Il volume che viene qui presentato raccoglie il contributo di
alcuni studiosi del pensiero girardiano che con esso hanno voluto
intessere un dialogo ermeneutico sul grande tema del
male e della sofferenza che contraddistingue insanabilmente l'esistenza
umana. Sette contributi che costituiscono altrettanti angoli visuali
dai quali osservare la fecondità del pensiero girardiano
nel contesto della riflessione contemporanea; un mosaico che ci
restituisce, in assoluta vividezza, l’originalità
della meditazione del grande Maestro e le possibilità ermeneutiche,
approfondite e per certi versi sinora inesplorate, che il suo
pensiero offre non tanto alla soluzione dei problemi tradizionali
della teodicea, quanto piuttosto alla rivelazione dei meccanismi
che producono e perpetuano il male ben al di là della sua
consistenza archetipica. Certamente non è impresa di poco
conto: "rivelare" il meccanismo mimetico quale
fondamento della violenza costitutiva delle società umane
non significa farne un’inesausta descrizione — per
la quale, d’altronde, è più che sufficiente
la letteratura universale — piuttosto permetterne l’espulsione
come in una sorta di terapia psicoanalitica per cui, una volta
riconosciuta la causa patologica della malattia, ne risulta guarito
parallelamente anche il sintomo.
Prendendo segnatamente in esame i singoli contributi ci appare
centrale quello di S. Morigi (Un essere “vuoto di essere”,
“morale e risolutamente manicheo”. Il demoniaco e
la demonologia come “sapere paradossale” in René
Girard), sia per completezza che per originalità della
trattazione. L’autore ci guida in una puntuale lettura in
chiave demonologica della teoria mimetica. Se la «fenomenologia
più rigorosa conduce alla demonologia, il mimetismo violento
e vittimario (quale fenomeno più essenziale dell’umano)
viene espresso dalla demonologia evangelica nel modo più
icasticamente adeguato, come Satana» (222). Ne risulta che
il linguaggio dei demoni nasconde una forza epistemica assoluta,
rivelativa di quel mimetismo violento e vittimario di cui Satana
è simbolo eccellente. È così che il simbolismo
demonologico diviene un «sapere incomparabile», capace
«di riunire in un'unica entità sia la forza di divisione,
la potenza generatrice di ogni disordine, sia la potenza di unione,
la potenza ordinatrice del sociale». Satana, dunque, nella
lettura girardiana, appare come icona del meccanismo violento
e vittimario cui si oppone l’opera demistificatrice del
lógos del Cristo, che nei Vangeli è impegnato
a rivelare il demoniaco nei termini di scandalo mimetico. C’è
una «festa di luce rivelativa che si irradia dai vangeli»
(225) e che i loro stessi protagonisti spesso non colgono o colgono
in forma solo potenziale, quasi embrionale, in quanto immersi
anch’essi nelle logiche del mimetismo vittimario. Solo il
Cristo, con la sua Parola rivelatrice e, soprattutto, con la perfezione
del suo sacrificio, ha “distrutto in se stesso l’inimicizia,
ed è venuto a annunziare pace” (Ef. 2,16-17). Rivelando
il meccanismo violento e diabolico del capro espiatorio, Egli
«pone fine al sacro» e inaugura una vitalità
agonica contro le forze del male destinata a perdurare sino all’ultimo
giorno. Su questa linea la teoria mimetica e il simbolismo demonologico
vengono ad integrarsi anche sul piano lessicale nei termini di
"possessione", "ossessione" e "espulsione".
Evidentemente il tema della possessione richiama in filigrana
quello del desiderio triangolare, per il quale il desiderante
— aspirando all’oggetto del desiderio del suo modello
— tende al possesso di una pienezza d’essere di cui
si sente privo. In questo senso il desiderio triangolare può
dirsi "metafisico" poiché tradisce una sete d’essere
mai completamente sopita. Così anche il Demonio, «parodista»
per eccellenza, esplicitandosi nella forma della possessione,
rivela la sua ontologica carenza d’essere, per cui il tentativo
di elevarsi ad una perfezione ontologica e ad una purezza angelica
costituisce, al contrario, il suo precipitarsi agli inferi. La
sua ontologica carenza d’essere lo rivela privo di essenza
e lo qualifica, paradossalmente, come un nulla entitativo (196).
