova che saranno entro le tue città, verranno, mangeranno
e si sazieranno, perchè il Signore tuo Dio ti benedica
in ogni lavoro cui hai messo mano» (Dt 14, 28-29). La filantropia
diventa così un obbligo divino, questa asserzione è
spiegata attraverso il termine ebraico tsedaqah. La radice del
termine è nella parola tsedek, che sarebbe erroneo
tradurre con carità, mentre significa propriamente giustizia.
Ecco che la filantropia, benché motivata da obblighi legali
e non morali e etici, è considerata come un atto di giustizia,
come l’esecuzione di un comandamento divino. Da questo punto
di vista è indubbia la presenza della filosofia spiritualista
in Adriano Olivetti, che rende esplicite alcune delle sue componenti
culturali: la dottrina del personalismo francese, la visione pessimistica
ma allo stesso tempo escatologica del mondo su cui si basa il
pensiero di Simone Weil. Anche l’antimaterialismo e l’irrazionalismo
storico di Walter Benjamin riecheggiano nella concezione filantropica
di Adriano Olivetti.
Le sue influenze culturali possono estendersi a un'altra dimensione
interpretativa, quella storica. Adriano Olivetti è un uomo
profondamente radicato nel suo tempo. Il suo pensiero è
stato sicuramente influenzato da due eventi caratterizzanti il
novecento: la crisi del 1929 e soprattutto i due conflitti mondiali.
La guerra è un paradigma decisivo nella vita della famiglia
Olivetti. È senza ombra di dubbio alcuna questo evento
ad avvicinarlo al pensiero comunitario e personalista di Emmanuel
Mounier. Adriano si fa «cospiratore per la libertà»
(V. Ochetto, Adriano Olivetti. Industriale ed utopista,
Cossavella Editore, Ivrea 2000, p. 114), desidera sottrarre la
coscienza umana alle mani di uno Stato che si fa “totalizzante”.
Il compito che egli decide di svolgere è simile a quello
di Dietrich Bonhoeffer, il fondatore della chiesa confessante
durante il periodo nazista; ossia rivitalizzare il concetto di
pneuma, che indica l’uomo nella sua interezza ed autonomia.
Il pensiero olivettiano può così essere interpretato
e analizzato seguendo una griglia sistematica realizzata da Tzvetan
Todorov, nella quale si delinea il serrato confronto, definito
nel secondo dopoguerra, fra utopismo e umanesimo. I due concetti,
alla fine del conflitto, subiscono una modificazione di valore
non indifferente e di portata centrale per capire la vicenda storica
del secondo Novecento. Il confronto tra utopismo e umanesimo si
estende a quello, caratteristico del cosiddetto “Secolo
delle tenebre”, fra totalitarismo e democrazia. Il totalitarismo,
che sostiene una promessa di pienezza e di vita armoniosa, è
una forma di utopismo. L’utopismo consiste nell’intenzione
di costruire una società perfetta tramite i soli sforzi
degli uomini, senza alcun riferimento a Dio. Quest’idea
è legata all’uso della costrizione e della violenza,
poiché desidera raggiungere in modo istantaneo la perfezione
sulla terra. L’utopismo, inoltre, sfocia in una forma totalitaria
grazie alla presenza di un progetto di dominio intellettuale dell’universo,
espresso dalla teoria scientista.
A questa visione del mondo si contrappone il progetto democratico,
fondato sul pensiero umanista. Questa visione filosofica non conduce
alla instaurazione del paradiso in terra, perché
non teorizza che si possa estirpare definitivamente il male. Come
ha scritto Jean-Jacques Rousseau il bene ed il male scorrono dalla
stessa fonte. Essi sono consustanziali alla vita dell’uomo
perché derivano dalla libertà umana, dalla possibilità
che l’individuo ha di scegliere tra più opzioni.
La loro sorgente comune è l’incompiutezza dell’umanità,
a causa della quale si ha bisogno degli altri per affermare la
propria esistenza. Si può scorgere in questo discorso un’idea
radicata nell'ebraismo, ossia quella di vedere il peccato originale
come la possibilità che Dio ha donato all’uomo di
essere libero, cioè di avere la capacità di scegliere
tra il bene ed il male. Adriano Olivetti non può essere
definito un utopista ma deve essere definito un umanista, perché
ha come intento quello di rivalutare l’essere umano nella
sua essenza più profonda. Gli interventi di Giulio Sapelli
e di Davide Cadeddu raccolti nel libro dal titolo Adriano
Olivetti. Lo spirito nell’impresa, ripercorrono questa
fondamentale distinzione venutasi a creare alla fine del secondo
conflitto mondiale. Sapelli, parlando di Olivetti, si sofferma
sul concetto di utopia, ma lo fa in modo sbagliato non tenendo
conto dell’importante giudizio di valore ideologico che
il termine porta con sè. Mentre Cadeddu, per delineare
il profilo intellettuale di Olivetti, parla giustamente di humanitas.
Dal punto di vista puramente linguistico la differenza ha un valore
profondo, che deve essere tenuto in considerazione, anche per
questo Olivetti va contestualizzato in termini storiografici.
Un racconto yiddish narra che un uomo ordinario non
potrà mai fare cose straordinarie, mentre un uomo straordinario
non potrà in alcun modo compiere cose ordinarie. Olivetti
fa sicuramente parte di quegli uomini straordinari che ricercano
l’incanto della vita come forma dell’esistenza che
aderisce al mondo. Il compito che mi propongo pertanto di perseguire
nel seguito è quello di contestualizzare il pensiero di
Olivetti, sia dal punto di vista filosofico e culturale, inserendolo
all’interno di una tradizione di stampo ebraico, sia dal
punto di vista storico, tenendo sempre ben presenti i due drammatici
eventi della storia del novecento — la crisi del 1929 e la guerra — nella convinzione che si possa inserire in un continuum
spazio-temporale il primo ed il secondo conflitto mondiale.
Modern Times. La rottura
epistemologica
Dopo essersi laureato in chimica industriale al Politecnico di
Torino, nel 1924 Olivetti inizia l'apprendistato nella azienda
paterna come operaio. L'anno seguente, accompagnato da Domenico
Burzio, compie un viaggio di studi negli Stati Uniti d’America,
dove visita un centinaio di fabbriche. Le lettere che scrive durante
il suo soggiorno statunitense sono importanti perché indicano,
in termini bachelardiani, il punto di rottura epistemologico all’interno
del suo sistema di riferimento, non bisogna dimenticare però che,
ancora tredicenne, nell’agosto del 1914, era stato mandato dal
padre a lavorare in fabbrica, dove aveva imparato «ben presto
a conoscere e odiare il lavoro in serie: una tortura per lo spirito
che stava imprigionato per ore che non finivano mai, nel nero
e nel buio di una vecchia officina» (G.
Sapelli - D. Cadeddu, Adriano Olivetti. Lo spirito nell’impresa,
Trento 2007, p. 76). Si accorge, da un lato, che l'impresa americana
è ben sviluppata per quanto riguarda i modelli di organizzazione
del lavoro, come per es. l’utilizzo della statistica di impresa.
Ma, dall’altro, venendo a contatto con i metodi fordisti, vede
i limiti della società americana in cui i rapporti umani sono
puramente strumentali. È testimone diretto del funzionamento del
sistema fordista, che si basa sulla catena di montaggio correlata
a un incremento sostanziale dei salari. Henry Ford, nella sua
autobiografia, esprime la necessità di una riorganizzazione scientifica
del lavoro in fabbrica istituendo un controllo rigoroso sul lavoro
degli operai, da coordinare in modo tale che siano il più possibile
eliminati i tempi morti. Due saranno le conseguenze fondamentali
prodotte dal fordismo: la prima sarà la ripetitività dei gesti
degli operai, mentre la seconda consisterà nella loro stessa spersonalizzazione
all’interno di un sistema che ha il suo punto di forza nell’aspetto
produttivo e economico.
Consapevole dell’influenza delle immagini e in linea con la teoria
del cineasta Claude Lanzmann (secondo la quale «Sapere è
vedere e vedere è sapere»), mi sembra che Modern Times
di Charlie Chaplin, film ai limiti del parossistico, esemplifichi
in modo magnifico la condizione operaia all’interno di una fabbrica
di matrice fordista. I gesti ripetitivi, i ritmi disumani e spersonalizzati
della catena di montaggio minano la ragione del povero Charlot,
operaio meccanico. La pausa pranzo potrebbe concedere un momento
di riposo, se non che Charlot viene prescelto quale operaio tipo
su cui sperimentare la macchina automatica da alimentazione, che
dovrebbe consentire di mangiare senza interrompere il lavoro,
aspetto che in una visione scientifica del lavoro produrrebbe
vantaggio competitivo. L'esperimento però gli causa la quasi rottura
del setto nasale e la perdita dei denti, visto che il diabolico
marchingegno non funziona molto bene. Ossessionato dai bulloni,
che, per la sua mansione, è addetto a stringere con una chiave
apposita, e dai bottoni, che ornano la gonna della segreteria
della fabbrica, che ne richiamano la forma, ai quali proverà a
dare una stretta, Charlot perde ogni controllo sulla propria mente.
