Connotazioni della memoria/Erinnerung
nella Stella della redenzione di Franz Rosenzweig
di Nunzio
Bombaci
Ai
primordi della storia di Israele vi sono degli eventi
storici vissuti come una esperienza di fede: nelle peregrinazioni
di questo popolo è il Dio "guida" (malk)
a indicare la via. Come scrive Martin Buber, l'ebreo
vive all'interno della memoria "oggettiva"
che le generazioni custodiscono di tali eventi. La fede
del popolo ebreo è allora un "persistere"
nella fiducia (emunah) nel Dio che lo ha scelto
tra le stirpi, lo ha guidato nel deserto e ha stipulato
l'alleanza con esso. In quanto tale popolo, e al suo
interno il singolo, vive nella memoria del mistero dell'elezione
e dell'alleanza, esso costituisce - nota Buber in un
breve scritto degli anni Trenta - una "comunità
di memoria", una Erinnerungsgemeinschaft.
La memoria è per Israele principio di coesione
e, in quanto continuum dell'attenzione rivolta
alle origini, rende possibile il perpetuarsi dell'identità
pur attraverso il rinnovo delle generazioni e le varie
migrazioni. La memoria, potremmo affermare in sintesi,
è ciò cui si deve l'unità di questo
popolo, una unità che prevale sulla diacronia
generazionale, nonché sulle dis-locazioni imposte
dalle persecuzioni o da altre vicissitudini storiche,
che hanno impedito la concreta condivisione di un determinato
ambito geografico. Riguardo a Israele, è ancora
Buber a scrivere: "Di generazione in generazione
si trasmetteva una memoria, che cresceva in comprensività
- vi si inscriveva un destino sempre nuovo, un moto
del cuore sempre nuovo - si tramutava in forza e agiva
organicamente: non come un semplice motivo dell’anima,
ma come una potenza che muove, nutre, vivifica l'esistenza
stessa. Ritengo di potere dire persino che tale memoria
agiva biologicamente: la sostanza ebraica è ciò
che si è rinnovato da questa forza".
Per Buber, in sintesi, la fede ebraica
è passione credente di colui che vive tra "memoria
e attesa", è consapevole che gli eventi
della storia di Israele non sono accadimenti di un passato
via via più lontano, e che l'autentica attesa
della redenzione esige che si sappia attendere alla
redenzione. In una conferenza sulla fede ebraica, l'Autore
afferma: "Primario nella vita religiosa dell'ebraismo
non è il dogma, che anzi può sorgere nell'astrarsi
dall’attimo concreto, vissuto - astrarsi che nella
dogmatica è facilmente inteso, a torto, come
elevarsi da esso - ma la memoria e l’attesa di
una concreta situazione: l'incontro di Dio con un popolo
umano". Qui intendo presentare soltanto qualche
elemento di riflessione sulla nozione di memoria in
Franz Rosenzweig. A tal fine propongo qui una ricognizione
dei passi della Stella della Redenzione in cui ricorre,
con forte pregnanza di senso, la parola "memoria"
- Erinnerung - con particolare (ma non esclusivo)
riguardo ai brani in cui Rosenzweig esplicita la peculiare
connotazione che la memoria stessa assume nell'universo
di fede ebraico. Egli scrive talora questa parola Er-innerung,
per porre in rilievo l'interiorizzazione, l'ad-dentrarsi
nelle profondità del sé che attiene al
"fare memoria".
L'Autore ricorre a questo espediente
grafico anche con varie voci del verbo sich erinnern
(sich er-innern), "ricordarsi, fare memoria",
e non soltanto con riferimento alla memoria ebraica.
Vediamo ora due casi in cui ciò vale con il participio
passato e con il participio presente di tale verbo,
con riferimento rispettivamente al "paganesimo
ricordato/interiorizzato" e alla fede cristiana,
nella sua declinazione paolina, per la quale l'anima
del credente è "rimembrante/interiorizzante".
