1. È stato Hegel, come è noto, a porre "arte"
e "religione" come due corni di un'antitesi fra il soggettivo
e l'oggettivo. La collocazione, pur argomentata, mira a ricondurre
in realtà alla "filosofia" ciò che essenzialmente
la eccede. Del resto, un comune cuore poietico sembra abitare
queste due forme sedimentarie (arte e religione). Già fin
dall'antichità, nota Giorgio Colli, esse — arte e
religione — erano collocate all'interno di uno stesso orizzonte
mitico. E lo stesso Colli, nel ricordare che nel Fedro platonico
viene contrapposta la follia alla moderazione per esaltare paradossalmente
la prima, scrive: «Dice il testo [del Fedro platonico]:
«I più grandi fra i beni giungono a noi attraverso
la follia, che è concessa per un dono divino. […]
Infatti la profetessa di Delfi e le sacerdotesse di Dodona, in
quanto possedute dalla follia, hanno procurato alla Grecia molte
e belle cose, sia agl'individui sia alla comunità».
È dunque posto in evidenza sin dal principio il collegamento
tra "mania" e Apollo. In seguito si distinguono quattro
specie di follia, la profetica, la misterica, la poetica e l'erotica:
le ultime due sono varianti delle prime due. La follia profetica
e quella misterica sono ispirate da Apollo e da Dioniso (sebbene
quest'ultimo non sia nominato da Platone). Nel Fedro
in primo piano sta la "mania" profetica, al punto che
la natura divina e decisiva della "mania" è testimoniata
per Platone dal costituire il fondamento del culto delfico. Platone
appoggia il suo giudizio con un'etimologia: la "mantica",
cioè l'arte della divinazione, deriva da "mania",
ne è l'espressione più autentica […]».
La follia, la "mania" può quindi essere significativamente
guardata come sorgente comune di arte e religione. E valga una
considerazione. Esse, entrambe, sembrano aver da fare con un oggetto
eccellente, con un valore, con una comune forza vissuta: l'indicibile.
Indicibile, a ben vedere, in due sensi: 1. nel senso che qualsiasi
forma di denotazione diretta intesa a noeticamente rispecchiare
il suo oggetto andrebbe oltre la propria forza; 2. nel senso che
qualsiasi forma concettualizzante — i.e. classificatoria
— mirante a radiografare in forma astratta il suo oggetto
sarebbe destinata a fallire la sua meta. In realtà, l'indicibilità
dice non che l'oggetto con cui ci si relaziona sia, di necessità,
un luogo "mistico", ma piuttosto che sia nel caso dell'arte,
sia nel caso della religione, l'esperienza che ne incrocia i significati
sente la viva resistenza di un oggetto che eccede. Donde la necessità
di una capacità espressiva specifica che sia adeguata alla
sfida. Che altro "arte" e "religione" mostrano,
a questo punto, in comune? Karl Kerényi, nelle sue considerazioni
sul sacro, si è acutamente soffermato su alcuni punti specifici,
degni di attenzione. Egli, nel cogliere analogie tra il fenomeno
artistico e quello religioso, osserva: "La scienza delle
religioni e la scienza estetica condividono entrambe questo paradosso:
per l'una è la religione a costituire un mondo particolare,
per l'altra è l'arte" . Sia l'arte sia il sacro, infatti,
fanno mondo. E, nel loro far mondo, un altro significativo elemento
comune emerge con forza: la loro capacità di produrre risonanza.
Ma — aggiunge Kerényi — «se vogliamo
trovare un 'termine' di paragone [per una distinzione fra il mondo
religioso e il mondo dell'arte] … diremo che l'opera d'arte
e il gioco artistico, per loro natura, non trascendono mai il
loro ambito, mentre invece ciò si verifica con l'opera
e il gioco caratteristici della sfera religiosa». Rimane
però decisivo un punto in comune. Infatti, «elemento
comune a arte e religione è la creatività presente
in entrambe» (p. 21). Non a caso, «non solo il Maestro
di cose religiose, ma anche l'artista deve sentirsi dipendere
da qualcosa di più alto, che lo determina e l'ispira»
(p. 21).
Ma a questo punto non potrà essere più sottaciuto
un dato essenziale, che costituisce tra le due forme di vita,
al tempo stesso, la differenza specifica. La religione, infatti,
in quanto "rimanda a qualcosa che la trascende" (p.
