Un'introduzione a Dialettica
del nichilismo di Nishitani Keiji
di Carlo
Saviani

Il pensiero e l’opera di Nishitani Keiji
(1900-1990) da quasi un trentennio, dapprima negli Stati
Uniti e in Germania e ora anche in Belgio, Messico,
Francia e Spagna, suscitano un vivo interesse e una
cospicua produzione di studi e traduzioni, dalla quale
emerge una figura di pensatore tra le più originali
e stimolanti del Novecento, i cui temi potrebbero anche
in Italia arricchire il dibattito filosofico e teologico
oltre che gli stessi studi orientalistici 1.
Oriente e Occidente. Nishitani
Keiji riveste un ruolo di primo piano nei campi del
dialogo interreligioso, della questione del nichilismo,
della storia della cultura giapponese e della storia
contemporanea del buddhismo zen. Al pari del suo maestro
Nishida Kitaro, Nishitani ha considerato ineludibile
il confronto tra il pensiero orientale e quello occidentale,
avvertendo l’esigenza di impostare un pensiero
«planetario». In effetti, già a
partire dai suoi primi scritti e corsi universitari
Nishida aveva improntato la scuola di Kyoto in due
sensi: offrendo un contributo prettamente orientale
alla tradizione filosofica occidentale con l’impiego
di concetti-chiave buddhisti e arricchendo la riflessione
buddhista sottoponendola al rigore della filosofia
europea. Questo fu anche l’intento di Nishitani.
Nel 1949, in una breve ricostruzione della personalità
e del pensiero del maestro, egli scriveva: «Si
possono ritrovare nel pensiero di Nishida sia il pensiero
occidentale che una modernizzazione dello spirito
orientale. Questa, mi sembra, è la strada che
la cultura giapponese deve prendere. A fronte di tutti
gli splendori della storia culturale dell’Oriente,
il presente esige da noi qualcosa di più; non
è il caso di riesumare idee dal passato per
farle rivivere nel presente. Occorre un’accettazione
fondamentale del pensiero, e forse anche della cultura,
occidentale. D’altra parte, seguire pedissequamente
le orme dell’Occidente non contribuisce alla
cultura mondiale, nonostante il nostro diligente impegno.
A livello mondiale, noi ci troviamo in una posizione
vantaggiosa, nel senso che serbiamo una tradizione
profondamente radicata nello spirito orientale che
i popoli occidentali non hanno: in un modo o nell’altro,
dobbiamo trovare un modo per riportarla in vita; non
possiamo lasciarla logorare dal tempo. Il giusto modo
di procedere è, secondo me, far rivivere la
cultura dell’Oriente attraverso la cultura dell’Occidente
- nella forma di una rinascita attraverso la cultura
occidentale o di un nuovo sviluppo della cultura occidentale».
[Nishida Kitaro, tr. ing. di Yamamoto S. e J. W. Heisig,
University of California Press, Berkeley 1991, pp.
40-41]
Nel 1967, in un saggio sullo stato della filosofia
nel Giappone contemporaneo, dirà: «Noi
Giapponesi abbiamo ereditato due culture completamente
differenti. […] Questo è un grande privilegio,
del quale gli occidentali non partecipano […]
ma che al tempo stesso ci carica di una grande responsabilità:
porre basi filosofiche per un mondo in formazione,
per un mondo nuovo, unito al di là delle differenze
di Oriente e Occidente». [Cit. in J. W. Heisig,
Filosofi del nulla, cit., pp. 463-4] E, riassumendo
la sua posizione al riguardo, in un saggio autobiografico
del 1963 affermerà: «Penso che d’ora
in poi il pensiero filosofico debba trascendere la
distinzione tra Oriente ed Occidente e stabilirsi
su fondamenta più estese». [Il punto
di partenza della mia filosofia, cit., p. 35] Con
questi intenti, a differenza di Nishida e Tanabe,
che rivolsero i loro scritti solo al lettore giapponese
e non si preoccuparono di farli tradurre nelle lingue
occidentali, Nishitani, grazie anche alle sue notevoli
competenze linguistiche, tenne lezioni e conferenze
in Europa e in America e collaborò attivamente
con i traduttori dei propri scritti, con l’obiettivo
che il proprio pensiero fosse letto e discusso da
filosofi occidentali. E, sebbene già ottantenne,
interpretò un ruolo principale in Giappone
nell’animare pubblici dibattiti con filosofi
occidentali.
