Postmodernità senza
Dio
di Claudia
Milani
Il
26 e 27 ottobre scorso, presso l’Università
di Roma Tor Vergata, si è tenuto un Convegno
Internazionale dal titolo Postmodernità senza
Dio?, organizzato dal Dipartimento di Ricerche
Filosofiche dell’Università Tor Vergata
e dal Dipartimento di Filosofia, Scienze Umane e Scienze
dell’Educazione dell’Universià Gabriele
d’Annunzio di Chieti. Il Convegno si è
aperto il 26 ottobre con una relazione di Richard Schäffler,
professore presso l’Università di Bochum,
dal titolo La tarda filosofia di Heidegger –
“un congedo dal Dio cristiano”?
A partire dal proclamato congedo dal
Dio cristiano espresso nei Beiträge zur Philosophie,
composti tra il 1936 e il 1938 ma dati alle stampe soltanto
postumi nel 1989, Schäffler si chiede se il lettore
di Heidegger sia costretto a ritenere irrevocabile tale
posizione del filosofo. Lavorando sul concetto di “differenza
ontologica” come tema guida della filosofia heideggeriana
nelle sue diverse formulazioni da Sein und Zeit
ai Beiträge, il relatore sottolinea soprattutto
il fatto che nell’età della tecnica l’ente
paia mostrarsi sempre e solo nel modo in cui l’uomo
lo sollecita a disvelarsi. Così tuttavia si dimentica
che l’uomo è reso capace di tale disvelamento
in quanto vi è stato “destinato”
dall’essere e che lo stesso essere viene obliato
in quanto ha abbandonato l’uomo e gli si rifiuta.
La figura estrema del rifiuto è quell’ultimo
Dio di cui viene data notizia nei Beiträge:
posto che, come rileva anche Hölderlin, nell’epoca
della tecnica manchino i nomi sacri e quindi manchino
gli dèi e Dio, il rifiuto si manifesta come “l’essenza
originaria della verità” e l’ultimo
Dio come “la figura suprema del rifiuto”.
Tale Dio è vicino all’uomo mentre gli si
sottrae: risuona in ciò l’eco biblica di
Dio che pone Mosè in una cavità della
roccia, passando così dietro le sue spalle, poiché
nessuno può vedere il volto di Dio (cfr. Es.
33). Ma mentre il Dio biblico promette che il suo volto
accompagnerà il popolo in cammino verso la terra
promessa, per il Dio heideggeriano l’occultamento
del volto rimane l’ultima parola e l’unica
possibile forma di presenza sulle strade umane. Almeno
fino ai Beiträge zur Philosophie. Infatti negli
scritti successivi, che sono però stati pubblicati
precedentemente, Heidegger stesso tematizza una vicinanza
di Dio nella quale l’uomo abita (cfr. Brief “Über
den Humanismus”): in questo modo il discorso del
rifiuto come essenza originaria della verità
non risulterebbe l’ultima parola del filosofo
su questo tema.
Conseguentemente Schäffler rileva
che, poiché l’ultimo Heidegger si limita
a trasmettere dei cenni astenendosi dall’asserire,
la sua filosofia si sottrae a ogni discussione e le
domande critiche vengono di principio escluse, trasformando
l’ascolto in mera servilità. Ciononostante
il relatore tenta un “ascolto responsabilizzato”
della proposta filosofica heideggeriana e propone alcuni
interrogativi critici: anzitutto si chiede se sia davvero
l’essere, e non siano piuttosto i modi concreti
dell’ente, ad inviare dei richiami all’uomo;
inoltre si domanda se quella che Heidegger, nei suoi
primi scritti, considera la visione di cose specifica
dell’età moderna (la considerazione dell’ente
sempre e solo come risorsa a disposizione), non sia
in realtà la conseguenza di una forma difettosa
del suo pensiero; infine si interroga sulla presunta
necessità dell’oblio dell’essere
e sulla possibilità che Dio venga esperimentato
in una forma diversa rispetto a quella del supremo rifiuto,
posto che tale rifiuto non sia “l’intima
essenza della verità”, bensì la
conseguenza di un’arroganza di cui l’uomo
è colpevole. Schäffler propone dunque una
nuova comprensione della differenza ontologica, secondo
cui l’ente soggiacerebbe alla necessità
di essere accessibile al disvelamento umano in forme
diverse per ogni epoca, mentre l’essere sarebbe
quella libertà sovrana in forza della quale deciderebbe
se rifiutarsi o donarsi nuovamente, posto che questa
alternativa non venga decisa solo dall’essere
come libertà, ma anche dalla libertà dell’uomo.
