Da quasi un trentennio il pensiero e l’opera di Nishitani
Keiji (1900-1990), dapprima negli Stati Uniti e in Germania e
ora anche in Belgio, Messico, Francia e Spagna, suscitano un vivo
interesse e una cospicua produzione di studi e traduzioni. Da
essi emerge una figura di pensatore tra le più originali
e stimolanti del Novecento, i cui temi potrebbero anche in Italia
arricchire il dibattito filosofico e teologico oltre che gli stessi
studi orientalistici ›1.
Oriente e Occidente
Nishitani Keiji riveste un ruolo di primo piano nei campi del
dialogo interreligioso, della questione del nichilismo, della
storia della cultura giapponese e della storia contemporanea del
buddhismo zen. Al pari del suo maestro Nishida Kitaro, Nishitani
ha considerato ineludibile il confronto tra il pensiero orientale
e quello occidentale, avvertendo l’esigenza di impostare
un pensiero «planetario». In effetti, già a
partire dai suoi primi scritti e corsi universitari Nishida aveva
improntato la scuola di Kyoto in due sensi: offrendo un contributo
prettamente orientale alla tradizione filosofica occidentale con
l’impiego di concetti-chiave buddhisti e arricchendo la
riflessione buddhista sottoponendola al rigore della filosofia
europea. Questo fu anche l’intento di Nishitani. Nel 1949,
in una breve ricostruzione della personalità e del pensiero
del maestro, egli scriveva: «Si possono ritrovare nel pensiero
di Nishida sia il pensiero occidentale che una modernizzazione
dello spirito orientale. Questa, mi sembra, è la strada
che la cultura giapponese deve prendere. A fronte di tutti gli
splendori della storia culturale dell’Oriente, il presente
esige da noi qualcosa di più; non è il caso di riesumare
idee dal passato per farle rivivere nel presente. Occorre un’accettazione
fondamentale del pensiero, e forse anche della cultura, occidentale.
D’altra parte, seguire pedissequamente le orme dell’Occidente
non contribuisce alla cultura mondiale, nonostante il nostro diligente
impegno. A livello mondiale, noi ci troviamo in una posizione
vantaggiosa, nel senso che serbiamo una tradizione profondamente
radicata nello spirito orientale che i popoli occidentali non
hanno: in un modo o nell’altro, dobbiamo trovare un modo
per riportarla in vita; non possiamo lasciarla logorare dal tempo.
Il giusto modo di procedere è, secondo me, far rivivere
la cultura dell’Oriente attraverso la cultura dell’Occidente
— nella forma di una rinascita attraverso la cultura occidentale
o di un nuovo sviluppo della cultura occidentale» [Nishida
Kitaro, tr.ing. di Yamamoto S. e J.W. Heisig, Univ. of California
Press, Berkeley 1991, pp. 40-41].
Nel 1967, in un saggio sullo stato della filosofia nel Giappone
contemporaneo, dirà: «Noi Giapponesi abbiamo ereditato
due culture completamente differenti. […] Questo è
un grande privilegio, del quale gli occidentali non partecipano
[…] ma che al tempo stesso ci carica di una grande responsabilità:
porre basi filosofiche per un mondo in formazione, per un mondo
nuovo, unito al di là delle differenze di Oriente e Occidente»
[cit. in J.W. Heisig, Filosofi del nulla, cit., pp. 463-4].
E, riassumendo la sua posizione al riguardo, in un saggio autobiografico
del 1963 affermerà: «Penso che d’ora in poi
il pensiero filosofico debba trascendere la distinzione tra Oriente
ed Occidente e stabilirsi su fondamenta più estese»
[Il punto di partenza della mia filosofia, cit., p. 35].
Con questi intenti, a differenza di Nishida e Tanabe, che rivolsero
i loro scritti solo al lettore giapponese e non si preoccuparono
di farli tradurre nelle lingue occidentali, Nishitani, grazie
anche alle sue notevoli competenze linguistiche, tenne lezioni
e conferenze in Europa e in America e collaborò attivamente
con i traduttori dei propri scritti, con l’obiettivo che
il proprio pensiero fosse letto e discusso da filosofi occidentali.
E, sebbene già ottantenne, interpretò un ruolo principale
in Giappone nell’animare pubblici dibattiti con filosofi
occidentali.
