La necessità di considerare assieme l’Autocoscienza
e il pensiero di Dio, dipende essenzialmente dal fatto che nella
filosofia di Henrich il problema della Soggettività deve
precedere ogni possibile argomentare, giacché essa si offre
come il presupposto ultimo (das Prinzip) del conoscere.
I. Nella prospettiva proposta, Selbstbewusstsein e Gottesgedanke
si presentano entrambi come pensieri generali: se infatti l’Autocoscienza,
in quanto derivante dall’immediato Wissen-von-mir
(sapere-di-me), precede ogni altro possibile pensiero, Dio costituisce,
almeno concettualmente, il Grund di tutte le cose e di
tutti i cogitata a esse connessi. Se l’uomo è
il soggetto di ogni pensiero, Dio viene pensato come il Grund
di tutto ciò che è reale. È chiaro che il
piano è differente: anche se non si può dare per
immediata la corrispondenza di piano logico e piano ontologico,
tuttavia comune all’Autocoscienza e al pensiero di Dio è
la Relazione (Beziehung) che essi intrattengono con il
Tutto, sia esso reale, sia esso pensato. La comune aspirazione
alla Allgemeinheit conduce però, nella storia
della filosofia, ad una contesa fra il pensiero di Dio e l’Autocoscienza
per il primato ontologico. Nell’ottica di Henrich, pensare
la Soggettività come Principio non significa attribuire
ad essa le caratteristiche di un Grund metafisico da
cui discenda l’intero Essere come la filosofia Idealistica
pretendeva di dimostrare, significa piuttosto intendere il Principio
come Presupposto depotenziato che si offre nella funzione esplicativa
del Wissen-von-sich (sapere-di-sè) dell’Io:
una funzione meramente strategica che sorge in vista dell’esplicazione
delle "relazioni" (Beziehungen) interne al
Soggetto. «Als Prinzip kann Subjektivität nur dann
gelten und fungieren, wenn sich an unser elementares Wissen von
uns selbst vielerlei Folgerungen anknüpfen lassen, die grundlegende
Sachverhalte besser erklären und Probleme überzeugender
lösen lassen als im Ausgang von irgendeinem anderen Prinzip.
Doch das heisst nicht, dass sich im Gang solcher Folgerungen ein
System von der Verfassung ausbildet, in der die Subjektphilosophen
von ehedem ihre Meisterschaft erwiesen und über die sie sich
zugleich auf am Ende uneinlösbare Versprechen einliessen»
›1.
La Soggettività non si può dedurre logicamente
come il risultato di una dimostrazione, né va considerata
come il ‘residuo’ di una qualche intuizione intellettuale,
essa costituisce piuttosto un ‘fatto’ della coscienza
(Bewusstsein) che, in quanto tale, si presenta complesso
e irriducibile. La conoscenza della Soggettività è
peculiare poiché non è evidentemente possibile comprenderla
in maniera comune senza cadere nei circoli paradossali in cui
la filosofia è spesso incappata. La particolare conoscenza
che noi abbiamo di noi stessi, la nostra wissende Selbstbeziehung
(‘Autorelazione conoscitiva’) si esplicita, e dunque
si apre al di là di se stessa, solo a partire dalla ‘posizione’
di un Grund, che non ha il carattere definitivo e assoluto
di un fondamento metafisico, ma che anzi si presenta come un’ipotesi
(Hypothese) in grado di "funzionare" nel processo
esplicativo dell’Autocoscienza. È bene chiarire che
nell’interpretazione di Henrich il Grund, nel doppio
significato di ‘fondamento’ e ‘ragione’,
non coincide con il Principio (come per esempio accade in Schelling).
Il Grund non è un principio ontologico né
un immediato rapporto con il Wissen-von-sich, esso semplicemente
rende possibile e garantisce nel suo esplicarsi la bewusstes
Leben (Vita cosciente) del Soggetto. Dunque, il Wissen
(sapere) del Soggetto parte dal Wissen-von-mir e si apre
alla conoscenza di se stesso in quanto Io (e, quindi,
alla conoscenza degli oggetti in generale) attraverso un Grund
che rende esplicita la relazione con se stessi: la wissende
Selbst-Beziehung. Secondo Henrich, la soggettività,
già nella sua ineffabilità, segnala la presenza
di un Grund mediante cui essa può essere ‘colta’
non certo in maniera esauriente, ma quanto meno approssimativa.
