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Religioni e salvezza.
La liberazione dal male tra tradizioni religiose e pensiero filosofico
di Alessandro Paris

Religioni e Salvezza. La liberazione dal male tra tradizioni religiose e pensiero filosofico raccoglie i contributi discussi in occasione del Convegno nazionale “La liberazione dal male nelle tradizioni religiose e nel pensiero filosofico” (Genova, 17-18 novembre 2009). Promosso dalla Associazione Italiana di Filosofia della Religione (AIFR) in collaborazione con il Centro di Studi “Antonio Balletto” di Genova, l’appuntamento si è segnalato per il tentativo di affrontare in chiave interculturale e pluralistica il tema del male nelle principali religioni storiche e nella tradizione filosofica, mirando all’esplicitazione della sua radice ultima e alla individuazione delle diverse prospettive di “liberazione”. A questo fine, attraverso una metodologia interdisciplinare si sono confrontati gli esiti della ricerca storico-religiosa e di quella filosofico-religiosa; e si è tentata una illustrazione concreta e una verifica comparativa delle diverse figure e semantiche del negativo e della sua problematica risoluzione. Il tema della liberazione dai mali e del superamento del male radicale viene così modulato attraverso una pluralità concettuale e cadenzato in una ineludibile pluralità semantica: enigma, ostacolo, scandalo, lacerazione, sete (tanha), male vissuto e male agito sono diverse figure del negativo che interrompono il positivo dell'esperienza mondana e innescano l’invocazione religiosa e la domanda filosofica sull’origine, il senso e il possibile superamento del male. Beninteso, un superamento semantizzato in una molteplicità di vocaboli: risanamento, salvezza, riscatto, redenzione, riparazione, estinzione (Nirvana), e via discorrendo.

La prospettiva degli interventi ci pare risponda all’indicazione proposta da John Hick, secondo cui occorre individuare un concetto filosofico di religione interculturalmente valido e capace di cogliere non un contenuto speculativo astratto ma un nucleo di esperienza concreta a partire dalla quale si possano vedere convergere le diverse religioni. In questo modo sarà possibile affermare «una struttura soteriologica comune» attraverso la quale le religioni «offrono una transizione da uno stato radicalmente insoddisfacente a uno infinitamente migliore» (Philosophy of Religion, 1963), pervenendo a un concetto generale di salvezza/liberazione — cioè di «trasformazione dell’esistenza umana dal centrarsi su di sé al centrarsi sulla Realtà» — che pure assume forme specifiche in ciascuna delle grandi tradizioni. È in tale prospettiva che si collocano i contributi di Sergio Sorrentino e Gerardo Cunico. Il primo argomenta intorno a una struttura trascendentale dell’esperienza religiosa, proponendo tra le altre cose il recupero metodologico delle categorizzazioni classiche in sede di teodicea (male fisico, metafisico, morale) e istituendo la seguente concatenazione: rapporto con il divino - offerta di senso - salvezza - liberazione dal male. Domandandosi inoltre da cosa salvi la religione, Sorrentino articola una riflessione che individua nella avvertita diastasi tra senso e esistenza il punto di partenza per istruire una ricognizione sulle religioni «attraverso un periplo riflessivo dell’approccio ermeneutico alla loro prassi performativa», così da tipizzare un vissuto salvifico in cui viene esperita la liberazione dal male come integrazione tra offerta di senso di provenienza allotria e sua sovradeterminazione rispetto al mondo della vita. Sulla via aperta dalla lezione di Alberto Caracciolo — il quale ha sistematicamente sottolineato il nesso tra liberazione in sede etica, redenzione religiosa e interrogazione propria del pensiero filosofico — si muove invece Gerardo Cunico, il cui contributo è indirizzato a rilevare la pertinenza del tema del male rispetto alla filosofia. Ancorando a una escursione fenomenologica della dialettica "male-redenzione" nelle grandi tradizioni postassiali una ricognizione diacronica, dal pitagorismo al pensiero filosofico contemporaneo, egli identifica nella redenzione (come processo centrato nella dimensione morale o conoscitiva) il perno a cui perverrebbe la tradizione filosofica. Come possibile punto di convergenza tra le proposte più avvertite della contemporanea filosofia della religione, si profilerebbe quindi una soluzione in cui l’impegno morale della lotta contro il male e del perseguimento del bene come dover essere (Sollen), portati al loro estremo, rivendichino e postulino come correlato l’esigenza speculativa e la speranza pratica di redenzione attesa dalla sfera della Trascendenza.

L’intervento di Massimo Iiritano delinea il profilo del pensiero agonale di Sergio Quinzio, nel quale la speranza di liberazione si incrocia con l’individuazione di una frattura intradivina bisognosa di autoriparazione e insieme con il disperante avvertimento umano del possibile fallimento della salvezza cosmico-messianica. Concludono l’apparato filosofico i contributi di Marco Damonte (che illustra incisivamente le diverse posizioni del dibattito teodicale in ambito filosofico-analitico per mostrarne «gli esiti fruibili nel pensiero contemporaneo»); di Maria Rita Scarcella, la quale rileva le suggestioni neoplatoniche nel pensiero di Jankélévic e Pareyson; e infine di Hagar Spano, co-curatore del volume, che nel suo puntuale contributo di taglio storico-filosofico richiama l’attenzione sul contesto illuministico tedesco e — con speciale riguardo al tema della salvezza, quale «nucleo stesso della cosa» religiosa — ricostruisce in particolare il fecondo “dialogo” tra Lessing e Eberhard intorno alla dottrina delle pene eterne, restituendolo all’attenzione generale.

Sul versante storico-religioso il tema del male e della liberazione dal male è più dettagliatamente trattato nei saggi di Alberto Pelissero (Induismo), del rabbino Giuseppe Laras (Ebraismo), di Giovanni Filoramo (Cristianesimo) e di Ida Zilio Grandi (Islam). Tali contributi descrivono bene l’oscillazione che, entro le diverse famiglie religiose, si verifica tra le correnti che accentuano il valore della libertà umana e quelle “teonome”, in cui la salvezza è perlopiù guadagnata nell’affidamento fiduciale al divino. A tal proposito particolarmente illuminante risulta il contributo di Gianfranco Bonola, in cui è presentata la via buddhista alla liberazioni dal male; essa è articolata in tre fasi progressive: l’iniziale terapeutica esistenziale propria della tradizione Theravada, la via speculativo-metafisica della corrente Mahayana e quella fideistico-devozionale della religione del «voto» di Amithaba.

Pur in un quadro necessariamente sintetico il volume si offre come un compromesso piuttosto riuscito tra profondità scientifica e chiarezza espositiva, segnalandosi come un’agile guida fruibile tanto nella didattica universitaria quanto nell’ambito della divulgazione erudita. A tal proposito, sebbene si tratti di Atti di Convegno, non sarebbe stata forse inopportuna una bibliografia finale; inoltre, la trattazione della costellazione religiosa ebraica al cospetto del male avrebbe forse guadagnato maggiore esaustività tenendo conto, tra le altre, della figura del rib suggerita da Paolo De Benedetti nonché delle posizioni del “Post-Holocaust Jewish Thought”.

Questa recensione è apparsa su "Filosofia e Teologia" 1 (2011).
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