Creazione estetica e fede
religiosa.
Arte e religione tra poiesis e verità
di Giuseppe
Limone
1.
È stato Hegel, come è noto, a porre "arte"
e "religione" come due corni di un'antitesi
fra il soggettivo e l'oggettivo. La collocazione, pur
argomentata, mira a ricondurre in realtà alla
"filosofia" ciò che essenzialmente
la eccede. Del resto, un comune cuore poietico sembra
abitare queste due forme sedimentarie (arte e religione).
Già fin dall'antichità, nota Giorgio Colli,
esse – arte e religione – erano collocate
all'interno di uno stesso orizzonte mitico. E lo stesso
Colli, nel ricordare che nel Fedro platonico viene contrapposta
la follia alla moderazione per esaltare paradossalmente
la prima, scrive: «Dice il testo [del Fedro
platonico]: "I più grandi fra i beni giungono
a noi attraverso la follia, che è concessa per
un dono divino … Infatti la profetessa di Delfi
e le sacerdotesse di Dodona, in quanto possedute dalla
follia, hanno procurato alla Grecia molte e belle cose,
sia agl'individui sia alla comunità". È
dunque posto in evidenza sin dal principio il collegamento
tra "mania" e Apollo. In seguito si distinguono
quattro specie di follia, la profetica, la misterica,
la poetica e l'erotica: le ultime due sono varianti
delle prime due. La follia profetica e quella misterica
sono ispirate da Apollo e da Dioniso (sebbene quest'ultimo
non sia nominato da Platone). Nel Fedro in
primo piano sta la "mania" profetica, al punto
che la natura divina e decisiva della "mania"
è testimoniata per Platone dal costituire il
fondamento del culto delfico. Platone appoggia il suo
giudizio con un'etimologia: la "mantica",
cioè l'arte della divinazione, deriva da "mania",
ne è l'espressione più autentica …».
La follia, la "mania" -
quindi - può essere significativamente guardata
come sorgente comune di arte e religione. E valga una
considerazione. Esse, entrambe, sembrano aver da fare
con un oggetto eccellente, con un valore, con una comune
forza vissuta: l'indicibile. Indicibile, a ben vedere,
in due sensi: 1. nel senso che qualsiasi forma di denotazione
diretta intesa a noeticamente rispecchiare il suo oggetto
andrebbe oltre la propria forza; 2. nel senso che qualsiasi
forma concettualizzante – id est, classificatoria
– mirante a radiografare in forma astratta il
suo oggetto sarebbe destinata a fallire la sua meta.
In realtà, l'indicibilità dice non che
l'oggetto con cui ci si relaziona sia, di necessità,
un luogo "mistico", ma piuttosto che sia nel
caso dell'arte, sia nel caso della religione, l'esperienza
che ne incrocia i significati sente la viva resistenza
di un oggetto che eccede. Donde la necessità
di una capacità espressiva specifica che sia
adeguata alla sfida. Che altro "arte" e "religione"
mostrano, a questo punto, in comune? Karl Kerényi,
nelle sue considerazioni sul sacro, si è acutamente
soffermato su alcuni punti specifici, degni di attenzione.
Egli, nel cogliere analogie tra il fenomeno artistico
e quello religioso, osserva: "La scienza delle
religioni e la scienza estetica condividono entrambe
questo paradosso: per l'una è la religione a
costituire un mondo particolare, per l'altra è
l'arte" . Sia l'arte sia il sacro, infatti, fanno
mondo. E, nel loro far mondo, un altro significativo
elemento comune emerge con forza: la loro capacità
di produrre risonanza. Ma –aggiunge Kerényi–
"se vogliamo trovare un 'termine' di paragone [per
una distinzione fra il mondo religioso e il mondo dell'arte]
… diremo che l'opera d'arte e il gioco artistico,
per loro natura, non trascendono mai il loro ambito,
mentre invece ciò si verifica con l'opera e il
gioco caratteristici della sfera religiosa". Rimane
però decisivo un punto in comune. Infatti, "…
elemento comune a arte e religione è la creatività
presente in entrambe" (p. 21). Non a caso, "non
solo il Maestro di cose religiose, ma anche l'artista
deve sentirsi dipendere da qualcosa di più alto,
che lo determina e l'ispira" (p. 21).