Con gesto liberatorio mette mano alla miriade di pulsanti, leve
e interruttori della sala comando del suo reparto provocando il
fermo della catena produttiva e finendo egli stesso ingoiato dagli
ingranaggi delle gigantesche macchine rotative. Liberato dalla
stretta meccanica e dopo aver spruzzato in faccia a tutti, compreso
il padrone della fabbrica, l'olio per lubrificare gli ingranaggi,
Charlot sarà affidato forzatamente ad una clinica affinché venga
riabilitato dall'esaurimento nervoso. Modern Times diventa
un documento di importanza storiografica, dal momento che, attraverso
la letteraturizzazione dell’evento storico, mette in evidenza
gli effetti stressanti ed alienanti che tali metodi producevano
negli operai addetti alle catene di montaggio.
Le nuove tecnologie introdotte nell’industria tra otto e novecento
si basavano sulla completa meccanizzazione del processo produttivo.
Agli strumenti fino a quel momento messi in opera da abili operai
specializzati lavorando i pezzi a uno a uno e raccordandoli fra
loro, si sostituisce un procedimento a catena basata sui princìpi
dell’automatismo e della standardizzazione. L’intento di razionalizzare
al massimo il lavoro e di ricavare il massimo possibile dagli
impianti produttivi indusse a guardare all’operaio stesso come
a una macchina animata. Henry Ford riprese, modificandola e radicalizzandola,
l’analisi di Frederick Winslow Taylor, il teorizzatore dell’organizzazione
scientifica del lavoro (scientific management). Il metodo
di Taylor doveva condurre al più efficace utilizzo del tempo di
lavoro operaio, parcellizzando il processo produttivo, eliminando
le pause e i gesti dispersivi, intensificando l’attività elevando
al massimo rendimento le capacità produttive dei singoli lavoratori.
L’attività imprenditoriale di Ford ebbe come obiettivo primario
la ricerca del massimo di produttività, attraverso l’impiego più
efficace della forza lavoro, e del successo economico a ogni costo.
I disagi che comportava il lavoro alla catena di montaggio vennero
pagati da alti salari, che non affievolirono però lo scontento
degli operai, sottoposti a uno sfruttamento molto più intenso
di quello imposto dai metodi di produzione del capitalismo tradizionale.
In alcune pagine della sua autobiografia Henry Ford rievoca l’introduzione
della catena di montaggio nelle officine automobilistiche di Detroit:
«Il primo passo innanzi nell’opera di montaggio avvenne
quando s’incominciò a portare il lavoro agli operai e non gli
operai al lavoro. Ora in tutta la nostra lavorazione noi ci atteniamo
a due massime: che un operaio, se possibile, non abbia mai da
fare più di un passo, e che egli non abbia bisogno di distrarsi
dal ritmo del suo lavoro col piegarsi a dritta e a sinistra […]
Il preciso risultato di questa applicazione tecnica è la riduzione
della necessità di pensiero da parte degli operai e l’eliminazione
d’ogni movimento superfluo. L’operaio deve far possibilmente una
cosa sola con un solo movimento» (H. Ford, La mia vita
e la mia opera, Milano 1980, p. 92).
Ripercorrendo la storia della fabbrica, l’imprenditore descrive
i criteri di razionalizzazione, ovvero di massima divisione del
lavoro, adottati per la fornitura di prodotti in serie e il conseguente
diversificarsi della manodopera: un piccolo nucleo di operai-tecnici
con mansioni di responsabilità e la massa di operai non qualificati,
in grado di imparare in breve tempo le semplici funzioni ripetitive
loro richieste alla catena: «La gran massa dei nostri addetti
viene da noi senza abilitazione alcuna; essi imparano la loro
bisogna in poche ore o in pochi giorni. Se non la imparano in
questo termine, vuol dire che non ne potremo mai ricavar nulla.
Di questi uomini molti sono stranieri, e tutto quello che si richiede
da loro prima di assumerli è che essi abbiano la capacità fisica
di fare quanto lavoro occorra per pagare il valore dello spazio
che essi occupano nella fabbrica. Non hanno da essere particolarmente
robusti. Noi abbiamo bensì lavori che richiedono una grande forza
fisica (sebbene essi diminuiscano rapidamente); ma abbiamo però
anche degli altri che non richiedono alcuna forza e che, sotto
l’aspetto dello sforzo fisico, potrebbero essere compiuti da un
bambino di tre anni» (op. cit., p. 91). I princìpi
fondamentali del montaggio possono essere riassunti in tre concetti
fondamentali: il primo consiste nel collocare strumenti e uomini
secondo l’ordine successivo delle operazioni, in modo che ogni
parte componente abbia a percorrere il minimo spazio durante il
processo di finimento. Il secondo si basa sull’utilizzo di carrelli
su binari, o altre simili forme di trasporto, in modo che quando
un operaio ha finito la sua operazione, egli abbia la possibilità
di gettare il pezzo allo stesso posto, il più possibile a portata
della sua mano. Se si può ottenerlo, è il peso stesso del pezzo
quello che deve far scorrere il carrello sul binario e portarlo
al prossimo operaio. Il terzo è quello di regolare il sistema
di trasporto meccanico anche nel radunare i pezzi sul luogo di
montaggio, in modo che essi giungano e partano col giusto intervallo.
Adriano Olivetti da una parte è attratto dal sistema scientifico
delle fabbriche americane, ma nello stesso tempo critica il metodo
fordista, perché aveva del tutto trascurato la necessità dell’aspetto
sociale all’interno del processo lavorativo di fabbrica. La sua
idea è lontana dal capitalismo tradizionale, come del resto dal
socialismo di stato, visto che introduce l’esigenza di creare
un connubio fra la garanzia di un progresso scientifico-tecnico
e la difesa, allo stesso tempo, della libertà della persona umana.
Quello che Olivetti ha in mente è uno stato di cooperazione, basato
più sui doveri che sui diritti dell’uomo, che si era venuto realizzandosi
nei kibbutz in terra d’Israele, in cui la comunità possedeva parte
delle imprese. In questi tipi di insediamento si assiste ad uno
sviluppo preponderante di imprese cooperative nel settore urbano,
e ad una forte accentuazione ideologica dell’egalitarismo e dell’opposizione
alla specializzazione professionale. Questo aspetto ha trovato
la sua espressione attraverso il tentativo di ridurre le differenze
salariali fra i lavoratori, di minimizzare le differenze sociali
visibili, e di agevolare lo spostamento da una professione ad
un’altra. Adriano Olivetti dà l’importanza maggiore ai beni spirituali,
i cosiddetti beni intangibili come le relazioni umane, i valori
etici e la cultura. Questi erano i veri valori eterni, e solo
seguendo questi i principi materiali sarebbero stati in grado
di prodursi. Il mondo industriale e quello politico dovevano essere
subordinati al mondo morale. Per l’importanza assoluta che dà
al lato spirituale, l’industria olivettiana diventa un crocevia
di intellettuali, tanto da essere definita da qualcuno l’Atene
degli anni Cinquanta.
Nelle file dei suoi collaboratori passano tante e poliedriche
personalità. Sociologi, architetti, scrittori, scienziati della
politica e dell'organizzazione industriale, psicologi del lavoro:
da Franco Momigliano a Paolo Volponi, da Geno Pampaloni, Bobi
Bazlen, Luciano Gallino, Giorgio Puà, Franco Fortini a Francesco
Novara, Bruno Zevi passando per Ottiero Ottieri, Luciano Foà,
Lodovico Quaroni, fino a Furio Colombo, Franco Ferrarotti e Tiziano
Terzani. L’attenzione di Olivetti ai problemi sociali non deve
essere messa in discussione: quello che era il problema della
gestione del personale per Adriano non poteva essere risolto solo
con la mera costruzione di un fisso e rigido schema organizzativo
sulla forza lavoro. Olivetti riduceva l’orario di lavoro per consentire
ai suoi operai di partecipare a corsi di formazione, non prettamente
professionali, in cui si affrontavano, per es., la storia del
cinema e la filosofia. Ai dipendenti venivano permesse delle pause
durante l’orario di lavoro, tanto che una volta una delegazione
dei sindacati sovietici in visita alla fabbrica di Ivrea, osservando
tanta libertà di movimento, chiese ai suoi ospiti se fosse un
giorno di sciopero. Per valutare la peculiarità della Olivetti
basti pensare, per es., che sulla parete di una delle officine
figurava un grandioso affresco di Renato Guttuso; che Luigi Nono
diresse un concerto al suo interno e che era frequente l’organizzazione
di mostre e di festival cinematografici. L’idea di fondo era che
il lavoratore dovesse identificarsi con l’azienda perché, come
fece notare lo psicologo del lavoro Francesco Novara, si verificò
che maggiore era la costrizione e le limitazioni del lavoro e
più i singoli individui erano danneggiati. La fabbrica aveva il
compito di non perdere la propria umanità, che era costituita
da conoscenza e comprensione. Secondo Olivetti un’elite intellettuale
doveva ricoprire un ruolo fondamentale per mettere in moto il
meccanismo che avrebbe consentito il passaggio dall’individuo
alla persona.