Nishitani scrisse saggi su autori classici come Kant, Aristotele,
Plotino, Agostino, Eckhart, Boehme, Descartes, Schelling, Hegel,
Nietzsche, Dostoevskij, Bergson e Heidegger, e fu uno dei pionieri
nella traduzione in giapponese di classici del pensiero occidentale,
come alcune opere di Schelling e Kierkegaard. Contemporaneamente,
ricorse di frequente a classici orientali del buddhismo, del taoismo
e del confucianesimo ed offrì originali interpretazioni
di temi biblici. Ora, come egli stesso ebbe a dire, la direzione
fondamentale di questi vasti interessi filosofici fu quella di
«attraversare il nichilismo e trovare una via per superarlo»
[ib., p. 45], in una radicalizzazione del nichilismo stesso e
in un’assunzione esistenziale del nihilum e dell’insensatezza.
Le motivazioni di questo suo cammino filosofico non furono per
nulla accademiche, ma si radicarono invece negli anni della sua
adolescenza. Rievocando quel periodo, nel 1949 scrisse: «La
mia decisione di studiare filosofia, per melodrammatico che possa
suonare, fu davvero una questione di vita o di morte. […]
Allora non mi rendevo conto che stavo vivendo all’interno
del fondamentale problema filosofico dell’esistenza e del
nulla. […] La decisione di studiare filosofia fu una sorta
di conversione». [I giorni della mia giovinezza,
cit., p. 22] Nishitani inizia, così, il suo cammino filosofico
studiando testi occidentali, per poi rivolgersi sempre più
all’approfondimento della tradizione orientale.
Il punto di partenza filosofico di Nishitani non è né
la meraviglia né l’apologia della fede, ma il sentimento
dell’insensatezza dell’esistenza e dell’illusorietà
delle risposte etiche e religiose tradizionali; e l’interesse
per il nichilismo europeo, con il sempre più marcato confronto
con la propria tradizione culturale, nasce da un’esigenza
esistenziale radicata nella sua esperienza personale e storica
determinata dal nichilismo. Nel citato saggio autobiografico del
1963, egli afferma: «Se dovessi cercare di definirlo [il
mio punto di partenza filosofico], non troverei altra parola che
«nichilismo». Quando iniziai gli studi di filosofia,
il concetto non mi era molto chiaro; ma ad uno sguardo retrospettivo
non esiste oggi un termine migliore. Certo, rigorosamente parlando,
il nichilismo è già una posizione filosofica; ma
io non lo intendo in quel senso né intendo dire che ero
semplicemente in uno stato d’animo nichilistico. Il genere
di nichilismo di cui sto parlando è qualcosa che precede
la filosofia e nel contempo contiene essenzialmente uno spinta
verso una dimensione filosofica» [Il punto di partenza
della mia filosofia, cit., p. 36]. Per «nichilismo»
egli non intende il mero sentimento dell’insensatezza della
vita, da superare magari appellandosi a qualche sistema etico
o a qualche determinata tradizione religiosa. È piuttosto
un nichilismo di secondo grado, che nasce dall’insufficienza
delle risposte etiche e religiose a questa insensatezza. Questo
nichilismo si attiene fermamente al proclama nietzscheano che
Dio non solo è morto, ma soprattutto resta morto. Chiarendo
questo punto, egli dice: «[Il nichilismo] potrebbe forse
essere paragonato ad un germe o ad un virus che, pur vinto da
un potente farmaco, fa di nuovo la sua comparsa, stavolta dotato
però di una maggiore resistenza costruita proprio contro
quel farmaco. […] Sentendosi respinto, il nulla si fa più
profondo e la disperazione e la solitudine si fanno più
intense. Facendosi strada attraverso la dimensione etica e quella
religiosa, questo nulla guadagna in resistenza. […] È
un nulla che è diventato für sich. […] Il nichilismo
nasce proprio su questo "diventare für sich
del nulla". […] Strada facendo, il nichilismo include
essenzialmente una direzione verso la filosofia. Il nichilismo
devia dal sentiero dell’etica e della religione e fa un
“giro lungo” attraverso la filosofia. […] Penso
che il problema del nichilismo rimane nascosto nella fonte stessa
del reciproco antagonismo tra religione e scienza. In tal modo
il problema del nichilismo che faceva da punto di partenza del
mio impegno filosofico, gradualmente crebbe e giunse ad avvolgere
quasi tutto» [Il punto di partenza della mia filosofia,
cit., pp. 41-49].
