Note su Merleau-Ponty.
Per una rilettura de Il Cristianesimo e la filosofia
di Luca
Viglialoro
Il
confronto più serio di Merleau-Ponty col cristianesimo
lo abbiamo in occasione di una conferenza del “Bulletin
de la Société Français de Philosophie”
del marzo 1931, dal titolo La notion de philosophie
chrétienne. La sua posizione teorica, espressa
venticinque anni dopo, la troviamo all’interno
di Segni1, in un brevissimo
paragrafo dal titolo Il Cristianesimo e la filosofia,
all’interno del saggio “Ovunque e in nessun
luogo”. In esso si ripercorrono le pagine della
storia della filosofia, o meglio, come afferma Merleau-Ponty,
della “storia dei filosofi, o delle filosofie”,
come “momenti di una sola dottrina in movimento”
(p. 171). In filigrana ricorre la suggestione del pensiero
hegeliano delle Lezioni di storia della filosofia2,
accolto e superato nella sua stessa nozione di “storia”.
La coincidenza di uomo e ‘tutto sociale’
che culmina, dall’interno dei momenti, nel sistema
della storia è stata dialetticamente superata
da Marx, ed è da qui che Merleau-Ponty cerca
di ricostruire la dialettica storica della filosofia,
in termini non finalistici, ma meramente pragmatici.
“Non c’è una filosofia che contenga
tutte le filosofie; la filosofia intera è, in
certi momenti, in ognuna. Per riprendere il detto famoso,
il suo centro è ovunque e la sua circonferenza
in nessun luogo” (p. 173, corsivo mio).
Il carattere di totalità risolta
e chiusa, il primato dell’ideale sull’esistente
si converte in un movimento contrario in cui la sintesi
del concetto non si raggiunge, e l’assoluto si
moltiplica nelle tappe dello spirito. Ogni centro, in
virtù della sua distinzione dagli altri è
autonomo (per sé), ma, in quanto espressione
di un contenuto ideale (in sé), implica una non-autonomia.
Dunque, tracciare un confine, seppur labile, tra filosofia
e cristianesimo, equivale a ritrovare l’essenza
o la necessità della filosofia stessa, come intimamente
collegata al suo altro, il Cristianesimo. Gilson e Maritain
sostenevano che la filosofia è cristiana solo
nel suo stato, e non nella sua essenza, grazie all’unione
di pensiero e vita religiosa in una figura unica. Brunschwig,
con Pascal e Malebranche, riduce in definitiva la filosofia
a techne, che constata “la discordanza dell’esistenza
e dell’idea, e dunque la propria insufficienza,
e che per tal via introduce al cristianesimo come interpretazione
dell’uno e del mondo esistenti” (p. 187),
così come Blondel la riteneva il pensiero che
non riesce a “chiudere il cerchio” (ibid.).
Da queste posizioni dell’intervento del 1931,
dipende l’esito di una “filosofia cristiana”.
Per Merleau-Ponty, volgendosi alla storia si comprende
l’apporto della religione su alcune tematiche
filosofiche come la creazione3,
la soggettività infinita, lo sviluppo e la storia.
Pur nell’essenziale diversità, bisogna
ammettere che “la fede svela certi lati dell’essere,
[e] che il pensiero, ignorandoli, non ‘chiude
il cerchio’ e che ‘le cose non viste’
della fede e le evidenze della ragione non si lasciano
delimitare come sfere” (p. 188). Perciò,
per certi versi, il cristianesimo è un problema
interno alla filosofia, o addirittura un problema preliminare,
una sua condizione di possibilità. Venticinque
anni dopo, Merleau-Ponty ribatte così all’intervento
di Bréhier – secondo cui la filosofia è
un sapere rigoroso estraneo alle ‘storie soprannaturali’
del cristianesimo – che, in “una storia
preparata e tagliata secondo l’idea dell’immanenza
filosofica” (ibid.), può negare la filosofia
cristiana in via del tutto nominale e categorica in
mancanza di una concezione filosofica ben stabilita,
oppure ricominciare a battersi sulle essenze; ma in
tutti e due i sensi non si allontana da quel sistema
“storico” sotterraneo che, col movimento
dello spirito, passa dalle essenze ai fatti (e viceversa),
inverandosi nel “contestare le essenze con i fatti
e i ‘fatti’ con le essenze”, per “mettere
in questione la propria immanenza” (p. 189). L’importanza
di questa operazione risiede nei “nodi di significato”
(ibid.), nei sensi che si vanno via via costituendo
e dissolvendo continuamente, all’interno del loro
orizzonte temporale. Una filosofia cristiana è
pensabile come struttura non permanente e organismo
vitale in mutamento. Il conflitto vero, ammesso che
vi sia, per Merleau-Ponty si consuma su un duplice piano:
tra natura e cultura, e tra storia e individuo.
“Ciò che rimane da stabilire,
e che costituisce il vero problema della filosofia cristiana,
è il rapporto di questo cristianesimo istituito,
orizzonte mentale o matrice di cultura, con il cristianesimo
effettivamente vissuto e praticato in una fede positiva.