Dal punto di vista filosofico i due termini “individuo” e “persona”
sono com'è noto differenti: la persona viene intesa nella
sua interezza etica e morale, l’individuo invece fa riferimento
all’essere umano atomizzato, privo di integrità morale, che è
rappresentato dall’uomo naturale hobbesiano. Sembra che
Olivetti, all’interno della fabbrica, sviluppi una forma di intellettualismo
di matrice gramsciana, nella quale l’intellettuale impegnato assume
una posizione preminente. Una sorta di fabianesimo sociale, incentrato
sulla radio, la stampa e la scuola, per produrre cultura. La differenza
sostanziale fra i due risiede nel carattere prettamente politico
dell’ideologia gramsciana. Antonio Gramsci parla di partito, mentre
Adriano Olivetti si riferisce alla comunità. Quest’ultima ha il
compito di attuare una riforma morale e sociale, cosicché l’operaio
abbia la possibilità di diventare il protagonista all’interno
della fabbrica ed il responsabile dei processi produttivi. Quello
che Olivetti chiede ai suoi operai è che si chiedano dove vada
la fabbrica nel mondo e che diventino consapevoli e responsabili
di questo movimento dell’impresa. Gramsci però, ed in questo Olivetti
gli è simile, parte dall’asserzione egalitaria secondo la quale
tutti gli uomini sono intellettuali, ed aggiunge che è impossibile
e controproducente separare l’homo faber dall’homo
sapiens. All’individuo, caratteristico della società massificata,
atomizzato e coinvolto nel movimento a spirale dell’anonimato,
Olivetti sostituisce la persona, che prende possesso della propria
corporeità, intesa come pienezza dell’essere, sia dal punto di
vista materiale che da quello intellettuale e spirituale. Adriano
è attento a valorizzare ogni intelligenza e competenza anche se
non prettamente scientifica. Quello di Adriano Olivetti era un
sogno, e non un’utopia industriale, che chiaramente mirava al
profitto, ma era da considerare anche come un progetto sociale
che implicava una nuova relazione tra imprenditore ed operaio.
La fabbrica di Ivrea diventa presto il modello di un’organizzazione
del lavoro improntata sull’uomo reale, lontano dall’uomo disumanizzato
della catena di montaggio. Dalle linee di montaggio si passa,
per esempio, alla formazione delle cosiddette “isole”, nelle quali
un gruppo di operai specializzati è in grado di montare, controllare
e riparare un prodotto finito o una parte completa di esso.
L’idea è che l’incremento della produttività sia strettamente
legato alla motivazione personale del lavoratore ed alla partecipazione
degli operai alla vita dell’azienda, in cui la complicità, la
comprensione e la cooperazione devono sempre presenti. Per Olivetti
non basta e non è auspicabile un modello “T” di stampo fordista
in cui l’alienazione del lavoro di fabbrica diventi la contropartita
che il lavoratore deve pagare al sistema industriale per poter
essere consumatore dei beni da lui prodotti. Il lavoratore è un
uomo ed è un cittadino che vive ed è radicato nel territorio.
Il lavoratore deve essere produttivo perché la realtà industriale
possa essere competitiva, ma per farlo la contropartita non è
l’alienazione ma la partecipazione, il coinvolgimento, la crescita
sociale. L’efficienza del lavoratore va ottenuta non con il suo
iper-utilizzo, ma ponendolo nella condizione di rendere al meglio,
di essere e sentirsi parte di un sogno, di un progetto, di una
visione. Ecco quindi la presenza degli asili attorno agli stabilimenti,
le biblioteche accanto alle presse e alle frese. Olivetti studiò
in America il taylorismo molto profondamente e imparò a rispettarne
la logica razionale che ne era alla base e, tuttavia, non aderì
mai al “materialismo”, sia che sia di derivazione marxista che
liberal-utilitarista. Il suo rapporto problematico verso il razionalismo
lo portò ad innovare sostanzialmente la logica taylorista: il
“modello” di società si basava su una profonda attenzione al ruolo
e all’evoluzione delle “istituzioni”, rappresentate dall’impresa,
dalla famiglia e dalla scuola, piuttosto che alla fiducia sull’ente-stato
ed alla sua presunta capacità di progettare razionalmente l’organizzazione
della società ed il futuro degli uomini.
Il suo “umanesimo” lo portava a far convivere
la fiducia nella razionalità umana con il rifiuto del principio
dell’homo oeconomicus, che gli permette di coniugare l’impresa
con la cultura urbanistica, con l’interesse per la diffusione dell’istruzione
e della cultura. Il viaggio di Adriano Olivetti negli Stati Uniti
d’America segnò una svolta profonda nella sua idea di fabbrica e
di uomo, che lo portò ad avvicinarlo al pensiero personalista, nato
negli anni trenta del novecento. Con questo pensiero filosofico
si riprometterà di analizzare e cercare di risolvere l’ambiguità
e la facile corruzione della coscienza umana, tema, per lui, di
importanza fondamentale.
«Conosci te stesso». Dall’individuo
alla persona:
la rivoluzione copernicana del personalismo,
fra Emmanuel Mounier e Simone Weil
Il personalismo, allo stesso modo della rivoluzione copernicana,
crea un sistema filosofico rivoluzionario che ripropone al centro
la persona, in contrapposizione ideologica all’individuo. La persona
è un centro di orientamento dell’universo oggettivo. L’universo
personalista si contrappone ad es. al "mondo nuovo"
descritto da Aldous Huxley nel 1932 — lo stesso anno in cui nacque
la rivista di Mounier "Esprit" — nel quale tutto si
cataloga e nulla si crea. Dal punto di vista storico è interessante
notare come negli anni 30, sulla scia della prima guerra mondiale
e della crisi economica del 1929, fosse cominciato a delinearsi
un sistema di critica al tipo di modernità creato dal sistema
capitalistico di stampo fordista, nel quale l’individuo non aveva
più margini di discrezionalità e libertà. Adriano Olivetti, quindi,
si inserisce all’interno di una linea di pensiero che si viene
a creare dopo la crisi del 1929 e che dal punto di vista economico
critica il materialismo del fordismo mentre dal punto di vista
sociologico vede nei totalitarismi sovietico, fascista e nazista
l’aberrazione della tecnologia e della modernità, intesa come
prodotto della Rivoluzione Francese. Sempre nel 1932 lo scrittore
francese Celine, nell’opera Viaggio al termine della notte,
condanna il progetto fordista come proteso verso la completa meccanizzazione
dell’uomo. Al medico addetto alla visita per il collocamento,
Celine fa dire: «Non vi serviranno a nulla i vostri studi
qui, ragazzo mio! Voi non siete venuto qui per pensare, ma per
fare i gesti che vi si comanderà d’eseguire… Non abbiamo bisogno
d’immaginativi nell’officina. L’è di scimpanzè che abbiamo bisogno…
Un consiglio ancora. Non parlate mai più della vostra intelligenza!
I saranno altri che penseranno per voi! Tenetevelo per detto»
(Louis-Ferdinand Celine, Viaggio al termine della notte,
Milano 2002, p. 236). Con questo discorso lo scrittore francese
vuole sottolineare l’effetto spersonalizzante condotto dalla fabbrica
fordista sulla persona.
Anche Aldous Huxley istituisce una sorta di processo a carico
di una tecnologia senz’anima e mette in guardia l’uomo del ventesimo
secolo dalle perversioni che possono nascere da una cieca fede
nel cosiddetto “dio progresso”. Brave New World è ambientato
in un immaginario Stato totalitario del futuro, pianificato nel
nome del razionalismo produttivistico, simboleggiato dal culto
di Ford, Huxley non utilizza eufemismi. I cittadini di questa
società non sono oppressi dalla guerra né dalle malattie e possono
accedere liberamente a ogni piacere materiale. Affinché si mantenga
questo equilibrio però gli abitanti vengono concepiti e prodotti
industrialmente in provetta sotto il costante controllo di ingegneri
genetici. Durante l’infanzia vengono condizionati con la tecnologia
e con le droghe e da adulti occupano ruoli sociali prestabiliti
secondo il livello di nascita. L’equilibrio si spezza quando John,
un giovane cresciuto in una società primitiva, entra in contatto
con questa società “perfetta”. La sua ribellione contro la massificazione
però è destinata a fallire. Nel Mondo Nuovo il Selvaggio
John, proveniente dal mondo di una riserva indiana, utilizza come
strumento di comunicazione ampi frammenti delle opere di William
Shakespeare che, riesumate dalla tomba in cui il regime le ha
confinate, finiscono per porsi come una vera e propria lingua
straniera, che mette in luce le differenze fondamentali tra il
mondo "vecchio" e quello di Ford. A causa dell'isolamento fisico
dal Mondo Nuovo e di quello sociale tra gli Indios, ostracizzato,
perché figlio di Linda, una donna ex Beta che si era persa nella
riserva durante una gita, il Selvaggio cresce facendo coesistere
dentro di sé due linguaggi: quello cosiddetto “pneumatico”, come
Huxley definisce tutto ciò che riguarda questa civiltà artificiale,
della madre; e quello tradizionale degli indiani. Si tratta quindi
di un personaggio diviso tra due mondi ma non inserito in nessuno
dei due, da qui la sua percezione di estraneità: rifiutato da
quello indio per la sua diversità; ignaro della realtà del mondo
pneumatico, per l'impossibilità di uscire dalla riserva. Questa
viene mantenuta dal Mondo Nuovo come luogo nel quale cercare di
tanto in tanto una conferma delle scelte politiche operate e una
riconferma della bontà degli effetti delle varie politiche sociali,
genetiche e della propria bellezza estetica artificiale.
