Dieter Henrich. Ritorno
all'Assoluto?
La
necessità di considerare assieme l’Autocoscienza
e il pensiero di Dio, dipende essenzialmente dal fatto
che nella filosofia di Henrich il problema della Soggettività
deve precedere ogni possibile argomentare, giacché
essa si offre come il presupposto ultimo (
das Prinzip)
del conoscere.
I. Nella prospettiva proposta,
Selbstbewusstsein
e
Gottesgedanke si presentano entrambi come
pensieri generali: se infatti l’Autocoscienza,
in quanto derivante dall’immediato
Wissen-von-mir
(sapere-di-me), precede ogni altro possibile pensiero,
Dio costituisce, almeno concettualmente, il
Grund
di tutte le cose e di tutti i
cogitata ad esse
connessi. Se l’uomo è il soggetto di ogni
pensiero, Dio viene pensato come il Grund di tutto ciò
che è reale. È chiaro che il piano è
differente: anche se non si può dare per immediata
la corrispondenza di piano logico e piano ontologico,
tuttavia comune all’Autocoscienza e al pensiero
di Dio è la Relazione (
Beziehung) che
essi intrattengono con il Tutto, sia esso reale, sia
esso pensato. La comune aspirazione alla
Allgemeinheit
conduce però, nella storia della filosofia, ad
una contesa fra il pensiero di Dio e l’Autocoscienza
per il primato ontologico. Nell’ottica di Henrich,
pensare la Soggettività come Principio non significa
attribuire ad essa le caratteristiche di un
Grund
metafisico da cui discenda l’intero Essere come
la filosofia Idealistica pretendeva di dimostrare, significa
piuttosto intendere il Principio come Presupposto depotenziato
che si offre nella funzione esplicativa del
Wissen-von-sich
(sapere-di-sè) dell’Io: una funzione meramente
strategica che sorge in vista dell’esplicazione
delle ‘relazioni’ (
Beziehungen)
interne al Soggetto. "Als Prinzip kann Subjektivität
nur dann gelten und fungieren, wenn sich an unser elementares
Wissen von uns selbst vielerlei Folgerungen anknüpfen
lassen, die grundlegende Sachverhalte besser erklären
und Probleme überzeugender lösen lassen als
im Ausgang von irgendeinem anderen Prinzip. Doch das
heisst nicht, dass sich im Gang solcher Folgerungen
ein System von der Verfassung ausbildet, in der die
Subjektphilosophen von ehedem ihre Meisterschaft erwiesen
und über die sie sich zugleich auf am Ende uneinlösbare
Versprechen einliessen"
1.
La Soggettività non si può
dedurre logicamente come il risultato di una dimostrazione,
né va considerata come il ‘residuo’
di una qualche
intuizione intellettuale, essa
costituisce piuttosto un ‘fatto’ della coscienza
(
Bewusstsein) che, in quanto tale, si presenta
complesso e irriducibile. La conoscenza della Soggettività
è peculiare poiché non è evidentemente
possibile comprenderla in maniera comune senza cadere
nei circoli paradossali in cui la filosofia è
spesso incappata. La particolare conoscenza che noi
abbiamo di noi stessi, la nostra
wissende Selbstbeziehung
(‘Autorelazione conoscitiva’) si esplicita,
e dunque si apre al di là di se stessa, solo
a partire dalla ‘posizione’ di un
Grund,
che non ha il carattere definitivo e assoluto di un
fondamento metafisico, ma che anzi si presenta come
un’ipotesi (
Hypothese) in grado di ‘funzionare’
nel processo esplicativo dell’Autocoscienza. È
bene chiarire che nell’interpretazione di Henrich
il
Grund, nel doppio significato di ‘fondamento’
e ‘ragione’, non coincide con il Principio
(come per esempio accade in Schelling). Il
Grund
non è un principio ontologico né un immediato
rapporto con il Wissen-von-sich, esso semplicemente
rende possibile e garantisce nel suo esplicarsi la
bewusstes
Leben (Vita cosciente) del Soggetto. Dunque, il
Wissen (sapere) del Soggetto parte dal
Wissen-von-mir
e si apre alla conoscenza di se stesso in quanto
Io
(e, quindi, alla conoscenza degli oggetti in generale)
attraverso un
Grund che rende esplicita la
relazione con se stessi: la
wissende Selbst-Beziehung.
Secondo Henrich, la soggettività, già
nella sua ineffabilità, segnala la presenza di
un
Grund mediante cui essa può essere
‘colta’ non certo in maniera esauriente,
ma quanto meno approssimativa. Se la Soggettività
si presenta come inaccessibile alla conoscenza oggettiva,
altrettanto si deve dire di Dio, il cui Essere infinito
non può venire pensato e compreso a partire dalla
finitezza della Soggettività umana. “Nessuno
ha mai visto Dio” scriveva l’evangelista
Giovanni, mentre però già prospettava
una possibile relazione che ne garantisse l’esistenza:
“chi vive nell’Amore, vive in Dio e Dio
vive in lui”. In questo speciale rapporto che
intercorre fra gli uomini si esperisce l’esistenza
del Divino, nello sforzo di porsi in questo Amore e
di rimanervi attraverso l’agire morale che lo
vivifica.
