Riproporre la domanda sul senso e la sua assenza, questione che
possiamo per brevità riassumere nella problematica del
"nichilismo", significa per il pensiero contemporaneo
fare i conti con la filosofia di Heidegger, e in particolare con
una determinata lettura che egli dà della filosofia nietzscheana.
Infatti, se il nichilismo assume un particolare significato in
filosofia, e non rimane soltanto un concetto morale o culturale,
ciò è dovuto essenzialmente alla definizione, che
ne offre Nietzsche nel suo tardo pensiero, e alla successiva interpretazione
che dell'intero fenomeno è presentata da Heidegger nei
suoi scritti degli anni Trenta (tra cui emerge il monumentale
Nietzsche, uscito nel 1961). L'odierna filosofia, che
si è intensamente occupata della questione del nichilismo,
da Derrida a Rorty e Vattimo passando per Severino, può
essere considerata come una raffinatissima variante, una densa
nota a margine della interpretazione heideggeriana del nichilismo
nietzscheano.
Tuttavia è da chiedersi: quali sono gli elementi che
caratterizzano il fenomeno del nichilismo per Heidegger? A differenza
di Nietzsche che interpreta il nichilismo principalmente in rapporto
allo sviluppo della civiltà e del pensiero moderno, Heidegger
allarga i confini di questo fenomeno fino a comprendere l'intera
storia della civiltà occidentale, che è letta come
civiltà del tramonto (Occidente come terra dell'occaso),
ossia civiltà del nichilismo. Nella modernità il
nichilismo si determina come l'imporsi della soggettività
"onnivora", che tende a ridurre a se stessa (e quindi
ad annullare — questo per es. è il senso del nichilismo
già in Jacobi) ogni esteriorità naturale. La soggettività
e la sua volontà di dominio sul reale (ciò che è
reale per Hegel diventa razionale) rappresenta quindi per Heidegger,
così come per Nietzsche, l'origine del moderno nichilismo.
Inoltre, in una tale moderna logica di riduzione dell'esteriorità
si vede in controluce per Heidegger l'intera logica riduttiva
che caratterizza il pensiero occidentale in quanto nichilismo,
che riduce l'esteriorità dell'essere, la sua radicale alterità,
all'ente come ciò che si mostra e di cui si può
disporre. In tal senso Heidegger critica profondamente il luogo
comune filosofico di una apparente contrapposizione dell'oggettivismo
della filosofia greca e medioevale con il soggettivismo della
filosofia moderna, in quanto entrambe le due direzioni concordano
in una logica riduttivista che tende ad annullare ogni forma di
alterità per renderla disponibile e utilizzabile. Il pensiero
moderno non avrebbe fatto altro che accelerare questo processo
di annichilimento di ogni esteriorità, che si è
mostrato con dirompente vitalità nell'irrompere del cristianesimo,
che secondo l'interpretazione di Dilthey inaugura la soggettività
e approfondisce, accelerandolo, il carattere dissolutivo della
realtà già presente nella metafisica greca.
Nella sua tarda filosofia Heidegger cerca di trarre tutte le
implicazioni di questa logica riduttivista che determina il pensiero
occidentale, dando vita a quella affascinante e controversa interpretazione
del destino dell'Occidente, che ancora oggi dopo settanta anni
dalla sua elaborazione è ancora lontana dall'aver mostrato
tutta la sua "verità". Un tale dibattito è
lasciato in questo contesto a quell'ampio conflitto di interpretazioni
sulla eredità del nichilismo che rappresenta la parte più
viva e feconda della filosofia contemporanea. Il lavoro qui presentato
si concentra invece più modestamente sul giovane Heidegger,
o meglio sul giovanissimo Heidegger, nel quale tutti questi temi
sono già contenuti, sebbene soltanto allo stato di domande.
Le risposte che Heidegger propone sono ancora incerte e i risultati
per molti versi contraddittori. Nulla toglie però alla
rigorosa impostazione problematica, che rivela ancora oggi la
sua grande fecondità teorica che oltrepassa quindi il puro
interesse storiografico per quell'Heidegger che non era ancora
"Heidegger". I temi centrali, che saranno sviluppati,
sono quindi connessi alla dialettica tra nichilismo e domanda
di senso, alla critica al soggettivismo moderno di matrice "psicologista"
e al suo superamento nell'orizzonte della coscienza interpretata
hegelianamente come spirito vivente, al contempo storico e filosofico,
temporale e eterno. È possibile nella ricostruzione del
periodo giovanile di Heidegger (1910-1916) distinguere tre fasi:
1) critica della modernità come nichilismo dei valori,
2) critica dell'inconscio come nichilismo "psicologista",
3) lo spirito vivente come il superamento del nichilismo moderno
e riproposizione della domanda sul senso. 1) Tra i primi scritti,
caratterizzati ancora da una certa "ingenuità"
filosofica, emerge Per morte ad vitam (Gedanken über
Jörgensens "Lebenslüge und Lebenswahrheit")
[1910], in cui Heidegger contrappone le verità rivelate
del cristianesimo con le verità moderne, che sono raggiunte
attraverso il lavoro autonomo e indipendente della soggettività
artistica. Dalle prime proviene una felicità durevole e
sicura, dalle seconde l'angoscia e il tormento di una soggettività
ormai priva di riferimenti e che è unica regola di se stessa.