Nella Introduzione alla terza parte della Stella - Rosenzweig
parla di un er-innerte Heidentum, ovvero di
"paganesimo ricordato o interiorizzato", che
persiste per diversi secoli, costituendo un problema
per la Chiesa dell'Alto Medioevo. Nei primi secoli,
allorché il paganesimo era ancora vivo, essa
lo aveva affrontato apertamente. Più difficile,
per la Chiesa, è la lotta contro il "paganesimo
ricordato/interiorizzato, contro il pensiero pagano
nella figura del ricordo", nei confronti del quale
essa è "confinata sulle difensive".
Si comprende tale difficoltà: la Chiesa - pur
con la sua arma più potente, ovvero con la forza
dell'amore - non poteva sbaragliare tale paganesimo,
se è vero che questo conteneva al suo interno
il patrimonio costituito dalla "sapienza ellenica":
"Contro la filosofia pagana la sua arma era smussata".
Nella stessa parte della Stella, poco oltre rispetto
al passo appena segnalato, cogliamo il riferimento alla
"anima rimembrante o interiorizzante" (sich
er-innernden Seele) del cristianesimo di marca
paolina, che si afferma, con la Riforma protestante,
allorché l'unità della "chiesa petrina"
va in frantumi. Questo nuovo tipo di cristianesimo riesce
a realizzare finalmente "la cristianizzazione dell’anima,
la conversione tardiva dello spirito pagano, mai morto
del tutto ed ora nuovamente risvegliato". La fede
paolina della Riforma riesce dove l'amore possente della
chiesa petrina aveva fallito: “a battezzare l'anima
senza mondo, invisibile, rimemorante/interiorizzante".
Ciò avviene, secondo Rosenzweig, pagando un prezzo
alquanto elevato: l'anima paolina, che fa del suo "ricordo",
della sua interiorità, una "invisibile offerta
a Dio" e ne riceve, di ritorno, "l'invisibile
obolo della fede", si svincola da ogni rapporto
con il mondo. Proprio il mondo - dal quale non era rifuggita
la chiesa petrina, arditamente missionaria - "le
sfugge di mano". Al protestantesimo, almeno nelle
sue espressioni più tipiche, non interessa molto
il mondo: a esso non pertiene il carattere missionario
della chiesa dei primi secoli.
Veniamo ora ai passi della Stella,
che a noi interessano maggiormente, ovvero quelli in
cui Rosenzweig si sofferma sul valore della memoria/Erinnerung
all'interno dell'ebraismo. Siamo già nel vivo
della terza parte dell'opera, che tratta, in successione,
del "fuoco" della stella della redenzione
- ovvero l'ebraismo, che è "vita eterna"
- dei "raggi" che si irradiano da questo nucleo
incandescente - i raggi di quella "via eterna"
che è costituita dal cristianesimo - e, infine,
la stella stessa, nella sua compiutezza, quale figura
della "verità eterna". Nel libro relativo
all'ebraismo, l'Autore sottolinea come la "vita
eterna" che attiene a tale fede sia immutabile,
sottratta dalle vicissitudini del tempo le quali, nella
vita degli altri popoli, modificano incessantemente
i costumi e la legge. Nella forma di vita che è
proposta al popolo ebraico, costumi e legge, nella loro
immodificabilità, costituiscono "un immutabile
presente". Qui costumi e legge non tras-corrono,
non si limitano a lasciare nella tradizione una traccia
mnestica via via più esile, non sono destinati
a divenire col tempo oggetto di erudizione storica,
come avviene altrove, ma "inaccrescibili e inalterabili...
stillano nell'unico bacino di raccolta di ciò
che è valido sia oggi che in eterno. Una forma
di vita unica, che racchiude in unità costumi
e legge, colma l'istante e lo rende eterno". La
Torah, il "santo insegnamento della legge",
non soggetta alla azione dissolutrice del tempo, fa
uscire il popolo ebraico "da ogni temporalità
e storicità della vita", togliendogli peraltro
ogni potere sul tempo. Così il "ricordo
storico" (die historische Erinnerung)
è, all'interno di Israele, qualcosa di non sovrapponibile
al ricordo che pur viene tramandato all'interno delle
altre comunità umane. Per questo popolo, nelle
parole di Rosenzweig: "Il ricordo storico non è
un punto fisso nel passato, che ogni anno diventi più
vecchio di un anno, bensì è un ricordo
sempre ugualmente vicino ed in verità nient'affatto
passato, ma eternamente presente: ogni singolo deve
considerare l'uscita dall'Egitto come se anch'egli avesse
preso parte all'esodo. Qui non ci sono legislatori che
abbiano rinnovato la legge nel vivo scorrere del tempo...
al popolo è interdetta la vita nel tempo in nome
della vita eterna".