C’è un passo che esemplifica l’aspetto più inquietante della
realtà del mondo di Ford: Mustapha Mond sovrasta il Selvaggio
per quanto riguarda la conoscenza dei classici, nonostante il
fatto che i libri fossero vietati e che nessuno li potesse trovare,
dimostrando che la cosa dalla quale l'uomo deve guardarsi è
la stessa intelligenza umana scatenata contro l'umanità. Fondamentale,
a questo proposito, é il dialogo finale tra il Selvaggio e il
Governatore Mondiale in cui quest’ultimo, davanti allo smascheramento
da parte di John della filosofia folle che sta alla base del Mondo
Nuovo — e in fondo anche la visione di Ford è da considerarsi
come una sorta di follia meccanicistica — argomenta in modo impeccabile
e con perfetta logica la bontà del sistema e la scelta dolorosa
ma necessaria tra libertà e felicità. La necessità di ridurre
il gruppo a branco indifferenziato e il fondarsi sull'ossessione
capitalistica, il tutto basandosi sui messaggi di libertà, individualismo
e amore dei testi di Shakespeare. Non è sicuramente un caso che
dopo Brave New World Aldous Huxley cominci a produrre
opere in cui la spiritualità e la religione cominciano a prendere
il sopravvento, a dimostrazione del fatto che ritiene importante
bilanciare le esigenze fisiche e pratiche dell’uomo con quelle
spirituali.
Brave New World descrive un mondo in assoluta discordanza
da quello personalista e isola il fordismo come ideologia e pratica
centrale che ingloba tutte le tendenze più disumane della società
scientifico industriale. Ecco che, progressivamente, si crea uno
stretto legame fra personalismo e critica alla visione del mondo
fordista, soprattutto in conseguenza della crisi economica del
1929. Il fordismo, o "filosofia dell’industrialismo",
richiede il sacrificio della parte animale ma anche spirituale
e pensante dell’uomo al fine di valorizzare la macchina. L’uomo
viene inglobato dalla macchina e diventa un mero gesto
o atto nel processo industriale. Nelle fabbriche odierne,
e specialmente in quell'enorme fabbrica moderna che è il
mondo industrializzato, non c'é posto né per l'animale, da una
parte, né per l'artista o il mistico, cioè per l'individuo,
dall'altra. Di tutte le religioni ascetiche il fordismo è
quella che richiede le più crudeli mutilazioni della psiche umana
ed è più svantaggiosa nei termini della ricompensa spirituale.
Beninteso, si deve però specificare — e lo stesso chiarimento
vale anche per Adriano Olivetti — che Aldous Huxley non è contrario
al progresso e alla tecnologia; egli rifiuta la rinuncia che si
è costretti a fare in cambio di questo progresso. Tale rinuncia
consiste nella perdita di valori etici e morali importanti, una
perdita che lo colpisce e lo fa schierare in difesa dell’individuo
e della sua unicità.
Huxley con Brave New World ha prodotto quella che Isaiah
Berlin aveva definito «l’espressione moderna certamente
più influente della delusione per un progresso puramente tecnologico».
A differenza di Olivetti e del personalismo di Mounier, Huxley
supererà questa visione materialistica del mondo nella rivalutazione
della ricerca interiore, personale; interiorità intesa come unico
campo in cui ogni essere umano è solo con se stesso, non sottoposto
a nessun procedimento di standardizzazione e di massificazione,
libero di procedere secondo le sue preferenze. Nel pensiero personalista,
invece, l’uomo non si richiude in se stesso, ma vive in uno stato
relazionale. Mounier vede nel capitalismo un sovvertimento totale
dell’ordine economico, perché il capitalismo svaluta e strumentalizza
completamente l’uomo al denaro e al profitto, rinchiudendolo paurosamente
in se stesso. Bisogna fare alcune distinzioni fondamentali per
riuscire a inserire, dal punto di vista storico, Olivetti all’interno
del pensiero personalista. Si deve innanzitutto dire che si parla
di "personalismo" soltanto per comodità terminologica,
in realtà bisognerebbe parlare di "personalismi", per
sottolineare come questo sistema filosofico sia caratterizzato
da diversi percorsi ideologici. Si potrebbe, per esempio, distinguere
fra un personalismo cristiano e un personalismo agnostico,
che si conforma maggiormente al pensiero di Olivetti (senza dimenticare
che il padre, Camillo, è un ebreo agnostico).
Si può certamente far risalire il pensiero agnostico di Adriano
Olivetti a Karl Jaspers. Per quest’ultimo la persona non si definisce
solo e esclusivamente in rapporto con Dio ma si concretizza attraverso
il contatto diretto con l’altro, con l’individuo diverso da sé
per la propria singolarità. Da qui il carattere agnostico del
suo pensiero. Sotto questo aspetto è interessante vedere come
Karl Jaspers affronti la questione della verità, tema centrale
nelle meditazioni olivettiane. Inizia facendo una distinzione
netta tra una verità oggettiva, propria della scienza,
impersonale e unica per tutti; e una verità per l’esistenza,
che indica una scelta per sé e quindi solo propria. La vera domanda
da porsi è dunque se possa esistere una verità che sia singolare
ma al tempo stesso comunicabile ad altri. Per il filosofo tedesco
sono possibili varie aberrazioni sul concetto di verità: se si
insiste in modo unilaterale sulla singolarità della verità, ne
deriva la teoria della molteplicità delle verità che porta alle
conseguenti forme di relativismo; se si accentua solo
l’unità della verità, per cui la verità deve essere uguale per
tutti, si originano forme di dogmatismo. Questa contrapposizione
è superabile, secondo Jaspers, soltanto riconoscendo che le verità
diverse dalla propria non sono altre verità ma verità
di altri. In questa prospettiva molteplici diventano le esistenze,
non le verità. Ma un’esistenza non esclude altre esistenze, anzi
convive sempre con altre forme di vita. E visto che nella propria
verità l’individuo riconosce la verità della sua esistenza, in
tal modo egli è in grado allo stesso tempo di riconoscere nelle
verità altrui la verità dell’altra esistenza. Questo significa
che la verità è il crescere delle diverse esistenze attraverso
la loro comunicazione, è la verità di un individuo che sta cercando
insieme alla verità di un altro essere umano. Grazie a questa
ricerca le esistenze si potenziano e si arricchiscono vicendevolmente.
La verità non è quindi un dato puramente oggettivo ma è sempre
in fase di costruzione. È questo, agli occhi di Jaspers, il compito
arduo assegnato all’umanità, per la quale non è presente nel tempo
la verità compiuta e totale ma, come afferma il tedesco, la verità
è sempre presente per via.
Certo, bisogna fare anche una distinzione ideologica fra il pensiero
personalista di Emmanuel Mounier, che unisce la visione socialista
a quella cristiana, una sorta di "cristianesimo sociale"
come dirà Simone Weil e quello di Jacques Maritain, che tenta
di collegare il cristianesimo alla democrazia. Il maestro di Olivetti
è senza dubbio Emmanuel Mounier. Non a caso sarà un pensatore
che le Edizioni di Comunità, fondate, dirette e seguite da Adriano
Olivetti, pubblicheranno nel 1955, con Rivoluzione personalista
e comunitaria. Lo sfondo storico in cui si sviluppa la riflessione
filosofica di Mounier, e anche quella di Adriano Olivetti, è la
grande crisi economica conseguente al crollo della Borsa di Wall
Street del 1929. In questa situazione di generale arretramento
dell’economia, il filosofo francese si propone di indicare una
“terza forza” che si contrapponga sia all’individualismo liberistico
sia al totalitarismo stalinista e nazista. Le matrici ideologiche
del pensiero personalista sono sintetizzate meravigliosamente
da Jacques Maritain: «Nulla sarebbe più falso che parlare
del personalismo come di una scuola o di una dottrina. È un fenomeno
di reazione contro due opposti errori (totalitarismo e individualismo),
ed è un fenomeno inevitabilmente molto misto. Non c’è una dottrina
personalistica ma ci sono aspirazioni personalistiche e una buona
dozzina di dottrine personalistiche, che non hanno talvolta in
comune se non la parola persona e delle quali alcune tendono più
o meno verso uno degli errori contrari tra i quali sono situate.
Ci sono personalismi a tendenza nietzschiana e personalismi a
tendenze proudhoniane, personalismi che tendono alla dittatura
e personalismi che tendono all’anarchia. Una delle preoccupazioni
del personalismo tomista è di evitare l’uno o l’altro eccesso».