Nishitani scrisse saggi su autori
classici come Kant, Aristotele, Plotino, Agostino,
Eckhart, Boehme, Descartes, Schelling, Hegel, Nietzsche,
Dostoevskij, Bergson e Heidegger, e fu uno dei pionieri
nella traduzione in giapponese di classici del pensiero
occidentale, come alcune opere di Schelling e Kierkegaard.
Contemporaneamente, ricorse di frequente a classici
orientali del buddhismo, del taoismo e del confucianesimo
ed offrì originali interpretazioni di temi
biblici. Ora, come egli stesso ebbe a dire, la direzione
fondamentale di questi vasti interessi filosofici
fu quella di «attraversare il nichilismo e trovare
una via per superarlo» [ib., p. 45], in una
radicalizzazione del nichilismo stesso e in un’assunzione
esistenziale del nihilum e dell’insensatezza.
Le motivazioni di questo suo cammino filosofico non
furono per nulla accademiche, ma si radicarono invece
negli anni della sua adolescenza. Rievocando quel
periodo, nel 1949 scrisse: «La mia decisione
di studiare filosofia, per melodrammatico che possa
suonare, fu davvero una questione di vita o di morte.
[…] Allora non mi rendevo conto che stavo vivendo
all’interno del fondamentale problema filosofico
dell’esistenza e del nulla. […] La decisione
di studiare filosofia fu una sorta di conversione».
[I giorni della mia giovinezza, cit., p.
22] Nishitani inizia, così, il suo cammino
filosofico studiando testi occidentali, per poi rivolgersi
sempre più all’approfondimento della
tradizione orientale.
Il punto di partenza filosofico
di Nishitani non è né la meraviglia
né l’apologia della fede, ma il sentimento
dell’insensatezza dell’esistenza e dell’illusorietà
delle risposte etiche e religiose tradizionali; e
l’interesse per il nichilismo europeo, con il
sempre più marcato confronto con la propria
tradizione culturale, nasce da un’esigenza esistenziale
radicata nella sua esperienza personale e storica
determinata dal nichilismo. Nel citato saggio autobiografico
del 1963, egli afferma: «Se dovessi cercare
di definirlo [il mio punto di partenza filosofico],
non troverei altra parola che «nichilismo».
Quando iniziai gli studi di filosofia, il concetto
non mi era molto chiaro; ma ad uno sguardo retrospettivo
non esiste oggi un termine migliore. Certo, rigorosamente
parlando, il nichilismo è già una posizione
filosofica; ma io non lo intendo in quel senso né
intendo dire che ero semplicemente in uno stato d’animo
nichilistico. Il genere di nichilismo di cui sto parlando
è qualcosa che precede la filosofia e nel contempo
contiene essenzialmente uno spinta verso una dimensione
filosofica» [Il punto di partenza della mia
filosofia, cit., p. 36]. Per «nichilismo»
egli non intende il mero sentimento dell’insensatezza
della vita, da superare magari appellandosi a qualche
sistema etico o a qualche determinata tradizione religiosa.
È piuttosto un nichilismo di secondo grado,
che nasce dall’insufficienza delle risposte
etiche e religiose a questa insensatezza. Questo nichilismo
si attiene fermamente al proclama nietzscheano che
Dio non solo è morto, ma soprattutto resta
morto. Chiarendo questo punto, egli dice: «[Il
nichilismo] potrebbe forse essere paragonato ad un
germe o ad un virus che, pur vinto da un potente farmaco,
fa di nuovo la sua comparsa, stavolta dotato però
di una maggiore resistenza costruita proprio contro
quel farmaco. […] Sentendosi respinto, il nulla
si fa più profondo e la disperazione e la solitudine
si fanno più intense. Facendosi strada attraverso
la dimensione etica e quella religiosa, questo nulla
guadagna in resistenza. […] È un nulla
che è diventato für sich. […] Il
nichilismo nasce proprio su questo "diventare
für sich del nulla". […]
Strada facendo, il nichilismo include essenzialmente
una direzione verso la filosofia. Il nichilismo devia
dal sentiero dell’etica e della religione e
fa un “giro lungo” attraverso la filosofia.
[…] Penso che il problema del nichilismo rimane
nascosto nella fonte stessa del reciproco antagonismo
tra religione e scienza. In tal modo il problema del
nichilismo che faceva da punto di partenza del mio
impegno filosofico, gradualmente crebbe e giunse ad
avvolgere quasi tutto» [Il punto di partenza
della mia filosofia, cit., pp. 41-49].
