Filosofia dello spirito
vivente.
Nichilismo e domanda di senso nel giovane Heidegger*
di Pierfrancesco
Stagi
Riproporre
la domanda sul senso e la sua assenza, questione che
possiamo per brevità riassumere nella problematica
del "nichilismo", significa per il pensiero
contemporaneo fare i conti con la filosofia di Heidegger,
e in particolare con una determinata lettura che egli
dà della filosofia nietzscheana. Infatti, se
il nichilismo assume un particolare significato in filosofia,
e non rimane soltanto un concetto morale o culturale,
ciò è dovuto essenzialmente alla definizione,
che ne offre Nietzsche nel suo tardo pensiero, e alla
successiva interpretazione che dell'intero fenomeno
è presentata da Heidegger nei suoi scritti degli
anni Trenta (tra cui emerge il monumentale Nietzsche,
uscito nel 1961). L'odierna filosofia, che si è
intensamente occupata della questione del nichilismo,
da Derrida a Rorty e Vattimo passando per Severino,
può essere considerata come una raffinatissima
variante, una densa nota a margine della interpretazione
heideggeriana del nichilismo nietzscheano.
Tuttavia è da chiedersi: quali
sono gli elementi che caratterizzano il fenomeno del
nichilismo per Heidegger? A differenza di Nietzsche
che interpreta il nichilismo principalmente in rapporto
allo sviluppo della civiltà e del pensiero moderno,
Heidegger allarga i confini di questo fenomeno fino
a comprendere l'intera storia della civiltà occidentale,
che è letta come civiltà del tramonto
(Occidente come terra dell'occaso), ossia civiltà
del nichilismo. Nella modernità il nichilismo
si determina come l'imporsi della soggettività
"onnivora", che tende a ridurre a se stessa
(e quindi ad annullare – questo ad esempio è
il senso del nichilismo già in Jacobi) ogni esteriorità
naturale. La soggettività e la sua volontà
di dominio sul reale (ciò che è reale
per Hegel diventa razionale) rappresenta quindi per
Heidegger, così come per Nietzsche, l'origine
del moderno nichilismo. Inoltre, in una tale moderna
logica di riduzione dell'esteriorità si vede
in controluce per Heidegger l'intera logica riduttiva
che caratterizza il pensiero occidentale in quanto nichilismo,
che riduce l'esteriorità dell'essere, la sua
radicale alterità, all'ente come ciò che
si mostra e di cui si può disporre. In tal senso
Heidegger critica profondamente il luogo comune filosofico
di una apparente contrapposizione dell'oggettivismo
della filosofia greca e medioevale con il soggettivismo
della filosofia moderna, in quanto entrambe le due direzioni
concordano in una logica riduttivista che tende ad annullare
ogni forma di alterità per renderla disponibile
e utilizzabile. Il pensiero moderno non avrebbe fatto
altro che accelerare questo processo di annichilimento
di ogni esteriorità, che si è mostrato
con dirompente vitalità nell'irrompere del cristianesimo,
che secondo l'interpretazione di Dilthey inaugura la
soggettività e approfondisce, accelerandolo,
il carattere dissolutivo della realtà già
presente nella metafisica greca.
Nella sua tarda filosofia Heidegger
cerca di trarre tutte le implicazioni di questa logica
riduttivista che determina il pensiero occidentale,
dando vita a quella affascinante e controversa interpretazione
del destino dell'Occidente, che ancora oggi dopo settanta
anni dalla sua elaborazione è ancora lontana
dall'aver mostrato tutta la sua "verità".
Un tale dibattito è lasciato in questo contesto
a quell'ampio conflitto di interpretazioni sulla eredità
del nichilismo che rappresenta la parte più viva
e feconda della filosofia contemporanea. Il lavoro qui
presentato si concentra invece più modestamente
sul giovane Heidegger, o meglio sul giovanissimo Heidegger,
nel quale tutti questi temi sono già contenuti,
sebbene soltanto allo stato di domande. Le risposte
che Heidegger propone sono ancora incerte e i risultati
per molti versi contraddittori. Nulla toglie però
alla rigorosa impostazione problematica, che rivela
ancora oggi la sua grande fecondità teorica che
oltrepassa quindi il puro interesse storiografico per
quell'Heidegger che non era ancora "Heidegger".
I temi centrali, che saranno sviluppati, sono quindi
connessi alla dialettica tra nichilismo e domanda di
senso, alla critica al soggettivismo moderno di matrice
"psicologista" e al suo superamento nell'orizzonte
della coscienza interpretata hegelianamente come spirito
vivente, al contempo storico e filosofico, temporale
e eterno. È possibile nella ricostruzione del
periodo giovanile di Heidegger (1910-1916) distinguere
tre fasi: 1) critica della modernità come nichilismo
dei valori, 2) critica dell'inconscio come nichilismo
"psicologista", 3) lo spirito vivente come
il superamento del nichilismo moderno e riproposizione
della domanda sul senso. 1) Tra i primi scritti, caratterizzati
ancora da una certa "ingenuità" filosofica,
emerge Per morte ad vitam (Gedanken über Jörgensens
"Lebenslüge und Lebenswahrheit") [1910],
in cui Heidegger contrappone le verità rivelate
del cristianesimo con le verità moderne, che
sono raggiunte attraverso il lavoro autonomo e indipendente
della soggettività artistica. Dalle prime proviene
una felicità durevole e sicura, dalle seconde
l'angoscia e il tormento di una soggettività
ormai priva di riferimenti e che è unica regola
di se stessa. Il nichilismo è interpretato pertanto
come l'emergere della soggettività artistica
e "decadente", in cui la persona è
messa in pericolo nel suo valore "assoluto"
e ridotta a personalità. L'unico modo per interrompere
questo processo di dispersione del valore della persona
è tornare a riferirsi a quel patrimonio di verità
che è contenuto nella rivelazione cristiana,
unica fonte di felicità e di emancipazione per
l'uomo moderno, ormai privo di ogni ancoraggio, se non
in se stesso e nella sua volontà autodistruttiva.