II. Il primo filosofo della Modernità
che ha considerato contestualmente l’Autocoscienza
e il pensiero di Dio quali
presupposti e
garanti
del Sapere e della Realtà in generale, è
stato René Descartes. Se per l’Io la correlazione
con il piano di realtà è immediatamente
evidente come
Wissen-von-mir (sapere-di-me),
per la realtà di Dio la questione si presenta
in maniera più problematica. All’assoluta
evidenza dell’Io si contrappone la prova razionale
dell’esistenza di Dio, una prova che, per la sua
particolare articolazione e per il particolare oggetto
preso in considerazione, costituisce un momento fondamentale
della storia della filosofia. Si tratta della riproposizione
della prova ontologica già fondata da Anselmo
d’Aosta. Essa segue una doppia articolazione a
seconda dell’attribuzione divina che si sceglie
di considerare: 1) se ad esser presa in considerazione
è la
perfezione divina, ad essa perfezione
non può mancare l’esistenza; ma già
qui è presupposto che la perfezione appartenga
al reale e non solo all’ideale. Inoltre, ammettendo
nel ragionamento (nell’ideale) l’esistenza
quale attributo da far derivare dalla ‘perfezione’,
non si passa al Reale se non dopo aver premesso il preminente
valore ontologico del Reale sull’Ideale. 2) Se
ad essere presa in considerazione è poi l’autosufficienza
divina, non si può pensare che la realtà
di Dio provenga da una causa esterna, per la qual cosa
la Realtà divina dipende da Dio stesso. Ma anche
in questo caso l’autosufficienza implica arbitrariamente
l’attribuzione di Realtà, non è
infatti scontato che l’
autosufficienza
sia attributo anzitutto del Reale. Più in generale
la prova ontologica pone l’esistenza di Dio come
Essere Necessario nella formulazione di un
concetto-limite (
Grenzbegriff). Essenzialmente
la prova ontologica si basa sugli attributi che di Dio
vengono predicati, ma tali attributi devono essere pensati
come concetti-limite, ossia come attributi che l’uomo
(l’essere finito) utilizza per se stesso e che
pretende di attribuire all’Infinito (Dio) con
approssimazione. Alla critica che una tale prova al
più dimostra l’esistenza di Dio nel pensiero,
Descartes risponde che, come non è possibile
concepire un triangolo che non abbia gli angoli interni
uguali a due retti, così non è possibile
concepire Dio non esistente. L’essere sovranamente
perfetto non può essere pensato privo di quella
perfezione che è l’esistenza: l’esistenza
gli appartiene dunque con la stessa necessità
con cui una proprietà del triangolo appartiene
al triangolo. Spostando sul piano quasi matematico la
Gottesbeweis (prova di Dio), Descartes tuttavia
non può aggirare il fatto che la prova ontologica,
comunque la si argomenti, prima di dimostrare la realtà
di Dio già la presuppone e, inoltre, che si ragiona
del divino con concetti che si avvicinano a Dio senza
poterlo ‘includere’, risultando così
la ‘dimostrazione’ solo approssimativa.
Di Dio, infatti, al più si giunge a ragionare
tramite concetti-limite (
Grenzbegriffe) e si
dimostra l’esistenza di un Dio il cui pensiero
(
Gottesgedanke) può venire esso stesso
definito un concetto-limite. La prova dell’esistenza
di Descartes conduce ad un puro pensiero di Dio, quale
notwendiges
Wesen, Essenza Necessaria, che
non rappresenta però un chiaro concetto di Dio,
bensì, essendo fondato sulla ‘ragione’
umana, dimostra solo l’esistenza di un intimo
legame fra il pensiero di Dio e il pensare dell’uomo:
un comune Grund della
bewusstes Leben (vita
cosciente) che guida l’uomo nel suo "costituirsi"
e nel suo pensare e argomentare.
Per Henrich il Pensare si presenta
da un lato come l’esplorazioni delle condizioni
di possibilità del Pensare stesso, dall’altro
lato il pensiero, ottenuta l’unità della
Ragione, si proietta verso gli
Abschlussgedanken,
verso le Idee. In virtù di ciò, ogni comprensione
intorno al Pensiero Speculativo deve in primo luogo
rendere chiaro il suo Grund e di questo suo
Grund
anche la costruzione e il tracciato che segue
2.