Il "personalismo" non può evidentemente essere definito
una dottrina in senso lato ma un’aspirazione; non una filosofia
o un’ideologia ma semmai un'anti-ideologia, un fenomeno di reazione.
Una a-sistematicità che caratterizza anche il pensiero di Mounier
sulla persona, non è collocabile in schemi formali ma li supera
nello statuto dialettico e nella rivelazione della necessaria
interdipendenza. La relazione con il sé, la relazione con gli
altri e la relazione con il trascendente sono lo statuto per una
giusta visione metafisica dell’individuo, ciò che interessa al
pensatore di Grenoble è infatti ricostruire l’unità dell’uomo
tra azione, pensiero e spiritualità. In senso stretto il personalismo
indica non tanto una filosofia, quanto un universo di atteggiamenti
pratici, morali, politici. Il personalismo è cioè uno sforzo
integrale per comprendere e superare la crisi dell’uomo del ventesimo
secolo nella sua totalità. Mounier mette l’accento sul valore
unico e irripetibile della "persona" che, come scrive,
è il "volume totale dell’uomo". È infatti presente in
ogni uomo una tensione fra le tre dimensioni spirituali: quella
che sale dal basso e lo incarna in un corpo, ossia l’incarnazione;
quella che è diretta verso l’alto, e lo solleva ad un universale,
che indica la vocazione; quella che è diretta verso il
largo e lo porta verso una comunione. Vocazione,
incarnazione e comunione sono le tre dimensioni
della persona. E se un essere umano ne elimina o non ne cura anche
una sola, fallisce nella realizzazione di se stesso.
Quello che più affascina Olivetti del pensiero di Mounier è la
dimensione comunitaria dell’essere umano, la capacità naturale
di relazionarsi con il prossimo, la sua vocazione alla comunione.
Teoretica, intesa come spiritualità, e etica, sinonimo di praticità,
si incontrano nel postulato — tanto caro a Emmanuel Mounier e
a tutto il personalismo di stampo cattolico che ne seguirà — del
primato della persona sull’individuo. «Agire secondo
coscienza» sarà il primo imperativo del personalismo morale.
Due sono quindi i concetti della filosofia personalista che più
di altri hanno influenzato il pensiero comunitario di Olivetti:
il tema della relazionalità e il concetto di educazione.
Dal punto di vista relazionale l’intuizione fondamentale di Mounier
fu, senza dubbio, quella di rivalutare la possibilità di unire
l’aspetto teorico e l’aspetto pratico, la teoretica e l’etica
della persona, delineando l’essere umano in tutta la sua complessità
e interezza. Il personalismo di Mounier mira a costruire una dinamica
della relazione interpersonale strettamente collegata alla formazione
della persona e per questo rifiuta ogni tipo di legame con le
filosofie incentrate sull’io. Il pensiero di Mounier deve realizzare
quello che si può definire un personalismo relazionale. La libertà
trova la sua strada di compimento nella condizione totale della
persona. Cosicché non si può parlare di un assoluto come sosteneva
Jean-Paul Sartre, né di un mero dato come proponeva la metafisica
classica. «La libertà non è l’essere della persona ma il
modo con cui la persona è tutto ciò che è e lo è più pienamente
che per necessità; la persona non è l’essere ma il movimento dell’essere
verso la pienezza dell’essere, essa non acquista consistenza che
nell’essere cui aspira», qui viene ripresa la definizione
data da Karl Jaspers del termine esistenza. La nuova strada viene
ricercata in una filosofia che concepisca l’uomo né come semplice
individuo, atomo tra altri atomi e privo di sostanziali relazioni
con essi, né come momento di una totalità socio-economica che
fagocita la sua specificità. L’individuo deve essere invece concepito
come persona, cioè come uno "spirito" che, se da un
lato e in quanto tale, è assolutamente unico e specifico, dall’altro
è costituzionalmente aperto alle altre persone in una relazione
che fa parte dello sviluppo e del carattere della persona stessa.
Attraverso la relazione c’è uno scambio che potenzia le varie
singolarità umane poste a contatto.
Il pensatore francese considera giusto contrapporre una
filosofia dell’uomo agli eccessi della filosofia delle cose, degli
oggetti. Si trattava di ristabilire il giusto ordine naturale
delle cose in qualche modo intaccato dal ripetersi di forme dualistiche
che tentavano di separare l’uomo dalle cose — un dualismo di antica
origine classica e di recente impronta cartesiana. Questo riequilibrio
dello stato naturale per il personalismo converge verso la realtà
personale. Mounier sostiene che non ci sia un conflitto ontologico
fra uomo e materia, l’uomo nella sua interezza è infatti sia spiritualità
che azione. Il personalismo dunque conduce a una società personalista
e insieme comunitaria, che cerca di evitare di cadere sia nella
società spersonalizzata di massa, sia nella società di tipo fascista
(fondata su un capo carismatico ritenuto infallibile), sia nella
società socialista distruttrice della dimensione trascendente
dell’uomo e della sua tensione verso l’alto. Quello a cui Mounier
aspira è una gerarchizzazione del mondo e delle sue varie componenti,
politica, economica e morale. Questa gerarchia però non può essere
raggiunta attraverso una forma di statalismo che procede dall’alto
ma deve essere realizzata attraverso una disarticolazione del
potere in una serie di comunità, in una sorta di decentramento.
Nasce così uno «Stato pluralista», fondato sulla separazione dei
poteri, come garanzia di ordine senza sacrificare la libertà personale
e aperto al dibattito delle idee e dei programmi. Il personalismo
di Mounier è così caratterizzato da quello che sì può qualificare
come "ottimismo tragico". L’ottimismo si fonda sulla
persuasione che alla lunga il bene e la verità finiranno per trionfare.
L’aspetto tragico deriva dalla realistica valutazione dell’uomo
e dalla sua forte tendenza al male e alla violenza, che può sempre
scatenarsi, come confermerà drammaticamente e perentoriamente
la tragedia immane della seconda guerra mondiale.
Lo stesso Tzvetan Todorov aveva parlato della democrazia come
di un sistema politico consapevole della presenza del male nell’essere
umano e dell’impossibilità di poterlo eradicare del tutto, Mounier
non vuole creare un Paradiso terrestre solo con l’aiuto dell’uomo.
Da qui deriva il fatto che l’autentico personalismo si oppone
a quella che Mounier denomina la piccola paura del Novecento,
la quale si oppone alla grande paura dell’anno Mille allorché
l’umanità viveva nel terrore della fine del mondo. Ma gli uomini
del Medioevo hanno saputo reagire vigorosamente e rimuovere la
grande paura, riedificando una società nuova e rivelando prodigiose
energie ricostruttrici della vita umana. Invece la piccola paura
del Novecento ha un effetto per così dire paralizzante,
e spinge l’uomo all’edonismo e all’egoismo e alla prevaricazione
sfacciata del denaro e alla rinuncia fatalistica al cambiamento
della società. L’esperienza fondamentale del personalismo è la
comunicazione. Quello a cui si aspira è un dialogo continuo fra
persone, con una propria individualità che è messa al servizio
dell’altro, per produrre conoscenza o, come direbbe Karl Jaspers,
una possibile esistenza. L’esistenza, secondo la definizione del
filosofo tedesco, consiste nel movimento che l’uomo compie per
ricercare l’essere autentico e se stesso. L’uomo non è un essere
autosufficiente e chiuso in se stesso, ma è sempre in relazione
all’altro. Dal punto di vista politico è interessante vedere come
i pilastri su cui poggia la società personalista sono tre: a)
la persona deve avere un'esistenza in grado di decentrarsi per
diventare disponibile agli altri. In questo modo il singolare
tu e il plurale noi devono precedere l'io di matrice esistenzialista.
È stato importante per il pensiero mounieriano il passaggio obbligato
dal riferimento all'"io" alla prospettiva del "noi"
per poter cogliere quanto di più importante sussista nella realtà
della persona: per il filosofo francese la persona non può viversi
come soggetto se non grazie allo sguardo altrui; b) bisogna collocarsi
non più dal proprio punto di vista ma dal punto di vista degli
altri. Questo però non deve esser attuato per ritrovare se stessi
negli altri, che diventano, in termini freudiani, una sorta di
specchio, ma bisogna collegare la propria singolarità con un’altra
singolarità in uno sforzo di accettazione e di coesione. Mounier
cerca in questo modo di evitare la teoria di Emmanuel Levinas,
che parla di rappresentazione come di riduzione dell’altro a se
stesso. Non si deve confondere la rappresentazione con l’identificazione
io-tu. L’altro non va dissolto in un pensiero. Intersoggettività
e interpersonalità sono i concetti più importanti nel discorso
di Mounier. L’io e il sé — l’io e il tu si colgono nella loro
profondità solo nella dimensione della considerazione dell’altro-essenziale;
c) la persona in questo modo può prendere su di sé le gioie, i
dolori e le sofferenze altrui. Può immedesimarsi nell’altro, questo
è ciò che Martha Nussbaum chiama fenomeno di empatia.
