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cronache
Persona e umanesimo relazionale.
L'attualità di Mounier nel centenario della nascita (1905-2005)
di Antonio Micali

A Roma, presso l’Università Pontificia Salesiana, dal 12 al 14 gennaio 2005, si è svolto il Convegno “Persona e Umanesimo relazionale: eredità e sfide di E. Mounier”. Esso ha aperto la serie di incontri culturali che le “famiglie personaliste” di tutto il mondo hanno promosso nel centenario della nascita del fondatore di “Esprit”. Promosso dall’Università Pontificia Salesiana (Roma) insieme alla Pontificia Facoltà “Auxilium” (Roma), alla rivista “Prospettiva Persona” (Teramo), al Centro culturale “S. Luis de France” (Roma) e alla “Association des Amis d’Emmanuel Mounier” (Parigi), il Convegno ha visto partecipare circa quaranta relatori e oltre quattrocento tra studenti e addetti ai lavori, provenienti da oltre 90 nazioni. L'appuntamento romano, i cui atti sono stati già parzialmente pubblicati in un primo volume dal titolo Emmanuel Mounier. Persona e Umanesimo relazionale. Nel Centenario della nascita (1905-2005), a c. di M. Toso - Z. Formella - A. Danese, LAS, Roma 2005, è stato organizzato sulla base della convinzione che il bilancio del pensiero di Emmanuel Mounier, condotto con un approccio multiculturale, possa realmente costituire l’occasione per dare nuovo impulso alla elaborazione di un umanesimo integrale, sociale, aperto alla Trascendenza.

La prima giornata, comprendente l’inaugurazione e l’introduzione tematica, ha visto i relatori ripercorrere la vita e il pensiero di Mounier, mettendo in evidenza l’affermarsi delle categorie di persona, comunità e dialogo. «Un testimone scomodo per tutti coloro che cercano di mettere in ombra la portata rivoluzionaria delle parole del Vangelo, o che tendono a conciliare con troppa disinvoltura le esigenze etiche del cristianesimo con la mentalità corrente». Così Nunzio Bombaci ha definito Mounier, ripercorrendone l’itinerario filosofico e spirituale, dalla nascita a Grenoble (il 1° aprile 1905) fino alla morte avvenuta a soli 45 anni, il 22 marzo del 1950. «Nella sua piena maturità — ha sottolineato il relatore — Mounier afferma l’esigenza di una nuova presenza del cristiano nella città umana, di un credente che superi la nostalgia della "cristianità", interiorizzi la sua ineludibile, precaria condizione e sia capace di testimoniare, nel suo impegno per l’uomo, la ’discrezione ardente’ del suo Dio». «Il personalismo comunitario e relazionale che propone Mounier — ha poi affermato don Mario Toso, rettore dell’Ateneo Pontificio — è conseguenza della contemplazione del mistero della Redenzione. È la fedeltà, oltre che all’uomo, a Dio che ha fatto del pensatore francese un intellettuale profetico per il suo tempo e che consente a noi di vederlo ancora attuale per questo millennio», grazie alla sua capacità di "tradurre" la fede in "cultura", sulla base di tre primati: «Della persona, e con essa della società, sullo Stato; della persona, e con essa del lavoro, sul capitale; della persona, e con essa dell’etica, sulla politica». Attilio Danese, direttore della rivista “Prospettiva persona” e moderatore dei tre giorni di studio, dopo aver analizzato la critica mounieriana del fallimento del rapporto interumano in Sartre e ribadito la centralità della relazione interpersonale propria del filosofo di “Esprit” — relazione che matura attraverso lo sguardo altrui e realizza l’essere della persona, la quale si possiede solo donandosi con un amore gratuito — si è soffermato sul ritorno della “persona in relazione” in Paul Ricoeur il quale, ripensando all’opera di Mounier a distanza di più di trent’anni dal primo saggio a lui dedicato, aveva ben scritto: «Meurt le personnalisme, revient la personne». «La logica dello scambio di doni è l’unica in grado di scongiurare per l’umanità un futuro fatto di guerra di tutti contro tutti», è quanto ha detto proprio Paul Ricoeur. Non potendo presenziare personalmente, il filosofo francese è intervenuto con una “prolusione-messaggio” in inglese (registrata in video). Nel videomessaggio Ricoeur riflette sulle basi del suo umanesimo, partendo dal presupposto che l’identità personale si costruisce tra "affermazione di sé" e "riconoscimento reciproco". Quando si nega il "carattere morale dei legami sociali", ammonisce il filosofo, il risultato è una vera e propria «lotta per il riconoscimento reciproco» in cui regnano "comportamenti negativi" come «l’umiliazione, il disprezzo, la violenza in tutte le sue forme fisiche e psicologiche», senza contare le "discriminazioni" verso le minoranze. L’unico antidoto alla "insoddisfazione" provocata da questa "pratica della lotta", sostiene il filosofo, è «l’esperienza del riconoscimento effettivo in un mondo pacificato». «La formazione del legame politico che ci rende cittadini di una comunità storica non deriva solamente dalla preoccupazione per la sicurezza e la difesa degli interessi particolari di questa comunità, ma da qualcosa di simile a una "amicizia politica" essenzialmente pacifica, radicalmente diversa dalla logica del mercato, perché donare resta un gesto spontaneo che sfugge all’oggetto del calcolo interessato».