Ma, a questo punto, non potrà
essere più sottaciuto un dato essenziale, che
costituisce tra le due forme di vita, al tempo stesso,
la differenza specifica. La religione, infatti, in quanto
"rimanda a qualcosa che la trascende" (p.
23), "è orientata" (p. 23). Non solo.
"… la religione, diversamente dall'arte,
possiede anche questa caratteristica che scaturisce
dalla sua essenza: riferisce del proprio inizio e della
propria origine" (p.24). Donde la sua esigenza
di mitologemi del "prima" (p. 25). Cosa che
nell'arte qua talis certamente manca. Kerényi
mostra in questa analisi come Walter Friedrich Otto
si sia a tal proposito teoricamente cimentato nel difficile
passaggio dall'ambito in cui vige la sovranità
del divino a quello in cui vige la sovranità
dell'arte (p. 64). Ma a Kerényi interessa, intanto,
continuare a mettere a fuoco i punti in cui poesia e
religione possano fare luogo comune: "La scienza
delle religioni fonda la possibilità della sua
esistenza sulla capacità dello studioso di mettersi
in rapporto con ciò che si è 'distaccato',
di ricondurlo al suo senso originario di rapporto con
il divino nella sua immediatezza. I suoi materiali gli
offrono il grande vantaggio di presentargli qualcosa
di concreto su cui lavorare. Non è possibile
entrare in rapporto con una cosa astratta ... Si tratta
di lasciare il materiale nella sua oggettività,
ma di trasformarlo in un vero oggetto di rapporto, di
saggiarne la prossimità al rapporto col divino,
di ricuperare gli elementi del rapporto che vi sono
rimasti, come fa Buber nella sua esposizione del chassidismo.
Ciò può accadere solo mediante l'interpretazione,
e a essa saranno dedicate le considerazioni sviluppate
nel prossimo capitolo. L'interprete trova sostegno soprattutto
nei grandi poeti, che riescono a partecipare allo stesso
tempo sia alla sfera religiosa che a quella artistica.
Essi conferiscono all'astrattezza di queste considerazioni,
alla importanza del rapporto, che avviene sempre 'in
precedenza', una concretezza e dunque una rappresentabilità
che non è una mera costruzione teorica"
(pp. 28-29; i corsivi sono nostri).
Se è vero che l'oggetto è
'eccedente', è proprio in questa eccedenza che
consiste la sua indicibilità. Che è, a
ben guardare, la sua indecidibilità nella forma
concettuale. Ma che ha un suo specifico modo di darsi
forma: l'entrare in risonanza. L'eccedenza si fa forma
se e in quanto essa sia capace di far entrare in risonanza
(p. 59). E si tratta, a ben vedere, di una risonanza
speciale, perché è la possibile risonanza
comune. Se ben si osserva, il sacro e l’arte hanno,
al confronto con la verità scientifica, una loro
specifica oggettività. Se è vero che la
'verità scientifica' trova la sua sanzione oggettiva
in quella probatio collaudata capace di attivare il
consenso degli esperti, anche l'arte ha la sua "prova".
Essa consiste in una specifica capacità di intersoggettività,
in quella intersoggettività che fa risonanza,
in quella intersoggettività che fa mondo. E,
come l'arte, anche il sacro ha la sua prova. Essa consiste
in quella sua capacità di intersoggettività
che fa mondo, in quanto ulteriormente rinvii a un mondo
che si pone come vero, capace di senso. Ma, in un tale
percorso, solo la concretezza può far risonanza.