Come spiega Heisig, già nel saggio che scrisse su Nietzsche
ed Eckhart al termine del suo soggiorno di studi in Germania con
Heidegger (1937-9), Nishitani assume il compito di superare la
disperazione nichilistica non dall’esterno ma dall’interno
del nichilismo stesso, assumendolo e addentrandosi nelle sue profondità.
Ciò che gli appariva come il pericolo maggiore era sentirsi
a distanza dalla vita, «come una mosca che sbatte contro
il vetro di una finestra senza poterlo attraversare», o
come una persona che dalla finestra guarda una tormenta, incapace
di sentire il contatto della neve e del vento sulla sua faccia.
«Per un certo periodo arrivò perfino a mettere in
questione la stessa validità della filosofia e della vita
accademica. Non che le ombrose aule dell’accademia lo separassero
dall’aria fresca e dal sole brillante del mondo reale; all’opposto,
la luce artificiale e l’ambiente confortevole dell’università
lo separavano dalla grande oscurità e angoscia che là
fuori se ne stavano in attesa» [J. W. Heisig, Filosofi
del nulla, cit., p. 415]. In definitiva, afferma Nishitani:
«Lungo le mie fasi pre-filosofiche e filosofiche il mio
sforzo fondamentale fu, in parole semplici, quello di superare
il nichilismo attraversandolo. Incapace com’ero di dimorare
nel nichilismo, il suo superamento fu una necessità; ma,
nel contempo, non c’era altro modo se non quello di realizzare
tale superamento attraverso il nichilismo stesso, aprendo una
breccia nel fondo del nichilismo, poiché è questo
che implica l’essenza del nichilismo» [Il punto
di partenza della mia filosofia, cit., p. 45].
La dialettica del nichilismo
Al problema del nichilismo
Nishitani dedica nel 1949 una raccolta di saggi, dal semplice
titolo Nihirizumu (Il nichilismo) ›2.
Gli autori più estesamente trattati sono Nietzsche, Stirner,
Dostoevskij, Heidegger e Sartre. Nel volume il pensiero di Nietzsche
gioca un ruolo preminente: ad esso sono dedicati tre dei nove
capitoli. L’interpretazione che ne offre Nishitani non appare
influenzata da quella che Heidegger ne aveva offerto nei corsi
della fine degli anni Trenta, frequentati dallo stesso Nishitani,
poi rielaborati e pubblicati nel 1961 nei due volumi del Nietzsche.
L’interpretazione di Nietzsche appare segnata piuttosto
dalle ricostruzioni che Löwith aveva offerto del nichilismo
nei tre articoli apparsi in traduzione giapponese su Yoroppa no
nihirizumu, in «Shiso», 1940, con un’appendice
per il lettore giapponese (tr. it., K. Löwith, Il nichilismo
europeo, Laterza, Roma-Bari 1999). Nishitani aveva letto
Nietzsche fin dall’adolescenza, influenzato soprattutto
dall’interpretazione "orientale" (la volontà
di potenza come «sé cosmico») che ne avevano
dato Watsuji Tetsuro (1913) e Abe Jiro (1918), e negli anni del
liceo aveva portato con sé lo Zarathustra «come una
bibbia» (J. Heisig, op. cit., p. 244). In Dialettica
del nichilismo Nishitani offre, tra l’altro, un’interessante
interpretazione del concetto nietzscheano del corpo (pp. 216-223).
