Questo volume è sorprendente, in senso letterale. A cominciare
dalle note a piè di pagina: un apparato impressionante
per quantità e sistematicità, che da solo rappresenta
un fondamentale contributo — bibliografico e non solo —
alla diffusione della conoscenza di un dibattito, in ambito analitico,
di cui a noi normalmente non giungono che echi, spesso distorti.
Proprio questo è il secondo tratto sorprendente dell’opera:
apprendere che ancora oggi, nel contesto filosofico anglosassone
— ovvero in un contesto spesso pregiudizialmente considerato
come ultra-razionalista, post-illuminista, logicista tout
court — si discute, e con fervore vieppiù crescente,
della validità e della possibilità delle prove dell’esistenza
di Dio. Mentre cioè nel “continente” con storicistico
timore reverenziale si ritiene che Kant e Hume abbiano detto l’ultima
parola in merito — e quest’ultima parola sarebbe “basta”
— in ambito analitico si è invece avuto il coraggio,
insieme al necessario equipaggiamento concettuale, di verificare
se e in che misura le critiche kantiana e humiana alle varie prove
dell’esistenza di Dio avessero valore: sono esse cogenti,
necessarie e definitive, oppure relative, contingenti e provvisorie?
E se sono relative, ovvero si riferiscono non a qualsiasi prova
dell’esistenza di Dio, ma a specifiche prove, è possibile
allora individuare/costruire/riformulare prove che risultino ancora
razionalmente accettabili? I filosofi analitici raccolgono l’ardua
sfida, si misurano col problema, e contribuiscono così
a rinvigorire un dibattito da noi ormai stantio, riabilitando
alla cittadinanza filosofica gli argomenti ontologico, cosmologico
e teleologico, opportunamente “ritradotti” (e, dunque,
anche “ripensati”) secondo i canoni dell’odierno
vocabolario filosofico.
Micheletti articola in capitoli il volume proprio secondo tali
argomenti — dopo il primo capitolo di carattere terminologico-introduttivo
sullo statuto disciplinare della teologia razionale, della filosofia
analitica della religione e del loro rapporto — presentandone
così, assieme agli sviluppi storici nella filosofia analitica
contemporanea, i diversi caratteri teoretico-argomentativi, le
obiezioni e le contro-obiezioni. Scopriamo in tal modo come Anselmo
conosca una seconda giovinezza legandosi alla logica modale (nelle
rielaborazioni, tra gli altri, di C. Hartshorne, J. N. Findlay
e A. Plantinga), come Leibniz possa essere chiamato in causa per
formulare un argomento induttivo in favore del teismo (secondo
le tesi per es. di R. Swinburne), come ancora l’argomento
From Design sia ben più complesso e fondato rispetto
alle banalizzazioni, spesso ideologiche, che ne vengono fatte
nel dibattito culturale-giornalistico italiano. Menzione a sé
infine per il cosiddetto “tomismo analitico”, corrente
di pensiero cui Micheletti ha già dedicato interamente
uno dei suoi precedenti lavori e che qui viene scandagliata secondo
i suoi rapporti con la teologia razionale e le prove dell’esistenza
di Dio in particolare: una disamina accurata, occupante un intero
capitolo, che fa luce sulle questioni fondamentali delle dottrine
di Tommaso così come oggi vengono riprese e tematizzate,
tra gli altri, da J. Haldane, P. T. Geach, A. Kenny, B. Davies
e W.P. Alston, con un particolare riferimento al tema dell’ipsum
esse subsistens, ovvero alla dottrina secondo cui in Dio,
a differenza che nelle sue creature, essenza e esistenza vengono
a coincidere, giacché «l’essenza di Dio è
esistere».
In definitiva, il volume di Micheletti rappresenta un unicum
nel panorama storico-filosofico italiano — auspicabilmente
un apripista, considerato che è il primo di una collana
dedicata dalla casa editrice proprio a Metafisica tomistica e
metafisica analitica — e tuttavia il suo primario valore
di testimonianza non esclude che ivi l’Autore si confronti
personalmente con i problemi trattati, nonché con le questioni
fondamentali soggiacenti allo stesso approccio filosofico-analitico
alla religione. Infatti, la razionalità filosofica, se
applicata al problema di Dio — compito, questo, che l’autore
giudica filosoficamente imprescindibile, anche se dovesse condurre
a esiti ateistici o ateologici — apre a questioni ineludibili:
per es. può l’analisi razionale, da sola, condurre
alla credenza teistica, o serve unicamente come sostegno per affermare
la ragionevolezza di tale credenza? In che rapporto sta la ragione
(analitica) con la fede? Ne è condizione necessaria, sufficiente,
oppure semplicemente accessoria? La riposta di Micheletti sembrerebbe
propendere verso la terza ipotesi, nel senso che la teologia razionale
e le prove a sostegno del teismo — sebbene in sé
non siano elementi necessari né sufficienti alla credenza
teistica — possono comunque essere utili, in alcuni casi
e per alcune persone, in vista della maturazione di una fede autentica
e consapevole. Del resto, come sostiene a più riprese l’autore,
«l’esclusione dell’assurdo non implica l’esclusione
del mistero».
Tuttavia, proprio a questo riguardo sorge un rilievo critico:
che dire allora di quei misteri la cui formulazione dogmatica
è, se non “assurda”, quantomeno paradossale,
tanto da giustificarne la natura di “verità di fede”
e non “di ragione”? Come si pone la filosofia analitica
per es. rispetto al dogma dell’Incarnazione, per cui Gesù
Cristo è «vero Dio e vero uomo, Figlio unigenito
in due nature, senza confusione né mutamento, senza divisione
né separazione»; oppure rispetto al dogma trinitario,
secondo cui «vi è una sola divinità e potenza,
che è Uno in Tre, e contiene i Tre in modo distinto»?
Micheletti tratta soltanto tangenzialmente la questione, non essendo
certamente questa la tematica propria del volume, accennando per
es. nel capitolo conclusivo al tema degli attributi divini, ovvero
al problema circa la possibilità, per la teologia razionale,
non soltanto di dimostrare ragionevolmente che Dio esiste ma anche
di indicare quale Dio esista, ovvero di stabilire quali attributi
presenti il Dio esistente: anche qui, se la filosofia analitica
può risultare utile per sviluppare coerentemente temi quali
l’onnipotenza, l’onniscienza, la semplicità
e l’eternità di Dio, più problematica appare
la trattazione della personalità di Dio. Questo tuttavia
non toglie — rileva Micheletti — che vi siano filosofi
analitici i quali si sono misurati direttamente con problemi di
natura prettamente teologica, come appunto la concezione di Dio
in quanto Persona, la Trinità o l’Incarnazione. Si
tratta insomma di una tematica — il rapporto tra la filosofia
analitica della religione e la dottrina cristiana — che
Micheletti saprebbe sicuramente enucleare sia nel suo sviluppo
storico sia nei suoi gangli teoretici, contribuendo così,
ulteriormente, a diffondere la conoscenza di tutta una costellazione
di nomi e di idee che spesso ci sembra lontana, eppure ci tocca
da vicino.