Solo la concretezza, quindi, può essere oggetto
della religione o dell'arte. Non va dimenticata però,
qui, la differenza fra quella forma –l'arte–
in cui il poeta è sovrano e l'altra forma –il
sacro, la religione– in cui più cospicuamente
si saggia la resistenza del materiale (p. 59 e passim).
Nell'arte e nel sacro, un'intersoggettività si
fa mondo. Ma altro è il mio mondo come mondo,
altro è il mondo come mondo mio. Il mantenere
un riferimento essenziale al fuori di questo tempo (in
cui vivo la poiesis) o il prescindere da ogni riferimento
al riguardo, diventa decisivo della differenza tra le
due forme poietiche. Il che non impedisce affatto che
arte e sacro possano cospirare e approdare a possibili
forme comuni. Quali, queste forme? Il mito è
stato, come è noto un antico loro luogo comune
(vedi p. 55). Come è stato possibile luogo comune,
e sempre sarà, il linguaggio. Il linguaggio,
anche considerato nelle sue forme più strettamente
contemporanee e meticciate (vedi il linguaggio sportivo,
il linguaggio della pubblicità, il linguaggio
della moda, etc.). Nella religione il desiderio di verità
si fa mondo – e quindi forma. Nell'arte, la verità
del desiderio si fa mondo – e quindi forma duplicata.
Quale l'attività formatrice
che sottende entrambe queste forme? Kerényi risponde:
la 'creatività'. Noi diremmo: la creatività
quale modalità umana strategicamente specifica
per incrociare la sfida della eccedenza. Creatività.
Attraverso quali strumenti? Ne citeremmo, fondamentalmente,
almeno due: la strategia metaforica e quella simbolica.
Intese come strategie alternative che obbediscono a
forme solo in qualche guisa simili, ma, per altri versi,
diverse per fini e per autocomprensione. La strategia
metaforica si pone infatti sul piano dell'ap-prossimarsi
all'oggetto. Stando sul versante del predicativo. Invece,
la strategia simbolica pur perseguendo strade eventualmente
sovrapponibili con la prima, si pone sul piano del far
emergere la realtà dell'oggetto. Sul piano dell'antepredicativo,
quindi, con precomprensioni di grado ontologico. Nella
strategia metaforica –per dir così–
prevale l'autocomprensione del pittore, che cattura
aggiungendo, laddove in quella simbolica prevale l'autocomprensione
dello scultore, che fa emergere sottraendo. La metafora
mira ad esprimere, il simbolo a svelare. Posta l'essenziale
ludicità dell’arte, essa sembra far leva
piuttosto sul "giocare l'oggetto", laddove
la religione sembra, piuttosto, l'aspirazione profonda
a farsene giocare. Con una precisazione. Anche l'arte
può essere, a certi livelli di raffinatezza,
un lasciarsi giocare, ma in tali casi si apparenta fortemente
al religioso, salvo per quel riferimento all'altrove,
che non appartiene al suo statuto. C'è da domandarsi,
però. Se è vero, come è vero, che
la strategia metaforica e quella simbolica (mitico-simbolica)
possono essere quelle prevalenti, quali forze psichiche
sono nel loro agire individuabili?
2. C'è un pensiero che offre
l'occasione di pensare il simbolico e il metaforico
in maniera rigorosa, ed è l'approccio che alla
mente ha condotto Ignacio Matte Blanco. Egli ha, come
è noto, mostrato come nella mente umana operino
due logiche: una riconducibile al principio di generalizzazione
e una riconducibile al principio di simmetria. Secondo
la prima, il sistema conscio tratta una cosa individuale
(persona, oggetto, concetto) come se fosse un membro
o un elemento di un insieme o classe che contiene altri
membri; tratta questa classe come sottoclasse di una
classe più generale e tratta questa classe più
generale come sottoclasse di una classe ancora più
generale, e così via. Secondo l'altra logica,
governata dal principio di simmetria, il sistema inconscio
tratta la relazione inversa di qualsiasi relazione come
se fosse identica alla relazione diretta. Cioè,
tratta le relazioni asimmetriche come se fossero simmetriche.