23), "è orientata" (p. 23). Non solo. «La
religione, diversamente dall'arte, possiede anche questa caratteristica
che scaturisce dalla sua essenza: riferisce del proprio inizio
e della propria origine» (p. 24). Donde la sua esigenza
di mitologemi del "prima" (p. 25). Cosa che nell'arte
qua talis certamente manca. Kerényi mostra in questa analisi
come Walter Friedrich Otto si sia a tal proposito teoricamente
cimentato nel difficile passaggio dall'ambito in cui vige la sovranità
del divino a quello in cui vige la sovranità dell'arte
(p. 64). Ma a Kerényi interessa, intanto, continuare a
mettere a fuoco i punti in cui poesia e religione possano fare
luogo comune: «La scienza delle religioni fonda la possibilità
della sua esistenza sulla capacità dello studioso di mettersi
in rapporto con ciò che si è "distaccato",
di ricondurlo al suo senso originario di rapporto con il divino
nella sua immediatezza. I suoi materiali gli offrono il grande
vantaggio di presentargli qualcosa di concreto su cui lavorare.
Non è possibile entrare in rapporto con una cosa astratta
[...]. Si tratta di lasciare il materiale nella sua oggettività,
ma di trasformarlo in un vero oggetto di rapporto, di saggiarne
la prossimità al rapporto col divino, di ricuperare gli
elementi del rapporto che vi sono rimasti, come fa Buber nella
sua esposizione del chassidismo. Ciò può accadere
solo mediante l'interpretazione, e a essa saranno dedicate le
considerazioni sviluppate nel prossimo capitolo. L'interprete
trova sostegno soprattutto nei grandi poeti, che riescono a partecipare
allo stesso tempo sia alla sfera religiosa che a quella artistica.
Essi conferiscono all'astrattezza di queste considerazioni, alla
importanza del rapporto, che avviene sempre 'in precedenza', una
concretezza e dunque una rappresentabilità che non è
una mera costruzione teorica» (pp. 28-29; i corsivi sono
nostri).
Se è vero che l'oggetto è "eccedente",
è proprio in questa eccedenza che consiste la sua indicibilità.
Che è, a ben guardare, la sua indecidibilità nella
forma concettuale. Ma che ha un suo specifico modo di darsi forma:
l'entrare in risonanza. L'eccedenza si fa forma se e in quanto
essa sia capace di far entrare in risonanza (p. 59). E si tratta,
a ben vedere, di una risonanza speciale, perché è
la possibile risonanza comune. Se ben si osserva, il sacro e l’arte
hanno, al confronto con la verità scientifica, una loro
specifica oggettività. Se è vero che la "verità
scientifica" trova la sua sanzione oggettiva in quella probatio
collaudata capace di attivare il consenso degli esperti, anche
l'arte ha la sua "prova". Essa consiste in una specifica
capacità di intersoggettività, in quella intersoggettività
che fa risonanza, in quella intersoggettività che fa mondo.
E, come l'arte, anche il sacro ha la sua prova. Essa consiste
in quella sua capacità di intersoggettività che
fa mondo, in quanto ulteriormente rinvii a un mondo che si pone
come vero, capace di senso. Ma, in un tale percorso, solo la concretezza
può far risonanza. Solo la concretezza, quindi, può
essere oggetto della religione o dell'arte. Non va dimenticata
però, qui, la differenza fra quella forma — l'arte
— in cui il poeta è sovrano e l'altra forma —
il sacro, la religione — in cui più cospicuamente
si saggia la resistenza del materiale (p. 59 e passim). Nell'arte
e nel sacro, un'intersoggettività si fa mondo. Ma altro
è il mio mondo come mondo, altro è il mondo come
mondo mio. Il mantenere un riferimento essenziale al fuori di
questo tempo (in cui vivo la poiesis) o il prescindere
da ogni riferimento al riguardo, diventa decisivo della differenza
tra le due forme poietiche. Il che non impedisce affatto che arte
e sacro possano cospirare e approdare a possibili forme comuni.
Quali, queste forme? Il mito è stato, come è noto
un antico loro luogo comune (vedi p. 55). Come è stato
possibile luogo comune, e sempre sarà, il linguaggio. Il
linguaggio, anche considerato nelle sue forme più strettamente
contemporanee e meticciate (vedi il linguaggio sportivo, il linguaggio
della pubblicità, il linguaggio della moda, etc.). Nella
religione il desiderio di verità si fa mondo — e
quindi forma. Nell'arte, la verità del desiderio si fa
mondo — e quindi forma duplicata.
Quale l'attività formatrice che sottende entrambe queste
forme? Kerényi risponde: la "creatività".
Noi diremmo: la creatività quale modalità umana
strategicamente specifica per incrociare la sfida della eccedenza.
Creatività. Attraverso quali strumenti? Ne citeremmo, fondamentalmente,
almeno due: la strategia metaforica e quella simbolica. Intese
come strategie alternative che obbediscono a forme solo in qualche
guisa simili, ma, per altri versi, diverse per fini e per autocomprensione.