Per Israele, l'uscita dell'Egitto,
la rivelazione sinaitica, gli eventi principali della
sua storia, non partecipano quindi della natura degli
accadimenti "passati", sempre più lontani
e più sbiaditi nel ricordo. Ogni giorno in cui
si è consumato un evento d'importanza capitale
nella storia di questo popolo è, e sarà
sempre, non "quel giorno", ma "questo
giorno". Se l'ebreo di ogni generazione è
chiamato a prendere parte a un siffatto evento, non
si tratta di "attualizzare" nella memoria
il passato, ma di immergere, di chinare, il proprio
presente sull'evento sacro, fino a integrarlo nel presente
stesso. Forse si potrebbe anche dire che qui l'evento
della storia sacra è, per la coscienza religiosa,
non solo oggetto di ritenzione ma anche della attenzione
che riguarda la realtà presente. Del resto, la
ritenzione di ciò che si è già
compiuto nella creazione, l'attenzione al presente della
rivelazione e la protensione verso la redenzione (ovvero
il compimento av-venire), che imprimono un peculiare
dinamismo alla coscienza religiosa sono strettamente
interconnesse nelle feste ebraiche e, in modo particolarmente
evidente, nel sabato. Esso è, innanzitutto, festa
della memoria, Erinnerungsfest, in quanto è "festa
in ricordo della creazione", dell'opera dell'inizio;
più precisamente nel sabato si fa memoria del
"compimento" dell'opera dell'inizio. In quanto
memoria di tale opera, il sabato costituisce il "saldo,
durevole fondamento dell'anno liturgico". Tuttavia,
il sabato, nell'articolarsi della sua liturgia, non
realizza soltanto la memoria della creazione, ma è
anche segno della rivelazione e anticipazione della
redenzione. Lasciamo la parola a Rosenzweig: "La
sua stessa istituzione [del sabato], pur all'interno
della creazione, era già il primo segno della
rivelazione; infatti è qui, velato nelle parole
dell'istituzione del sabato, che compare per la prima
volta nella Scrittura, il nome rivelato di Dio. Ed infine
proprio per il fatto che esso è entrambe le cose,
segno della creazione, segno della creazione ed insieme
prima rivelazione, esso è anche e soprattutto
l'anticipazione della redenzione. Infatti che altro
sarebbe la redenzione se non questo: che la creazione
e la rivelazione vengono a riconciliarvisi? E quale
sarebbe la prima indispensabile condizione preliminare
di tale riconciliazione se non il riposo dell'uomo dopo
aver compiuto il suo lavoro sul mondo?
Al sabato... la comunità, per
quanto le è possibile in tale anticipazione,
si sente come redenta, già oggi. Il sabato è
la festa della creazione, ma di una creazione avvenuta
in vista della redenzione. Esso è rivelato alla
fine della creazione, come senso e meta della creazione.