La seconda giornata ha evidenziato un confronto tra le diverse aree linguistiche, aperto al dialogo tra prospettive e orientamenti, per sottolineare le distinzioni così come le convergenze riscontrabili nei vari personalismi affermatisi nel corso del Novecento in vari paesi, anche al di fuori dell’Europa. Tra i diversi interventi, Armando Rigobello — così come Giorgio Campanini — ha rilevato l’impegno senza riserve, l’engagement dell’intellettuale Mounier, il cui pensiero, legato all’affrontément chrétién, cioè al vivere il cristianesimo come un’avventura, riconosce la propria responsabilità di fronte alla storia. L’intellettuale ha il “dovere” dell’impegno, a partire dalla “lezione del realismo cristiano”, che consiste nella «capacità di coniugare senso della storia e apertura alla trascendenza, rispetto della tradizione e apertura al nuovo». «Abbandonare una cultura del possesso e del dominio a favore di una cultura del dialogo» è, per il relatore, uno degli imperativi di fondo del padre del personalismo, secondo il quale l’intellettuale cattolico è chiamato a «mediare fra l’appello alla santità e la responsabilità della politica», in modo da costruire una società «fondata sul rispetto della persona, sull’impegno della vita personale e collettiva». «Di fronte al rischio di una lettura riduttiva, e alla fine deformante, del cristianesimo — così Campanini soffermandosi sul legame, tracciato da Mounier, tra “impegno” e “discernimento” — occorre resistere ad ogni tentazione razionalistica così come a ogni tendenza alle deviazioni sentimentalistiche e misticheggianti, per ritrovare l’autenticità, la severità, l’impegno nella storia, assumendo fino in fondo la verità del Dio che si fa uomo». Per Mounier esiste dunque una sorta di “dovere di incarnazione”, pur nella consapevolezza «della strutturale ambiguità della storia degli uomini; farsi carico di questa storia è l’unica strada percorribile per un credente che non voglia ridurre la comunità cristiana a una ‘casa di riposo’ o ad una ‘congrega di bigotti che si nutrono delle ‘biblioteche rosa della devozione». Particolarmente rilevante per quanto concerne la dignità della persona in riferimento alla biomedicina è stata la relazione di Michele Indellicato, che ha posto l’accento sulla necessità di subordinare la tecnica alle esigenze dell’uomo in un tempo, come quello odierno, nel quale la scienza si è sganciata dall’etica. Di fronte alla clonazione — che rappresenta la conseguenza più deplorevole di una scienza spinta alla deriva dei valori, che ha strumentalizzato la vita a fini utilitaristici, separando la verità scientifica dal bene etico — occorrerebbe tornare all’idea autentica di persona propria di Mounier, il quale scriveva che «l’uomo non è fatto per l’utilità ma per Dio, l'inutilizzabile». «Oggi è impensabile separare la questione bioetica dalla questione sociale». Secondo Paolo Carlotti dell’Università Pontificia Salesiana risiede essenzialmente in questo l’attualità della “questione bioetica” così come viene trattata da Emmanuel Mounier, secondo il quale «la promozione della vita — della vita di tutti — ha bisogno di una cultura, cioè di significati e di valori condivisi, per poter essere efficace: ha bisogno di una cultura della vita, cioè di uno stile concreto di vita sociale, a cui attingere facilmente, quasi naturalmente, i criteri delle azioni morali». Il relatore ha fatto notare che per Mounier «la persona inizia in modo degno della sua dignità non quando viene prodotta ma quando viene generata». Di qui il riferimento ad un tema attualissimo come quello della procreazione medicalmente assistita, con i rischi del primato assoluto della tecnica sulla “generazione”. «La pervasività della tecnica — ha osservato infatti Carlotti — rende ogni giorno più consapevoli della sua portata, contemporaneamente minacciosa e promettente, caratterizzata da una consequenzialità lunga e spesso ignota nei suoi effetti, che, nel caso delle biotecnologie umane, riguardano non solo il singolo individuo ma l’intera specie umana. Ne nasce un nuovo titolare di diritti: le "generazioni future”. Nei confronti della “tecnica”, Mounier ha assunto una posizione di “equilibrio” tra la “incondizionata accoglienza” e il “radicale rifiuto”, aprendo così il dibattito sulla «dimensione pubblica della bioetica, che ha incrementato notevolmente la sua portata in questi ultimi anni». Di qui la necessità — essenziale ancora oggi — di «confrontarsi con le concezioni correnti sia antropologiche che morali, con le "venature ideologiche" che tradizionalmente contrappongono laici e cattolici in Italia e anche in Europa».

