Mircea Eliade, Miti
sogni e misteri.
Un classico, da Lindau
di Hagar
Spano
I
testi raccolti in questo volume non costituiscono in
senso proprio uno studio sistematico dei rapporti esistenti
fra alcune strutture dell’universo religioso,
come i miti e i misteri, e l’universo onirico.
Questo problema può appassionare lo psicologo,
forse il filosofo, ma è meno pressante per lo
storico delle religioni; e proprio in tale veste abbiamo
redatto i presenti studi. Non intendiamo certamente
dire che lo storico delle religioni non abbia nulla
da imparare da tutte le recenti scoperte della psicologia
del profondo; ma nulla lo costringe a rinunciare alla
prospettiva che gli è propria per comprendere
i vari universi religiosi rivelati dai suoi documenti.
Facendolo, si sostituirebbe allo psicologo e avrebbe
certamente tutto da perdere e nulla da guadagnare. La
disavventura gli è già capitata quando,
credendo di servire meglio la propria disciplina, ha
affrontato il suo oggetto come sociologo o etnologo:
è sfociato soltanto in una cattiva sociologia
e in una cattiva etnologia. Senza dubbio, tutte le discipline
dello spirito e tutte le scienze dell’uomo sono
ugualmente preziose, e le loro scoperte sono strettamente
connesse. Ma connessione non significa confusione; l’importante
è integrare i risultati dei diversi approcci
spirituali, senza confonderli. Il metodo più
sicuro, nella storia delle religioni come in tutti gli
altri campi, rimane sempre quello di studiare un fenomeno
sul suo piano di riferimento, salvo integrare poi i
risultati di questo approccio in una prospettiva più
ampia.
Pressoché tutti i testi qui
raccolti comportano allusioni e brevi confronti fra
l’attività dell’inconscio e i fatti
religiosi. Ma soprattutto il capitolo sesto si sforza
di mostrare i rapporti fra il dinamismo dell’inconscio
– come si manifesta nei sogni e nell’immaginazione
– e le strutture dell’universo religioso.
Abbiamo potuto intraprendere questo confronto per ciascuno
dei temi trattati in questo volume; infatti non vi è
motivo mitico e scenario iniziatico che non sia in qualche
modo presente anche nei sogni e nelle fantasie dell’immaginazione.
Negli universi onirici si ritrovano i simboli, le immagini,
le figure e gli avvenimenti che costituiscono le mitologie.
Su tale scoperta, dovuta al genio di Freud, tutte le
psicologie del profondo hanno lavorato da mezzo secolo.
Grande era la tentazione – e quasi tutti gli psicologi
vi hanno ceduto – di far derivare le Figure e
gli Avvenimenti della mitologia dai contenuti e dalla
dinamica dell’inconscio. Da un certo punto di
vista gli psicologi hanno ragione; è possibile
equiparare la funzione delle Figure e il risultato degli
Avvenimenti sui piani paralleli dell’attività
inconscia e della religione e della mitologia; ma non
si deve confondere l’omologazione con la riduzione.
Proprio quando lo psicologo «spiega» una
Figura o un Avvenimento mitologici riducendoli a un
processo dell’inconscio, lo storico delle religioni
esita a seguirlo; e forse non è il solo. In fondo,
questa spiegazione per riduzione equivarrebbe a spiegare
Madame Bovary con un adulterio. Madame Bovary esiste
soltanto sul suo piano di riferimento, che è
quello di una creazione letteraria, di un’opera
dello spirito. Che Madame Bovary abbia potuto essere
scritto soltanto in una società borghese dell’Occidente
del XIX secolo, in cui l’adulterio costituiva
un problema sui generis, è completamente un altro
problema, che interessa la sociologia letteraria, ma
non l’estetica del romanzo.
Il mito si definisce per il suo modo
d’essere: è riconoscibile come mito solamente
nella misura in cui rivela che qualcosa si è
pienamente manifestato, e questa manifestazione è
nello stesso tempo creatrice ed esemplare perché
fonda sia una struttura del reale, sia un comportamento
umano. Un mito racconta sempre che qualcosa è
realmente accaduto, che un avvenimento è accaduto
nel significato forte del termine: non importa che si
tratti della creazione del Mondo, o della più
insignificante specie animale o vegetale, oppure di
un’istituzione. Il fatto stesso del dire quanto
è accaduto rivela come l’esistenza in questione
si è realizzata (e questo come coincide anche
con il perché). E l’atto del venire a esistenza
è insieme emergenza di una realtà e svelamento
delle sue strutture fondamentali. Quando il mito cosmogonico
racconta com’è stato creato il Mondo, rivela
contemporaneamente l’emergenza della realtà
totale costituita dal Cosmo e il suo regime ontologico:
dice in che senso il Mondo è. La cosmogonia è
anche una ontofania, la manifestazione piena dell’Essere.