Per questo noi celebriamo la festa dell'opera del primissimo
inizio non il primo ma l'ultimo giorno della creazione,
il settimo giorno". Nella complessità di
significati del sabato si rende evidente come, per la
coscienza ebraica, creazione, rivelazione e redenzione
si richiamino reciprocamente. In questa festa, è
la memoria della creazione il primo significato ad essere
esplicitato ma - precisa Rosenzweig nel brano appena
riportato - il significato più rilevante è
costituito dall’anticipazione della redenzione:
nel sabato "creazione e rivelazione sfociano nel
riposo della redenzione". Lo sguardo di fede dell'ebreo,
sottolinea altrove l'Autore, è rivolto soprattutto
alla redenzione, al compimento, alla Vollendung, che
è Voll-endung, "piena fine". Al contrario,
lo sguardo del cristiano, che pur procede nella sua
"via eterna", è rivolto piuttosto all'indietro,
all'inizio della "via" stessa, ovvero alla
Croce, la cui ombra – egli spera – deve
estendersi fino ai confini della terra. Pertanto, sottolinea
l'Autore, il culto ebraico, "anche là dove
è consacrato a ricordo della creazione e della
rivelazione, è però completamente permeato
della speranza e dell'attesa della redenzione"
mentre "il culto cristiano è permeato dal
pensiero e dal sentimento attuale della rivelazione".
La compenetrazione di memoria della creazione, di attenzione
alla rivelazione e di attesa della redenzione che si
riscontra nel sabato vale anche per le tre "feste
del pellegrinaggio", ovvero della liberazione dall'Egitto,
della rivelazione del decalogo e delle Capanne, sebbene
tali feste siano soprattutto "segni" della
rivelazione. Qui Israele si autocomprende come popolo
scelto quale "portatore della rivelazione".
Sono, queste, feste in cui si celebra in particolare
il presente della rivelazione: l'attenzione a questo
presente prevale sulla dimensione della memoria. Per
Rosenzweig, "solo apparentemente si tratta di feste
del ricordo, in verità ciò che è
storico è in esse un presente assolutamente vicino".
Altre dense notazioni sulla valenza della Erinnerung
per la fede ebraica si colgono nel terzo libro della
terza parte della Stella della redenzione, dal titolo
"La stella o la verità eterna". Qui,
tra l'altro, Rosenzweig pone in rilievo il diversi rischi
cui soggiacciono l'ebraismo e il cristianesimo. I pericoli
di quest'ultimo, della "via eterna", sono
connessi alla sua natura di fede che tende ad espandersi
sempre più, conquistando il mondo, e può
pertanto, in qualche modo, scendere a compromessi con
il mondo. I rischi che attengono all'ebraismo, ovvero
alla "vita eterna", sono quelli propri di
una fede che è chiamata a radicarsi in se stessa
- pur nello sradicamento che contraddistingue la sua
esperienza dell’esilio - sono "conseguenze
necessarie della interiorità che si è
distanziata dal mondo", di una interiorità
che deve assumere un rivestimento protettivo per preservare
la sua estraneità dal mondo. Riguardo all'ebreo,
Rosenzweig scrive: "Il suo rivestirsi protettivo
è l'ultimo passo di quel ricordare/interiorizzarsi
[Er-innerung], di quel radicarsi nel proprio sé,
dal quale egli attinge la forza della vita eterna, così
come il volatilizzarsi era per il cristiano la conseguenza
necessaria del suo procedere ed inoltrarsi senza remore
sull'eterna via".
La singolarità di tale Er-innerung
ebraica consiste nel fatto che si tratta di una discesa
negli abissi del proprio Sé che è, al
contempo, "una salita all'Altissimo". Invero,
l'ebreo "soltanto a causa dell'Altissimo, a causa
del suo Dio, si ricorda/addentra [er-innert] nel suo
intimo". Mentre il cristiano, in quanto diventa
tale convertendosi dalla sua naturale condizione di
"pagano" ("Cristiano si diventa"),
è chiamato dalla nuova fede a percorrere una
via di "autoespropriazione", a rinunciare
a se stesso, l'ebreo non è affatto condotto dalla
sua fede ad allontanarsi da sé, a rinunciare
alla sua ipseità. Egli deve, al contrario, rimanere
presso di sé ("Ebreo si nasce") vivere
inabissato in se stesso, per preservarsi indenne da
ogni commistione con il "paganesimo". Quanto
più la vita del singolo credente è condotta
in tale continua "interiorizzazione" del "modo
ebraico di essere", tanto più egli testimonierà
- anche nei tratti, nei gesti, nel volto - i caratteri
autentici della "ebraicità".
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