Come spiega Heisig, già nel saggio
che scrisse su Nietzsche ed Eckhart al termine del
suo soggiorno di studi in Germania con Heidegger (1937-9),
Nishitani assume il compito di superare la disperazione
nichilistica non dall’esterno ma dall’interno
del nichilismo stesso, assumendolo e addentrandosi
nelle sue profondità. Ciò che gli appariva
come il pericolo maggiore era sentirsi a distanza
dalla vita, «come una mosca che sbatte contro
il vetro di una finestra senza poterlo attraversare»,
o come una persona che dalla finestra guarda una tormenta,
incapace di sentire il contatto della neve e del vento
sulla sua faccia. «Per un certo periodo arrivò
perfino a mettere in questione la stessa validità
della filosofia e della vita accademica. Non che le
ombrose aule dell’accademia lo separassero dall’aria
fresca e dal sole brillante del mondo reale; all’opposto,
la luce artificiale e l’ambiente confortevole
dell’università lo separavano dalla grande
oscurità e angoscia che là fuori se
ne stavano in attesa» [J. W. Heisig, Filosofi
del nulla, cit., p. 415]. In definitiva, afferma
Nishitani: «Lungo le mie fasi pre-filosofiche
e filosofiche il mio sforzo fondamentale fu, in parole
semplici, quello di superare il nichilismo attraversandolo.
Incapace com’ero di dimorare nel nichilismo,
il suo superamento fu una necessità; ma, nel
contempo, non c’era altro modo se non quello
di realizzare tale superamento attraverso il nichilismo
stesso, ossia aprendo una breccia nel fondo del nichilismo,
poiché è questo che implica l’essenza
del nichilismo» [Il punto di partenza della
mia filosofia, cit., p. 45].
La dialettica del nichilismo.
Al problema del nichilismo Nishitani dedica nel 1949
una raccolta di saggi, dal semplice titolo Nihirizumu
(Il nichilismo)2.
Gli autori più estesamente trattati sono Nietzsche,
Stirner, Dostoevskij, Heidegger e Sartre. Nel volume
il pensiero di Nietzsche gioca un ruolo preminente:
ad esso sono dedicati tre dei nove capitoli. L’interpretazione
che ne offre Nishitani non appare influenzata da quella
che Heidegger ne aveva offerto nei corsi della fine
degli anni Trenta, frequentati dallo stesso Nishitani,
poi rielaborati e pubblicati nel 1961 nei due volumi
del Nietzsche. L’interpretazione di Nietzsche
appare segnata piuttosto dalle ricostruzioni che Löwith
aveva offerto del nichilismo nei tre articoli apparsi
in traduzione giapponese su Yoroppa no nihirizumu,
in «Shiso», 1940, con un’appendice
per il lettore giapponese (tr. it., K. Löwith,
Il nichilismo europeo, Laterza, Roma-Bari
1999). Nishitani aveva letto Nietzsche fin dall’adolescenza,
influenzato soprattutto dall’interpretazione
"orientale" (la volontà di potenza
come «sé cosmico») che ne avevano
dato Watsuji Tetsuro (1913) e Abe Jiro (1918), e negli
anni del liceo aveva portato con sé lo Zarathustra
«come una bibbia» (J. Heisig, op. cit.,
p. 244). In Dialettica del nichilismo Nishitani
offre, tra l’altro, un’interessante interpretazione
del concetto nietzscheano del corpo (pp. 216-223).
Il senso del libro può essere
colto già nella Prefazione: «Quando ero
un ventenne, le figure di Nietzsche e Dostoevskij
marchiarono a fuoco il fondo della mia anima [...]
e da allora in poi il mio cuore ha continuato a fremere.
[…] Il nichilismo che qui tratto non è
semplicemente un vago sentimento o una semplice tendenza;
è piuttosto qualcosa che è diventato
autocosciente. Inoltre, è un nichilismo che
in un certo senso è l’autosuperamento
di ciò che viene comunemente chiamato «nichilismo».
