Il futuro della Chiesa
cattolica
nella riflessione di Sergio Quinzio
di Fabrizio
Chiappetti
Voce
di uno che grida nel deserto: potrebbe essere questa
la cifra espressiva della vita e della ricerca religiosa
di Sergio Quinzio, di cui in questi giorni ricorre il
nono anno della scomparsa (22 marzo 1996). Quinzio è
stato prima di tutto un uomo che sapeva ascoltare i
suoi interlocutori senza pregiudizi, che accettava volentieri
il dibattito anche sui temi più delicati. Sapeva
poi parlare direttamente, con pacatezza, senza voler
convincere a tutti i costi; ma la sua voce possedeva
davvero una forza "apostolica", ovvero di
chi intende rendere una testimonianza viva della propria
esperienza di fede.
Un credente, dunque, ma non un apologeta.
Perché la fede, per Quinzio, è essenzialmente
accettazione della sconfitta di Dio, la cui promessa
di salvezza si è fatta attendere invano per venti
secoli. Si tratta di un intervallo enorme, specie se
confrontato con il clima carico di trepidazione che
si respira in tanti passi evangelici che si riferiscono
alla predicazione di Gesù. La salvezza promessa
dal Vangelo ha i caratteri della imminenza e della concretezza.
Della imminenza, dal momento che in più occasioni
si fa riferimento ai tempi che stanno per compiersi
(Mc 1,15), così come alla venuta del regno promesso:
«In verità vi dico: alcuni fra i presenti
non gusteranno la morte prima d'aver visto il figlio
dell'uomo venire con il suo regno» (Mt 16, 28).
La concretezza della salvezza, inoltre, consiste nella
fine del regno della morte sugli uomini. Gesù
è venuto a portare la vita, e per fare in modo
che la vita abbondi. Scrive ancora l'evangelista Matteo,
a ricordo del momento della morte di Gesù: «Ed
ecco, il velo del tempio si squarciò in due da
cima a fondo, la terra tremò e le rocce si spaccarono;
le tombe si aprirono e molti corpi dei santi che vi
giacevano risuscitarono. Infatti, dopo la resurrezione
di lui uscirono dalle tombe, entrarono dalla città
santa e apparvero a molti» (Mt 27, 51-53). Il
Messia porta lo sconvolgimento nel cosmo, rappresenta
il punto di rottura tra la vecchia natura e quella nuova,
illuminata dalla Luce che non conosce fine. Anche i
morti resuscitano, per dare finalmente compimento all’attesa
di giustizia e di liberazione, espressa dai profeti
dell’Antico Testamento. La salvezza, insomma,
come resurrezione della carne è ciò che
i discepoli del Signore attendevano, insieme al ritorno
glorioso "alla fine dei tempi".
La delusione per il mancato ritorno
di Cristo, secondo Quinzio, forma la matrice da cui
è uscita la storia successiva, che è anche
la nostra. Il processo di secolarizzazione che riguarda
l'Occidente, ma che può essere ormai considerato
come un altro aspetto progressivo dell’odierna
globalizzazione, altro non è che il punto d’arrivo
dello "svuotamento di senso" della speranza
originaria del Cristianesimo, che attendeva realmente
un nuovo cielo e una nuova terra. In altre parole: siccome
il mondo non è finito, e neppure cambiato visto
che tutti i mali sono ancora al loro posto e in primis
la morte che non risparmia certo i credenti, occorre
pensare che il compimento avverrà in un futuro
imprecisato. Bisogna inoltre trovare una collocazione
in questo mondo che non è passato, sostenendo
per esempio che il mondo e la sua storia si possano
trasformare dall’interno. Questa è stata
e continua ad essere ancora la riflessione della Chiesa
sui due millenni di storia che hanno fatto seguito alla
Resurrezione. La salvezza portata da Cristo è
già operante nel mondo attraverso l’azione
della Chiesa, che tuttavia resta in cammino verso il
non ancora accaduto, verso il completamento della salvezza
in un tempo che solo il Padre conosce e dispone. Ai
credenti spetta il compito di perseverare nel solco
della tradizione ecclesiastica, nonostante il moltiplicarsi
dei segnali negativi. Lo stesso Giovanni Paolo II nel
primo capitolo di Memoria e identità
(2005) parlava di "eruzione del male", verificatasi
nel XX secolo, sfigurato dalle immani tragedie delle
due guerre mondiali. A questo proposito il Papa si rifà
a un'espressione di San Paolo, per indicare la coesistenza
del bene e del male nella storia umana. Per il pontefice
da poco scomparso il fatto che il male esista e venga
lasciato al suo posto, insidiando la permanenza stessa
del bene, è l’espressione del cosiddetto
Mysterium iniquitatis. Che a sua volta, però,
è superato da un mistero ancora più grande,
quello del bene che non viene distrutto nonostante tutto
quello che è accaduto e che potrà (o dovrà)
accadere.