Tale forma di comprensione non è ovviamente ascrivibile
a Heidegger, ma viene proposta da Schäffler stesso
come tentativo di mostrare un’alternativa che
superi le aporie intrinseche al pensiero del filosofo.
Occorre peraltro notare che, se la libertà della
decisione è l’essenza dell’essere
e il rifiuto non è necessariamente la sua ultima
parola, allora l’ultimo Dio non è necessariamente
la forma suprema del rifiuto: è possibile un
futuro passaggio di Dio e occorre porre nuovamente anche
la domanda sugli “dei che sono stati, in particolare
su quello cristiano”.
Al contributo di Schäffler è
seguita una relazione di Markus Enders, docente presso
l’Università di Freiburg im Breisgau, dal
titolo Osservazioni sulla decostruzione della teologia
negativa e sulla trasformazione della teologia mistica
in Jacques Derrida. Enders prende le mosse dall’affermazione
che la teologia negativa in Derrida si accompagna a
una ricezione e trasformazione di alcune idee della
teologia mistica e sviluppa la sua tesi mediante la
lettura di alcuni testi del filosofo francese. Anzitutto
viene preso in esame un testo del 1987, Comment
ne pas parler. Dénégation (traduzione
francese di una conferenza dal titolo How avoid
speaking, tenuta nel 1986 presso la Hebrew University
di Gerusalemme), in cui Derrida nega che il suo pensiero
possa essere considerato una forma di teologia negativa,
poiché quest’ultima conserva una forma
proposizionale e postula un “crescendo ontologico
per mezzo della iper-essenzialità” di Dio.
Tuttavia, nella conferenza presa in esame, Derrida ha
promesso di parlare della teologia negativa e lo fa
prendendo le mosse da una digressione sul segreto di
cui, basandosi sul De mystica theologica di
Dionigi Pseudo-Areopagita, traccia una “topolitologia”:
essa risponderebbe alla disposizione divina di purificarsi
e separarsi dagli impuri; il teologo conoscitore del
segreto dovrebbe esprimere il suo sapere in una forma
mistico-occultante e, insieme, filosofico-mostrante
e questo varrebbe anche per la possibilità di
parlare di Dio, cioè del segreto per eccellenza;
infine si affermerebbe l’assenza di luogo (a-topica)
di Dio. Anche nella teologia negativa, osserva però
Derrida, il divieto di parlare di Dio precederebbe sempre
l’uomo e proverrebbe da Dio stesso, obbligando
quindi il discorso apofatico ad aprirsi per mezzo di
un preghiera. Segue la critica mossa da Derrida ai paradigmi
greco-platonico, mistico-cristiano e heideggeriano della
teologia negativa.
Dopo aver analizzato il testo Passioni.
"L’offerta obliqua", con particolare
riferimento al segreto assoluto che, con chiara derivazione
levinasiana, viene identificato con l’altro, Enders
passa alla lettura di Salvo il nome, scritto
nel quale Derrida legge la tendenza della teologia apofatica
verso l’assolutamente altro, come una tendenza
verso la propria sospensione, la propria morte (cfr.
in proposito, quanto viene espresso da Angelus Silesius
nel Pellegrino cherubico). Va però notato
come tra la mors mystica e la morte umana vi
sia una analogia soltanto formale, in quanto la possibilità
del darsi della prima risiede in Dio, mentre la possibilità
del darsi della seconda dipende dalla finitezza umana.
Derrida prosegue poi sottolineando il doppio valore
della “conversione dell’esistenza”
operata dall’anima nella mistica apofatica, come
un volgersi verso l’altro uomo e, contemporaneamente,
verso il segreto assoluto di Dio; inoltre l’autore
rileva come il paradosso della possibilità dell’impossibile
che trova espressione nella mistica apofatica sia “stranamente
familiare all’esperienza di ciò che si
chiama decostruzione”. Il pensiero derridiano
della differenza si pone contro la logica dell’intelletto
della non contraddizione assumendo, in Derrida, una
nuova logica de-limitante che possederebbe la forma
di un giudizio infinito, secondo l’accezione kantiana.