[…] Ciascuna delle figure rappresentative che
segnano il corso del nichilismo dell’Europa
occidentale ha sviluppato una forma totalmente differente
di idee. Se in ciascuno di loro sono evidenti le manifestazioni
del nichilismo, un accurato esame del loro pensiero
rivela un fondamentale modello comune. Ho tentato
di delineare questo modello come la fondamentale integrazione
di nichilismo creativo e finitezza. Da questa posizione
io percepisco i segni di un nuovo orientamento che
prende forma nelle profondità dello spirito
dell’Europa moderna e mi accorgo che questo
spirito sta cominciando ad aprire un orizzonte per
importanti contatti con il buddismo» [Dialettica
del nichilismo, cit., pp. 21-24]. Nel I capitolo,
Nichilismo come e-sistenza, rivolgendosi
al lettore giapponese, Nishitani spiega innanzitutto
che il nichilismo non può essere affrontato
con uno spirito d’indagine distaccato e oggettivo:
«Il nichilismo è innanzitutto un problema
del sé. Ed esso diventa davvero un problema,
solo quando è il sé che diventa un problema
per se stesso» e si supera anche la posizione
dell’osservazione, nella quale rimangono scissi
il sé che osserva e il sé che è
osservato. «Quando l’esistenza del sé
diventa un punto interrogativo, una ignota x, e quando
dietro l’esistenza del sé o al suo fondo
è esperito il nihilum, [...] il sé
è costretto a diventare uno e il sé
stesso decide di non nascondere o evadere questo fatto»,
come nel caso di Kierkegaard, Nietzsche o Heidegger.
Insomma, «il nichilismo esige che ciascun individuo
conduca un esperimento su se stesso» [ib., pp.
29-30].
Nishitani, poi, mette in relazione
il nichilismo con la situazione in Giappone. Se è
vero che il nichilismo è un concetto storico
riferibile ad un fenomeno apparso nell’Europa
moderna, è altrettanto vero che i Giapponesi,
pur lontani dall’Europa e con delle tradizioni
differenti, sono stati battezzati nella cultura europea
e si sono appropriati dell’educazione europea.
Quindi, il nichilismo è un problema anche per
i Giapponesi, sebbene presenti un carattere singolare.
Nell’affrontare il tema del nichilismo come
spirito della propria epoca, occorre quindi assumerne
i tratti: «Dopo Hegel, […] ciò
che era stato considerato trans-storico cominciò
ora ad essere considerato un prodotto della storia.
Si aprì allora al fondo della storia e del
sé un abissale nihilum, ed ogni cosa
si trasformò in un punto interrogativo. Riconoscere
sinceramente questo tipo di disperazione come disperazione
e cercare di vivere in sincerità senza evitarla
o distoglierla – o, come Nietzsche, caricarsi
volontariamente e totalmente delle sue conseguenze
e cercare di affrontare lo spirito che aveva dominato
tutta la storia fino ad allora – tutto questo
è il nichilismo» [Ib., pp. 37-8]. Il
nichilismo è, allora, un’opportunità
epocale: «Quando il nihilum prende il posto
del “vero essere” trans-storico, per la
prima volta diventa possibile un’indagine fondamentale
della storia. Diventa possibile anche che il sé
interroghi il fondamento della storia e superi il
suo dualismo riflessivo e si unifichi in un pieno
pathos esistenziale» [Ib., p. 38]. Ora, la posizione
storico-esistenziale dei pensatori discussi nel volume
fornisce al nichilismo europeo il carattere ambivalente
di un nichilismo che supera se stesso: da una parte,
esso è un nichilismo "attivo" la
cui critica fondamentale mina il fondamento stesso
della storia e del sé; dall’altra, il
suo "nulla", senza Dio o Verità,
cova in se stesso i semi di una svolta verso una «grande
affermazione», nella quale il nulla esistenziale
rimpiazzi Dio come forza creatrice.
In questo senso, secondo Nishitani,
va interpretato anche Heidegger, al quale dedica l’intero
ottavo capitolo, intitolato Nichilismo come filosofia.