Per una singolare coincidenza Mysterium
iniquitatis (1995) è anche il titolo dell'ultima
opera di Sergio Quinzio, in cui la versione ecclesiastica
sulla natura di questo "mistero" viene ad
essere sorprendentemente capovolta. Nel suo libro Quinzio
tratteggia la figura dell'ultimo pontefice insieme al
testo delle due ultime encicliche, intitolate Resurrectio
Mortuorum e Mysterium iniquitatis. In entrambe le lettere
l'ultimo pontefice espone due verità dottrinali
che sono da sempre parte del depositum fidei, ma che
ormai da troppo tempo nessuno osa più proclamare.
Sono le parole di Pietro II, l'ultimo Papa della storia
e l'unico a riprendere il nome del pescatore galileo,
che svelano il senso del mistero dell'iniquità.
La sfida finale per la Chiesa di Cristo non proviene
dall'esterno. Al contrario, è proprio guardandosi
allo specchio che la Chiesa deve riconoscere il più
temibile dei suoi avversari. «Da troppe cose -
osserva Quinzio - dalla adozione della lingua e del
diritto romano allo stile solenne delle celebrazioni,
al concetto di Chiesa come istituzione gerarchica che
svolge un ruolo storico e politico, risulta visibilmente
una continuità con l'impero pagano». La
fede originaria si è perciò trasformata,
e col passare dei secoli si è ridotta a un'etica
per la vita terrena. «Dobbiamo dunque prendere
atto - continua ancora Quinzio - dell'apostasia della
Chiesa che elude lo scandalo della fede, che lo stravolge
più o meno consapevolmente in ciò che
fede non è, che riduce ad etica la salvezza escatologica,
e perciò ne fa un'opera ragionevolmente umana,
anziché riconoscere e attendere l'umanamente
incredibile miracolo di Dio. L'apostasia della Chiesa
consiste nel porre se stessa come regno di Dio già
in atto». L'iniquità non va quindi confusa
con il mistero del male, sia pure nelle dimensioni planetarie
e abominevoli che le guerre e i genocidi ci hanno messo
di fronte. L'iniquità è piuttosto il vero
nome dell’apostasia, il massimo tradimento che
si consuma a partire dall'interno della Chiesa. Essa
consiste nella piena manifestazione della anticristicità,
la quale «non è qualcosa di morale, non
nasce da una intenzione eticamente riprovevole, ma consiste
in tutto ciò che si oppone all’efficacia
unica e definitiva della croce» . Nella prospettiva
quinziana, dunque, la Chiesa trionfante, forte, temuta
e sicura delle sue dottrine, orgogliosa delle sue cattedrali,
dimostra tutto il suo carattere antitetico rispetto
alla verità annunciata da Cristo. Viceversa,
nella debolezza e nelle mille fragilità umane
dei suoi membri, così come nel non adeguarsi
al mondo piatto disegnato dalle ideologie dominanti,
nell’invocare la salvezza hic et nunc, si esprime
la reale identità della Chiesa. Un'identità
che guarda più nella direzione del destino, piuttosto
che ai motivi della memoria e delle radici, anche se
questo destino ha l'aspetto minaccioso e desolante del
deserto. Ma è proprio da lì che, superata
la tentazione originale del "bastare a se stessi",
occorre sempre ripartire. Quinzio lo sapeva bene: la
fede nasce dal deserto delle speranze riposte unicamente
nelle forze e nelle ambizioni umane, e consiste nell’accettare
una condizione di "esodo" permanente dalle
tentazioni "stanziali" che ben poco hanno
di spirituale, e ancor meno di veramente cristiano.
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