Ai primordi della storia di Israele vi sono degli eventi storici
vissuti come una esperienza di fede: nelle peregrinazioni di questo
popolo è il Dio "guida" (malk) a indicare
la via. Come scrive Martin Buber, l'ebreo vive all'interno della
memoria "oggettiva" che le generazioni custodiscono
di tali eventi. La fede del popolo ebreo è allora un "persistere"
nella fiducia (emunah) nel Dio che lo ha scelto tra le
stirpi, lo ha guidato nel deserto e ha stipulato l'alleanza con
esso. In quanto tale popolo, e al suo interno il singolo, vive
nella memoria del mistero dell'elezione e dell'alleanza, esso
costituisce — nota Buber in un breve scritto degli anni Trenta — una "comunità di memoria", una Erinnerungsgemeinschaft.
La memoria è per Israele principio di coesione e, in quanto
continuum dell'attenzione rivolta alle origini, rende
possibile il perpetuarsi dell'identità pur attraverso il
rinnovo delle generazioni e le varie migrazioni. La memoria, potremmo
affermare in sintesi, è ciò cui si deve l'unità
di questo popolo, una unità che prevale sulla diacronia
generazionale, nonché sulle dis-locazioni imposte dalle
persecuzioni o da altre vicissitudini storiche, che hanno impedito
la concreta condivisione di un determinato ambito geografico.
Riguardo a Israele, è ancora Buber a scrivere: «Di
generazione in generazione si trasmetteva una memoria, che cresceva
in comprensività — vi si inscriveva un destino sempre
nuovo, un moto del cuore sempre nuovo — si tramutava in
forza e agiva organicamente: non come un semplice motivo dell’anima,
ma come una potenza che muove, nutre, vivifica l'esistenza stessa.
Ritengo di potere dire persino che tale memoria agiva biologicamente:
la sostanza ebraica è ciò che si è rinnovato
da questa forza».
Per Buber, in sintesi, la fede ebraica è passione credente
di colui che vive tra "memoria e attesa", è consapevole
che gli eventi della storia di Israele non sono accadimenti di
un passato via via più lontano, e che l'autentica attesa
della redenzione esige che si sappia attendere alla redenzione.
In una conferenza sulla fede ebraica, l'Autore afferma: «Primario
nella vita religiosa dell'ebraismo non è il dogma, che
anzi può sorgere nell'astrarsi dall’attimo concreto,
vissuto — astrarsi che nella dogmatica è facilmente
inteso, a torto, come elevarsi da esso — ma la memoria e
l’attesa di una concreta situazione: l'incontro di Dio con
un popolo umano». Qui intendo presentare soltanto qualche
elemento di riflessione sulla nozione di memoria in Franz Rosenzweig.
A tal fine propongo qui una ricognizione dei passi della Stella
della Redenzione in cui ricorre, con forte pregnanza di senso,
la parola "memoria" — Erinnerung — con particolare (ma non esclusivo) riguardo ai brani in cui Rosenzweig
esplicita la peculiare connotazione che la memoria stessa assume
nell'universo di fede ebraico. Egli scrive talora questa parola
Er-innerung, per porre in rilievo l'interiorizzazione,
l'ad-dentrarsi nelle profondità del sé
che attiene al "fare memoria".
L'Autore ricorre a questo espediente grafico anche con varie
voci del verbo sich erinnern (sich er-innern),
"ricordarsi, fare memoria", e non soltanto con riferimento
alla memoria ebraica. Vediamo ora due casi in cui ciò vale
con il participio passato e con il participio presente di tale
verbo, con riferimento rispettivamente al "paganesimo ricordato/interiorizzato"
e alla fede cristiana, nella sua declinazione paolina, per la
quale l'anima del credente è "rimembrante/interiorizzante".