Il senso del libro può essere colto già nella Prefazione:
«Quando ero un ventenne, le figure di Nietzsche e Dostoevskij
marchiarono a fuoco il fondo della mia anima [...] e da allora
in poi il mio cuore ha continuato a fremere. […] Il nichilismo
che qui tratto non è semplicemente un vago sentimento o
una semplice tendenza; è piuttosto qualcosa che è
diventato autocosciente. Inoltre, è un nichilismo che in
un certo senso è l’autosuperamento di ciò
che viene comunemente chiamato «nichilismo». […]
Ciascuna delle figure rappresentative che segnano il corso del
nichilismo dell’Europa occidentale ha sviluppato una forma
totalmente differente di idee. Se in ciascuno di loro sono evidenti
le manifestazioni del nichilismo, un accurato esame del loro pensiero
rivela un fondamentale modello comune. Ho tentato di delineare
questo modello come la fondamentale integrazione di nichilismo
creativo e finitezza. Da questa posizione io percepisco i segni
di un nuovo orientamento che prende forma nelle profondità
dello spirito dell’Europa moderna e mi accorgo che questo
spirito sta cominciando ad aprire un orizzonte per importanti
contatti con il buddismo» [Dialettica del nichilismo,
cit., pp. 21-24]. Nel cap. I, Nichilismo come e-sistenza,
rivolgendosi al lettore giapponese, Nishitani spiega innanzitutto
che il nichilismo non può essere affrontato con uno spirito
d’indagine distaccato e oggettivo: «Il nichilismo
è innanzitutto un problema del sé. Ed esso diventa
davvero un problema, solo quando è il sé che diventa
un problema per se stesso» e si supera anche la posizione
dell’osservazione, nella quale rimangono scissi il sé
che osserva e il sé che è osservato. «Quando
l’esistenza del sé diventa un punto interrogativo,
una ignota x, e quando dietro l’esistenza del sé
o al suo fondo è esperito il nihilum, [...] il
sé è costretto a diventare uno e il sé stesso
decide di non nascondere o evadere questo fatto», come nel
caso di Kierkegaard, Nietzsche o Heidegger. Insomma, «il
nichilismo esige che ciascun individuo conduca un esperimento
su se stesso» [ib., pp. 29-30].
Nishitani, poi, mette in relazione il nichilismo con la situazione
in Giappone. Se è vero che il nichilismo è un concetto
storico riferibile ad un fenomeno apparso nell’Europa moderna,
è altrettanto vero che i Giapponesi, pur lontani dall’Europa
e con delle tradizioni differenti, sono stati battezzati nella
cultura europea e si sono appropriati dell’educazione europea.
Quindi, il nichilismo è un problema anche per i Giapponesi,
sebbene presenti un carattere singolare. Nell’affrontare
il tema del nichilismo come spirito della propria epoca, occorre
quindi assumerne i tratti: «Dopo Hegel, […] ciò
che era stato considerato trans-storico cominciò ora ad
essere considerato un prodotto della storia. Si aprì allora
al fondo della storia e del sé un abissale nihilum,
ed ogni cosa si trasformò in un punto interrogativo. Riconoscere
sinceramente questo tipo di disperazione come disperazione e cercare
di vivere in sincerità senza evitarla o distoglierla — o, come Nietzsche, caricarsi volontariamente e totalmente delle
sue conseguenze e cercare di affrontare lo spirito che aveva dominato
tutta la storia fino ad allora — tutto questo è il
nichilismo» [Ib., pp. 37-8]. Il nichilismo è, allora,
un’opportunità epocale: «Quando il nihilum
prende il posto del “vero essere” trans-storico, per
la prima volta diventa possibile un’indagine fondamentale
della storia. Diventa possibile anche che il sé interroghi
il fondamento della storia e superi il suo dualismo riflessivo
e si unifichi in un pieno pathos esistenziale» [Ib., p.
38]. Ora, la posizione storico-esistenziale dei pensatori discussi
nel volume fornisce al nichilismo europeo il carattere ambivalente
di un nichilismo che supera se stesso: da una parte, esso è
un nichilismo "attivo" la cui critica fondamentale mina
il fondamento stesso della storia e del sé; dall’altra,
il suo "nulla", senza Dio o Verità, cova in se
stesso i semi di una svolta verso una «grande affermazione»,
nella quale il nulla esistenziale rimpiazzi Dio come forza creatrice.
In questo senso, secondo Nishitani, va interpretato anche Heidegger,
al quale dedica l’intero ottavo capitolo, intitolato Nichilismo
come filosofia. Per Nishitani, l’originalità del
pensiero di Heidegger sta nell’aver impostato nei termini
di un’ontologia esistenziale il problema del nulla inerente
al nichilismo. Nishitani individua nella posizione heideggeriana
un forma di nichilismo attivo, nella quale, l’abisso dell’esserci
si rivela come libertà e il mondo come orizzonte dell’attività
dell’esserci. In questo senso, la posizione heideggeriana
sarebbe simile alla concezione nietzscheana del mondo come insieme
di prospettive della volontà di potenza e alla nozione
stirneriana di «godimento del mondo» (Weltgenuss),
vista in termini di «nulla creativo»; seppure in una
forma ontologicamente fondata, anche nell’idea di metafisica
esistenziale di Heidegger si profilerebbe quella «fondamentale
unità di nichilismo creativo e finitezza» che Nishitani
coglie come apporto decisivo del nichilismo filosofico europeo.