Heidegger però non si mostra in questi
anni giovanili come un irriducibile critico della modernità
e delle sue conquiste filosofiche, ma tenta una seppur
difficile e a volte discutibile conciliazione come nella
recensione a Aristoteles und Kant di Sentroul [1914].
Kant ed Aristotele non devono essere semplicemente contrapposti
secondo il modello caro alla Neoscolastica del suo tempo,
ma è necessario secondo il giovane Heidegger
provare una conciliazione tra il realismo aristotelico
e l'impostazione trascendentale moderna e kantiana,
che mostri come la logica aristotelica trovi nella rivoluzione
kantiana non una confutazione ma piuttosto una riconferma.
In tal modo Heidegger palesa un atteggiamento antimodernista
moderato, che cerca un confronto filosofico tra le verità
della fede e le conquiste del pensiero moderno senza
vagheggiare un impossibile ritorno alla trionfante cristianità
medioevale (che rimaneva alla base delle prese di posizioni
dottrinarie della Neoscolastica). L'aspetto forse meno
noto della produzione di questi anni è indubbiamente
il confronto con la filosofia e la psicologia della
religione, che ispirò un breve ma significativo
scritto - Religionspsychologie und Unterbewusstsein
[1912]. Heidegger critica l'interpretazione meccanicista
dell'inconscio, che è propria della psicologia
sperimentale contemporanea: l'inconscio è visto
come un grande contenitore in cui si ammassano tutte
le reazioni e le paure della psiche all'incontro con
la realtà esterna. La filosofia della religione
dei primi anni Venti, e in particolare James, sfruttarono
il concetto di "inconscio" per spiegare l'essenza
stessa della esperienza religiosa, che è considerata
come il risultato della reazione dell'inconscio all'incontro
con una realtà esterna che sovrasta l'uomo e
che gli incute timore. La religione rappresenta quindi
il tentativo di creare un insieme complesso e correlato
di certezze "psicologiche", che possano servire
a rimuovere il carattere minaccioso della realtà
esterna. Il fatto religioso viene quindi retrocesso
a una dimensione completamente interiore e personale,
che rifugge da ogni dimostrazione razionale e la cui
universalità è posta radicalmente in discussione.
Heidegger nella sua critica alla impostazione psicologica
in materia di filosofia della religione si richiama
a una "cosalità" (Sachlichkeit) del
fatto religioso, che resiste a ogni tentativo di riduzione
a una pura manifestazione interiore e psicologica. La
riduzione della esperienza religiosa a esperienza del
legame del tutto personale dell'anima con Dio è
per Heidegger solo la manifestazione a livello religioso
di quel nichilismo che determina il pensiero moderno,
ossia di quella volontà della soggettività
di inglobare e, diciamo così, "cannibalizzare"
l'esperienza di alterità presente nella religione.
(Per inciso: se si vuole parlare di un Heidegger "cattolico",
forse bisognerà proprio partire da qui, ossia
dal carattere "cosale" e non solo interiore
e personale della esperienza religiosa che invece caratterizza
l'interpretazione moderna e protestante del fatto religioso.
Il fatto biografico da solo qui non basta...).
Le tensioni filosofiche in rapporto
al nichilismo moderno e alla fede cristiana raggiungono
una parziale sintesi soltanto nella Schluss [1916] alla
tesi di abilitazione Die Kategorien- und die Bedeutungslehre
des Duns Scotus, dove Heidegger riprende il tentativo
di unificare il realismo della dottrina medioevale delle
categorie (a questo proposito poco importa se originale
di Duns Scoto o no...) e l'impostazione trascendentale
della filosofia moderna. Valgono le categorie della
logica in modo assoluto o dipendono dal contesto storico
e culturale in cui furono elaborate, si chiede Heidegger?
È possibile unificare la prospettiva metafisica,
cui secondo il giovane Heidegger alla lunga la filosofia
non può rinunciare pena il venir meno della sua
più propria vocazione, con la dimensione storica
e "gettata" del pensare filosofico? L'unità
fornita dallo spirito vivente, di chiara ascendenza
hegeliana, viene in aiuto a Heidegger al fine di unire
questi due estremi del pensiero filosofico moderno:
la verità e la storia, ossia la radicale domanda
di senso con l'inevitabile relativismo nichilista. La
coscienza vivente indica infatti proprio il carattere
profondamente storico della coscienza, che in quanto
vivente vive costantemente in un hic et nunc, ma è
al contempo aperta a ciò che le è estraneo,
che non le appartiene completamente, che le si oppone,
senza tuttavia anelare a ridurlo completamente a sé
o a annullarlo nella sua alterità. Essa infonde
la vita a ciò che le è estraneo, le dona
il "senso", ma non la supera (aufhebt), non
la elimina. La coscienza vivente è quindi per
Heidegger pura donazione di senso che non si contrappone
soltanto al nichilismo ma che in qualche modo lo completa,
lo "spiritualizza" togliendolo alla sua pura
dimensione naturale e materiale: grazie allo spirito
vivente la filosofia si apre radicalmente e profondamente
alla dimensione dello spirito senza tuttavia perdere,
o semplicemente abbandonare, ciò che fin dalla
sua origine la lega alla finitezza e alla sua insuperabile
storicità di discorso "umano" su Dio.
* Breve
estratto di un saggio contenuto in S. Sorrentino (cur.),
Nichilismo e questione del senso.
Da Nietzsche a Derrida, Aracne Editrice, Roma 2005,
pp. 83-106.
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