Nella Introduzione alla terza parte della Stella — Rosenzweig
parla di un er-innerte Heidentum, ovvero di "paganesimo
ricordato o interiorizzato", che persiste per diversi secoli,
costituendo un problema per la Chiesa dell'Alto Medioevo. Nei
primi secoli, allorché il paganesimo era ancora vivo, essa
lo aveva affrontato apertamente. Più difficile, per la
Chiesa, è la lotta contro il "paganesimo ricordato/interiorizzato,
contro il pensiero pagano nella figura del ricordo", nei
confronti del quale essa è "confinata sulle difensive".
Si comprende tale difficoltà: la Chiesa — pur con
la sua arma più potente, ovvero con la forza dell'amore — non poteva sbaragliare tale paganesimo, se è vero
che questo conteneva al suo interno il patrimonio costituito dalla
"sapienza ellenica": «Contro la filosofia pagana
la sua arma era smussata». Nella stessa parte della Stella,
poco oltre rispetto al passo appena segnalato, cogliamo il riferimento
alla "anima rimembrante o interiorizzante" (sich
er-innernden Seele) del cristianesimo di marca paolina, che
si afferma, con la Riforma protestante, allorché l'unità
della "chiesa petrina" va in frantumi. Questo nuovo
tipo di cristianesimo riesce a realizzare finalmente "la
cristianizzazione dell’anima, la conversione tardiva dello
spirito pagano, mai morto del tutto ed ora nuovamente risvegliato".
La fede paolina della Riforma riesce dove l'amore possente della
chiesa petrina aveva fallito: «A battezzare l'anima senza
mondo, invisibile, rimemorante/interiorizzante». Ciò
avviene, secondo Rosenzweig, pagando un prezzo alquanto elevato:
l'anima paolina, che fa del suo "ricordo", della sua
interiorità, una "invisibile offerta a Dio" e
ne riceve, di ritorno, "l'invisibile obolo della fede",
si svincola da ogni rapporto con il mondo. Proprio il mondo — dal quale non era rifuggita la chiesa petrina, arditamente missionaria — "le sfugge di mano". Al protestantesimo, almeno
nelle sue espressioni più tipiche, non interessa molto
il mondo: a esso non pertiene il carattere missionario della chiesa
dei primi secoli.
Veniamo ora ai passi della Stella, che a noi interessano maggiormente,
ovvero quelli in cui Rosenzweig si sofferma sul valore della memoria/Erinnerung
all'interno dell'ebraismo. Siamo già nel vivo della terza
parte dell'opera, che tratta, in successione, del "fuoco"
della stella della redenzione — ovvero l'ebraismo, che è
"vita eterna" — dei "raggi" che si irradiano
da questo nucleo incandescente — i raggi di quella "via
eterna" che è costituita dal cristianesimo — e, infine, la stella stessa, nella sua compiutezza, quale figura
della "verità eterna". Nel libro relativo all'ebraismo,
l'Autore sottolinea come la "vita eterna" che attiene
a tale fede sia immutabile, sottratta dalle vicissitudini del
tempo le quali, nella vita degli altri popoli, modificano incessantemente
i costumi e la legge. Nella forma di vita che è proposta
al popolo ebraico, costumi e legge, nella loro immodificabilità,
costituiscono "un immutabile presente". Qui costumi
e legge non tras-corrono, non si limitano a lasciare nella tradizione
una traccia mnestica via via più esile, non sono destinati
a divenire col tempo oggetto di erudizione storica, come avviene
altrove, ma "inaccrescibili e inalterabili... stillano nell'unico
bacino di raccolta di ciò che è valido sia oggi
che in eterno. Una forma di vita unica, che racchiude in unità
costumi e legge, colma l'istante e lo rende eterno". La Torah,
il "santo insegnamento della legge", non soggetta alla
azione dissolutrice del tempo, fa uscire il popolo ebraico "da
ogni temporalità e storicità della vita", togliendogli
peraltro ogni potere sul tempo. Così il "ricordo storico"
(die historische Erinnerung) è, all'interno di
Israele, qualcosa di non sovrapponibile al ricordo che pur viene
tramandato all'interno delle altre comunità umane. Per
questo popolo, nelle parole di Rosenzweig: «Il ricordo storico
non è un punto fisso nel passato, che ogni anno diventi
più vecchio di un anno, bensì è un ricordo
sempre ugualmente vicino ed in verità nient'affatto passato,
ma eternamente presente: ogni singolo deve considerare l'uscita
dall'Egitto come se anch'egli avesse preso parte all'esodo. Qui
non ci sono legislatori che abbiano rinnovato la legge nel vivo
scorrere del tempo... al popolo è interdetta la vita nel
tempo in nome della vita eterna».