La logica postmoderna oscilla così tra posizione
e negazione determinanti, nella ripetizione senza fine
che nega il divieto del regresso all’infinito.
A questo punto risulta evidente l’analogia formale
tra le asserzioni della teologia negativa classica e
i giudizi infiniti del pensiero della differenza, ma
l’apparente analogia di contenuti deve essere
negata, in quanto la teologia negativa prende le mosse
dall’esistenza reale di un principio primo, mentre
Derrida lascia in sospeso ogni asserzione, rifiutando
il logos centrato sull’essere e sull’identità.
In seguito al rifiuto del logos, Derrida afferma
però il permanere del nome, sebbene nel caso
del nome di Dio egli neghi ogni referenza all’ente:
anche qui occorre superare le facili analogie con la
teologia apofatica, in quanto essa afferma un’iperessentità
e iperessenzialità di Dio, che sono sconosciute
alla concezione derridiana. In definitiva, di fronte
al segreto assoluto che abitualmente chiamiamo Dio,
il pensiero della differenza e dell’alterità
pone il congedo dal Dio della filosofia e della teologia,
sostituito da un’indicazione che resta contraddittoria,
da un non-Dio, un A-dieu che non ha possibilità
di mostrare il proprio volto agli uomini. Tuttavia rimane
l’evento del parlare di questo segreto assoluto,
sotto forma dell’annunciarsi di un imperativo
ad andare oltre il luogo ove noi possiamo andare: secondo
Derrida rimane dunque una traccia lasciata dal parlare
assoluto e corrispondente al nostro sapere razionale
circa tale imperativo. Ciò che però Derrida
non coglie con esattezza, a parere di Enders, è
il rapporto tra autocomunicazione ed autoespropriazione
di Dio nella teologia negativa: Angelus Silesius afferma
infatti che Dio è essenzialmente autocomunicazione,
ma questo non significa, come vorrebbe Derrida, che
egli perda qualcosa della sua perfezione. L’osservazione
sull’autoespropriazione di Dio è messa
da Derrida in relazione all’amore dell’uomo
per Dio, inteso come rinuncia infinita e quindi come
capace di lasciare l’altro nella sua alterità.
L’altro, secondo la definizione data dal filosofo
francese, è “Dio o non importa chi, precisamente,
una singolarità qualsiasi, dal momento che ogni
altro è ogni altro (tout autre est tout autre)”.
Passando ad analizzare il testo Donare
la morte, in particolare il paragrafo terzo, dedicato
all’Aqedah (legatura di Isacco), Enders
sottolinea come per Derrida Dio sia l’assolutamente
altro che obbliga e responsabilizza il singolo ma, allo
stesso tempo, poiché “ogni altro è
tutt’altro”, ogni singolo sia responsabile
verso ogni altro. Poiché il singolo sacrificherebbe
ogni volta i molti altri che egli non è, Derrida
rileva l’aporeticità del dovere e della
responsabilità e rimarca la necessità
di comportarsi in modo non etico in nome di un dovere
assoluto, cioè di Dio inteso come assolutamente
altro. Enders nota però come il non potersi rivolgere
contemporaneamente ai molti altri, non renda il rivolgersi
al singolo un atto non etico: la totale alterità
di Dio alberga nell’assoluta singolarità
di ogni uomo, singolarità che lo rende indisponibile
per ogni altro. Sebbene Derrida non dichiari esplicitamente
se l’alterità totale ed infinita contenuta
nella formula tout autre est tout autre vada
attribuita soltanto a Dio o a ogni altro, anche umano,
egli rileva come il nostro essere debitori nei confronti
dell’altro consista nell’abbandonare la
logica della simmetria e reciprocità dello scambio,
abbracciando la volontaria rinuncia ad ogni compenso
calcolabile, così come viene insegnato dall’episodio
dell’Aqedah e dal sermone della montagna.
L’ultimo punto sollevato dal contributo di Enders
riguarda il problema, lasciato aperto da Derrida, della
distinzione di Dio dall’uomo o, al contrario,
della sua identità con il più profondo
segreto della nostra interiorità, posto che Dio
venga definito l’io assoluto, ossia quell’interiorità
invisibile e segreta che Kierkegaard chiama soggettività.