Ogni desiderio di elevazione spiritualistica costituisce, per
Girard, il tradimento di una "fedeltà alla terra"
che sola mantiene quell’ancoraggio alla fonte dell’essere
che è costitutiva dell’incontro rettilineo e orizzontale
con l’altro. Soltanto nella superficie della terra «sulla
quale abitano gli altri nella variegata concretezza e singolarità
dei loro volti» permane tutta l’umana partecipazione
all’essere. Temi cari, questi, anche al personalismo di
un Mounier, da cui deriva il sospetto per ogni perfezione spirituale
disincarnata, finanche al Ricoeur per cui l’io
diviene un sé solo attraverso la sussunzione della triplice
forma dell’alterità. Ma è nella "ossessione"
che il desiderio triangolare si rivela radice di ogni violenza
mimetica. La primitiva adorazione del modello diviene odio finalmente
esplicito che tradisce una insana e segreta adorazione dell’altro.
Il desiderante viene paralizzato, ossessionato dal modello che
per un verso lo attrae e per l’altro lo respinge, costretto
a "recalcitrare all’infinito contro il pungolo".
E qui viene ad innescarsi una spirale di violenza che si alimenta
dal misconoscimento di se stessa e che traduce la mímesis
in pólemos (178): desiderante e modello divengono
"doppi violenti e mimetici" che non fanno altro che
aumentare il livello e reificare la violenza dello scontro. L’uscita
dalla spirale distruttiva di tale mimetismo avviene - ed è
una delle peculiarità del pensiero girardiano- attraverso
il meccanismo del capro espiatorio per cui, quando la violenza
rischia di distruggere le società umane risulta normale,
per quanto paradossale, il ricorso all’individuazione di
una vittima che plachi il "tumulto dei popoli". In questa
direzione «la nascita del religioso e del sociale risultano
contestuali ed inscindibili» (187) per cui Girard parla
di un «ordine necessariamente demoniaco» nella costituzione
di ogni società. Solo il cristianesimo si pone come «fine
del sacro» perché svela il meccanismo vittimario
indicando nel Cristo la vittima innocente, l’unica al di
fuori — perché al di sopra — del mimetismo
violento. La rivelazione evangelica è disvelamento del
meccanismo vittimario. Eppure negli episodi di esorcismo sembra
che il Cristo usi ancora il linguaggio arcaico della mitologia
demonologica e continui il rituale dell’espulsione violenta
del demoniaco attraverso la logica del capro espiatorio, di cui
emblematico risulta l’episodio dell’indemoniato geraseno.
Sono pagine salienti, queste, nelle quali Morigi analizza con
raffinatezza l’«espulsione dell’espulsione»,
ossia il profilarsi paradossale di una violenza divina rivale
di quella satanica (207). Dio e Satana sono, dunque, dei doppi
mimetici? Per uscire da questa impasse occorre aver bene
chiaro il fatto che il cristianesimo non è una ‘religione
del libro’: in esso la Scrittura non "riflette"
semplicemente il meccanismo vittimario come accade nella letteratura
mitologica, piuttosto lo ‘rivela’ iniziandone parallelamente
la decostruzione. Un cammino talora lento e difficoltoso che il
Cristo porta avanti nonostante debba adattarsi alle logiche, ancora
legate al mimetismo, che gli stessi discepoli mettono in campo.
Per questo il linguaggio esorcistico deve essere inteso come una
concessione a quel sistema di rappresentazione che pure il Vangelo
stesso combatte (213). Le espressioni demonologiche dei vangeli
sono una sorta di linguaggio parabolico che invita alla sua stessa
trasformazione in "vero sapere": Scriptura crescit
cum legente. L’azione evangelica ha esercitato e sta
esercitando in profondità la sua influenza negli eventi
della storia umana: lo spirito scientifico, addirittura la morte
di Dio e l’atesimo moderni sono il frutto della pervasività
dello spirito a-sacrale del messaggio redentivo. In questo senso
l’apocalisse è soltanto un lento dipanarsi nel tempo
delle conseguenze anti-mimetiche della croce del Cristo.
Il saggio di P.D. Bubbio (cur. del volume insieme a Morigi: Secolarizzare
il male. La teoria mimetica e L’Adolescente di
Dostoevskij) ci ricorda che sono le opere romanzesche, molto
più dei pensieri filosofici, a svelare la natura del desiderio
metafisico e, dunque, del male. Per questo Girard, tra i grandi
romanzieri, ha dimostrato un’assoluta predilezione per Dostoevskij.
