«Questa è la causa come Causa sui. Così
suona il nome adeguato per il Dio della filosofia. A questo Dio
l'uomo non può rivolgere preghiere né offrire sacrifici».
Così Martin Heidegger, in un luogo di Identität
und Differenz citato da Pietro De Vitiis nel suo contributo
pubblicato in questo Teologia naturale e teologia filosofica,
addenserebbe quella straordinaria quantità di temi, problemi
e vere e proprie aporie — in senso rigorosamente platonico,
cioè riferite a più livelli — di cui si è
discusso a Chieti il 9 e 10 giugno 2005 in occasione del IV convegno
annuale della Associazione Italiana di Filosofia della Religione.
L'appuntamento chietino e il volume che ne raccoglie gli Atti
toccano le questioni nevralgiche del pensare il divino tramite
gli occhi della filosofia della religione: quale il ruolo della
filosofia nel pensare il fenomeno religioso? E come porsi dinanzi
al progetto della teologia naturale di estrapolare una metafisica,
un «teorema» (Sorrentino), una «struttura universale»
(Salmeri) dalle differenti tradizioni culturali e religiose?
Il presente volume si apre con una lucida introduzione di Sergio
Sorrentino, che illustra come l’appuntamento sia stato pensato
come un esercizio di coordinamento e dibattito tra tre importanti
orientamenti di pensiero: la teologia naturale, la teologia filosofica
e la filosofia teologica. Essi vengono rappresentati e messi alla
prova dagli interventi dei relatori Salvatore Natoli, Marco Maria
Olivetti, Mario Micheletti, Giacomo Carlo Di Gaetano, Pietro De
Vitiis e Giovanni Salmeri. Queste, in ultima analisi, le questioni
più urgenti che vengono affrontate all'interno di un libro
sul quale, a distanza di poco più di un lustro dalla sua
pubblicazione, riteniamo di dover richiamare l'attenzione nella
convinzione di potervi trovare ancora (o più di allora)
un adeguato strumento «topografico» — come suggerisce
proprio Sorrentino — per orientarsi all'interno di queste
tre importanti correnti filosofiche. Esse sono declinate tanto
nel contesto europeo e continentale che in quello anglofono e
analitico, sulla cui scia hanno lavorato in particolar modo Micheletti
e Di Gaetano. Il primo si è occupato soprattutto della
fioritura della teologia filosofica nell'area angloamericana già
a partire dalla seconda metà del secolo scorso, quando,
sulla scia dei commenti a Tommaso d'Aquino e Hume, essa veniva
intesa come una vera e propria teologia naturale ›1.
Micheletti mostra come il tentativo di schiacciare la prospettiva
della teologia filosofica sulla teologia naturale, così
caratteristico della speculazione d'oltreoceano, produca conseguenze
rilevanti nella stessa concezione del divino, spesso ridotto all'opzione
dualista tra un teismo razionalista e un a-teismo radicale. Tuttavia,
come nota anche Kretzmann, un atteggiamento critico verso la teologia
naturale può essere assunto non soltanto da filosofi atei
ma anche dagli stessi teisti, che considerano insoddisfacenti
e religiosamente irrilevanti (o persino offensivi nei confronti
del divino) tutte quelle risposte date sola ratione al problema-Dio.
La stessa problematica di fondo è stata segnalata da Di
Gaetano che, concentrandosi sulla lettura di Kretzmann, ricostruisce
il filo della teologia naturale riformata a partire da un saggio
di S. Cahn fino alle posizioni di Alvin Plantinga. In effetti,
come nota bene Sorrentino nelle pagine introduttive, il nodo principale
da sciogliere ben prima del tentativo di estrapolare dal religioso
una presunta metafisica è riuscire a far chiarezza sul
circolo che si crea tra il divino e, appunto, il religioso. Perché
in gioco vi è proprio la possibilità stessa di tale
epoché: come poter pensare di estrapolare un nucleo
razionale dell'esperienza religiosa se gli stessi interrogativi
sulla realtà di Dio da un punto di vista della realtà
stessa (se e in che modo si dà?), del pensiero (è
possibile pernsarLo?) e del linguaggio (è possibile dirLo?)
non si offrono sola ratione ma sempre entro il circolo
tra religione e divino? In altri termini: in discussione è
la possibilità di realizzare il progetto della filosofia
naturale nella misura in cui l'esperienza del divino si offre
sempre all'interno di un religioso, che non esiste se non in virtù
di un divino che è presupposto; ossia, l'esperienza di
Dio si offre sempre in un ambito commisto, un ambiente rarefatto
nel quale distinguere — e cioè giudicare, quindi
dividere (da krisis) — significa farne qualcosa
d'altro. Allora forse la questione andrebbe posta nel recupero
di tutta la ricchezza del panorama religioso, che non può
esaurirsi alla prospettiva teista. Questo è d'altronde
il tema dei preambula fidei, ben noto a Tommaso e Scoto,
di cui Salmeri ricostruisce brillantemente le posizioni in un'epoca
in cui filosofia e teologia non venivano parcellizzate nella molteplicità
delle discipline contemporanee ma concorrevano entrambe al rischiaramento
dell'esperienza di Dio. Certo, l'una pensando la Causa sui,
l'altra chiamandoLo per nome. Su questa stessa distinzione interviene
De Vitiis, che con Martin Heidegger e Bernhard Welte si chiede
entro quali limiti la filosofia possa approcciare il mistero.
Eppure, non da ultimo, a tenere banco nel volume è l'originale
posizione di Salvatore Natoli, a cui Marco Maria Olivetti dedica
le proprie note, riassumendola in tre tappe: l'esperire il divino
come esclamazione del theòs antecedente ogni concetto;
l'ontoteologia, che diventa la storia della teologia cristiana;
e infine quel ritorno agli dèi e alla natura nella speranza
di ritrovare una pietas panica: «E Chi è
Dio? — si chiede Natoli — Nessuno lo ha mai visto,
ma come si legge nella prima lettera di Giovanni: “Se ci
amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l'amore di lui in
noi è perfetto”. E allora davvero tutto il mondo
è pieno di dèi».