«Non si può fare la rivoluzione personalista senza che le donne prendano in mano il loro destino». Per Giulia Paola Di Nicola, docente di politiche sociali all’Università di Chieti e condirettrice della rivista “Prospettiva persona”, la “lezione" di Mounier sulla “questione femminile” è nella sua sostanza ancora attuale, soprattutto grazie alla sua capacità di far ricorso al «ruolo critico e innovativo che le donne possono rivestire per la costruzione della civiltà dell’amore». Intervenendo al Convegno internazionale in corso a Roma (presso l’Università Pontificia Salesiana) per il centenario della nascita del filosofo francese, la relatrice ha sottolineato che «il personalismo prende le distanze dal familismo retorico e ipocrita che idolatra la famiglia e ne fa una gabbia soffocante, per poi di fatto abbandonarla a se stessa. L’ideale borghese della famiglia alimenta una pseudo-spiritualità femminile contrabbandata per virtuosa, quando "vocazione femminile" e dono di sé significano semplicemente la rinuncia anticipata alla formazione del sé». Al contrario, per Mounier «la valorizzazione della donna esige che la vita privata interagisca senza esaurirsi nella sfera pubblica. La vita privata non si oppone alla vita interiore, né alla vita pubblica, essa prepara l’una e l’altra a comunicare reciprocamente le loro risorse». «Il protagonismo delle donne — ha spiegato Di Nicola — sembra a Mounier comportare l’affermazione di valori umani universali, come la tenerezza, la cura, la donazione di sé, considerati tipici delle donne, dunque "inferiori", ma che oggi appaiono invece indispensabili per costruire una società più umana». «In una nuova visione antropologica — è l’auspicio, ancora oggi da realizzare, del filosofo francese — l’emergere della soggettività femminile imporrà il capovolgimento dei paradigmi su cui si regge la cultura della ragione senza amore, dell’individuo senza donazione, del calcolo senza gratuità. Il nuovo Rinascimento che Mounier auspica non si potrà realizzare senza una ricongiunzione e una ripurificazione dei valori della femminilità e della mascolinità». Una voce di opposizione al governo comunista del dopoguerra, che aveva assunto «atteggiamenti in cui la persona umana non trovava un'adeguata difesa, anzi si trovava talvolta un preciso misconoscimento». È stato questo, in Polonia, il personalismo come "avvenimento storico". A parlarne è stato Krzyszof Gozowski, dell'Università Cattolica di Lublino, secondo il quale proprio da questa natura di "anti-ideologia" deriva lo sviluppo così ampio del personalismo nel suo Paese, a partire proprio dalla Scuola di Lublino. Dopo la caduta del sistema totalitario, ha informato il relatore, il personalismo è diventato una sorta di "ecumenismo scientifico" e una «sfida alle nuove figure dell'umanesimo nichilista». Un illustre "personalista" è stato senza dubbio il Pontefice Giovanni Paolo II, convinto «fin dall'inizio» del suo pontificato (ma anche del suo percorso di studi filosofici) che «la vita personale e sociale, economica e politica e tutta la cultura deve basarsi sulla verità dell'uomo, mentre tutte le deviazioni e crisi cono conseguenza di un errore antropologico».