Tra le opere dello scrittore russo, Bubbio prende in esame L’Adolescente,
infatti «l’intero romanzo è pregno di mimetismo»
(18). Nell’analisi delle vicende del romanzo viene enucleandosi
ben presto la struttura concettuale del pensiero girardiano per
cui il male risiede nel mimetismo stesso. Ma nonostante la pervasività
del desiderio mimetico, Satana rimane comunque, agostinianamente,
un «essere diminuito», senza una vera consistenza
ontologica. Se così non fosse, e lo si volesse intendere
quale principio opposto al bene, esso risulterebbe immediatamente
‘sacralizzato’ e, conseguentemente, indispensabile
alle vicende umane quale capro espiatorio o, addirittura, doppio
mimetico di Dio. In ciò risiede la ossessiva volontà
del male di presentarsi nelle forme di una consistenza ontologica
che perpetuano l’idea di una sua inespugnabilità
storica. Al contrario è proprio la finale de L’Adolescente
a farci rigettare tale teorema: non vi è, infatti, una
lotta titanica tra Bene e Male e non si incontra nessuna "cacciata
agli inferi": «la vittoria del bene avviene pacificamente,
attraverso la conversione dei cuori dei personaggi» (35).
Perciò la sconfitta del male nella forma della conversione
dei cuori sconfessa la consistenza ontologica del male e corrobora
la diminutio boeni agostiniana. Il male radicale è
il mimetismo che rende malvagio l’uomo nonostante la sua
originaria bontà. Un male non ontologico, quello mimetico,
seppur radicale nella forma satanica di un "parassitismo
dell’ordine"; un male che può essere secolarizzato
e demistificato nella misura in cui viene riconosciuto
nell’uomo ed esplicitato attraverso la sua responsabilità:
questo il messaggio finale dell’autore del saggio, che però
si riferisce quasi esclusivamente al male morale.
I contributi di F. Casini (Male metafisico, verità
romanzesca e vocazione vittimaria nell’opera di Victor Hugo),
di G. Fornari (Mediazione oggettuale. Girard, Bataille e una
nuova teoria dell’oggetto) e di A. Gonzi (Jules
De Gaultier e René Girard) intendono presentare le
possibili letture girardiane dell’opera di Hugo, Bataille
e De Gaultier. Casini sottolinea che «il male ontologico
attraversa l’esistenza e l’opera di V. Hugo»
(42), sino a veder rispecchiate nelle opere dello scrittore talune
importanti rivalità mimetiche che contraddistinsero il
suo rapporto con il fratello Eugène. Il tema dei fratelli
nemici diviene, in effetti, una tematica ossessiva della produzione
hugoliana. La medesima dinamica verrà a instaurarsi anche
tra Sainte-Beuve, critico entusiasta-mimetico e poi antagonista
amoroso di Hugo e così via in un percorso che vedrà
un’escalation di follia mimetica connotare l'intera
vita di Hugo. È così che «il pullulare delle
immagini legate all’animalità, i doppi, i triangoli,
la scelta del grottesco, l’uso stesso delle antitesi, del
paradosso, dell’ossimoro riflettono un universo spirituale
turbato dal male ontologico, dalle prigioni e dai labirinti del
sottosuolo mimetico» (61). Ne deriva un universo letterario
in cui predomina un campionario vastisismo di vittime che Girard
interpreta quale «combustibile ideale per alimentare il
meccanismo del capro espiatorio». Tale predominante vittimizzazione
all’interno dell’opera hugoliana viene letta dal Girard
come una manifestazione estetica legata all’aggravarsi del
suo personale male metafisico, stadio terminale in cui si troverebbe
il suo spirito esacerbato. È solo nel contesto dei Misérables
che si registra una possibile uscita dal mimetismo grazie all’adesione
al modello salvifico del Cristo: «Satana-Hugo convertito
in fondo all’abisso, che implora il perdono divino e rinuncia
all’autodivinizzazione, indica la via d’uscita dal
labirinto mimetico e dalla malattia ontologica» (71).
A. Gonzi recupera la riflessione di un autore piuttosto dimeticato,
Jules de Gaultier, che invece si dimostra abbia influenzato la
prima produzione girardiana. In Menzogna romantica e verità
romanzesca Girard, a sostegno della sua ipotesi interpretativa
di Flaubert, cita di sovente Le Bovarysme di Gaultier.