E poiché tutti i miti partecipano in qualche
modo al tipo del mito cosmologico – infatti ogni
storia di quanto è avvenuto in illo tempore è
soltanto una variante della storia esemplare: come il
Mondo è venuto a esistenza – ne consegue
che ogni mitologia è una ontofania. I miti rivelano
le strutture del reale e i molteplici modi d’essere
nel mondo. Proprio per questo sono il modello esemplare
dei comportamenti umani: rivelano storie vere, che si
riferiscono alle realtà. Ma ontofania implica
sempre teofania o ierofania. Proprio gli Dèi
o gli Esseri Semidivini hanno creato il Mondo e hanno
fondato gli innumerevoli modi di essere nel Mondo, da
quello che è particolare all’uomo fino
al modo di essere dell’insetto. Rivelando la storia
di quanto è avvenuto in illo tempore, si rivela
anche un’irruzione del sacro nel mondo. Quando
un Dio o un Eroe Civilizzatore hanno istituito un comportamento
– per esempio, un modo particolare di nutrirsi
–, non hanno solamente assicurato la realtà
di questo comportamento (infatti quel gesto fino a quel
momento non esisteva, non era praticato, era dunque
«irreale»), ma per il fatto stesso che tale
comportamento è loro invenzione, è anche
teofania, creazione divina. Nutrendosi alla maniera
degli Dèi o degli Eroi Civilizzatori, l’uomo
ripete i loro gesti e partecipa in un certo senso della
loro presenza.
Le pagine che seguono insistono a
sufficienza sulla struttura e sulla funzione dei miti,
sicché possiamo ora limitarci a poche notazioni
generali; ma quanto abbiamo appena detto basta per mettere
in evidenza la differenza radicale di regime ontologico
fra i miti e i sogni. Non vi è mito se non vi
è svelamento di un «mistero», rivelazione
di un avvenimento primordiale che ha fondato sia una
struttura del reale, sia un comportamento umano. Da
ciò deriva che, per il suo specifico modo d’essere,
il mito non può essere particolare, privato,
personale. Si può costituire in quanto mito solamente
nella misura in cui rivela l’esistenza e l’attività
degli Esseri sovrumani che si comportano in un modo
esemplare, cioè, sul piano della spiritualità
primitiva, che si comportano in un modo universale;
poiché un mito diventa un modello per «il
mondo intero» (cosi è considerata la società
cui si appartiene) e un modello per «l’eternità»
(infatti è avvenuto in illo tempore e non partecipa
della temporalità). Infine vi è ancora
una nota specifica importante: il mito è assunto
dall’uomo in quanto essere totale, non si rivolge
solamente alla sua intelligenza o alla sua immaginazione.
Quando non è più assunto come una rivelazione
dei «misteri», il mito si «degrada»,
si oscura, diventa racconto o leggenda.
Non sono necessarie lunghe analisi
per mostrare che un sogno non riesce a elevarsi a un
simile regime ontologico. Non è vissuto dall’uomo
totale, e quindi non riesce a trasformare una situazione
particolare in situazione esemplare, universalmente
valida. Certo un sogno può essere decifrato,
interpretato, e può allora trasmettere il suo
messaggio in un modo più esplicito. Ma in quanto
sogno, considerato unicamente nel suo universo specifico,
gli mancano le dimensioni costitutive dei miti: l’esemplarità
e l’universalità. Non è considerato
come svelamento delle strutture del reale, né
come rivelazione di un comportamento che, fondato dagli
Dèi o dagli Eroi Civilizzatori, si impone come
esemplare. Tuttavia si è potuto dimostrare che
esiste continuità fra gli universi onirico e
mitologico, proprio come vi è omologazione fra
le Figure e gli Avvenimenti dei miti e i personaggi
e gli avvenimenti dei sogni. Si è anche dimostrato
che nei sogni le categorie dello spazio e del tempo
sono modificate in un modo che ricorda in una certa
misura l’abolizione del Tempo e dello Spazio nei
miti. Anzi, si è osservato che i sogni e gli
altri processi dell’inconscio presentano come
un’«aura religiosa»; non soltanto
le loro strutture si possono paragonare a quelle della
mitologia, ma l’esperienza vissuta di certi contenuti
dell’inconscio sarebbe, agli occhi degli psicologi
del profondo, omologabile all’esperienza del sacro.