Questi tre elementi, importanti dal punto di vista politico,
introducono un aspetto che invece diventa fondamentale per quanto
riguarda l’atteggiamento filantropico di Adriano Olivetti. Attraverso
il personalismo Adriano Olivetti critica l’individualismo piccolo
borghese caratteristico del diciannovesimo secolo, che considerava
lo slancio personale come una rivendicazione di se stessi. Così
rifiutava i rapporti in cui si riducevano le persone a oggetti,
come nel caso di qualche tipo di filantropia nei confronti dei
poveri. Le persone non sono mezzi per esaltare se stessi ma sono
delle individualità autonome, affinché la forza vitale dello slancio
personale si traduca in donazione senza speranza di ricambio.
Si deve parlare in questo senso in termini di generosità
o di gratuità. Mounier tratta di un’economia di offerta,
che deve contrapporsi a un sistema economico di compensazione
o di calcolo.
Sotto l’aspetto filantropico le radici ebraiche di Olivetti sono
fuori discussione. Nel suo concetto di filantropia egli riprende
il sistema di Maimonide, che ha tentato di organizzare la carità
secondo una scala di perfezione che va dal sostegno economico
forzato all’aiuto disinteressato per migliorare le condizioni
materiali del povero. Tale scala è costituta da otto gradi: 1)
Il donatore elargisce soffrendo; 2) il donatore dona quanto deve;
3) l’offerta è fatta dopo la richiesta del povero; 4) l’offerta
è fatta prima della richiesta del povero; 5) il ricevente conosce
il donatore ma non viceversa; 6) il donatore sa a chi andrà l’offerta
ma chi la riceve non sa da chi provenga; 7) il donatore e il ricevente
non si conoscono l’un l’altro; 8) l’offerta di denaro o di beni
a un povero per aiutarlo a fondare una piccola azienda o un commercio
diventa indipendente e libera il povero dalla propria condizione
di miseria. L’ultimo grado della scala è il principio sui cui
propriamente si fonda la filantropia olivettiana. Si riferisce
all’integrazione sociale e afferma che si deve dare al fine di
potenziare le capacità del singolo individuo che vive all’interno
della società. Questo potenziamento del singolo è utile allo stesso
modo per aumentare le potenzialità della società stessa. In questo
modo la filantropia olivettiana è di carattere relazionale e si
oppone a una certa tradizione cattolica che vede nel solo volontariato
un esempio di relazionalità e comunicazione.
Il personalismo è essenzialmente comunitario, in quanto la prima
relazione della persona si ha non nell’individuo ma nella "persona
collettiva" o "persona personale". Quest’ultima
rappresenta l’ideale cui ogni uomo deve aspirare, il “polo profetico”
verso cui deve incessantemente tendere il "polo politico",
rappresentato dall’azione della singola persona. La persona dunque
non è qualcosa di dato e concluso ma piuttosto un ideale e un
compito che l’uomo deve gradualmente realizzare. La speranza mounieriana
pone l’umanità al di là delle tecnologie e delle politiche verso
una rivoluzione che faccia riappropriare l’uomo della dignità
della persona dentro una società libera, comunitaria e pluralistica.
Lo scopo del pensiero personalista è quello di dare dignità all’essere
umano, inteso nella sua interezza spirituale e materiale. Sotto
questo aspetto il personalismo è, per eccellenza, il sistema filosofico
che si offre come la giusta strada per la comprensione della perfetta
maturità umana. Da questo punto di vista è importante il ruolo
della Bildung all’interno del pensiero personalista,
l’educazione sarà anche uno dei cardini del sistema olivettiano.
Tutto il movimento del personalismo pedagogico si fonda sull’idea
della necessaria ricostruzione di una nuova paideia.
Dentro il principio di persona si possono trovare strade nuove
affinché l’educazione, la scuola, possano scoprire spazi nuovi
per favorire quella cura dell’humanitas auspicata dal
personalismo.
Il personalismo pedagogico si trasforma in pedagogia della persona
nel momento in cui riesce a cogliere, oltre alla dimensione strettamente
psicologica, antropologica, sociologica, quindi teoretica, la
dimensione connaturata alla realtà pratica, manifestata nell’espressione
di una eticità compresa nella realtà personale. Tale personalismo
fonda le sue basi sul principio etico per proporlo come modello
per un rinnovamento della pedagogia, per favorire sempre più e
sempre meglio la possibilità di rispondere a domande essenziali,
per non occuparsi solo del come educare ma anche del perché, per
andare oltre le tecnologie imposte da schematismi didattici e
favorire l’incontro del sé con l'altro in nuovi orizzonti di creatività.
Tipico del versante etico risulta essere il rispetto della propria
persona e dell’altrui realtà, in un continuo rapporto di dialogo
che diventa trasmissione di umanità. Grazie al dialogo l’educazione
si configura come una comunicazione vitale, come un atto di amore
attivo verso gli altri e non può non avere un’anima profondamente
etica che si esprime nella comprensione. Attraverso la nuova prospettiva
pedagogica apportata dal personalismo è possibile la fondazione
di una nuova paideia che si fa attenta a curare la dimensione
della moralità come punto di arrivo di ogni educazione. Il personalismo
rivaluta la responsabilità di ogni persona per l’altra persona,
nella dimensione di una ritrovata eticità del costume educativo.
La pedagogia perciò — nella faticosa presa di coscienza
di essere una scienza educativa con duplice valenza: sia teorica
sia pratica — non può che sposare lo schema personalistico di
un progetto educativo che miri all’innalzamento della persona,
nei suoi princìpi universali, sin dal primo momento educativo.
L’etica diviene così il canale di trasmissione dei princìpi
che conducono alla teoricizzazione e alla praticizzazione dell'
humanum presente in ciascuna persona e che si esplicita
nella dimensione della reciprocità e dunque della cura.
La rivalutazione dell’uomo in quanto tale e della sua
dignità porta Adriano Olivetti a rimanere affascinato dal pensiero
di Simone Weil che, grazie alla sua casa editrice e alla pubblicazione
nel 1952 dell’opera La condizione operaia, viene introdotta
all’interno dell’ambiente culturale italiano. Benché nel 1937
si converta al cristianesimo, Simone Weil nasce a Parigi da una
famiglia di origine ebraica. La sua ebraicità è presente nel suo
pensiero, soprattutto per quanto riguarda la rivalutazione dell’individuo
e della sua azione in chiave etica e morale. Inoltre Simone costruisce
la sua personalità in rapporto alla differenza, differenza radicale
nei confronti del mondo e della società che la circonda. Forse
è in ciò che si deve ricercare il senso più profondo del suo essere
ebrea. Lo stesso Olivetti sviluppa la sua personalità per mezzo
delle differenze, è come se fosse sulla soglia del mondo in cui
vive. Militante dell’estrema sinistra rivoluzionaria, nel 1934,
spinta dall’esigenza interiore di conoscere direttamente le condizioni
di vita dei lavoratori tronca gli studi puramente teorici per
lavorare come operaia alla Renault di Parigi. Questa esperienza
diviene per lei un’entusiasmante inserimento alla vita. Ammalatasi
di pleurite, è costretta a lasciare l’officina e inizia così un
periodo cruciale di intimo ripensamento della sua esperienza.
La vicenda umana e intellettuale di Simone Weil appare profondamente
segnata dalla vicenda dei totalitarismi e della seconda guerra
mondiale, per questo motivo il suo pensiero può essere collocato
in una immaginaria linea continua insieme al personalismo mounieriano
e all’esistenzialismo tedesco di Karl Jaspers. Il capitalismo
e la guerra, agli occhi della Weil, diventano un paradigma della
miseria umana, rappresentano l’emergere di una forza che domina
l’anima dell’uomo e la incatena al suo destino immodificabile.
Olivetti è influenzato soprattutto da due opere della
Weil, la prima delle due è il saggio del 1934 dal titolo Riflessioni
sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale. In
questa opera Simone Weil fa una critica radicale del capitalismo
industriale. Ai suoi occhi la forma attuale di capitalismo crea
ingiustizia e squilibrio sociale. Alla base di questa ingiustizia,
prima ancora della proprietà privata e dei mezzi di produzione,
c’è la separazione fra lavoro manuale e lavoro intellettuale,
fra funzioni direttive e funzioni esecutive: «Tutta la nostra
civiltà — afferma — è fondata sulla specializzazione, la quale
implica l’asservimento di coloro che eseguono a coloro che coordinano»
(S. Weil, Primi scritti filosofici, Genova 1999, p. 73).
Dopo l’esperienza storica dell’oppressione attuata con la forza
delle armi, come nel caso del fenomeno totalitario, e di quella
prodotta dalla ricchezza concentrata nel capitale privato, tipica
del capitalismo tradizionale, l’umanità ha cominciato a sperimentare
una nuova forma di oppressione determinata da una sfrenata divisione
del lavoro, che costringe l’essere umano a forme estreme di specializzazione.
Per Simone Weil tale oppressione è sinonimo di schiavitù
dell’uomo. Nella seconda opera, pure importante per le idee olivettiane,
Opposizione e libertà, la pensatrice francese scrive
che mai come nel mondo attuale l’individuo è stato così abbandonato
a una collettività cieca, e che mai gli uomini sono stati così
incapaci anche solo di pensare. Alla Weil sembra che l’essere
umano abbia perso la sua umanità. In un mondo in cui è persistente
un forte disequilibrio tra il corpo dell’uomo e il suo spirito,
l’individuo sperimenta sentimenti di impotenza e di angoscia.