«Ma io credo all'utopia, non a quella ove si evade bensì a quella ove si progetta con una volontà di ferro. Presto o tardi, questa forza produce il suo frutto». Con questa citazione di Mounier, Balduino Antonio Andeola, dell'Università di Porto Alegre (Brasile), ha concluso il suo intervento sui "frutti" che il pensiero mounieriano produce ancora oggi in America Latina. «Un mondo che renda possibile a ciascuno di realizzarsi liberamente come persona»: in questi termini Maria Villela-Petit, del Centro nazionale della Ricerca Scientifica di Parigi, ha sintetizzato l'eredità di Mounier in Brasile. La "pedagogia" del padre del personalismo, ha aggiunto la relatrice, ha ad es. «coordinato e diretto gli sforzi delle persone impegnate nella realizzazione di programmi educativi per i più poveri», grazie ad una «visione della storia — come quella di Mounier — dove la persona e la comunità si rivelano i due poli dinamici capaci di orientare in un senso più autenticamente umano quella grande mutazione storica che è la "mondializzazione" dell'uomo». Di straordinaria importanza e attualità è pertanto il messaggio e il pensiero di questo autore, convinto della necessità di rifare il Rinascimento, di operare la rivoluzione personalista e comunitaria per riaffermare, contro l’individualismo e il nichilismo, la centralità della persona come essere in relazione, aperta al dialogo, al confronto, alla reciproca mutualità per una Comunità dal volto non più impersonale e massificante, ma personale e fondata sull’amore.

La terza giornata, infine, si è incentrata sull’analisi delle prospettive da perseguire per le società del XXI secolo, nel momento in cui la ricerca antropologica di nuovi stili di vita, di nuove gerarchie di valori e di nuovi assetti di reciprocità personali e sociali si confronta con i processi reali dei sistemi e interagisce sulle sue dinamiche. Lo scambio culturale ha consentito, a tal riguardo, di individuare le modalità di una più incisiva formulazione del problema della persona, nel quale Jacques Maritain ravvisava «un’esigenza, una preoccupazione diffusa del XX secolo». Il tema della persona ha attraversato molte correnti filosofiche, oltre quelle che si sono denominate “personaliste”, ma senza dubbio Mounier ha avuto il grande merito di aver dato visibilità a questo nodo teoretico con una ricerca “inquieta, aperta, laica”. Il suo personalismo, lontano dall’essere un sistema filosofico rigidamente formalizzato, si è rivelato soprattutto come sapere profondo alla ricerca di un orizzonte di senso, resa particolarmente cogente dalla gravità della crisi dell’uomo. La persona pensata da Mounier — come “volume totale dell’uomo”, “equilibrio in lunghezza, larghezza e profondità” delle tre dimensioni fondamentali dell’incarnazione, della comunione e della vocazione — è il soggetto dei diritti umani. Così intesa, essa va “rigiocata” nell’interpretare la nostra condizione, in un tempo che mette in discussione tutti i valori; il “principio persona”, che attraverso il dialogo comune e il confronto reciproco e fecondo, in una società sempre più multiculturale e multireligiosa, può essere il nucleo generatore di un processo di crescente umanizzazione della vita sociale. Il personalismo di Mounier è, per i partecipanti al Convegno, di grande attualità, perché presenta ancora «germi di futuro, sia per i credenti — che egli richiama alla mobilitazione delle coscienze senza compromessi nei confronti del "disordine stabilito" — e poi dei non credenti che invita, come uomini di buona volontà, a lottare insieme per la causa dell’uomo». Quella del filosofo è dunque «una lezione permanente per il laicato di oggi, in quanto ci ricorda il "primato dello spirituale" non come uno slogan ma come un progetto che si fa ogni giorno programma, con la capacità di pagare gli alti costi dell'Amore, rinnegando i facili idoli di quello che Mounier stigmatizzava come "l’uomo dello spirito borghese"». In un tempo come quello odierno che ci provoca e che ci chiama ad andare avanti, non si può pertanto dimenticare il profetico pensiero di un uomo come Mounier, che non si chiuse in un monologo solipsistico e autoreferenziale ma che da filosofo, pubblicista, educatore, promotore e organizzatore di cultura — e, non da ultimo, da padre e marito esemplare — seppe incarnare nel quotidiano un impegno per la promozione della persona legato a una profonda fede nella Trascendenza, perseguendo continuamente la sua ricerca della Verità, nell’amore della forma più autentica di libertà, che è capacità di rispondere “Adsum” alla chiamata della propria vocazione.

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