Si è concluso, forse un poco precipitosamente,
che le creazioni dell’inconscio sono la «materia
prima» della religione e di tutto quanto essa
comporta: simboli, miti, riti, e così via. Abbiamo
detto prima, prendendo come esempio Madame Bovary, che
non ci dobbiamo fermare alla spiegazione di una realtà
con la «materia prima» che implica e presuppone.
L’omologazione fra i personaggi e gli avvenimenti
di un mito e di un sogno non implica la loro identità
fondamentale. Non si ripeterà mai a sufficienza
questo truismo, perché è sempre latente
la tentazione di spiegare gli universi spirituali riducendoli
a un’«origine» prespirituale.
L’«aura religiosa»
di certi contenuti dell’inconscio non sorprende
lo storico delle religioni: egli sa che l’esperienza
religiosa impegna l’uomo nella sua totalità,
quindi anche le zone profonde del suo essere. Questo
però non significa ridurre la religione alle
sue componenti irrazionali, ma semplicemente riconoscere
l’esperienza religiosa qual è: esperienza
dell’esistenza totale, che rivela all’uomo
la sua modalità d’essere nel Mondo. Ora,
tutti sono concordi nel considerare i contenuti e le
strutture dell’inconscio come il risultato delle
situazioni critiche immemoriali. Ogni crisi esistenziale
ripropone il problema della realtà del mondo
e insieme della presenza dell’uomo nel mondo.
La crisi è, insomma, «religiosa»
poiché ai livelli arcaici di cultura l’essere
si confonde con il sacro. Per tutta l’umanità
primitiva, infatti, l’esperienza religiosa fonda
il mondo: l’orientamento rituale, rivelando le
strutture dello spazio sacro, trasforma il «Caos»
in «Cosmo» e, quindi, rende possibile un’esistenza
umana (cioè le impedisce di regredire al livello
dell’esistenza zoologica). Ogni religione, anche
la più elementare, è un’ontologia:
rivela l’essere delle cose sacre e delle Figure
divine, mostra ciò che è realmente e,
così facendo, fonda un Mondo che non è
più evanescente e incomprensibile, come lo è
negli incubi, come ridiventa ogni volta che l’esistenza
minaccia di essere sommersa nel «Caos» della
relatività totale, quando nessun «Centro»
emerge per assicurare un orientamento. In altre parole,
nella misura in cui l’inconscio è il «precipitato»
delle innumerevoli situazioni limite, non può
non assomigliare a un universo religioso. Infatti la
religione è la soluzione esemplare di ogni crisi
esistenziale. La religione «comincia» dove
si ha una rivelazione totale della realtà: rivelazione,
a un tempo, del sacro – di quanto è per
eccellenza, di quanto non è né illusorio
né evanescente – e dei rapporti dell’uomo
con il sacro, rapporti multiformi, cangianti, talora
ambivalenti, ma che collocano sempre l’uomo al
centro stesso del reale. Questa duplice rivelazione
rende nello stesso tempo l’esistenza umana «aperta»
ai valori dello Spirito: da una parte, il sacro è
l’altro per eccellenza, il transpersonale, il
«trascendente» – e, dall’altra,
il sacro è esemplare, nel senso che istituisce
modelli da seguire; trascendenza ed esemplarità
che forzano l’uomo religioso a uscire dalle situazioni
personali, a superare la contingenza e il particolare
e ad accedere ai valori generali, all’universale.