Se Giovanni è padre di Pietro, Pietro è
padre di Giovanni. Nascono da questo principio di simmetria
conseguenze importanti come: 1. Non può esserci
successione; 2. La parte è identica al tutto
("il braccio è parte del corpo, il corpo
è parte del braccio"); 3. Tutti i membri
di una classe sono trattati come uguali fra loro e uguali
alla classe di riferimento. Sicché due elementi
di una classe diventano identici – e identici
anche alla classe di cui fanno parte ("Pietro è
Giovanni"). 4. Classi opposte possono coincidere
fra loro (Essere vivo = essere morto). 5. Non può
esserci più relazione di contiguità fra
parte e tutto. Se la logica aristotelica è un
pensare asimmetrico (distinguente), la logica dell'emozione
che abita l'inconscio è un pensare simmetrico
(identificante).
È evidente come in una tale
metodica il problema dell'inconscio venga affrontato
non a partire dalla indagine sulla sua energia (irrazionale
o arazionale che sia), ma a partire dalla sua "logica".
Non solo. È noto che Sigmund Freud aveva individuato
alcune caratteristiche strutturali dell'inconscio: 1.
Assenza di contraddizione reciproca fra le presentazioni
dei vari impulsi – e, in più, assenza di
negazione; 2. Spostamento; 3. Condensazione; 4. Assenza
di tempo; 5. Sostituzione della realtà esterna
con quella psichica. Ciò che dalla analisi strutturale
di Matte Blanco si scopre è che queste caratteristiche
strutturali sono in realtà leggibili come specificazioni
e varianti di un unico principio logico: quello simmetrico.
Ma un ulteriore passo è a questo punto possibile.
Non è difficile osservare come, in realtà,
il "pensare simbolico" – se lo si assume
nel significato del simbolico forte –, così
come il "pensare metaforico", sia in larga
misura assimilabile alle caratteristiche strutturali
del pensare inconscio così caratterizzato: del
pensare inconscio, cioè, che opera secondo il
principio della simmetria; per esempio, secondo il principio
per cui una parte dell'insieme viene trattato logicamente
come l'intero. Né, d'altra parte, è difficile
osservare che c’è un "pensare dialettico"
che acquisisce in larga misura connotati dallo stesso
principio di "simmetria" (coincidenza della
parte col tutto, coincidenza degli opposti, reciproco
richiamo fra gl’inversi, sovrapposizione degli
inversi).
Non è questa la sede per un
discorso sviluppato altrove, ma può mostrarsi
– lungo un percorso che congiunge Leibniz e Jung,
Matte Blanco e Cassirer – che pensiero simbolico
e pensiero dialettico sono due modi diversi di esprimere
la possibile intersezione fra "principio simmetrico"
e "principio della generalizzazione". In questa
luce, le due logiche di cui parla Matte Blanco non appartengono
a zone separate, ma rappresentano due coordinate di
un solo volume: il pensiero. Dentro il quale il noetico
è catturato all'interno di una gravitazione emozionale.
Se le due logiche appartengono a un unico volume, il
pensiero, una tale considerazione mostra, a ben vedere,
due distinti profili. Da un lato, l’appartenenza
– nel topos del conscio – della
logica inconscia a quella conscia: una sua forma possibile
è il pensare simbolico; dall'altro lato, l'appartenenza
– nel topos dell'inconscio – della
logica conscia a quella inconscia: una sua forma possibile
è quello che chiameremmo "l'inconscio intelligente".
Il che significa partire dalla intuizione fondamentale
che le due logiche possono essere pensate nella loro
coappartenenza nel volume del pensiero.