La relazione di Peter Koslowski, professore
presso l’Univ. di Amsterdam, è dedicata
alla Religione filosofica come forma del pensiero
postmoderno. Koslowski propone anzitutto tre distinte
accezioni del termine “postmoderno”: esso
si presenta come un concetto filosofico; come un concetto
stilistico (ad esempio nell’arte); come un concetto
epocale (il riferimento è alla “fine della
storia” di Junger e Fukujama). Il filosofo che
segna la fine della modernità, intesa anche come
legame tra metafisica e filosofia della storia, è
Hegel. A differenza di quanto accade nel pensiero filosofico
di Hegel e Schelling, in Baader o Böhme si ritrova
il concetto di gnosi, o religione filosofica, intesa
come il tentativo di raggiungere il contenuto di fede
di una religione attraverso un esame speculativo e un’esperienza
metafisica o mistica; essa supera quindi la separazione
tra teologia e filosofia. La religione filosofica è
una forma di pensiero che cerca di portare a rappresentazione
il contenuto materiale della religione cristiana in
filosofia: poiché tale contenuto è essenzialmente
la rivelazione, essa si presenta come filosofia della
rivelazione che condivide il proprio argomento con la
teologia, ma si differenzia da essa per il metodo filosofico
e mistico. Il fenomeno della gnosi teologico-filosofica
oltrepassa però i confini del cristianesimo,
in quanto tutte le religioni del mondo conoscono forme
di filosofia speculativa. Essa rappresenta un buon punto
di partenza per il dialogo tra le religioni, in quanto
tende a sottolineare i loro punti comuni nel pensiero
e nell’esperienza metafisica. L’idea centrale
della modernità, da Cartesio a Hegel, passando
attraverso Kant, è quella dell’unità
e autofondazione della ragione: tale ragione è
però una ragione storica e lo spirito è
spirito del tempo. In Hegel si raggiunge la più
alta forma di realizzazione dello spirito assoluto (la
ragione non è più nella storia, bensì
la storia è la realizzazione della ragione e
la logica hegeliana rappresenta la struttura fondamentale
del reale), con l’evidente paradosso che, dopo
Hegel, questa storia dell’assoluto giunge al proprio
termine. La prima filosofia postmoderna, come critica
dell’idealismo e razionalismo moderno, è
rappresentata dalla tarda filosofia di Schelling (filosofia
positiva dell’esistenza), che sottolinea come
i sistemi moderni siano puri sistemi di possibilità
che non raggiungono l’Esistenza dell’Assoluto
o l’assoluta Esistenza. L’idealismo tedesco,
oltre ad essere una forma di razionalismo, rappresenta
anche un tentativo di riconciliazione tra filosofia
e religione, tentativo che assume tre diverse forme:
la filosofia sistematica di Hegel, con la riduzione
della religione ad un possibile livello di rappresentazione
del vero; il riconoscimento della rivelazione come accadere
di una legge per la subordinazione della rivelazione
al pensiero sistematico della filosofia, in Schelling;
la conciliazione di filosofia e religione in una filosofia
religiosa o dogmatica speculativa, in Baader. Il problema
della filosofia hegeliana è il completo depotenziamento
della rivelazione e il superamento della tradizionale
separazione tra metafisica e teologia: per questo ultimo
aspetto, che conduce alla creazione di una filosofia
della rivelazione, Schelling e Baader sono discepoli
di Hegel. Schelling, tuttavia, riconosce le mancanze
del progetto hegeliano, che egli definisce una semplice
teoria logica volta a scoprire la struttura fondamentale
della realtà e l’ontologia fondamentale.
Mancherebbe in tale sistema il concetto della libertà
di Dio nella creazione e la rivelazione divina non sarebbe
atto libero, bensì necessario. Baader, e con
lui Böhme, sostiene le idee della gnosi teosofica,
per cui Dio si rivela in se stesso, nella sua natura
divina eterna, nella creazione della natura e dell’uomo
finiti e nel diventare uomo di Cristo come redentore.
La gnosi filosofica può essere interpretata come
“filosofia della rivelazione”. Il centro
del pensiero di Böhme è il mistero assoluto
del passaggio dal Dio nascosto al Dio manifesto, cioè
la “rivelazione di Dio”. Baader, dal canto
suo, si oppone alla filosofia sistematica e al razionalismo
moderno, affermando che il contenuto della religione
non possa essere conosciuto come conosciamo un oggetto:
la conoscenza dell’Assoluto è possibile
solo perché l’Assoluto stesso ci viene
incontro.
