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Teologia naturale e teologia filosofica
di Andrea Fiamma

«Questa è la causa come Causa sui. Così suona il nome adeguato per il Dio della filosofia. A questo Dio l'uomo non può rivolgere preghiere né offrire sacrifici». Così Martin Heidegger, in un luogo di Identität und Differenz citato da Pietro De Vitiis nel suo contributo pubblicato in questo Teologia naturale e teologia filosofica, addenserebbe quella straordinaria quantità di temi, problemi e vere e proprie aporie — in senso rigorosamente platonico, cioè riferite a più livelli — di cui si è discusso a Chieti il 9 e 10 giugno 2005 in occasione del IV convegno annuale della Associazione Italiana di Filosofia della Religione. L'appuntamento chietino e il volume che ne raccoglie gli Atti toccano le questioni nevralgiche del pensare il divino tramite gli occhi della filosofia della religione: quale il ruolo della filosofia nel pensare il fenomeno religioso? E come porsi dinanzi al progetto della teologia naturale di estrapolare una metafisica, un «teorema» (Sorrentino), una «struttura universale» (Salmeri) dalle differenti tradizioni culturali e religiose?

Il presente volume si apre con una lucida introduzione di Sergio Sorrentino, che illustra come l’appuntamento sia stato pensato come un esercizio di coordinamento e dibattito tra tre importanti orientamenti di pensiero: la teologia naturale, la teologia filosofica e la filosofia teologica. Essi vengono rappresentati e messi alla prova dagli interventi dei relatori Salvatore Natoli, Marco Maria Olivetti, Mario Micheletti, Giacomo Carlo Di Gaetano, Pietro De Vitiis e Giovanni Salmeri. Queste, in ultima analisi, le questioni più urgenti che vengono affrontate all'interno di un libro sul quale, a distanza di poco più di un lustro dalla sua pubblicazione, riteniamo di dover richiamare l'attenzione nella convinzione di potervi trovare ancora (o più di allora) un adeguato strumento «topografico» — come suggerisce proprio Sorrentino — per orientarsi all'interno di queste tre importanti correnti filosofiche. Esse sono declinate tanto nel contesto europeo e continentale che in quello anglofono e analitico, sulla cui scia hanno lavorato in particolar modo Micheletti e Di Gaetano. Il primo si è occupato soprattutto della fioritura della teologia filosofica nell'area angloamericana già a partire dalla seconda metà del secolo scorso, quando, sulla scia dei commenti a Tommaso d'Aquino e Hume, essa veniva intesa come una vera e propria teologia naturale ›1.

Micheletti mostra come il tentativo di schiacciare la prospettiva della teologia filosofica sulla teologia naturale, così caratteristico della speculazione d'oltreoceano, produca conseguenze rilevanti nella stessa concezione del divino, spesso ridotto all'opzione dualista tra un teismo razionalista e un a-teismo radicale. Tuttavia, come nota anche Kretzmann, un atteggiamento critico verso la teologia naturale può essere assunto non soltanto da filosofi atei ma anche dagli stessi teisti, che considerano insoddisfacenti e religiosamente irrilevanti (o persino offensivi nei confronti del divino) tutte quelle risposte date sola ratione al problema-Dio. La stessa problematica di fondo è stata segnalata da Di Gaetano che, concentrandosi sulla lettura di Kretzmann, ricostruisce il filo della teologia naturale riformata a partire da un saggio di S. Cahn fino alle posizioni di Alvin Plantinga. In effetti, come nota bene Sorrentino nelle pagine introduttive, il nodo principale da sciogliere ben prima del tentativo di estrapolare dal religioso una presunta metafisica è riuscire a far chiarezza sul circolo che si crea tra il divino e, appunto, il religioso. Perché in gioco vi è proprio la possibilità stessa di tale epoché: come poter pensare di estrapolare un nucleo razionale dell'esperienza religiosa se gli stessi interrogativi sulla realtà di Dio da un punto di vista della realtà stessa (se e in che modo si dà?), del pensiero (è possibile pernsarLo?) e del linguaggio (è possibile dirLo?) non si offrono sola ratione ma sempre entro il circolo tra religione e divino? In altri termini: in discussione è la possibilità di realizzare il progetto della filosofia naturale nella misura in cui l'esperienza del divino si offre sempre all'interno di un religioso, che non esiste se non in virtù di un divino che è presupposto; ossia, l'esperienza di Dio si offre sempre in un ambito commisto, un ambiente rarefatto nel quale distinguere — e cioè giudicare, quindi dividere (da krisis) — significa farne qualcosa d'altro. Allora forse la questione andrebbe posta nel recupero di tutta la ricchezza del panorama religioso, che non può esaurirsi alla prospettiva teista. Questo è d'altronde il tema dei preambula fidei, ben noto a Tommaso e Scoto, di cui Salmeri ricostruisce brillantemente le posizioni in un'epoca in cui filosofia e teologia non venivano parcellizzate nella molteplicità delle discipline contemporanee ma concorrevano entrambe al rischiaramento dell'esperienza di Dio. Certo, l'una pensando la Causa sui, l'altra chiamandoLo per nome. Su questa stessa distinzione interviene De Vitiis, che con Martin Heidegger e Bernhard Welte si chiede entro quali limiti la filosofia possa approcciare il mistero.

Eppure, non da ultimo, a tenere banco nel volume è l'originale posizione di Salvatore Natoli, a cui Marco Maria Olivetti dedica le proprie note, riassumendola in tre tappe: l'esperire il divino come esclamazione del theòs antecedente ogni concetto; l'ontoteologia, che diventa la storia della teologia cristiana; e infine quel ritorno agli dèi e alla natura nella speranza di ritrovare una pietas panica: «E Chi è Dio? — si chiede Natoli — Nessuno lo ha mai visto, ma come si legge nella prima lettera di Giovanni: “Se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l'amore di lui in noi è perfetto”. E allora davvero tutto il mondo è pieno di dèi».

Note
  1. A questo riguardo rinvio alle numerose recensioni dei testi di Micheletti che sono apparse sul "Giornale di filosofia della religione".

Pubblicato il 14 luglio 2011. Desideri riportare questo articolo su un altro sito web? Leggi le avvertenze.

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