Per Israele, l'uscita dell'Egitto, la rivelazione sinaitica,
gli eventi principali della sua storia, non partecipano quindi
della natura degli accadimenti "passati", sempre più
lontani e più sbiaditi nel ricordo. Ogni giorno in cui
si è consumato un evento d'importanza capitale nella storia
di questo popolo è, e sarà sempre, non "quel
giorno", ma "questo giorno". Se l'ebreo di ogni
generazione è chiamato a prendere parte a un siffatto evento,
non si tratta di "attualizzare" nella memoria il passato,
ma di immergere, di chinare, il proprio presente sull'evento sacro,
fino a integrarlo nel presente stesso. Forse si potrebbe anche
dire che qui l'evento della storia sacra è, per la coscienza
religiosa, non solo oggetto di ritenzione ma anche della attenzione
che riguarda la realtà presente. Del resto, la ritenzione
di ciò che si è già compiuto nella creazione,
l'attenzione al presente della rivelazione e la protensione verso
la redenzione (ovvero il compimento av-venire), che imprimono
un peculiare dinamismo alla coscienza religiosa sono strettamente
interconnesse nelle feste ebraiche e, in modo particolarmente
evidente, nel sabato. Esso è, innanzitutto, festa della
memoria, Erinnerungsfest, in quanto è "festa
in ricordo della creazione", dell'opera dell'inizio; più
precisamente nel sabato si fa memoria del "compimento"
dell'opera dell'inizio. In quanto memoria di tale opera, il sabato
costituisce il "saldo, durevole fondamento dell'anno liturgico".
Tuttavia, il sabato, nell'articolarsi della sua liturgia, non
realizza soltanto la memoria della creazione, ma è anche
segno della rivelazione e anticipazione della redenzione. Lasciamo
la parola a Rosenzweig: «La sua stessa istituzione [del
sabato], pur all'interno della creazione, era già il primo
segno della rivelazione; infatti è qui, velato nelle parole
dell'istituzione del sabato, che compare per la prima volta nella
Scrittura, il nome rivelato di Dio. Ed infine proprio per il fatto
che esso è entrambe le cose, segno della creazione, segno
della creazione ed insieme prima rivelazione, esso è anche
e soprattutto l'anticipazione della redenzione. Infatti che altro
sarebbe la redenzione se non questo: che la creazione e la rivelazione
vengono a riconciliarvisi? E quale sarebbe la prima indispensabile
condizione preliminare di tale riconciliazione se non il riposo
dell'uomo dopo aver compiuto il suo lavoro sul mondo? Al sabato...
la comunità, per quanto le è possibile in tale anticipazione,
si sente come redenta, già oggi. Il sabato è la
festa della creazione, ma di una creazione avvenuta in vista della
redenzione. Esso è rivelato alla fine della creazione,
come senso e meta della creazione. Per questo noi celebriamo la
festa dell'opera del primissimo inizio non il primo ma l'ultimo
giorno della creazione, il settimo giorno».