Per Nishitani, l’originalità del pensiero
di Heidegger sta nell’aver impostato nei termini
di un’ontologia esistenziale il problema del
nulla inerente al nichilismo. Nishitani individua
nella posizione heideggeriana un forma di nichilismo
attivo, nella quale, l’abisso dell’esserci
si rivela come libertà e il mondo come orizzonte
dell’attività dell’esserci. In
questo senso, la posizione heideggeriana sarebbe simile
alla concezione nietzscheana del mondo come insieme
di prospettive della volontà di potenza e alla
nozione stirneriana di «godimento del mondo»
(Weltgenuss), vista in termini di «nulla
creativo»; seppure in una forma ontologicamente
fondata, anche nell’idea di metafisica esistenziale
di Heidegger si profilerebbe quella «fondamentale
unità di nichilismo creativo e finitezza»
che Nishitani coglie come apporto decisivo del nichilismo
filosofico europeo. Nel capitolo finale, Il significato
del nichilismo per il Giappone, Nishitani riprende
proprio questo tema. Il nichilismo affermativo e creativo,
nella sua duplice negazione del mondo della finitezza
e del mondo dell’essere eterno, guadagna una
posizione nella quale la finitezza e l’eternità
fanno tutt’uno sullo sfondo del nulla; o, meglio,
la finitezza diventa piena e definitiva. Dice Nishitani:
«Il proprio sé finito, sebbene nel mondo,
abbraccia il mondo dall’interno al fondo del
suo nihilum. L’eterno ritorno in Nietzsche,
il mondo come proprietà dell’unico in
Stirner e la posizione della fondazione trascendentale
in Heidegger comportano tutti questo sentimento. Il
nichilismo affermativo comincia ad emergere da una
consapevolezza della fondamentale crisi in Europa
come una via per superare questa crisi dalle radici»
[Ib., p. 381].
Tornando al problema principale
del volume, Nishitani riprende la domanda posta all’inizio:
se il nichilismo è la realtà storica
dell’Europa e se in queste circostanze esso
diventa una posizione storico-esistenziale, quale
significato può avere per il Giappone, che
vive una situazione drammatica: seppure ormai europeizzato,
non ha assunto la fede cristiana né l’etica
di derivazione greca come propri fondamenti spirituali;
d’altra parte, seppure erede di tradizioni millenarie
come il buddhismo e il confucianesimo, attualmente
è privo della loro forza spirituale. Il terreno
spirituale ancora fecondo fino alla metà del
periodo Meiji, che aveva permesso di assumere la cultura
occidentale con un’inaudita alacrità,
con l’europeizzazione e l’americanizzazione
è via via diventato una voragine. Ora, dice
Nishitani, «la cosa peggiore è che questo
vuoto non è in alcun modo un vuoto vinto grazie
ad una lotta, né un nihilum esperito»
[p. 383]; in altri termini, la crisi spirituale non
è riconosciuta in quanto crisi e, in circolo,
il mancato riconoscimento è un effetto della
crisi spirituale stessa. In questa situazione, il
nichilismo deve diventare il problema più pressante
anche per i Giapponesi3.
Nishitani fa proprie le analisi di Löwith contenute
nella Postfazione a Il nichilismo europeo,
(ad esempio, «Il Giappone ha fatto la nostra
conoscenza quando ormai era troppo tardi, quando noi
stessi non credevamo già più alla nostra
civiltà, e la cosa migliore che avevamo era
un’autocritica, che il Giappone peraltro non
ha assolutamente saputo cogliere», Il nichilismo
europeo, cit., pp. 86-87), ricordando come all’abbandono
della propria identità culturale abbia saputo
reagire solo la violenza nazionalistica e imperialistica
degli anni Trenta. Ora, secondo Nishitani, il compito
fondamentale per i Giapponesi è assumere quello
stesso senso di responsabilità nei confronti
degli antichi del quale parlava Nietzsche nel suo
nichilistico e radicale confronto con la storia, per
redimere ciò che è nobile nella tradizione
in vista del futuro. Dice Nishitani: «La sua
posizione invoca un ritorno agli antichi per fronteggiare
il futuro o volgerlo al contrario, un profetizzare
nei confronti della tradizione. Senza una volontà
rivolta al futuro, il confronto con il passato non
può essere realizzato; e senza responsabilità
verso gli antichi, non c’è una vera volontà
rivolta al futuro. Per noi Giapponesi, la riscoperta
di questa volontà originaria rappresenta il
nostro compito più fondamentale. È qui
che il nichilismo europeo comincerà a rivelare
il suo significato fondamentale per noi» [Dialettica
del nichilismo, cit., pp. 387-8].
Il nichilismo europeo assume, in
definitiva, un triplice significato per il Giappone:
innanzitutto, può rendere consapevoli anche
i giapponesi, ormai occidentalizzati, del nihilum
della modernità europea e della crisi della
civiltà occidentale; inoltre, può insegnare
che per superare la crisi si deve ricordare l’importanza
della profondità spirituale della tradizione;
infine, può insegnare a rivolgersi criticamente
alla propria tradizione come una possibilità
di superamento del nichilismo e riscoprirvi la vitalità
della posizione (tachiba) buddhista della «vacuità»
(ku; scr. sunyata). In un accenno
di comparazione tra nichilismo e buddhismo, Nishitani
avvicina la posizione del «trascendimento al
mondo» come «fondamentale integrazione
di nichilismo creativo e finitezza», propria
del nichilismo attivo, alla posizione del buddhismo
mahayana4.
