Il breve volume raccoglie un intervento di Vattimo tenuto alla
Luiss di Roma nell’ottobre 2007, seguito da alcune considerazioni
di Dario Antiseri che da anni si confronta da filosofo e da cattolico
con il “pensiero debole” (cf. per es. il suo Le
ragioni del pensiero debole, Borla, Roma 1993). Nel suo intervento
Vattimo delinea in sintesi il suo "pensiero debole".
Partendo da un riconoscimento di debito nei confronti di Heidegger
(che «sostituisce alla stabilità dell’essere
dato una volta per tutte qualcosa di molto diverso: […]
ritiene infatti di dover pensare l’essere come evento, come
qualcosa che è esplicitamente contrapposto alla nozione
di essenza») il filosofo torinese sostiene da tempo
che «bisogna liberarsi dalla metafisica, dall’identificazione
dell’essere con le strutture oggettive della realtà»
(p. 5), per costruire un’ontologia dell’attualità
che consideri «gli eventi, cioè l’essere nella
sua datità, nel suo darsi di volta in volta diverso nelle
epoche, nei paradigmi, nelle aperture storiche» (7). Sul
piano etico ciò comporta che non si possa parlare di una
legge naturale, ma solo di una legge convenzionale, fondata sulla
negoziazione e la contrattazione (11), «acquisito il principio
del rispetto reciproco, tutto il resto è convenzione»
(12). Vattimo individua un significato del verbo “potere”
«inteso come una sorta di ammissibilità consensuale,
all’interno del contesto umano in cui viviamo. Un significato
che per esempio mi inibisce di fare tutto ciò che poi mi
impedirebbe di guardare ancora in faccia il mio prossimo»
(16).
Nelle pagine successive Dario Antiseri prende posizione in merito
alle provocazioni di Vattimo. Innanzitutto egli fissa alcuni punti
fondamentali di accordo. Il pensiero debole, lungi dall’essere
una minaccia per la fede, ne apre in realtà la condizione
di possibilità, dal momento che, affinché «il
messaggio religioso abbia lo spazio di ascolto è necessario
che prima vengano distrutti gli “assoluti terrestri”»
(20) quali il positivismo, l’idealismo, il materialismo
dialettico, il neopositivismo, la psicoanalisi, la psicofisica…
tutte illusioni smascherate dal pensiero debole. Tale tesi è
ripresa dalla polemica settecentesca tra Pierre Daniel Huet e
Ludovico Antonio Muratori (22-23): il primo sostiene l’importanza
della «debolezza della ragione» per evitare l’arroganza
e l’ostinazione e per «preparare lo spirito a ricevere
la fede» (25); contro Muratori egli afferma che «tra
una ragione umana che pretende di fondare la fede, e
una ragione che invece più modestamente, ma con maggiore
efficacia teorica, apre alla fede, Huet sta per una
ragione che apre alla fede» (25). Citando Rahner e
Ratzinger l’Autore è per il superamento della filosofia
e teologia neoscolastica che tentavano una fondazione filosofica
della fede e al contempo valorizza l’antifondazionismo
come caratteristica comune a molte correnti del pensiero contemporaneo
(dal razionalismo critico di Popper all’ermeneutica di Gadamer)
capace di mantenere aperto lo spazio della fede: «L’antifondazionismo
è una riconquista razionale dell’idea di contingenza
umana. Una riconquista che, se non fonda la scelta di fede,
certamente non ne cancella la possibilità. In un orizzonte
del genere non si assiste affatto alla “morte di Dio”.
Sono piuttosto scomparse quelle grandi illusioni filosofiche
dove si presumeva di aver cancellato lo spazio del sacro. Non
è scomparsa la grande filosofia, sono scomparse
appunto, le grandi illusioni prodotte dalla presunzione fatale
di una ragione supposta onnipotente. E irreprimibile risorge la
richiesta di senso, la “grande domanda” —
una domanda alla quale la scienza, per principio non potrà
mai rispondere» (39). È così che, con Bobbio,
compito della filosofia diventa quello di «tenere in vita
le grandi domande […]. La filosofia, in breve, ha da “porre
domande, non lasciare l’uomo senza domande, e fare intendere
che al di là delle risposte della scienza c’è
sempre una domanda ulteriore”» (40), poiché
«credere in Dio vuol dire vedere che i fatti del mondo non
sono poi tutto» (43). Per questo Antiseri può dire
che «il pensiero debole non è necessariamente un
naufragio nell’assurdo […] la salvezza non è
una costruzione umana. Ma quel senso che non può essere
costruito può venir invocato. E l’invocazione
è possibile solo nel mondo della contingenza» (45).
Fin qui la concordanza. Poi c’è la critica: Vattimo
sembra appiattire il cristianesimo sulla cultura dominante, togliendogli
il carattere di scelta esistenziale e di convinzione forte e rischiosa:
«Forse che il pensiero debole è in grado di arrivare
a Dio senza dover fare una scelta? Certo, oggi, non ha più
tanto senso contrapporre nettamente fede e ragione. Non si tratta
più di un aut-aut, quanto piuttosto di un et-et.
E, tuttavia, il salto, la scelta “arazionale” tra
Dio e non-Dio resta inevitabile» (53). In fondo il pensiero
debole sembra riproporre una forma di hegelismo debole in cui
il cristianesimo è piegato alle esigenze della cultura:
«Vattimo pensa ad un “Dio amichevole”? Vattimo
torna nella tradizione della chiesa senza voler niente sacrificare
dei suoi standard intellettuali e morali. E gli domando: credi
davvero che il cristianesimo sia una cosa tanto facile, così
accomodante da non richiedere da chi lo abbraccia rinunce e sacrifici,
anche grandi?» (59). Un cristianesimo della “via larga”,
facile, edonistico, conciliante, che è dovunque e insieme
da nessuna parte. Un cristianesimo che non fa i conti con la radicalità
evangelica. È invece davanti al Vangelo che il cristiano
si deve porre ogni volta che vuole capire cosa è bene e
cosa è male: Antiseri sembra suggerire proprio questo,
contro l’idea di una fondazione puramente razionale o naturale
dell’etica, quando in chiusura cita Pascal: «Senza
la fede l’uomo non può conoscere né il vero
bene né la giustizia» (63).
L’Autore raccoglie positivamente la sfida del pensiero
debole alla fede, senza anatemi e pregiudizi, ma ne evidenzia
bene anche il problema di fondo: il rischio di un cristianesimo
che si riduce alla dimensione della kenosis di un Dio
amichevole e conciliante (hegelismo, teologia liberale), ma dimentica
fino a escludere l’irrinunciabile trascendenza
di Dio e dell’oggettiva radicalità del suo Vangelo
di fronte all’uomo (cf. Barth).