In quest’ottica la sua visione della storia umana è vista sempre
in relazione all’asservimento degli uomini, il pessimismo del
suo pensiero consiste appunto nella sua convinzione sull’impossibilità
di cancellare l’oppressione e l’ingiustizia nella società umana.
Individua quindi nella storia dell’umanità due forme principali
di oppressione: la schiavitù esercitata in nome della forza; l’asservimento
in nome della ricchezza.
Nonostante la sua visione dialettica e negativa della storia,
Simone Weil non si rassegna agli eventi e per fronteggiare questi
due tipi di oppressione si appella a un obbligo eterno, quasi
trascendentale: quello verso l’essere umano in quanto tale.
Il crescente pessimismo della Weil non si tradurrà mai in senso
di impotenza. Da un lato glielo impedirà la prospettiva religiosa,
a cui si aprirà con la conversione al cristianesimo nel 1937;
dall’altro lato l’ansia di agire in favore dei più bisognosi,
dei ceti più subalterni (in quest’ottica è da inserire il suo
impegno nella guerra civile spagnola e nella Londra bombardata
durante la seconda guerra mondiale). Da questa profonda tensione
interiore nasce la svolta della fede, che non è in lei mai rinuncia
alle sue posizioni sociali ma convinzione che di fronte alla miseria
umana occorre intravedere anche una prospettiva ultraterrena di
salvezza. La ricostruzione sociale e politica della società deve
quindi poggiare su basi etico-religiose, su una rigenerazione
spirituale di individui e collettività in cui a una nuova democrazia
si accompagni un nuovo radicamento nel proprio passato, nella
tradizione, in una società giusta e rispettosa delle persone.
Quello che vuole sottolineare è il fatto che l’uomo non può essere
ridotto a mero oggetto ma deve essere definito un valore supremo
nella sua soggettività e interezza, materiale e spirituale: Emmanuel
Mounier parla di teoretica e etica.
In questo modo la Weil critica quei movimenti che
assumono una sorta di fatalismo nei confronti di chi soffre, aspettando
che una felice catastrofe porti a un capovolgimento della società
in cui, in piena accettazione dei princìpi biblici, gli
ultimi diventeranno i primi. Da questo punto di vista critica
la visione del mondo cattolico. Critica anche l’idea di rivoluzione
marxista, che si basa solo e esclusivamente su un determinismo
economico. La Weil sostiene infatti che: «La concezione
marxista, secondo la quale l’esistenza sociale è determinata dai
rapporti tra l’uomo e la natura stabiliti dalla produzione, resta
certo l’unica base solida per ogni studio storico; solo che questi
rapporti devono essere considerati in primo luogo in funzione
del problema del potere» (ibid., p. 72). La visione
rivoluzionaria di Simone Weil consiste nell’alleggerire il peso
che schiaccia la massa degli uomini, la rivoluzione diventa così
un’ideale, un giudizio di valore. La rivoluzione che la Weil delinea
è di impronta spirituale, vitalista, è uno slancio, come
direbbe Bergson. L’evoluzione viene cioè concepita in termini
spiritualistici e non deterministici o meccanicistici. Di fronte
a questa interpretazione vitalistica dell'evoluzione, le opposte
concezioni del meccanicismo e del finalismo perdono di significato.
Tanto il primo quanto il secondo presuppongono una realtà già
data, in cui sono contenuti tutti gli sviluppi futuri. L'evoluzione
implica l'idea che non esista nessuna realtà data ma soltanto
una "realtà in movimento", la vita in movimento, lo
slancio vitale, che si dà e si genera da se stessa, espandendosi
e modificandosi di continuo.
Nel pensiero di Simone Weil è presente una forte tensione spirituale,
uno slancio e una ispirazione etico-religiosa, l'intenzione di
una scelta esistenziale, quella di stare sempre dalla parte degli
oppressi. È proprio la centralità della scelta etica, nel
determinare gli orientamenti dell'esistenza degli individui, che
la porta a rifiutare il materialismo e il determinismo economicistico
del marxismo. Lo spiritualismo di Simone Weil e di Emmanuel Mounier
è profondamente radicato all’interno di una tradizione mistica.
Il loro pensiero è critico nei confronti di una posizione passiva
di fronte agli eventi e predica l’importanza dell’azione umana.
Mounier parla di un "agire con coscienza", Simone Weil
conierà il concetto di "rivalutazione spirituale" attraverso
le opere degli uomini. La persona e la collettività diventano
così soggetti attivi nello sforzo di aprire nuove possibilità
all’interno del mondo dato, che non è più caratterizzato da ascosità
e mistero ma diventa un passaggio per l’elevazione materiale e
spirituale dell’umanità. L’uomo non deve aspettare un intervento
dal cielo ma deve farsi artefice del proprio destino, nella consapevolezza
della possibile mutabilità di questo mondo.
Angelus Novus. L'angelo della storia
C’è un quadro di Paul Klee che s’intitola Angelus
Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi
da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la
bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo
aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena
di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua
rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben
trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta
spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così
forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge
irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo
delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso,
è questa tempesta. (Stephane Moses)
Così cita la nona tesi sulla storia del pensatore ebreo Walter
Benjamin. Questo concetto così ben delineato diventa importante
per spiegare la teoria di storia che sta dietro al sistema di
pensiero del personalismo, di Simone Weil e di riflesso anche
di Adriano Olivetti. Si viene a instaurare una sorta di alleanza
fra Benjamin e Paul Klee, il più grande pittore di angeli nell’età
contemporanea. Il più famoso dei quali sicuramente è l’Angelus
Novus. Si può affermare che la teoria della storia di Benjamin
è caratterizzata da una profonda stratificazione, si parla di
strati perché nessuno degli elementi qualificanti la sua teoria
di storia si annulla, ma resta vivo benché perda il suo primato
ideologico. La comparsa di un nuovo paradigma non elimina il paradigma
precedente: nulla viene mai abbandonato, tutto viene conservato.
Negli anni giovanili il suo concetto di storia aveva come elemento
predominante quello estetico; con l’opera sul dramma barocco tedesco
si avvicina al materialismo storico e la sua teoria di storia
acquisisce un impianto politico. Nelle sue ultime opere, infine,
diventa fondamentale il carattere teologico, quello che più interessa
per analizzare l’idea filantropica di Adriano Olivetti. Attraverso
gli insegnamenti dell’amico Gershom Scholem, studioso di misticismo
ebraico, Benjamin analizza il quadro di Klee vedendolo su una
traiettoria che va dalla terra (ossia il passato che è la storia)
verso i cieli (il futuro). L’angelo va verso il futuro ma ha gli
occhi rivolti verso il passato, verso la storia, perché vede nelle
rovine del mondo ciò che l’essere umano ha distrutto e che verrà
ripristinato nel tikkun. Ma l’angelo ha timore del futuro
e vorrebbe portare con sé tutto ciò che nel passato aveva un barlume
di verità e di giustizia, cosicché nel futuro sia fruibile da
parte dell’umanità. Il presente è così vissuto come una
continua “riattualizzazione” del passato, come il sempre rinnovato
tentativo di ridar vita a ciò che è stato sacrificato. Benjamin
in questo modo critica la concezione positivistica della temporalità
storica: «L’idea della continuità storica è smascherata
come un’illusione alimentata dalla mitologia dei vincitori, allo
scopo di cancellare ogni traccia della storia dei vinti»
(S. Moses, La storia e il suo angelo, Milano 1993, p.
172).
Per non cadere nel controsenso per cui la storia discontinua
degli oppressi per essere narrata, cioè per essere svolta in una
sequenza di avvenimenti, abbia bisogno dello schema della continuità
temporale, Benjamin tratta di una forma di storia altra. Al contrario
della razionalità storica che si basa su un flusso lineare degli
eventi, la tradizione implica come condizione stessa del suo prodursi
il taglio del tempo, la frattura delle epoche. Così, agli occhi
del pensatore ebreo, il nuovo non può nascere dallo scorrere senza
fine degli istanti bensì dall’arresto del tempo, al di là della
quale la vita ricomincia in una forma che, sempre, si sottrae
alla previsione. Attraverso il concetto di “tempo-ora”, la jetztzeit
tedesca, idea ispirata dal messianesimo ebraico, Benjamin propone
un modello di storia, che situando l’utopia al cuore del presente
offre, nel crollo delle ideologie del progresso, una nuova opportunità
alla speranza. Benjamin rigetta una volta per tutte la nozione
di progresso storico, contrapponendole l’idea di improvvise interruzioni
della storia: rotture che costituiscono altrettanti istanti messianici:
«Lo storicismo si accontenta di stabilire un nesso causale
fra momenti diversi della storia. Ma nessun fatto, perché causa,
è già perciò storico. Lo diventerà solo dopo, postumamente, in
seguito a fatti che possono essere divisi da millenni. Lo storico
che muove da questa constatazione cessa di lasciarsi scorrere
fra le dita la successione dei fatti come un rosario. Coglie la
costellazione in cui la sua propria epoca è entrata con un’epoca
anteriore affatto determinata. E fonda così un concetto del presente
come del tempo-ora, in cui sono sparse schegge di quello messianico»
(ivi, p. 176). Il tempo-ora rivitalizza aspetti
del passato fino a quel momento sacrificati, con un fine teologico,
nella misura in cui le scintille di speranza nascoste al fondo
del passato sono schegge di tempo messianico.