Nonostante i riferimenti critici di Nietzsche al buddhismo
come negazione della vita e della volontà,
le sue nozioni dell’amor fati e del dionisiaco
come superamento del nichilismo lo avvicinano infatti
al buddhismo mahayana. Ma, avverte Nishitani, c’è
nel pensiero Mahayana una posizione che non può
essere raggiunta neanche dal nichilismo che supera
il nichilismo, sebbene quest’ultimo possa tendere
in quella direzione [Dialettica del nichilismo,
cit., p. 394]. La «posizione della vacuità»
(ku no tachiba) costituirà d’ora
in poi il filo conduttore del pensiero di Nishitani
e il motivo dominante del suo capolavoro, La religione
e il nulla5
dove fungerà da prospettiva universale che
possa offrire una sintesi feconda delle tradizioni
d’Oriente e d’Occidente.
1
Di Nishitani sono stati pubblicati in traduzione italiana:
La religione e il nulla, trad. dall’inglese
di C. Saviani, introduzione di James W. Heisig, Città
Nuova, Roma 2004, pp. 387; La relazione io-tu nel
buddhismo zen e altri saggi, cit., pp. 196 (contiene:
I giorni della mia giovinezza, Il punto di partenza
della mia filosofia, L’esistenza religioso-filosofica
nel buddhismo, Il risveglio del sé nel buddismo,
La relazione io-tu nel buddhismo zen, Ontologia e proferimento);
Dialettica del nichilismo, trad. dall’inglese
di C. Saviani, L’Epos, Palermo 2008, pp. 427.
Sul pensiero di Nishitani, vd. J. W. Heisig, Filosofi
del nulla. Un saggio sulla scuola di Kyoto, cit.,
pp. 395-550, 674-702 e bibliografia.
2 Tr. ingl.,
The Self-Overcoming of Nihilism, cit., basata
sull’edizione definitiva del 1987; sulla base
della trad. ingl. è stata condotta la trad. it.,
Dialettica del nichilismo, cit. Per una collocazione
storica del volume di Nishitani, ricordiamo alcuni importanti
testi sul nichilismo pubblicati in quegli anni: W. Broecker,
Nietzsche und der Europäische Nihilismus,
in «Zeitschrift für philosophische Forschung»,
3, 1948; E. Benz, Westlicher und östlicher
Nihilismus in christlicher Sicht, Evangelischer
Verlagswerk, Stuttgart, 1948; M. Heidegger, Nietzsches
Wort »Gott ist tot«, in Holzwege,
Klostermann, Frankfurt a.M. 1950; H. Thielicke, Der
Nihilismus. Entstehung, Wesen, Überwindung,
Reichl, Tübingen 1950 (Neske, Pfullingen 1951);
A. Camus, L’Homme révolté,
Gallimard, Paris 1951.
3 Cf. un brano
tratto da un convegno del 1958: «In Giappone la
religione è impotente. Ma noi non abbiamo neanche
un serio ateismo. In Europa qualsiasi deviazione dalla
tradizione deve venire a patti con essa o scontrarvisi.
Questo, a mio parere, spiega la tendenza all’interiorità
o all’introspezione, che fa di un popolo un popolo
che pensa. In Giappone […] i legami con la tradizione
sono stati spezzati; l’onere di dover venire a
patti con ciò che ci precede è svanito
e al suo posto rimane solo un vuoto» (citato in
J. Heisig, op. cit., p. 416).
4 Altri accenni
comparativi sono a pp. 48, 50, 59, 66-67, 92 e 97, a
proposito di Nietzsche; a pp. 121-122, a proposito di
Stirner; a p. 179, a proposito del nichilismo europeo
in generale; a pp. 187-188 e 190, a proposito dell’ateismo
sartriano.
5 Nishitani
impiega il termine tachiba nel senso di luogo
d’osservazione, postazione e, insieme, di prospettiva
e postura. Il termine «posizione» può
forse renderne al meglio la duplice valenza. Heisig
richiama l’affinità del concetto di posizione
con il prospettivismo nietzscheano, ma ritiene possibile
anche una ripresa del concetto di tachiba espresso da
Suzuki in un libro sullo zen del 1916, che Nishitani
aveva letto fin da giovane (op. cit., p. 690).
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