Il nichilismo è interpretato pertanto come l'emergere della
soggettività artistica e "decadente", in cui
la persona è messa in pericolo nel suo valore "assoluto"
e ridotta a personalità. L'unico modo per interrompere
questo processo di dispersione del valore della persona è
tornare a riferirsi a quel patrimonio di verità che è
contenuto nella rivelazione cristiana, unica fonte di felicità
e di emancipazione per l'uomo moderno, ormai privo di ogni ancoraggio,
se non in se stesso e nella sua volontà autodistruttiva.
Heidegger però non si mostra in questi anni giovanili
come un irriducibile critico della modernità e delle sue
conquiste filosofiche, ma tenta una seppur difficile e a volte
discutibile conciliazione come nella recensione a Aristoteles
und Kant di Sentroul [1914]. Kant ed Aristotele non devono essere
semplicemente contrapposti secondo il modello caro alla Neoscolastica
del suo tempo, ma è necessario secondo il giovane Heidegger
provare una conciliazione tra il realismo aristotelico e l'impostazione
trascendentale moderna e kantiana, che mostri come la logica aristotelica
trovi nella rivoluzione kantiana non una confutazione ma piuttosto
una riconferma. In tal modo Heidegger palesa un atteggiamento
antimodernista moderato, che cerca un confronto filosofico tra
le verità della fede e le conquiste del pensiero moderno
senza vagheggiare un impossibile ritorno alla trionfante cristianità
medioevale (che rimaneva alla base delle prese di posizioni dottrinarie
della Neoscolastica). L'aspetto forse meno noto della produzione
di questi anni è indubbiamente il confronto con la filosofia
e la psicologia della religione, che ispirò un breve ma
significativo scritto — Religionspsychologie und Unterbewusstsein
[1912]. Heidegger critica l'interpretazione meccanicista dell'inconscio,
che è propria della psicologia sperimentale contemporanea:
l'inconscio è visto come un grande contenitore in cui si
ammassano tutte le reazioni e le paure della psiche all'incontro
con la realtà esterna. La filosofia della religione dei
primi anni Venti, e in particolare James, sfruttarono il concetto
di "inconscio" per spiegare l'essenza stessa della esperienza
religiosa, che è considerata come il risultato della reazione
dell'inconscio all'incontro con una realtà esterna che
sovrasta l'uomo e che gli incute timore. La religione rappresenta
quindi il tentativo di creare un insieme complesso e correlato
di certezze "psicologiche", che possano servire a rimuovere
il carattere minaccioso della realtà esterna. Il fatto
religioso viene quindi retrocesso a una dimensione completamente
interiore e personale, che rifugge da ogni dimostrazione razionale
e la cui universalità è posta radicalmente in discussione.
Heidegger nella sua critica alla impostazione psicologica in materia
di filosofia della religione si richiama a una "cosalità"
(Sachlichkeit) del fatto religioso, che resiste a ogni
tentativo di riduzione a una pura manifestazione interiore e psicologica.
La riduzione della esperienza religiosa a esperienza del legame
del tutto personale dell'anima con Dio è per Heidegger
solo la manifestazione a livello religioso di quel nichilismo
che determina il pensiero moderno, ossia di quella volontà
della soggettività di inglobare e, diciamo così,
"cannibalizzare" l'esperienza di alterità presente
nella religione. (Per inciso: se si vuole parlare di un Heidegger
"cattolico", forse bisognerà proprio partire
da qui, ossia dal carattere "cosale" e non solo interiore
e personale della esperienza religiosa che invece caratterizza
l'interpretazione moderna e protestante del fatto religioso. Il
fatto biografico da solo qui non basta...).
Le tensioni filosofiche in rapporto al nichilismo moderno e
alla fede cristiana raggiungono una parziale sintesi soltanto
nella Schluss [1916] alla tesi di abilitazione Die
Kategorien- und die Bedeutungslehre des Duns Scotus, dove
Heidegger riprende il tentativo di unificare il realismo della
dottrina medioevale delle categorie (a questo proposito poco importa
se originale di Duns Scoto o no...) e l'impostazione trascendentale
della filosofia moderna. Valgono le categorie della logica in
modo assoluto o dipendono dal contesto storico e culturale in
cui furono elaborate, si chiede Heidegger? È possibile
unificare la prospettiva metafisica, cui secondo il giovane Heidegger
alla lunga la filosofia non può rinunciare pena il venir
meno della sua più propria vocazione, con la dimensione
storica e "gettata" del pensare filosofico? L'unità
fornita dallo spirito vivente, di chiara ascendenza hegeliana,
viene in aiuto a Heidegger al fine di unire questi due estremi
del pensiero filosofico moderno: la verità e la storia,
ossia la radicale domanda di senso con l'inevitabile relativismo
nichilista. La coscienza vivente indica infatti proprio il carattere
profondamente storico della coscienza, che in quanto vivente vive
costantemente in un hic et nunc, ma è al contempo aperta
a ciò che le è estraneo, che non le appartiene completamente,
che le si oppone, senza tuttavia anelare a ridurlo completamente
a sé o a annullarlo nella sua alterità. Essa infonde
la vita a ciò che le è estraneo, le dona il "senso",
ma non la supera (aufhebt), non la elimina. La coscienza
vivente è quindi per Heidegger pura donazione di senso
che non si contrappone soltanto al nichilismo ma che in qualche
modo lo completa, lo "spiritualizza" togliendolo alla
sua pura dimensione naturale e materiale: grazie allo spirito
vivente la filosofia si apre radicalmente e profondamente alla
dimensione dello spirito senza tuttavia perdere, o semplicemente
abbandonare, ciò che fin dalla sua origine la lega alla
finitezza e alla sua insuperabile storicità di discorso
"umano" su Dio.