Se la Soggettività si presenta come inaccessibile alla
conoscenza oggettiva, altrettanto si deve dire di Dio, il cui
Essere infinito non può venire pensato e compreso a partire
dalla finitezza della Soggettività umana. “Nessuno
ha mai visto Dio” scriveva l’evangelista Giovanni,
mentre però già prospettava una possibile relazione
che ne garantisse l’esistenza: «Chi vive nell’Amore,
vive in Dio e Dio vive in lui». In questo speciale rapporto
che intercorre fra gli uomini si esperisce l’esistenza del
Divino, nello sforzo di porsi in questo Amore e di rimanervi attraverso
l’agire morale che lo vivifica.
II. Il primo filosofo della Modernità che ha considerato
contestualmente l’Autocoscienza e il pensiero di Dio quali
presupposti e garanti del Sapere e della Realtà
in generale, è stato René Descartes. Se per l’Io
la correlazione con il piano di realtà è immediatamente
evidente come Wissen-von-mir (sapere-di-me), per la realtà
di Dio la questione si presenta in maniera più problematica.
All’assoluta evidenza dell’Io si contrappone la prova
razionale dell’esistenza di Dio, una prova che, per la sua
particolare articolazione e per il particolare oggetto preso in
considerazione, costituisce un momento fondamentale della storia
della filosofia. Si tratta della riproposizione della prova ontologica
già fondata da Anselmo d’Aosta. Essa segue una doppia
articolazione a seconda dell’attribuzione divina che si
sceglie di considerare: 1) se ad esser presa in considerazione
è la perfezione divina, ad essa perfezione non
può mancare l’esistenza; ma già qui è
presupposto che la perfezione appartenga al reale e non solo all’ideale.
Inoltre, ammettendo nel ragionamento (nell’ideale) l’esistenza
quale attributo da far derivare dalla "perfezione",
non si passa al Reale se non dopo aver premesso il preminente
valore ontologico del Reale sull’Ideale. 2) Se ad essere
presa in considerazione è poi l’autosufficienza divina,
non si può pensare che la realtà di Dio provenga
da una causa esterna, per la qual cosa la Realtà divina
dipende da Dio stesso. Ma anche in questo caso l’autosufficienza
implica arbitrariamente l’attribuzione di Realtà,
non è infatti scontato che l’autosufficienza
sia attributo anzitutto del Reale. Più in generale la prova
ontologica pone l’esistenza di Dio come Essere Necessario
nella formulazione di un concetto-limite (Grenzbegriff).
Essenzialmente la prova ontologica si basa sugli attributi che
di Dio vengono predicati, ma tali attributi devono essere pensati
come concetti-limite, ossia come attributi che l’uomo (l’essere
finito) utilizza per se stesso e che pretende di attribuire all’Infinito
(Dio) con approssimazione. Alla critica che una tale prova al
più dimostra l’esistenza di Dio nel pensiero, Descartes
risponde che, come non è possibile concepire un triangolo
che non abbia gli angoli interni uguali a due retti, così
non è possibile concepire Dio non esistente. L’essere
sovranamente perfetto non può essere pensato privo di quella
perfezione che è l’esistenza: l’esistenza gli
appartiene dunque con la stessa necessità con cui una proprietà
del triangolo appartiene al triangolo. Spostando sul piano quasi
matematico la Gottesbeweis (prova di Dio), Descartes
tuttavia non può aggirare il fatto che la prova ontologica,
comunque la si argomenti, prima di dimostrare la realtà
di Dio già la presuppone e, inoltre, che si ragiona del
divino con concetti che si avvicinano a Dio senza poterlo ‘includere’,
risultando così la ‘dimostrazione’ solo approssimativa.
Di Dio, infatti, al più si giunge a ragionare tramite concetti-limite
(Grenzbegriffe) e si dimostra l’esistenza di un
Dio il cui pensiero (Gottesgedanke) può venire
esso stesso definito un concetto-limite. La prova dell’esistenza
di Descartes conduce ad un puro pensiero di Dio, quale notwendiges
Wesen, Essenza Necessaria, che non rappresenta però
un chiaro concetto di Dio, bensì, essendo fondato sulla
‘ragione’ umana, dimostra solo l’esistenza di
un intimo legame fra il pensiero di Dio e il pensare dell’uomo:
un comune Grund della bewusstes Leben (vita cosciente)
che guida l’uomo nel suo "costituirsi" e nel suo
pensare e argomentare.
Per Henrich il Pensare si presenta da un lato come l’esplorazioni
delle condizioni di possibilità del Pensare stesso, dall’altro
lato il pensiero, ottenuta l’unità della Ragione,
si proietta verso gli Abschlussgedanken, verso le Idee.
In virtù di ciò, ogni comprensione intorno al Pensiero
Speculativo deve in primo luogo rendere chiaro il suo Grund
e di questo suo Grund anche la costruzione e il tracciato
che segue ›2.