Proprio in questo senso bisogna comprendere
l’«aura religiosa» di certi contenuti
dell’inconscio: l’esperienza religiosa è
a un tempo crisi totale dell’esistenza e soluzione
esemplare di tale crisi. Soluzione esemplare, perché
svela un Mondo che non è più privato né
opaco, ma transpersonale, significativo e sacro, perché
opera degli Dèi. E proprio dall’esemplarità
della soluzione religiosa si può giudicare meglio
la distanza che separa l’universo dell’inconscio
e l’universo della religione. La soluzione religiosa
fonda un comportamento esemplare e, di conseguenza,
costringe l’uomo a rivelarsi contemporaneamente
il reale e l’universale. Soltanto a partire da
questa rivelazione, assunta dall’uomo nel suo
intero essere, si può parlare di religione. Tutte
le strutture e le forme religiose, per quanto rudimentali,
partecipano di questo ordine ontologico. Se in una società
primitiva un albero qualsiasi è considerato come
sacro e designato «Albero del Mondo», ne
consegue che, in virtù dell’esperienza
religiosa che ha fondato tale credenza, i membri di
quella società hanno la possibilità di
accedere a una comprensione metafisica dell’Universo:
infatti il simbolismo dell’Albero del Mondo rivela
appunto loro che un oggetto particolare può significare
la totalità cosmica; dunque l’esperienza
individuale viene «svegliata» e trasmutata
in atto spirituale. Grazie al simbolismo religioso dell’Albero
del Mondo l’uomo riesce a vivere l’universale.
Ma si tratta di un’esperienza totale: proprio
la visione religiosa del mondo e l’ideologia che
ne deriva hanno permesso all’uomo di far fruttificare
la propria esperienza individuale, di «aprirsi»
verso l’universale. Poiché abbiamo scelto
come esempio l’immagine dell’Albero, vediamo
qual è la sua funzione nell’universo dell’inconscio.
Simili immagini sono notoriamente abbastanza frequenti
nei sogni: esse costituiscono una cifra della vita profonda
e indicano, sembra, che il dramma che si svolge nell’inconscio
– e che interessa l’integrità dell’attività
psicomentale e, quindi, di tutta l’esistenza –
sta per trovare una soluzione positiva. Cioè
il significato che si lascia decifrare a livello dell’esperienza
onirica o immaginaria si integra nella serie dei valori
rivelati, sul piano dell’esperienza religiosa,
dal simbolismo dell’Albero. Infatti, nelle mitologie
e nelle religioni, i principali significati del simbolismo
dell’Albero – peraltro abbastanza complesso
– sono strettamente collegati con l’idea
di rinnovamento periodico e infinito, di rigenerazione,
di «sorgente di vita e di giovinezza», d’immortalità
e di realtà assoluta. Ma poiché l’immagine
dell’Albero non si rivela come simbolo, cioè
non risveglia la coscienza totale dell’uomo rendendola
«aperta» all’universale, non si può
dire che abbia completamente assolto il proprio compito.
L’immagine dell’Albero emersa dai sogni
ha «salvato» soltanto in parte l’uomo
dalla sua situazione individuale – permettendogli,
per esempio, di sanare una crisi del profondo e restituendogli
il suo equilibrio psichico più o meno gravemente
minacciato – ma non essendo stata assunta come
simbolo, l’immagine dell’Albero non è
riuscita a rivelare l’universale, quindi non ha
elevato l’uomo al piano dello Spirito, ciò
che invece fa sempre la religione per quanto rudimentale.
È dunque evidente in quale
prospettiva siano utili e fecondi i confronti fra gli
universi, rispettivamente dello storico delle religioni
e degli psicologi del profondo. Ma non bisogna confondere
i loro piani di riferimento, le loro scale dei valori,
e soprattutto i loro metodi. I testi compresi in questo
volume sono stati pubblicati, per la maggior parte all’estero,
fra il 1948 e il 1955. Vi abbiamo apportato solo piccole
correzioni, semplificando i riferimenti e sforzandoci
di limitare, nella misura del possibile, le ripetizioni.
Come sempre, il nostro caro e devoto amico, il dottor
Jean Gouillard, si è assunto il compito di leggere
e di correggere il manoscritto di quest’opera:
sia certo della nostra sincera gratitudine. Siamo felici
di esprimere all’inizio di queste pagine tutta
la nostra riconoscenza agli amici Olga Frœbe-Kapteyn,
dottor René Laforgue e Délia Laforgue,
dottor Roger Godel e Alice Godel; grazie alla loro affettuosa
e delicata ospitalità ad Ascona, a Parigi e in
Val d’Or, abbiamo potuto seguire il corso dei
nostri lavori dopo il 1950. (M. Eliade, dalla Prefazione)
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