Altro è trovare un senso e un immenso merito
storico al cristianesimo, altro assumerlo a titolo personale.”
(p. 189). Ma la portata dell’opposizione che avvince
filosofia e cristianesimo la ritroviamo già nella
differenza tra "natura cristiana" e "cultura
cristiana" – dalla quale il filosofo e lo
storico devono distanziarsi per trarne un “universale
benevolo” (ibid.). L’autosussistenza della
filosofia nella pura appercezione del concetto, e della
fede in un inviolabile assenso al testo rivelato, non
getta le condizioni per una loro tensione; la separazione,
del resto, è troppo profonda. È vero altresì
che solo la pretesa esaustività di un’adeguazione
razionale mette l’antinomia in moto; la filosofia
può dirigersi alla contingenza, giudicando l’esperienza
“in atto”, mentre la fede mostra la pregnanza
della rivelazione come un’esperienza soprannaturale.
La radice del dialogo interminabile che le tiene insieme
è “il pensiero infinito”, ovvero
un’antecedenza e priorità logica che mostra
il possibile e presentifica l’atto: “Il
segreto del loro accordo è nel pensiero infinito,
che è il medesimo quando concepisce i possibili
e quando crea il mondo attuale” (p. 190-191).
In termini molto diversi, la presenza di un alter lumen
veniva già accettata da Cartesio, ma solo successivamente
le dualità essenza/esistenza, anima/corpo, fede/ragione,
vengono concepite come risolte e superate in Dio, “non
spetta a noi capire come” (p. 191). Appare tuttavia
evidente come cogito e cogitante siano sempre instabili,
e proprio questo margine residuale permette di ipotizzare
una qualche connessione, in seno alla quale filosofia
e religione hanno ‘ragion d’essere’
come simboli: “I suoi rapporti [dell’uomo]
filosofici con Dio e i suoi rapporti religiosi devono
essere dello stesso tipo; bisogna che la filosofia e
la religione simbolizzino” (ibid.). La potenza
simbolica di approcciarsi a Dio tramite la conoscenza,
Merleau-Ponty la chiama “preghiera naturale”
(p. 192), che il Verbum si impegna a esaudire
sempre, dando di sé una “prova passiva”
(ibid.) all’in-vocazione, con la percezione ed
il sentimento. Il mondo non arriva ad essere definito
apoditticamente, ma si rivela come una certezza attuale
e esistente al di là di ciò che vediamo,
la quale dipende da Dio che ne è il risvolto
e la profondità invisibile, oltre la percezione
opaca dei visibilia.
È per merito di Malebranche,
secondo Merleau-Ponty, se si è compiuto il taglio,
la “sfaldatura trasversale” tra pura immanenza
e pura trascendenza, distribuendo alternativamente strutture
della ragione e del sentimento, su piani di realtà
e idealità (ragione e religione). Solo così
può essere portato a compimento il programma
agostiniano, secondo cui: ”La vera religione è
la vera filosofia, e, a sua volta, la vera filosofia
è la vera religione”. Come detto, però,
l’identità contiene la differenza (onde
non tralasciare di ricordare che ne anche contenuta)
e la filosofia, che svolge il ruolo negativo epocale
sull’istanza positiva, prepara il terreno per
la fede, in cui non confluisce “né per
prolungamento né per semplice giustapposizione,
bensì per un rovesciamento che la filosofia motiva
senza compierlo” (p. 194). Si badi tuttavia: la
filosofia non sta alla religione come l’interrogazione
alla sua affermazione, perché, altrimenti, otterrebbe
il riconoscimento soltanto di ciò che non è.
Essa, in realtà, è “testimone”
del passaggio, si mantiene nell’affermazione come
un contenuto veritativo. Ciascun opposto – fede
e ragione, natura e cultura – si appartengono,
e questo permette loro di passare l’uno nell’altro.
In chiave storica, è il turno del cristiano di
rendere fecondo questo “compito di mediazione”
(ibid.), al quale la filosofia si è impegnata
dalle origini della dialettica. In questa rapida “storia
delle filosofie”, Merleau-Ponty si è esentato
dall’introdurre al cristianesimo e ai suoi testi,
ma ne ha ritratteggiato alcune direttrici fondamentali
che hanno permesso quell’intreccio – o chiasma,
per adoperare la sua terminologia – infinito con
la filosofia e i suoi quesiti.
1 Signes,
Gallimard, Paris 1960 (tr.it. di Giuseppina Alfieri,
Segni. Fenomenologia e strutturalismo, linguaggio
e politica. Costruzione di una filosofia, Milano
1967).
2 Lezioni sulla storia
della filosofia, tr.it. di E. Codignola e G. Sanna,
Firenze 1985.
3 Molto calzanti le riflessioni,
in un francese un po' datato, di Alessandro Delcò,
in Merleau-Ponty et l’experience de la création.
Du paradigme au schème (PUF, Paris 2005),
in cui la “creazione”, pur non essendo tematicamente
trattata da Merleau-Ponty, per l’autore rimane
un fulcro essenziale intorno a cui ruota il manifestarsi
del visibile e del sensibile.
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