Nel capitolo finale, Il significato del nichilismo per il Giappone,
Nishitani riprende proprio questo tema. Il nichilismo affermativo
e creativo, nella sua duplice negazione del mondo della finitezza
e del mondo dell’essere eterno, guadagna una posizione nella
quale la finitezza e l’eternità fanno tutt’uno
sullo sfondo del nulla; o, meglio, la finitezza diventa piena
e definitiva. Dice Nishitani: «Il proprio sé finito,
sebbene nel mondo, abbraccia il mondo dall’interno al fondo
del suo nihilum. L’eterno ritorno in Nietzsche,
il mondo come proprietà dell’unico in Stirner e la
posizione della fondazione trascendentale in Heidegger comportano
tutti questo sentimento. Il nichilismo affermativo comincia ad
emergere da una consapevolezza della fondamentale crisi in Europa
come una via per superare questa crisi dalle radici» [Ib., p. 381].
Tornando al problema principale del volume, Nishitani riprende
la domanda posta all’inizio: se il nichilismo è la
realtà storica dell’Europa e se in queste circostanze
esso diventa una posizione storico-esistenziale, quale significato
può avere per il Giappone, che vive una situazione drammatica:
seppure ormai europeizzato, non ha assunto la fede cristiana né
l’etica di derivazione greca come propri fondamenti spirituali;
d’altra parte, seppure erede di tradizioni millenarie come
il buddhismo e il confucianesimo, attualmente è privo della
loro forza spirituale. Il terreno spirituale ancora fecondo fino
alla metà del periodo Meiji, che aveva permesso di assumere
la cultura occidentale con un’inaudita alacrità,
con l’europeizzazione e l’americanizzazione è
via via diventato una voragine. Ora, dice Nishitani, «la
cosa peggiore è che questo vuoto non è in alcun
modo un vuoto vinto grazie ad una lotta, né un nihilum
esperito» [p. 383]; in altri termini, la crisi spirituale
non è riconosciuta in quanto crisi e, in circolo, il mancato
riconoscimento è un effetto della crisi spirituale stessa.
In questa situazione, il nichilismo deve diventare il problema
più pressante anche per i Giapponesi ›3.
Nishitani fa proprie le analisi di Löwith contenute nella
Postfazione a Il nichilismo europeo, (per es. «Il
Giappone ha fatto la nostra conoscenza quando ormai era troppo
tardi, quando noi stessi non credevamo già più alla
nostra civiltà, e la cosa migliore che avevamo era un’autocritica,
che il Giappone peraltro non ha assolutamente saputo cogliere»,
Il nichilismo europeo, cit., pp. 86-87), ricordando come
all’abbandono della propria identità culturale abbia
saputo reagire solo la violenza nazionalistica e imperialistica
degli anni Trenta. Ora, secondo Nishitani, il compito fondamentale
per i Giapponesi è assumere quello stesso senso di responsabilità
nei confronti degli antichi del quale parlava Nietzsche nel suo
nichilistico e radicale confronto con la storia, per redimere
ciò che è nobile nella tradizione in vista del futuro.
Dice Nishitani: «La sua posizione invoca un ritorno agli
antichi per fronteggiare il futuro o volgerlo al contrario, un
profetizzare nei confronti della tradizione. Senza una volontà
rivolta al futuro, il confronto con il passato non può
essere realizzato; e senza responsabilità verso gli antichi,
non c’è una vera volontà rivolta al futuro.
Per noi Giapponesi, la riscoperta di questa volontà originaria
rappresenta il nostro compito più fondamentale. È
qui che il nichilismo europeo comincerà a rivelare il suo
significato fondamentale per noi» [Dialettica del nichilismo,
cit., pp. 387-8].
Il nichilismo europeo assume, in definitiva, un triplice significato
per il Giappone: innanzitutto, può rendere consapevoli
anche i giapponesi, ormai occidentalizzati, del nihilum della
modernità europea e della crisi della civiltà occidentale;
inoltre, può insegnare che per superare la crisi si deve
ricordare l’importanza della profondità spirituale
della tradizione; infine, può insegnare a rivolgersi criticamente
alla propria tradizione come una possibilità di superamento
del nichilismo e riscoprirvi la vitalità della posizione
(tachiba) buddhista della «vacuità» (ku;
scr. sunyata). In un accenno di comparazione tra nichilismo
e buddhismo, Nishitani avvicina la posizione del «trascendimento
al mondo» come «fondamentale integrazione di nichilismo
creativo e finitezza», propria del nichilismo attivo, alla
posizione del buddhismo mahayana ›4.