La strategia metaforica si pone infatti sul piano dell'ap-prossimarsi
all'oggetto. Stando sul versante del predicativo. Invece, la strategia
simbolica pur perseguendo strade eventualmente sovrapponibili
con la prima, si pone sul piano del far emergere la realtà
dell'oggetto. Sul piano dell'antepredicativo, quindi, con precomprensioni
di grado ontologico. Nella strategia metaforica — per dir
così — prevale l'autocomprensione del pittore, che
cattura aggiungendo, laddove in quella simbolica prevale l'autocomprensione
dello scultore, che fa emergere sottraendo. La metafora mira ad
esprimere, il simbolo a svelare. Posta l'essenziale ludicità
dell’arte, essa sembra far leva piuttosto sul "giocare
l'oggetto", laddove la religione sembra, piuttosto, l'aspirazione
profonda a farsene giocare. Con una precisazione. Anche l'arte
può essere, a certi livelli di raffinatezza, un lasciarsi
giocare, ma in tali casi si apparenta fortemente al religioso,
salvo per quel riferimento all'altrove, che non appartiene al
suo statuto. C'è da domandarsi, però. Se è
vero, come è vero, che la strategia metaforica e quella
simbolica (mitico-simbolica) possono essere quelle prevalenti,
quali forze psichiche sono nel loro agire individuabili?
2. C'è un pensiero che offre l'occasione di pensare il
simbolico e il metaforico in maniera rigorosa, ed è l'approccio
che alla mente ha condotto Ignacio Matte Blanco. Egli ha, come
è noto, mostrato come nella mente umana operino due logiche:
una riconducibile al principio di generalizzazione e una riconducibile
al principio di simmetria. Secondo la prima, il sistema conscio
tratta una cosa individuale (persona, oggetto, concetto) come
se fosse un membro o un elemento di un insieme o classe che contiene
altri membri; tratta questa classe come sottoclasse di una classe
più generale e tratta questa classe più generale
come sottoclasse di una classe ancora più generale, e così
via. Secondo l'altra logica, governata dal principio di simmetria,
il sistema inconscio tratta la relazione inversa di qualsiasi
relazione come se fosse identica alla relazione diretta. Cioè,
tratta le relazioni asimmetriche come se fossero simmetriche.
Se Giovanni è padre di Pietro, Pietro è padre di
Giovanni. Nascono da questo principio di simmetria conseguenze
importanti come: 1. Non può esserci successione; 2. La
parte è identica al tutto ("il braccio è parte
del corpo, il corpo è parte del braccio"); 3. Tutti
i membri di una classe sono trattati come uguali fra loro e uguali
alla classe di riferimento. Sicché due elementi di una
classe diventano identici — e identici anche alla classe
di cui fanno parte ("Pietro è Giovanni"). 4.
Classi opposte possono coincidere fra loro (Essere vivo = essere
morto). 5. Non può esserci più relazione di contiguità
fra parte e tutto. Se la logica aristotelica è un pensare
asimmetrico (distinguente), la logica dell'emozione che abita
l'inconscio è un pensare simmetrico (identificante).
È evidente come in una tale metodica il problema dell'inconscio
venga affrontato non a partire dalla indagine sulla sua energia
(irrazionale o arazionale che sia), ma a partire dalla sua "logica".
Non solo. È noto che Sigmund Freud aveva individuato alcune
caratteristiche strutturali dell'inconscio: 1. Assenza di contraddizione
reciproca fra le presentazioni dei vari impulsi — e, in
più, assenza di negazione; 2. Spostamento; 3. Condensazione;
4. Assenza di tempo; 5. Sostituzione della realtà esterna
con quella psichica. Ciò che dalla analisi strutturale
di Matte Blanco si scopre è che queste caratteristiche
strutturali sono in realtà leggibili come specificazioni
e varianti di un unico principio logico: quello simmetrico. Ma
un ulteriore passo è a questo punto possibile. Non è
difficile osservare come, in realtà, il "pensare simbolico"
— se lo si assume nel significato del simbolico forte —
, così come il "pensare metaforico", sia in larga
misura assimilabile alle caratteristiche strutturali del pensare
inconscio così caratterizzato: del pensare inconscio, cioè,
che opera secondo il principio della simmetria; per esempio, secondo
il principio per cui una parte dell'insieme viene trattato logicamente
come l'intero. Né, d'altra parte, è difficile osservare
che c’è un "pensare dialettico" che acquisisce
in larga misura connotati dallo stesso principio di "simmetria"
(coincidenza della parte col tutto, coincidenza degli opposti,
reciproco richiamo fra gl’inversi, sovrapposizione degli
inversi).