Come si è detto, Descartes cerca di fondare l’affidabilità
del Sapere sull’Autocoscienza e sul pensiero di
Dio ed Henrich sottolinea l’intrinseco legame
esistente fra questi due pensieri nella formulazione
della prova ontologica. Necessariamente la priorità
ricade sull’evidenza dell’Autocoscienza
la cui esistenza già sempre presupponiamo quando
diciamo
Io e sulla quale fondiamo la possibilità
di formulare la prova dell’esistenza di Dio quale
Grund di ogni ente possibile, e quale esito
del Pensiero Speculativo. Sebbene la prova ontologica
così come viene articolata da Descartes abbia
un approccio di tipo matematico che sembra fuggire il
legame con la Soggettività, la sua Beweis (prova)
deve senz’altro avere qualcosa in comune con la
Gottesgewissheit, se l’esistenza divina
può risultare in qualche modo comprensibile (
verständlich)
alla Soggettività umana.
III. Un mistico legame intercorre
fra l’Io e Dio: "Der Mystiker findet Gott
in dem Grunde seiner Seele", il mistico trova Dio
nel fondo della sua Anima; il particolare legame fra
gli uomini e Dio è descritto come una sorta di
‘Dipendenza’ dalla quale l’uomo si
emancipa per il tramite dell’attività spontanea
con cui produce le Idee. L’Autocoscienza, secondo
Henrich, risulta essere il punto centrale che definisce
l’uomo non nella sua
Abhängigkeit,
‘Dipendenza’, bensì nella sua
Aktivität
e quindi nella sua Libertà. Essa ci appare Incondizionata
è può essere ‘data’ solo là
dove viene agita da un rapporto verso se stessi, ovvero
in un’autorelazione conoscitiva
3.
Per l’esplicitazione dell’Autocoscienza
è necessaria la posizione di un
Grund
neanch’esso deducibile razionalmente; la riflessione
umana parte dunque da un
Grund che non può
essere dimostrato e che si rivolge alle Idee di Soggettività
e di Mondo (
Welt), fondandole e garantendole
nel loro svilupparsi. Le idee di Soggettività
e di Mondo sono idee di Unità, determinano una
Unificazione, sia perché
die Welt è
una solamente, sia perché il
Wissen-von-mir
(sapere-di-me) riunifica tutte le ‘autorelazioni’
in un unico Soggetto. Tale pensiero che unifica la Soggettività
e il pensiero del Mondo è il
Grund,
come Incondizionato su cui si fonda la Vita cosciente
(
bewusstes Leben), e sul quale è possibile
in definitiva fondare il pensiero di Dio. Così
come assicura l’ordinamento (Verfassung) interno
delle
Selbstbeziehungen (‘autorelazioni’)
in un’unica Soggettività cosciente, ugualmente
il
Grund fonda l’esterno della
Welt.
In questo modo la
Vergewisserung (assicurazione)
dell’esistenza del mondo esterno richiede di pensare
una mediazione fra Dio e Autocoscienza che in nessun
modo può essere derivata dalla sola esperienza
nella
Welt. Il pensiero di Dio va considerato
dunque assieme al Pensiero di un Grund che rende possibile
lo sviluppo dell’Autocoscienza (
Gang des spekulativen
Denkens), così che si abbia una Fondazione
razionale della mediazione fra Dio e l’essere
dell’uomo (il
Da-sein), mediazione che
la Mistica può ottenere solo nell’attimo
dell’Intuizione estatica. In quanto il
Grund
non solo produce il procedere-svilupparsi della Vita
cosciente (
bewusstes Leben), bensì entra
anche in tale ‘svilupparsi’ accompagnandolo
fino al pensiero di Dio, il Finito risulta compreso
nell’Infinito stesso di Dio. Per Henrich si giunge
così ‘razionalmente’ all’integrazione
della Vita cosciente e del pensiero di Dio nell’idea
di Assoluto in cui il Finito dell’uomo si confonde
con l’Infinito di Dio.
IV. La possibilità da parte
di Henrich di giungere ad un’idea di Assoluto
svincolata da un lato dal razionalismo dell’Idealismo
tedesco e dall’altro lato dall’Abbandono
mistico all’irrazionalità, è garantita
dal punto di partenza del suo argomentare filosofico.
La filosofia di Henrich si presenta certamente come
un “ritorno alla Metafisica” come Habermas
in uno scritto polemico la definì
4,
se intendiamo con il termine Metafisica, come mi pare
lecito (e debito) dopo Heidegger, ogni speculazione
che pensi l’essere a partire dal Fondamento e
in vista di un pensiero onnicomprensivo. Sebbene Henrich
parta dall’Autocoscienza, tuttavia essa non è
tematizzata come un punto saldo e incontrovertibile,
come un Presupposto metafisico. L’Autocoscienza
si presenta anzi come Principio ‘debole’,
depotenziato, che si offre nella funzione esplicativa
dell’immediato rapporto con se stessi: si tratta
di un’Autocoscienza che ha fatto i conti con la
‘crisi dei fondamenti’, che ha esperito
la ‘morte di Dio’ (e dunque del Soggetto),
e che si presenta nella sua funzione pragmatica di esplicitazione
delle relazioni interne e di connessione al mondo esterno.