Nonostante i riferimenti critici di Nietzsche al buddhismo come
negazione della vita e della volontà, le sue nozioni dell’amor
fati e del dionisiaco come superamento del nichilismo lo avvicinano
infatti al buddhismo mahayana. Ma, avverte Nishitani, c’è
nel pensiero Mahayana una posizione che non può essere
raggiunta neanche dal nichilismo che supera il nichilismo, sebbene
quest’ultimo possa tendere in quella direzione [Dialettica
del nichilismo, cit., p. 394]. La «posizione della
vacuità» (ku no tachiba) costituirà
d’ora in poi il filo conduttore del pensiero di Nishitani
e il motivo dominante del suo capolavoro, La religione e il
nulla ›5 dove fungerà
da prospettiva universale che possa offrire una sintesi feconda
delle tradizioni d’Oriente e d’Occidente.
Note
- Di Nishitani sono stati pubblicati in traduzione italiana:
La religione e il nulla, trad. dall’inglese di
C. Saviani, introduzione di James W. Heisig, Città Nuova,
Roma 2004, pp. 387; La relazione io-tu nel buddhismo zen
e altri saggi, cit., pp. 196 (contiene: I giorni della
mia giovinezza, Il punto di partenza della mia filosofia, L’esistenza
religioso-filosofica nel buddhismo, Il risveglio del sé
nel buddismo, La relazione io-tu nel buddhismo zen, Ontologia
e proferimento); Dialettica del nichilismo, trad.
dall’inglese di C. Saviani, L’Epos, Palermo 2008,
pp. 427. Sul pensiero di Nishitani, vd. J. W. Heisig, Filosofi
del nulla. Un saggio sulla scuola di Kyoto, cit., pp. 395-550,
674-702 e bibliografia.
- Tr. ingl., The Self-Overcoming of Nihilism, cit.,
basata sull’edizione definitiva del 1987; sulla base della
trad. ingl. è stata condotta la trad. it., Dialettica
del nichilismo, cit. Per una collocazione storica del volume
di Nishitani, ricordiamo alcuni importanti testi sul nichilismo
pubblicati in quegli anni: W. Broecker, Nietzsche und der
Europäische Nihilismus, in «Zeitschrift für
philosophische Forschung», 3, 1948; E. Benz, Westlicher
und östlicher Nihilismus in christlicher Sicht, Evangelischer
Verlagswerk, Stuttgart, 1948; M. Heidegger, Nietzsches Wort
»Gott ist tot«, in Holzwege, Klostermann,
Frankfurt a.M. 1950; H. Thielicke, Der Nihilismus. Entstehung,
Wesen, Überwindung, Reichl, Tübingen 1950 (Neske,
Pfullingen 1951); A. Camus, L’Homme révolté,
Gallimard, Paris 1951.
- Cf. un brano tratto da un convegno del 1958: «In Giappone
la religione è impotente. Ma noi non abbiamo neanche
un serio ateismo. In Europa qualsiasi deviazione dalla tradizione
deve venire a patti con essa o scontrarvisi. Questo, a mio parere,
spiega la tendenza all’interiorità o all’introspezione,
che fa di un popolo un popolo che pensa. In Giappone […]
i legami con la tradizione sono stati spezzati; l’onere
di dover venire a patti con ciò che ci precede è
svanito e al suo posto rimane solo un vuoto» (citato in
J. Heisig, op. cit., p. 416).
- Altri accenni comparativi sono a pp. 48, 50, 59, 66-67, 92
e 97, a proposito di Nietzsche; a pp. 121-122, a proposito di
Stirner; a p. 179, a proposito del nichilismo europeo in generale;
a pp. 187-188 e 190, a proposito dell’ateismo sartriano.
- Nishitani impiega il termine tachiba nel senso di
luogo d’osservazione, postazione e, insieme, di prospettiva
e postura. Il termine «posizione» può forse
renderne al meglio la duplice valenza. Heisig richiama l’affinità
del concetto di posizione con il prospettivismo nietzscheano,
ma ritiene possibile anche una ripresa del concetto di tachiba
espresso da Suzuki in un libro sullo zen del 1916, che Nishitani
aveva letto fin da giovane (op. cit., p. 690).
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