In questa direzione il bovarismo è visto come «una
deficienza essenziale di costanza di carattere e di originalità
personale» (115) per cui il desiderante, non essendo in
grado di eguagliare il modello, sostituisce alla sua persona l’immagine
del modello agognato finendo per rinunciare alla verità
della propria esistenza. Così il discepolo «crede
di desiderare in modo spontaneo, autonomo, rettilineo quando,
invece, è caratterizzato dalla "mediazione interna"»;
la sua è una trascendenza deviata (119). Gonzi, però,
individua anche i limiti di una equiparazione troppo serrata tra
l’universo gaultieriano e il mimetismo girardiano, e in
questo ci sembra risiedere il merito del suo saggio. Innanzitutto
il modello in Gaultier, a differenza di Girard, è una proiezione
psicologica del discepolo e non sussiste nella forma di una esistenza
reale. Ma, soprattutto, l’umanità gaultieriana è
destinata a rimanere sotto lo scacco del bovarismo, imprigionata
nel sottosuolo e mai affrancata dalla menzogna. Nemmeno la morte
libera dalla generale finzione dell’universo, laddove al
contrario in Girard essa rimane l’ultimo sentiero di liberazione,
di apertura all’alterità e di "fedeltà
alla terra". Ugualmente la funzione liberatrice dal meccanismo
mimetico che in Girard si svolge attraverso l’arte, in Gaultier
ha come risultato un nuovo ancoraggio allo spettacolo illusorio
del mondo. Ma soprattutto Gaultier «rifiuta qualsiasi modello
etico» (125): i sistemi morali sono finzioni, l’unica
‘morale’ concessa agli uomini è quella della
consapevolezza intellettuale. «Per Gaultier non esiste un
luogo autentico: la realtà è, irrimediabilmente,
una finzione, la vita una menzogna» (129). Pertanto la distanza
tra Gaultier e Girard potrebbe rimanere insanabile, nel senso
che per il primo si tratta di prendere atto di una "orizzontalità"
ineliminabile, mentre nel secondo si profila una trascendenza
verticale come recupero di un "desiderio rettilineo".
Il contributo di G. Fornari prende l’avvio dalla costatazione
della «mancanza di un ruolo adeguato e di uno statuto specifico
riconosciuti all’oggetto» nella teoria girardiana
(77). Girard si concentra troppo presto sul ruolo del mediatore
trascurando il rapporto di gravitazione oggettuale della mediazione.
La prima finalità del desiderio umano è quella di
possedere gli oggetti, impossessarsi della realtà. «Si
può sostenere che l’estromissione dell’oggetto
caratterizzi una parte consistente della cultura francese del
XIX e XX secolo, una cultura segnata da quella gigantesca "negazione
oggettuale" che sotto più di un aspetto è la
rivoluzione del 1789» (91). In questa direzione il modello
è strumento di conquista dell’oggetto e non —
girardianamente — il contrario. Nel sentiero teso al recupero
dell’istanza realistica Fornari scegli come compagno di
viaggio Bataille «come assolutamente rappresentativo delle
tendenze a derealizzare l’oggetto del desiderio» (92).
Il desiderio per eccellenza in Bataille è l’erotismo:
il possesso erotico della donna non è semplice desiderio
di un oggetto esterno, piuttosto la esteriorizzazione di alcunché
di interiore che il soggetto vi proietta. Così Bataille
«assimila immediatamente oggetto e modello, li fa per così
dire implodere in quella che Girard chiamerebbe mediazione interna»
(94). Niente più oggetto, quindi, ma nemmeno soggetto,
piuttosto «breccia spalancata tra l’uno e l’altro
e, nella breccia, il soggetto, l’oggetto sono dissolti,
vi è passaggio, comunicazione, ma non dall’uno all’altro.
L’uno e l’altro hanno perso l’esistenza distinta»
(98). Quindi l’oggetto, una volta comparso viene immediatamente
distrutto; si può parlare, pertanto, osserva accortamente
Fornari, di "sacrificio dell’oggetto". L’oggetto
è stato accessibile grazie alla mediazione divina che lo
ha consegnato all’uomo: esso «è posto in essere
da una relazione, quella che Dio decide di stabilire con il mondo
creato» (101). In effetti il Creatore genesiaco consegna
l’oggetto all’uomo per mezzo della sua nominazione.