Come si è detto, Descartes cerca di fondare l’affidabilità
del Sapere sull’Autocoscienza e sul pensiero di Dio ed Henrich
sottolinea l’intrinseco legame esistente fra questi due
pensieri nella formulazione della prova ontologica. Necessariamente
la priorità ricade sull’evidenza dell’Autocoscienza
la cui esistenza già sempre presupponiamo quando diciamo
Io e sulla quale fondiamo la possibilità di formulare
la prova dell’esistenza di Dio quale Grund di ogni
ente possibile, e quale esito del Pensiero Speculativo. Sebbene
la prova ontologica così come viene articolata da Descartes
abbia un approccio di tipo matematico che sembra fuggire il legame
con la Soggettività, la sua Beweis (prova) deve senz’altro
avere qualcosa in comune con la Gottesgewissheit, se
l’esistenza divina può risultare in qualche modo
comprensibile (verständlich) alla Soggettività
umana.
III. Un mistico legame intercorre fra l’Io e Dio: «Der
Mystiker findet Gott in dem Grunde seiner Seele», il mistico
trova Dio nel fondo della sua Anima; il particolare legame fra
gli uomini e Dio è descritto come una sorta di "Dipendenza"
dalla quale l’uomo si emancipa per il tramite dell’attività
spontanea con cui produce le Idee. L’Autocoscienza, secondo
Henrich, risulta essere il punto centrale che definisce l’uomo
non nella sua Abhängigkeit, "Dipendenza",
bensì nella sua Aktivität e quindi nella
sua Libertà. Essa ci appare Incondizionata è può
essere ‘data’ solo là dove viene agita da un
rapporto verso se stessi, ovvero in un’autorelazione conoscitiva
›3.
Per l’esplicitazione dell’Autocoscienza è necessaria
la posizione di un Grund neanch’esso deducibile
razionalmente; la riflessione umana parte dunque da un Grund
che non può essere dimostrato e che si rivolge alle Idee
di Soggettività e di Mondo (Welt), fondandole
e garantendole nel loro svilupparsi. Le idee di Soggettività
e di Mondo sono idee di Unità, determinano una Unificazione,
sia perché die Welt è una solamente, sia
perché il Wissen-von-mir (sapere-di-me) riunifica
tutte le ‘autorelazioni’ in un unico Soggetto. Tale
pensiero che unifica la Soggettività e il pensiero del
Mondo è il Grund, come Incondizionato su cui si
fonda la Vita cosciente (bewusstes Leben), e sul quale
è possibile in definitiva fondare il pensiero di Dio. Così
come assicura l’ordinamento (Verfassung) interno
delle Selbstbeziehungen ("autorelazioni") in
un’unica Soggettività cosciente, ugualmente il Grund
fonda l’esterno della Welt. In questo modo la Vergewisserung
(assicurazione) dell’esistenza del mondo esterno richiede
di pensare una mediazione fra Dio e Autocoscienza che in nessun
modo può essere derivata dalla sola esperienza nella Welt.
Il pensiero di Dio va considerato dunque assieme al Pensiero di
un Grund che rende possibile lo sviluppo dell’Autocoscienza
(Gang des spekulativen Denkens), così che si abbia
una Fondazione razionale della mediazione fra Dio e l’essere
dell’uomo (il Da-sein), mediazione che la Mistica
può ottenere solo nell’attimo dell’Intuizione
estatica. In quanto il Grund non solo produce il procedere-svilupparsi
della Vita cosciente (bewusstes Leben), bensì
entra anche in tale "svilupparsi" accompagnandolo fino
al pensiero di Dio, il Finito risulta compreso nell’Infinito
stesso di Dio. Per Henrich si giunge così "razionalmente"
all’integrazione della Vita cosciente e del pensiero di
Dio nell’idea di Assoluto in cui il Finito dell’uomo
si confonde con l’Infinito di Dio.
IV. La possibilità da parte di Henrich di giungere ad
un’idea di Assoluto svincolata da un lato dal razionalismo
dell’Idealismo tedesco e dall’altro lato dall’Abbandono
mistico all’irrazionalità, è garantita dal
punto di partenza del suo argomentare filosofico. La filosofia
di Henrich si presenta certamente come un “ritorno alla
Metafisica” come Habermas in uno scritto polemico la definì
›4,
se intendiamo con il termine Metafisica, come mi pare lecito (e
debito) dopo Heidegger, ogni speculazione che pensi l’essere
a partire dal Fondamento e in vista di un pensiero onnicomprensivo.