La postmodernità si presenta
come un superamento filosofico della modernità,
cioè come quell’epoca in cui non si crede
più alle principali narrazioni moderne, in particolare
alla visione hegeliana, secondo la definizione di Lyotard.
Contro l’hegelismo, occorre scoprire una nuova
molteplicità della ragione e delle narrazioni,
secondo Lyotard, ma la molteplicità interna alla
ragione non supera necessariamente il monismo interno
al razionalismo moderno e non raggiunge la pluralità
di accessi al reale. L’empirismo muove un’altra
obiezione al razionalismo moderno, ossia afferma che
la normatività non si fonda solo sulla ragione,
bensì anche sulla conoscenza reale: il diritto
naturale è dunque una forma postmoderna di pensiero,
la temporalità e la storicità diventano
leggi assolute e tutto è governato dal tempo.
Infine Silvano Petrosino, docente presso l’Università
Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha tenuto una relazione
dedicata a Derrida e la religione. Petrosino sottolinea
come la riflessione di Derrida sul religioso non si
esaurisca in ciò che il pensatore scrive a proposito
della religione, nei cui confronti per altro egli non
assume mai una chiara posizione di accettazione o rifiuto.
La riflessione di Derrida sulla religione, secondo Petrosino,
si articola secondo diversi livelli: sociologico, politico-istituzionale,
ontologico. A livello sociologico, Derrida sottolinea
come non si possa parlare della contemporaneità
senza fare riferimento alla religione cristiana: la
mediatizzazione mondiale e il cristianesimo hanno infatti
un rapporto di coappartenenza essenziale e il corpo
religioso (cristiano) rischia di essere distrutto proprio
dalla sua stessa mediazione. Risuona qui un’eco
dell’avversione ebraica nei confronti dell’immagine
ma, secondo Petrosino, la divulgazione del segreto religioso
non ha la sua origine in Cristo, bensì nella
rivelazione di Dio ad Abramo. Dal punto di vista politico-istituzionale,
Derrida concentra la propria attenzione sul rapporto
tra religione e religiosità, definendo il religioso
come il legame senza mediazioni con un’alterità
irriducibile. La religione, per contro, ha un valore
politico-istituzionale (si pensi all’istituzione
dei riti) che tende a tradire il senso della religiosità:
essa serve a divulgare il religioso, ma insieme conduce
alla perdita della sua purezza.
Per quanto concerne la dimensione
ontologica della religione, Derrida sottolinea come
religione e ragione, fede e sapere, derivino dalla medesima
fonte: la necessità di rispondere all’altro.
La risposta può essere declinata secondo i modi
dell’accoglienza o del risentimento, ma ogni parola
è una forma di risposta. Anche qui è possibile
cogliere diversi riferimenti: anzitutto l’eco
biblica, mediata soprattutto dalla riflessione di Levinas,
per cui si impone l’attenzione nei confronti del
volto dell’altro; nonché la riflessione
di Lacan secondo cui la religione è caratterizzata
dal voler rispondere necessariamente a tutto. La comune
fonte di religione e ragione è in realtà
duplice: essa è caratterizzata insieme dalla
sacralità (necessità di lasciare l’altro
indenne per non contaminarlo) e dalla credenza (necessità
di dare fiducia all’altro, alla sua capacità
di ascoltare, di capire, prima di iniziare qualsiasi
forma di rapporto). Il contributo di Petrosino si conclude
con la sottolineatura che, per dare un futuro alla religione
come alla ragione, occorra un a programmazione che però,
in quanto tale, tenderebbe a annullare il futuro. La
possibile via di uscita da questa aporia è, secondo
Petrosino, individuata in una messianicità senza
messianismo. Il giorno seguente si è tenuta una
Tavola rotonda, moderata dal prof. Marco Maria Olivetti,
dell’Università di Roma "La Sapienza",
cui hanno partecipato Pietro De Vitiis (Università
di Roma Tor Vergata), Gianfranco Dalmasso (Università
di Bergamo), Giovanni Salmeri (Università di
Roma Tor Vergata), Francesco Paolo Ciglia (Università
Gabriele D’Annunzio di Chieti) e Roberto Garaventa
(Università Gabriele D’Annunzio di Chieti).
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