In ciò consiste il superamento da parte di Henrich
della Metafisica ‘fondazionistica’: il Principio
dell’Autocoscienza è infatti
sciolto
dal
Grund, non coincide con questo e ciò
libera Henrich dalle ricadute metafisiche che un tale
Ausgangpunkt (punto di partenza) presenterebbe.
Il concetto di Assoluto a cui perviene è solo
il risultato provvisorio di una filosofia che procede
per piccoli passi, senza stabilire certezze perentorie
e definitive: l’Assoluto a cui giunge Henrich
non costituisce un ritorno all’Idealismo, è
piuttosto un recupero delle tematiche sviluppate in
quell’epoca filosofica, alla luce degli esiti
della Modernità
5.
È nell’Idealismo tedesco che l’Assoluto
viene a occupare un posto centrale nel dibattito speculativo.
Se Fichte mantiene il significato di Incondizionato,
così come era pensato da Kant nelle tre idee
di Anima, Mondo e Dio, riferito in primo luogo all’Io
puro e in seguito a Dio, Schelling attribuisce l’assolutezza,
sempre nel senso originario di incondizionatezza, all’Identità
dell’Io e della natura. Hegel, da parte sua, elabora
la propria concezione in opposizione a Schelling e si
propone di determinare la struttura dell’Assoluto
attraverso una nuova logica. Con Hegel si apre la prospettiva
di un ‘sapere assoluto’, ossia di un superamento
della dualità di soggettività e oggettività
nel suo procedere dialettico. La filosofia diviene,
per Hegel, sapere assoluto realizzato: egli si oppone
ad un Assoluto quale mera origine; al contrario, l’Assoluto
è piuttosto un risultato che implica il proprio
divenire. Anche per Henrich l’Assoluto coincide
con il risultato di un processo piuttosto che con l’origine
del medesimo. Tuttavia il punto di partenza è
differente. L’Autocoscienza si avvale di un
Grund
per l’esplicitazione delle sue ‘autorelazioni’,
ma questo
Grund, principio ‘debole’
e post-metafisico, immanente della Soggettività,
si proietta verso il trascendente assicurando il pensiero
di Dio quale fondamento ultimo di tutte le cose.
Il doppio ruolo giocato dal
Grund
costituisce il legame tra Finito e Infinito proprio
in virtù delle sue caratteristiche peculiari.
Nel saggio
Subjektivität als Prinzip,
Henrich descrive le caratteristiche proprie del suo
Grund che determinano lo sviluppo della propria
speculazione filosofica: in primo luogo, esso è
essenzialmente sottratto (
entzogen) al sapere
del Soggetto; infatti, l’accesso al
Grund
non è possibile immediatamente, ma solo attraverso
una forma di mediazione, ossia nello sviluppo della
Vita cosciente che il
Grund stesso rende possibile
e custodisce. Il
Grund in quanto Ausgangpunkt
del Soggetto è intimamente connesso alla Libertà,
quale Principio di tutte le riflessioni. La
Freiheit,
nell’ottica di Henrich, è strettamente
legata al processo epistemologico e deve dunque essere
compresa in unione con la Soggettività e con
l’idea di Mondo, a partire dalle quali il Soggetto
si
orienta. La Spontaneità con la quale
il Soggetto produce Idee è la Libertà
di una Soggettività che prende le mosse da un
Grund immanente, proiettandolo nella sola trascendenza
possibile: quella prospettata da un Assoluto. "Nessuno
ha mai visto Dio”, dunque nessuno può dimostrare
con certezza l’esistenza dell’Assoluto,
tuttavia è possibile una qualche Verità
per questo Assoluto allorquando il Dasein, che sa di
se stesso nel
Wissen-von-mir (saper-di-me)
e che, tramite il
Grund, diviene certo di sé
nella Vita cosciente, riconosce questa sua Vita (
bewusstes
Leben) come Amore; quell’Amore di cui parlava
il giovane Hegel e ancor prima di lui l’evangelista
Giovanni: “Chi vive nell’Amore, vive in
Dio e Dio vive in lui”. La trascendenza proposta
da Henrich è il procedere di una Vita cosciente
che si sa libera e che agisce liberamente, nella direzione
di quell’Amore che unisce gli individui e li orienta
verso l’Assoluto. Il pensiero speculativo è
infatti il tracciato (
Gang) lungo il quale
i Pensieri (le Idee) sono guidati, con Libertà,
alla
Einheit, un’Unità che in
ultima istanza è l’Assoluto stesso.