Non è questa la sede per un discorso sviluppato altrove,
ma può mostrarsi — lungo un percorso che congiunge
Leibniz e Jung, Matte Blanco e Cassirer — che pensiero simbolico
e pensiero dialettico sono due modi diversi di esprimere la possibile
intersezione fra "principio simmetrico" e "principio
della generalizzazione". In questa luce, le due logiche di
cui parla Matte Blanco non appartengono a zone separate, ma rappresentano
due coordinate di un solo volume: il pensiero. Dentro il quale
il noetico è catturato all'interno di una gravitazione
emozionale. Se le due logiche appartengono a un unico volume,
il pensiero, una tale considerazione mostra, a ben vedere, due
distinti profili. Da un lato, l’appartenenza — nel
topos del conscio — della logica inconscia a quella
conscia: una sua forma possibile è il pensare simbolico;
dall'altro lato, l'appartenenza — nel topos dell'inconscio
— della logica conscia a quella inconscia: una sua forma
possibile è quello che chiameremmo "l'inconscio intelligente".
Il che significa partire dalla intuizione fondamentale che le
due logiche possono essere pensate nella loro coappartenenza nel
volume del pensiero.
3. C'è forse un modo, simbolico e metaforico insieme,
di incontrare le due esperienze dell'arte e del sacro. Modo duplice,
che rinvia alle due possibili facce di un mondo comune. È
il mito di Er. Se nell'universo del testo d'arte s'immaginano
le parole e le forme come reali corpi viventi, il loro vivere
e abitare la pagina — o il testo sonoro, o la tela d'arte
— è, per notevoli versi, modo multiplo, che sembra
inconsciamente obbedire alle linee metafisico-narrative del mito
platonico di Er. Come è noto — e come Platone racconta
— Er, morto in guerra e tornato in vita dopo il decimo giorno,
narrò quanto aveva visto nel mondo di là (Platone,
Repubblica, X, 614 b ss., in Tutti gli scritti,
cur. di G. Reale, Rusconi, Milano 1991). Ogni anima sceglieva
la vita che avrebbe nella sua prossima incarnazione sulla terra
vissuto. «Non sarà il demone a scegliere voi, ma
voi il demone. Il primo estratto sceglierà per primo la
vita alla quale sarà tenuto di necessità»
(617 e). La vita di ognuno viene a costituire cioè la precisa
intersezione tra forze del tutto diverse fra loro: "caso",
"scelta" e "necessità".
Anche la parola, il suono, la forma, convocate davanti alla ispirazione
poetica a scegliere il modello di vita che vivranno nella storia
della pagina, sceglieranno, in base alla sorte che la vita precedente
ha loro assegnato, e in base al caso sortito ("la scelta
dipendeva, per lo più, dalle vicende della vita precedente":
620 a), il modello di vita cui saranno, poi, per necessità,
destinati. L'incarnarsi della parola e delle forme nel testo,
nel loro "cadere/accadere" specifico — tra gl'infiniti
possibili — in quel modo e in quel mondo, si rivelerà
derivare, perciò, sia dalla vita storica anteriore di cui
il loro significato è custode e dal caso in quel momento
toccato (la sorte), sia dalla scelta che l'inconscio intelligente
del poeta ne farà (la sua libertà), sia, infine,
dal contesto determinato in cui il loro interagire giocherà
il proprio individuato destino (la propria necessità).
L'inconscio intelligente del poeta — convocato dalla sua
ispirazione a questa scelta faticosa e perenne nel corso del proprio
atto creativo— dovrà quindi, momento per momento,
e condizionato dal carico di sorte impostogli dal vissuto, appunto
scegliere –per ogni parola e spezzone sintagmatico e all'interno
degl'infiniti possibili — quell'universo testuale di connessioni
in cui essi saranno, poi, costretti a giocare il proprio contestuato
destino. Avverrà, così, che l'inconscio intelligente
del poeta, a livelli di invisibili comunicazioni freatiche, possa
dialogare con un altro inconscio intelligente, quello di colui
che fruisce del testo. E che, col testo dialogando, lo allevi
e ne sia allevato istituendo con lui un intero universo comune.
Ma l'inconscio intelligente del poeta potrà essere anche
quello del profeta, o dello sperimentatore del sacro. Anche se
diversa, in tal caso, sarà la autocomprensione ermeneutica
dell'atto compiuto. Nell'arte e nella percezione del sacro sembra
darsi, in realtà, quell'attività creativa che, quale
inventio in senso pregnante, sta fra l'inventare e il trovare.
Negl'infiniti mondi possibili di Leibniz, come negl'infiniti libri
possibili di Borges, inventare è trovare. E trovare e inventare.
La strategia metaforica e quella simbolica, in realtà,
si rivelano due modi — i due diversi modi — con cui
l'attività creativa del poieta (artista o religioso) può
autocomprendersi. Sia nel suo svolgimento, sia nei suoi esiti.
Attività còlta nella sua specifica ambivalenza:
quella fra l'inventare e il trovare. E di cui uno dei possibili
mondi è il Cantico dei cantici.