Vede la luce per i tipi di Città Aperta il volume La
persona come paradigma di senso. Dibattito sull’eredità
di Mounier, a cura di Sergio Sorrentino e Giuseppe Limone.
Raccoglie gli Atti del Convegno svoltosi fra il 3 e il 5 novembre
2005 presso la Facoltà di Giurisprudenza della Seconda
Università di Napoli. Organizzato dal Dip. di Scienze giuridiche
della stessa Università in collaborazione col Dip. di Filosofia
dell’Università di Salerno, l’appuntamento
dedicato a “Il personalismo di Mounier e la questione della
persona” nel centenario della sua nascita si propone l’ambizioso
scopo di raccogliere «nel fuoco di una comprensione articolata
e possibilmente unitaria la complessa eredità mounieriana»
(p. 8). Un’eredità «complessa» perché,
com’è noto, la sua ricezione investe oltre al piano
strettamente teorico una rilevanza che è di tipo marcatamente
politico, sociale, storico. In virtù di tale duplice valenza
tanto più proficuo appare il tentativo di cui il volume
rende testimonianza: ripercorrere i tratti salienti del pensiero
di Emmanuel Mounier, esibendone «la ricchezza di futuro
e l’impensato» (p. 11) nel contesto della «crisi
del senso» (p. 9) esperita dal mondo globale contemporaneo.
All’uomo postmoderno, bisognoso di criteri e nuovi orientamenti
per la riconfigurazione del proprio orizzonte teorico-pratico,
la nozione di persona — perno attorno al quale ruotano le
riflessioni condotte nel presente volume da studiosi dalle diverse
estrazioni — si presenta, appunto, quale «paradigma
di senso» atto a inaugurare un’autentica rivoluzione
«dell’assetto complessivo dell’ethos
umano» (ibid.).
Del “personalismo comunitario” di Mounier —
nelle parole dei Curatori, formula «facilmente soggetta
a consunzione nell’uso reiterato e banalizzato» (p.
8), e tuttavia efficace nel suo ufficio di sintesi — si
mette in luce nel testo una assai vasta gamma di aspetti. In primo
luogo vi si profilano in una fruttuosa polarità quei due
versanti, appena ricordati, la cui sintesi si può dire
costituisca la cifra della figura di Mounier: lo spessore teoretico
e euristico, da un lato, la portata politico-progettuale, dall’altro.
Se il primo affiora più nitidamente nei contributi dei
Curatori, il secondo sembra innervare a diverso titolo le restanti
relazioni. L’auspicio formulato da G. Campanini di un ritorno
al personalismo comunitario — elaborato da Mounier a partire
da Révolution personnaliste et communautaire (1933-35)
fino a Le Personnalisme e condizionato tanto dall’ambiente
francese (specialmente da Charles Péguy), quanto dal pensiero
filosofico e sociologico tedesco del primo Novecento (Tönnies,
Scheler, Landsberg) — si coniuga, nei contributi di L. Nicastro
e A. Danese, con la visione del personalismo quale alternativa
alle derive individualistiche del liberalismo, nell’un caso,
e ispirazione per una «democrazia federalista» (p.
197) e solidale di tipo “ascendente”, nell’altro
(ove confluisce, oltre al debito mounieriano, l’influsso
di pensatori quali Maritain e De Rougemont). Uno scorcio dell’intricata
vicenda politica di cui Mounier è protagonista è
quanto offrono invece N. Bombaci e A. Savignano: l’uno descrive
la funzione anti-ideologica del personalismo mounieriano nel confronto
con il fascismo, l’altro ne analizza il rapporto con la
cultura spagnola (Unamuno, Bergamín) nel quadro degli eventi
legati alla guerra civile, nonché l’elaborazione
in merito al tema, caro a Unamuno come alla Zambrano, della Agonie
du Christianisme (titolo del saggio apparso per la prima
volta su «Esprit» nel 1946), ossia del ruolo rivestito
dalla religione cristiana nella drammatica esperienza storica
attraversata dall’Europa nella prima metà del Novecento.