3. C'è forse un modo, simbolico
e metaforico insieme, di incontrare le due esperienze
dell'arte e del sacro. Modo duplice, che rinvia alle
due possibili facce di un mondo comune. È il
mito di Er. Se nell'universo del testo d'arte s'immaginano
le parole e le forme come reali corpi viventi, il loro
vivere e abitare la pagina – o il testo sonoro,
o la tela d'arte – è, per notevoli versi,
modo multiplo, che sembra inconsciamente obbedire alle
linee metafisico-narrative del mito platonico di Er.
Come è noto – e come Platone racconta –
Er, morto in guerra e tornato in vita dopo il decimo
giorno, narrò quanto aveva visto nel mondo di
là (Platone, Repubblica, X, 614 b ss.,
in Tutti gli scritti, cur. di Giovanni Reale,
Rusconi, Milano 1991). Ogni anima sceglieva la vita
che avrebbe nella sua prossima incarnazione sulla terra
vissuto. "Non sarà il demone a scegliere
voi, ma voi il demone. Il primo estratto sceglierà
per primo la vita alla quale sarà tenuto di necessità"
(617 e). La vita di ognuno viene a costituire cioè
la precisa intersezione tra forze del tutto diverse
fra loro: "caso", "scelta" e "necessità".
Anche la parola, il suono, la forma,
convocate davanti alla ispirazione poetica a scegliere
il modello di vita che vivranno nella storia della pagina,
sceglieranno, in base alla sorte che la vita precedente
ha loro assegnato, e in base al caso sortito ("la
scelta dipendeva, per lo più, dalle vicende della
vita precedente": 620 a), il modello di vita cui
saranno, poi, per necessità, destinati. L'incarnarsi
della parola e delle forme nel testo, nel loro "cadere/accadere"
specifico – tra gl'infiniti possibili –
in quel modo e in quel mondo, si rivelerà derivare,
perciò, sia dalla vita storica anteriore di cui
il loro significato è custode e dal caso in quel
momento toccato (la sorte), sia dalla scelta che l'inconscio
intelligente del poeta ne farà (la sua libertà),
sia, infine, dal contesto determinato in cui il loro
interagire giocherà il proprio individuato destino
(la propria necessità). L'inconscio intelligente
del poeta –convocato dalla sua ispirazione a questa
scelta faticosa e perenne nel corso del proprio atto
creativo– dovrà quindi, momento per momento,
e condizionato dal carico di sorte impostogli dal vissuto,
appunto scegliere –per ogni parola e spezzone
sintagmatico e all'interno degl'infiniti possibili–
quell'universo testuale di connessioni in cui essi saranno,
poi, costretti a giocare il proprio contestuato destino.
Avverrà, così, che l'inconscio intelligente
del poeta, a livelli di invisibili comunicazioni freatiche,
possa dialogare con un altro inconscio intelligente,
quello di colui che fruisce del testo. E che, col testo
dialogando, lo allevi e ne sia allevato istituendo con
lui un intero universo comune.
Ma l'inconscio intelligente del poeta
potrà essere anche quello del profeta, o dello
sperimentatore del sacro. Anche se diversa, in tal caso,
sarà la autocomprensione ermeneutica dell'atto
compiuto. Nell'arte e nella percezione del sacro sembra
darsi, in realtà, quell'attività creativa
che, quale inventio in senso pregnante, sta fra l'inventare
e il trovare. Negl'infiniti mondi possibili di Leibniz,
come negl'infiniti libri possibili di Borges, inventare
è trovare. E trovare e inventare. La strategia
metaforica e quella simbolica, in realtà, si
rivelano due modi – i due diversi modi –
con cui l'attività creativa del poieta (artista
o religioso) può autocomprendersi. Sia nel suo
svolgimento, sia nei suoi esiti. Attività còlta
nella sua specifica ambivalenza: quella fra l'inventare
e il trovare. E di cui uno dei possibili mondi è
il Cantico dei cantici.
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