Rimettendo in dubbio la continuità temporale storica Benjamin
fa una critica radicale all’ideologia del progresso: «Si
può considerare uno degli obiettivi metodici di questo lavoro
la dimostrazione di un materialismo storico che ha annichilito
in sé l’idea del progresso. Proprio qui il materialismo storico
ha tutte le ragioni per distinguersi nettamente rispetto alle
forme tradizionali del pensiero borghese. Il suo concetto fondamentale
non è il progresso, ma l’attuazione» (ivi,
p. 179). Quello che invece propone Benjamin è la coscienza
dell’unicità qualitativa di ogni instante temporale, che apre
infinite possibilità di rinnovamento. La forza messianica dell’uomo
consiste nella possibilità di interrompere il corso degli eventi,
strappare al secondo che passa la carica esplosiva che ha al suo
interno. Per meglio spiegare questo concetto Benjamin si serve
di una metafora, ispirata alla descrizione biblica del culto ebraico:
«La lampada eterna è un’immagine dell’autentica esistenza
storica. Essa cita ciò che è stato — la fiamma che allora fu accesa — in perpetuum, dandogli sempre nuovo alimento»
(ivi, p. 198).
La teoria di storia di Walter Benjamin riprende un concetto ebraico
di atemporalità, presente nella Mishnah, l’opera fondamentale
di esegesi della Torah scritta. In essa si riformano
riferimenti a un messia per essere impiegati all’interno di un
sistema essenzialmente astorico. La Mishnah presenta
un resoconto sistematico della vita d’Israele. Essa comprende,
come è noto, 63 trattati estesi a sei tipi di attività:
la prima è l’economia (cioè agricoltura) con una attenzione rivolta
alle provvigioni agrarie riservate ai sacerdoti; seguono le regole
per i vari giorni e periodi festivi, per i sacrifici del Tempio
e le regole riguardanti la vita domestica. Le terze sono regole
che governano lo status della donna, le quarte costituiscono
un codice di leggi civili; quinto troviamo delle regole per il
servizio sacrificale del Tempio e per il mantenimento degli edifici
e le pratiche del Tempio e nella sesta categoria la Mishnah
specifica i tabù relativi alla vita cultuale in relazione alle
cose impure fornendo le regole per la purificazione. Suo principale
interesse: la santificazione. Al centro dell’attenzione c’è infatti
la santità di Israele vissuta in relazione al Tempio e sotto la
guida della classe sacerdotale. Ciò che l’opera si rifiuta di
trattare è la salvezza, ossia "verso dove" si dirige
la vita nazionale ebraica e come essa perverrà a quella meta.
La Mishnah presenta un tipo di giudaismo dotato di un’escatologia
priva di messia e di una teleologia al di là del tempo. Punto
centrale non è la salvezza, dunque, ma la santificazione.
Altro concetto fondamentale nella teoria di Benjaminè quello
di tikkun, parola assai diffusa in ambito cabbalistico,
la quale indica la necessità dell’uomo di correggere il mondo.
La filosofia cabbalistica ha una profonda eco nel pensiero personalista
e nel misticismo della Weil dal momento che tenta di rimettere
al centro delle concezioni filosofiche la dignità e la responsabilità
dell’essere umano. La parola ha uno specchio semantico amplissimo
ma il significato che si predilige è quello di restaurazione,
ossia quello del riportare le cose allo stato originario. Poiché
tuttavia il termine restaurazione è nel mondo ebraico ideologicamente
simile a quello di rivoluzione, si può parlare non più di "rivoluzione
olivettiana" ma di "restaurazione olivettiana".
Ogni rivoluzione al cambiamento, ogni restaurazione, è giustificata
in nome del ripristino della verità e della giustizia. Il tikkun
sta alla base dell’idea della qabbalah luriana. Secondo
la cosmogonia luriana l’En sof, uno dei termini per indicare
Dio e significa l’Infinito, concepì di creare i mondi e produrre
l’emanazione, per fare uscire alla luce la perfezione delle sue
azioni. Si concentrò così nel punto di mezzo, posto al centro
esatto della sua luce. La luce si concentrò e si ritrasse tutta
attorno a quel punto centrale: proprio dal punto di mezzo rimase
allora uno spazio libero, vuoto e cavo. Vi fu allora uno spazio
dove potevano esistere le emanazioni, le creature, le forme e
le realizzazioni. La contrazione, o simsum, è qui un
efficace metafora spaziale, un far posto ai mondi che subito cominciarono
ad affollarsi nel vuoto sino a quel momento occupato dalla luce
divina. Proprio come un liquido si raccoglie in un recipiente,
la luce dell’emanazione diede luogo — secondo Luria — a vasi corrispondenti
alle diverse sefirot, le dieci strutture divine che portano
il mondo a esistere attraverso l’emanazione. Mentre i vasi superiori
furono in grado di sopportare l’energia che li pervadeva, quelli
inferiori si ruppero facendo sì che le particelle luminose si
perdessero nell’oscurità sottostante. La luce ritornò subito verso
l’alto ma i frammenti rimasero sparsi in disordine e l’energia
in essi imprigionata restò separata dal fluire vitale; dall’alto,
per una seconda volta, la luce si riversò verso il basso, più
attenuata, tanto che i vasi inferiori la sopportarono e il moto
di discesa poté essere terminato. I frammenti dei vasi dispersi
nella prima rottura continuarono tuttavia a tenere prigioniere
alcune particelle di luce che costituirono un residuo dannoso
per il cosmo: esse sono all’origine delle qelippot (letteralmente
"scorze"), le oscure forze del male. Egli sostiene che
l’incapacità dei vasi sefirotici di contenere la luce divina si
ripercosse nell’intero ordine del creato, imponendo la necessità
di una restaurazione, in ebraico tikkun, del disegno
dei primordi. Tale restaurazione non può essere compiuta senza
l’aiuto dell’uomo poiché questo, con le proprie azioni, può contribuire
a liberare le scintille di luce prigioniere nelle qelippot.
L’uomo, insieme al mistico, era chiamato a concorrere alla reintegrazione
dell’archetipo celeste.
Sicuramente un punto in comune fra la qabbalah e l’idea
di filantropia olivettiana può essere rinvenuto nell’idea di tikkun.
Tramite l’azione umana, attraverso quello che può essere definito
uno slancio vitalistico, si è in grado di modificare la realtà
terrena al fine di ristrutturarla secondo il progetto originario
di Dio, non realizzatosi per la dispersione delle particelle del
male nel mondo. Questo non significa che l’uomo sia in grado di
modificare il progetto divino ma che egli, agendo in modo pio
e secondo i precetti divini, ha la possibilità di riequilibrare
il mondo e quindi di ristabilire la giustizia divina in terra.
La filantropia di Olivetti poggia su due importanti capisaldi,
che sono l’atemporalità e la possibilità dell’uomo, attraverso
le sue azioni, di trasformare e ricostruire sempre la realtà terrena.
Il presupposto base resta comunque l’idea dell’uguaglianza fra
tutti gli uomini: da questo punto di vista Olivetti diventa un
profeta della tradizione biblica, come Michea e Amos. Una vera
strategia filantropica deve essere attuata per tutto l’arco della
vita, il che è possibile solo all’interno di una concezione atemporale
della storia. Nel caso, ad es., del volontariato cattolico, la
caratteristica che lo investe è quella della estemporalità dei
suoi interventi, basandosi su un tempo storico lineare in cui
la causa deve sempre e comunque precedere gli effetti. Ma la vera
innovazione di Olivetti consiste, attraverso una chiara influenza
mistica, nell’aver dato massima dignità all’uomo, per cui gli
aiuti che vengono elargiti non hanno lo scopo di glorificare il
benefattore ma sono interventi mirati nella consapevolezza che
l’individuo possa utilizzare questi sostentamenti per potenziare la società.
È importante sottolineare come nella qabbalah luriana
l’azione equilibratrice è possibile solo se chi agisce lo fa non
perché costretto ma perché sente dentro di sé la giustezza dell’opera.
Lo stesso Maimonide afferma che, agli occhi del Signore, rispetto
a una semplice offerta caritatevole è più gradito convincere un
uomo avaro a donare parte delle proprie ricchezze in maniera disinteressata.
In questo è racchiusa la straordinarietà di Adriano Olivetti:
un uomo che ha tentato di unire a un piano imprenditoriale la
forza della spiritualità umana.
Riferimenti bibliografici
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Alan Unterman, Dizionario di usi e leggende ebraiche, Roma-Bari 1994.
Michael Walzer, L’intellettuale militante. Critica sociale
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