Se il 1989, con la caduta del Muro di Berlino, segna la fine
del mito “dell'autofondazione umana della comunità
e della storia” e ad esso segue la crisi politico-morale
nella quale abitiamo e a partire dalla quale malgrado
tutto pensiamo, per superare la stessa non è sufficiente,
secondo Vitiello, ritornare al 1789, alla Dichiarazione dei
diritti dell'uomo e del cittadino, e di là tentare
di riprendere i temi fondanti del nostro umanesimo, bensì
è necessario riandare alle origini del pensiero europeo,
per comprendere se proprio là non si annidi la radice dell'errore,
quel male necessario che ha caratterizzato la nostra
storia e che ci ha reso ottimisti circa la coincidenza dell’ideale
pensato e del reale attuato, in definitiva circa la possibilità
di realizzare in terra il “migliore dei mondi possibili”.
Attorno a questo nucleo di pensiero si snoda l'affascinante percorso
lungo il quale Vitiello ci conduce con il suo nuovo libro Ripensare
il Cristianesimo, edito da Ananke per la collana di filosofia
diretta da Marco Vozza. Un percorso denso di suggestioni e rimandi
che, partendo dalla classica contrapposizione tra il messaggio
di Cristo e la lettura paolina, attraverso una ricca costellazione
di autori quali Goethe, Kierkegaard, Nietzsche, de Unamuno, Zambrano,
indaga un ambito precluso al sapere, che si affaccia
nella storia a de-costruire gli stessi fondamenti su cui si è
edificata la nostra Europa.
Europa è certamente la nostra storia, ma Europa
è anzitutto la Cristianità, la terra sulla quale
si compie il nostro destino nel segno di Cristo, una
storia destinata, secondo Vitiello, perennemente allo scacco perché
fondata su di una falsa unità. Nella II lettera
di Paolo ai Tassalonicesi (2, 3-10), l'estrema empietà
consiste nel trattenere la manifestazione dell'Anticristo, nel
non farlo apparire. Non infatti l'iniquo era —
è — fonte di perplessità, bensì colui
o coloro che ne impedivano — e continuano a impedirne (qui
tenet) — la rivelazione, poiché una volta apparso
e rivelato nella sua essenza sarà più facile affrontarlo
e vincerlo. L'esempio è il Grande Inquisitore dei Fratelli
Karamazov. Egli è il vero Anticristo che si annida
in ogni cristiano perfetto, in ogni credente che ha la
pretesa di realizzare il Regno di Dio sulla Terra. Egli crede
nella Giustizia terrena, e crede che essa possa realizzarsi nell'amore
cristiano portato a Legge, ma è proprio in questo
Amore che si annida l'Anticristo.
Tó katéchon (qui tenet) è,
nella sua essenza, l'amore perfetto della conciliazione terrena
compiuta nella Chiesa, la quale realizza il Regno di Dio in Terra
trattenendo l'iniquo in questa falsa unità che
fa del messaggio di Gesù una dottrina (morale
dapprima e politica subito dopo). Per recuperare la carica originaria
del messaggio di Gesù e liberarlo dalla praxis
paolina che si realizza nella dottrina della ecclesia, Vitiello
suggerisce di tornare alle radici ebraiche e greche in cui quel
messaggio nasce e prorompe. Se nella tradizione ebraica il Messia
è sempre di là da venire — e come dice Benjamin
"ogni attimo è la porta da cui può entrare
il Messia” — e se inoltre il dio greco Dioniso, figura
centrale della mitologia classica in cui si riassume il senso
esoterico della religiosità greca, rimane sempre al di
là di ogni conciliazione definitiva, come deus semper
adveniens, Gesù, almeno nella lettura paolina che
ha trionfato, si erge come ponte fra l'interiore e l'esteriore,
come sigillo tra il visibile e l’invisibile, perdendo
quella distanza propria del Sacro e facendosi storia
e tradizione. Tuttavia il messaggio di Gesù non coincide
con il Cristianesimo storico deciso da Paolo. Paolo congiunge
ciò che Cristo aveva inteso dividere: Dio dal mondo, la
Fede dalla Legge, l'interiorità dalla esteriorità
e, come scrive Vitiello, “è questo il cristianesimo
che ha trionfato. Il cristianesimo storico, il cristianesimo che
ha fatto la storia, la storia del nostro Occidente. È questa
tradizione che giunge a compimento con Hegel” e con il suo
cristianesimo filosofico. Ma Gesù non vuole l'unità
perfetta, non vuole il Regno di Dio sulla Terra: «Non sono
venuto a portare la pace ma la spada» (Mt. 10, 34-36), non
l'unione di là da ogni divisione, non l'Amore che tutto
unisce, né la fine di ogni conflittualità, bensì
la spada che divide il cielo dalla Terra, Dio dal mondo,
l'interiorità dell'esteriorità, la Fede dalla Legge.
Questo è il messaggio di Cristo e questa l'occasione suprema
per il massimo travisamento perpetrato da Paolo e realizzato filosoficamente
da Hegel. Gesù separa l'esteriore dall'interiore e l'accesso
a quest'ultimo è dato dall'istante nel quale,
recuperando quel “sentimento di dipendenza” che costituisce
la nostra religiosità, accettiamo di abbandonarci alla
volontà del Signore, respingendo quel rapporto orizzontale
con il Dio della Legge degli uomini e anzi recuperando la verticalità
e l'unicità del rapporto col Mistero del Sacro.
Solo nell'infinita distanza tra Dio e l'uomo, Dio diventa
di fatto possibile, solo nell'istante in cui,
come Cristo, rinunciamo alla nostra volontà per
accogliere il volere di Dio: Fiat voluntas tua, sono
queste, per Vitiello, le parole decisive della Croce. Non c'è
in questo libro l'abbandono ascetico al Sacro o una visione pessimistica
e arrendevole della prassi politica, piuttosto v'è il pieno
riconoscimento della necessità della storia, della politica,
del diritto, e assieme la presa di coscienza dei rispettivi limiti,
perché solo nella radicale contingenza della loro necessità
essi hanno valore. Vitiello non teme di cadere così nel
relativismo, lo fa anzi suo ma nella formula di un relativismo
della verità, o meglio delle verità,
che si presentano così «come immagini, solo immagini,
del Mistero del Sacro». Ne consegue un atteggiamento tollerante
e ospitale che accoglie le diverse visioni del mondo e le differenti
religioni in accordo con il senso profondo del messaggio di Cristo,
di un Cristianesimo che in fondo è il pieno «riconoscimento
della religiosità di tutte le religioni», senza che
ciò voglia significare in alcun modo la superiorità
del Cristianesimo rispetto ad altre fedi.