Nella complessità di significati del sabato si rende evidente
come, per la coscienza ebraica, creazione, rivelazione e redenzione
si richiamino reciprocamente. In questa festa, è la memoria
della creazione il primo significato ad essere esplicitato ma — precisa Rosenzweig nel brano appena riportato — il significato più rilevante è costituito dall’anticipazione
della redenzione: nel sabato "creazione e rivelazione sfociano
nel riposo della redenzione". Lo sguardo di fede dell'ebreo,
sottolinea altrove l'Autore, è rivolto soprattutto alla
redenzione, al compimento, alla Vollendung, che è
Voll-endung, "piena fine". Al contrario, lo
sguardo del cristiano, che pur procede nella sua "via eterna",
è rivolto piuttosto all'indietro, all'inizio della "via"
stessa, ovvero alla Croce, la cui ombra — egli spera — deve estendersi fino ai confini della terra. Pertanto, sottolinea
l'Autore, il culto ebraico, "anche là dove è
consacrato a ricordo della creazione e della rivelazione, è
però completamente permeato della speranza e dell'attesa
della redenzione" mentre "il culto cristiano è
permeato dal pensiero e dal sentimento attuale della rivelazione".
La compenetrazione di memoria della creazione, di attenzione alla
rivelazione e di attesa della redenzione che si riscontra nel
sabato vale anche per le tre "feste del pellegrinaggio",
ovvero della liberazione dall'Egitto, della rivelazione del decalogo
e delle Capanne, sebbene tali feste siano soprattutto "segni"
della rivelazione. Qui Israele si autocomprende come popolo scelto
quale "portatore della rivelazione". Sono, queste, feste
in cui si celebra in particolare il presente della rivelazione:
l'attenzione a questo presente prevale sulla dimensione della
memoria. Per Rosenzweig, "solo apparentemente si tratta di
feste del ricordo, in verità ciò che è storico
è in esse un presente assolutamente vicino". Altre
dense notazioni sulla valenza della Erinnerung per la fede ebraica
si colgono nel terzo libro della terza parte della Stella della
redenzione, dal titolo "La stella o la verità eterna".
Qui, tra l'altro, Rosenzweig pone in rilievo il diversi rischi
cui soggiacciono l'ebraismo e il cristianesimo. I pericoli di
quest'ultimo, della "via eterna", sono connessi alla
sua natura di fede che tende ad espandersi sempre più,
conquistando il mondo, e può pertanto, in qualche modo,
scendere a compromessi con il mondo. I rischi che attengono all'ebraismo,
ovvero alla "vita eterna", sono quelli propri di una
fede che è chiamata a radicarsi in se stessa — pur
nello sradicamento che contraddistingue la sua esperienza dell’esilio — sono "conseguenze necessarie della interiorità
che si è distanziata dal mondo", di una interiorità
che deve assumere un rivestimento protettivo per preservare la
sua estraneità dal mondo. Riguardo all'ebreo, Rosenzweig
scrive: «Il suo rivestirsi protettivo è l'ultimo
passo di quel ricordare/interiorizzarsi [Er-innerung],
di quel radicarsi nel proprio sé, dal quale egli attinge
la forza della vita eterna, così come il volatilizzarsi
era per il cristiano la conseguenza necessaria del suo procedere
ed inoltrarsi senza remore sull'eterna via».
La singolarità di tale Er-innerung ebraica consiste
nel fatto che si tratta di una discesa negli abissi del proprio
Sé che è, al contempo, "una salita all'Altissimo".
Invero, l'ebreo "soltanto a causa dell'Altissimo, a causa
del suo Dio, si ricorda/addentra [er-innert] nel suo intimo".
Mentre il cristiano, in quanto diventa tale convertendosi dalla
sua naturale condizione di "pagano" ("Cristiano
si diventa"), è chiamato dalla nuova fede a percorrere
una via di "autoespropriazione", a rinunciare a se stesso,
l'ebreo non è affatto condotto dalla sua fede ad allontanarsi
da sé, a rinunciare alla sua ipseità. Egli deve,
al contrario, rimanere presso di sé ("Ebreo si nasce")
vivere inabissato in se stesso, per preservarsi indenne da ogni
commistione con il "paganesimo". Quanto più la
vita del singolo credente è condotta in tale continua "interiorizzazione"
del "modo ebraico di essere", tanto più egli
testimonierà — anche nei tratti, nei gesti, nel volto — i caratteri autentici della "ebraicità".