Sebbene Henrich parta dall’Autocoscienza, tuttavia essa
non è tematizzata come un punto saldo e incontrovertibile,
come un Presupposto metafisico. L’Autocoscienza si presenta
anzi come Principio "debole", depotenziato, che si offre
nella funzione esplicativa dell’immediato rapporto con se
stessi: si tratta di un’Autocoscienza che ha fatto i conti
con la "crisi dei fondamenti", che ha esperito la "morte
di Dio" (e dunque del Soggetto), e che si presenta nella
sua funzione pragmatica di esplicitazione delle relazioni interne
e di connessione al mondo esterno. In ciò consiste il superamento
da parte di Henrich della Metafisica ‘fondazionistica’:
il Principio dell’Autocoscienza è infatti sciolto
dal Grund, non coincide con questo e ciò libera
Henrich dalle ricadute metafisiche che un tale Ausgangpunkt
(punto di partenza) presenterebbe. Il concetto di Assoluto a cui
perviene è solo il risultato provvisorio di una filosofia
che procede per piccoli passi, senza stabilire certezze perentorie
e definitive: l’Assoluto a cui giunge Henrich non costituisce
un ritorno all’Idealismo, è piuttosto un recupero
delle tematiche sviluppate in quell’epoca filosofica, alla
luce degli esiti della Modernità ›5.
È nell’Idealismo tedesco che l’Assoluto viene
a occupare un posto centrale nel dibattito speculativo. Se Fichte
mantiene il significato di Incondizionato, così come era
pensato da Kant nelle tre idee di Anima, Mondo e Dio, riferito
in primo luogo all’Io puro e in seguito a Dio, Schelling
attribuisce l’assolutezza, sempre nel senso originario di
incondizionatezza, all’Identità dell’Io e della
natura. Hegel, da parte sua, elabora la propria concezione in
opposizione a Schelling e si propone di determinare la struttura
dell’Assoluto attraverso una nuova logica. Con Hegel si
apre la prospettiva di un ‘sapere assoluto’, ossia
di un superamento della dualità di soggettività
e oggettività nel suo procedere dialettico. La filosofia
diviene, per Hegel, sapere assoluto realizzato: egli si oppone
a un Assoluto quale mera origine; al contrario, l’Assoluto
è piuttosto un risultato che implica il proprio divenire.
Anche per Henrich l’Assoluto coincide con il risultato di
un processo piuttosto che con l’origine del medesimo. Tuttavia
il punto di partenza è differente. L’Autocoscienza
si avvale di un Grund per l’esplicitazione delle
sue autorelazioni, ma questo Grund — principio
"debole" e post-metafisico, immanente della Soggettività
— si proietta verso il trascendente assicurando il pensiero
di Dio quale fondamento ultimo di tutte le cose.
Il doppio ruolo giocato dal Grund costituisce il legame
tra Finito e Infinito proprio in virtù delle sue caratteristiche
peculiari. Nel saggio Subjektivität als Prinzip,
Henrich descrive le caratteristiche proprie del suo Grund
che determinano lo sviluppo della propria speculazione filosofica:
in primo luogo, esso è essenzialmente sottratto (entzogen)
al sapere del Soggetto; infatti, l’accesso al Grund
non è possibile immediatamente, ma solo attraverso una
forma di mediazione, ossia nello sviluppo della Vita cosciente
che il Grund stesso rende possibile e custodisce. Il
Grund in quanto Ausgangpunkt del Soggetto è intimamente
connesso alla Libertà, quale Principio di tutte le riflessioni.
La Freiheit, nell’ottica di Henrich, è strettamente
legata al processo epistemologico e deve dunque essere compresa
in unione con la Soggettività e con l’idea di Mondo,
a partire dalle quali il Soggetto si orienta. La Spontaneità
con la quale il Soggetto produce Idee è la Libertà
di una Soggettività che prende le mosse da un Grund
immanente, proiettandolo nella sola trascendenza possibile: quella
prospettata da un Assoluto. «Nessuno ha mai visto Dio»,
dunque nessuno può dimostrare con certezza l’esistenza
dell’Assoluto, tuttavia è possibile una qualche Verità
per questo Assoluto allorquando il Dasein, che sa di se stesso
nel Wissen-von-mir (saper-di-me) e che, tramite il Grund,
diviene certo di sé nella Vita cosciente, riconosce questa
sua Vita (bewusstes Leben) come Amore; quell’Amore
di cui parlava il giovane Hegel e ancor prima di lui l’evangelista
Giovanni: «Chi vive nell’Amore, vive in Dio e Dio
vive in lui». La trascendenza proposta da Henrich è
il procedere di una Vita cosciente che si sa libera e che agisce
liberamente, nella direzione di quell’Amore che unisce gli
individui e li orienta verso l’Assoluto. Il pensiero speculativo
è infatti il tracciato (Gang) lungo il quale i
Pensieri (le Idee) sono guidati, con Libertà, alla Einheit,
un’Unità che in ultima istanza è l’Assoluto
stesso.