La storia politico-culturale di Mounier è fatta però
non soltanto di azioni, di opere e scambi intellettuali, bensì
anche di incontri indiretti, ancorché proficui (per es.
nel contributo di Tahar Ben Guiza con la cultura arabo-islamica),
e di incontri mancati, come quello con Luigi Sturzo, oggetto del
saggio di Festa. Vi si prende in esame in particolare il "bolscevismo
bianco" sturziano in quanto proposta teorica affine al “socialismo
bianco” di Mounier: anche quest’ultimo rappresenta,
come il popolarismo di Sturzo, una “terza via”, cattolica
e democratica, «tra capitalismo e collettivismo» (p.
111), sebbene investita di un compito più specificamente
«profetico di minoranza» (p. 123).
In secondo luogo, ciò che nel volume emerge della visione
mounieriana è il suo esser parte di quello snodo storico-concettuale
che determina lo sviluppo della nozione di persona: il passaggio
dal paradigma sostanziale al paradigma soggettivo o «fenomenologico-antropologico»
(p. 47). Per il superamento del modello “sostanziale”,
decisivo risulta il dibattito sollevatosi in aetas kantiana,
di cui Sorrentino nel suo denso saggio offre un prezioso spaccato
attraverso l’analisi della concezione giovanile schleiermacheriana,
maturata nel confronto con Kant e Jacobi e affidata in particolare
allo scritto Spinozismus. In tale contesto, i due versanti
cui facevamo riferimento in apertura rappresentano a ben vedere
non soltanto momenti speculari e sincronicamente coesistenti nel
percorso di Mounier, ma proprio le fasi diacroniche che scandiscono
la sua parabola di pensatore: «Una prima fase in cui vige
l’istanza della purezza dei valori e dell’ideale»
e una seconda «in cui si afferma l’esigenza dell’efficacia
storica del valore» (p. 51). Tre sono in particolare, per
Sorrentino, le definizioni o «approcci concentrici»
(p. 52) che si condensano nella nozione mounieriana di persona:
l’attualità, la relazionalità e l’attuosità
realizzativa — cui corrispondono altrettanti livelli (ontologico,
associativ, etico-politico) dell’«ontologia antropica»
(p. 51). Emerge a partire da essi la pregnanza della questione
della libertà: dall’oscillazione tra le sue due accezioni — quella genetica di “datità” e quella
etico-assiologica di “liberazione” — si produce
infatti quell’esercizio della sapienza che fa della persona
il «cuore fenomenologico» (p. 56) la cui prerogativa
essenziale consiste nella facoltà di trarre «dal
proprio grembo d’essere i valori» (ibid.).
Nell’insieme dei contributi presentati si invera così
l’ispirazione più profonda del volume: la volontà,
ben espressa da Limone, di andare con Mounier oltre Mounier stesso.
Limone propone altresì una vera e propria «analitica
dei paradossi» (p. 16), attraverso cui si vuole mettere
in rilievo proprio la «virtuosa produttività»
(p. 18) della contraddizione, dell’«eresia teoretica
che la persona custodisce» (p. 12). Se aporie molteplici
si schiudono infatti nel passaggio dall’uno all’altro
dei livelli che vi sono implicati (esistenziale, epistemologico,
assiologico), la persona residua come «la nuova misura»
(p. 29) che, presentandosi con il tratto dell’irriducibilità,
si costituisce quale «atto di esistere unico, nuovo, relazionato
e profondo» (ibid.). Qui viene forse in chiaro il significato
precipuo di «quel grumo di concretezza che è la persona»
(p. 9) per Emmanuel Mounier. Risulta significativo in proposito
il giudizio, reso da Carlo Bo e citato da Festa, sul destino del
lascito intellettuale mounieriano: «Non conta che il suo
personalismo sia stato spesso malinteso o dimenticato… mentre
conta moltissimo e soprattutto che Mounier ci appaia ancora oggi
come l’uomo che ha saputo servire fino in fondo la sua coscienza
senza cedimenti e senza superbia» (p. 129). Il «paradigma»
cui si allude nel titolo si traduce in ultima istanza, nel suo
significato originario e strettamente etimologico, come “esempio”
o “modello”, libera e inoggettivabile testimonianza,
capace di fungere per la coscienza contemporanea da irriducibile
pungolo critico.