Ma il vero "oggetto" che gli viene consegnato è in definitiva
la divinità stessa; l’uomo, desacralizzando la mediazione
divina, ha distrutto contestualmente l’oggetto. Così
la ‘morte di Dio’ è anche il sacrificio dell’oggetto.
Ma il cristianesimo è la religione della crocifissione
e resurrezione di ogni possibile oggettualità. «Solo
la definizione della morte di Cristo come sacrificio consente
il recupero dell’oggetto, per il motivo che è il
sacrificio la condizione in virtù della quale l’umanità
vi ha avuto accesso… la vera mediazione oggettuale è
quella esemplata su Cristo» (102).
Come riflettere sul male dopo il fallimento delle teodicee razionali
è la riflessione che guida il saggio di M. Kirwan (Fuori
dalle città, tra le città: René Girard e
il male radicale). Egli sceglie come compagna di viaggio
la filosofa politica Gillian Rose. Partendo dalla costatazione
che l’approccio al problema del male in Girard ha ormai
abbandonato l’impostazione teodicale classica, l’Autore
ripropone la lettura girardiana del libro biblico di Giobbe.
Egli «è un capro espiatorio mancato» a causa
della sua protesta risoluta d’innocenza. «A essere
in gioco qui è la controversia tra due concezioni della
divinità: in un caso la divinità è concepita
come il tiranno mitologico che ha nei persecutori di Giobbe i
suoi campioni, nell’altro la divinità è il
Dio degli oppressi e degli emarginati. Una volta che ci si è
resi conto che solo il secondo è reale, allora le sofferenze
di Giobbe sono attribuibili solo alla sua stessa comunità,
e non a Dio o a Satana» (144). Girard, in definitiva, vede
la protesta di Giobbe, ma soprattutto l’assoluta innocenza
del Cristo, come la chiave per rompere il circolo persecutorio
ed uscire dai "confini della città" per seguire
la vittima "fuori dalle mura", la sola che può
sussurrare un discorso non-filosofico capace di inaugurare un
impegnativo sentiero di riflessione sulle responsabilità
e sulle conseguenze effettive del male morale. Certo questa impostazione
poggia sull’abilità umana di differenziare le motivazioni
di un male occorso, siano esse naturali, umane o sovrannaturali;
abilità conquistata con immensa difficoltà e frutto
di un modo di ragionare trasformato radicalmente perché
storicamente permeato dal messaggio del testo evangelico.
Ultimo, ma non ultimo, il saggio di A. Signorini che
prende l’avvio dalla lacerante domanda, forse veramente
priva di ogni risposta, sul male innocente dei bambini. Qui il
mysterium iniquitatis è destinato a infittirsi
ma ha comunque il merito di mantener desta la domanda sul male
i cui tentativi di risposta paiono sempre né soddisfacenti,
né pacificanti. La risposta, per quanto scandalosa, viene
allora dal crocifisso, perché «quella morte in croce,
la più ignominiosa e degradante, sigilla la derelizione
di un Dio che si consegna impotente alla libertà omicida
dell’uomo» (257), per cui «l’unico Dio
che si possa ancora invocare è… colui che è
il più solitario, che di tutti i sofferenti è l’assolutamente
primigenio, colui che più di tutti ha bisogno di conforto»
(259). Meglio dunque un Dio debole e impotente, che soccomba al
male insieme all’uomo, rispetto al dio onnipotente della
teodicea? Un Dio morto in croce piuttosto che gloriosamente risorto
il terzo giorno? Forse in linea con questa predilezione si comprende
il silenzio nella predicazione odierna del tema della resurrezione.
Occorre, invece, secondo Signorini l’audacia di una nuova
parresía che esuli dall’affrontare il problema del
male sine Deo o contra Deum, piuttosto in Deo
et cum Deo.
Il testo costituisce un originale contributo alla riflessione
sul male a partire dalla speculazione girardiana. In esso gli
autori dei vari saggi, pur tracciando percorsi di riflessione
diversi intorno alla disputata quaestio, si riuniscono
nel medesimo sentiero di una meditazione il cui merito più
rilevante consiste nel prendere le distanze dall’impostazione
teodicale classica, per reinterpretarne con audacia le domande
e ridefinirne gli esiti.