Il volume La libertà in discussione comprende
i saggi scritti da alcuni giovani studiosi iscritti alla Associazione
Italiana Filosofia della Religione (AIFR). I saggi focalizzano
la nozione di libertà così come essa, a partire
da Kant, è stata sviluppata da grandi filosofi degli ultimi
due secoli: Schelling, Kierkegaard, Heidegger, Marcel, Rosenzweig
e altri. Come avverte Sergio Sorrentino in apertura, «la
libertà si presenta al pensiero quale enigma e paradosso.
Intraprendere il compito di ripensarla assume grande rilevanza
in un’epoca come quella attuale, in cui si assiste alla
"eclissi della nozione stessa di libertà" e allo
"esaurimento dello spazio di libertà nel nostro mondo
e nella nostra società globalizzata» (pp. 7-8). Si
ha difficoltà a credere che, in un contesto sociale ove
i comportamenti sono sempre più pesantemente condizionati
dai modelli proposti dai mass-media, possa irrompere l’evento
della libertà. Oggi è in crisi — e non solo
per la rage antihumaniste di certi indirizzi di pensiero
del Novecento — l’autocomprensione dell’uomo
quale "titolare di attività in grado di produrre una
invenzione di senso; che è poi quanto dire di realizzazione
dell’umanità dell’umano, di attuazione delle
sue possibilità e della sua dignità non negoziabile,
di sottrazione dell’agente umano (individuale e/o collettivo)
alla coazione dei meccanismi politici, psicologici e sociali,
di controllo, regolazione e orientamento della dinamica di bisogni
e interessi" (p. 8).
La libertà — osserva Sorrentino — si predica
con riguardo all’agire umano e alla «intera sua sfera
di strutturazione: l’agire come possibilità/facoltà,
l’azione come atto/attuazione di quella possibilità/facoltà,
la situazione, ossia il continuum contestuale in cui
l’agire si sedimenta e in qualche modo si oggettiva, si
stabilizza e si rende durevole, costante» (pp. 9-10). In
virtù dell’atto libero l’uomo produce il suo
proprio ethos: ove questo sorge — quale «insieme
delle produzioni dell’operatività umana e della loro
sedimentazione oggettiva» (p.12) — si afferma al contempo
la consapevolezza della libertà. Questa concerne un atto
non predeterminato da fattori estranei all’agente, il quale,
proprio in quanto essere libero, «si demarca dagli altri
enti agenti nel mondo, siano essi riconducibili alla res extensa
o alla res percipiens» (p. 13). L’operatività
libera esplica un conato, una potenza che prende in considerazione
molteplici possibili "oggetti del desiderio" e, con
riguardo a essi, opera una selezione, pondera e decide. Essa è
legata all’intelligenza, la quale conferisce al conato la
sua intenzionalità, che è indirizzo e orientamento,
la Gesinnung nella terminologia kantiana. Conato e intelligenza
confluiscono nell’atto libero, connotato dalla responsabilità,
poiché in grado di rendere ragione di sé, e dalla
imputazione, in forza della quale l’agente si fa carico
delle conseguenza del suo operare. Inoltre, l’atto libero
costituisce l’agente quale essere dotato di autonomia, capace
di esplicitare un proprio nomos, e di dignità, cioè
di uno «statuto ontologico non alienabile né negoziabile…
con alcun altro ente di questo mondo» (pp. 16-17). Tra gli
esseri si delinea pertanto un «ente corredato di valore,
impiantato sull’asse del senso» e «la cui anima,
cioè la cui forma di esistenza, non ha prezzo, e dunque
non ha un controvalore neppure nella totalità dell’essere
nel mondo» (p. 17). In sintesi, come recita il titolo del
saggio di Sorrentino, la libertà è "interfaccia
tra la persona/individuo, vale a dire l’agente intelligente,
e il mondo in cui erompe l’azione e il comportamento eticamente/
culturalmente positivo e rilevante oppure negativo e ridimensionante
riduttivo" (ivi).
Nel primo dei saggi contenuti nel libro, Tra vincolo epistemico
e realtà pratico-dogmatica. Note sulla Freiheitslehre
trascendentale, Hagar Spano propone un articolato excursus
sulla nozione di libertà in Kant, non mancando di rilevarne
le irrisolte aporie. Come è noto, nella Critica della
ragion pura Kant osserva che la realtà del libero
agire è «dimostrata mediante una legge apodittica
della ragion pratica», la libertà stessa appare come
la «chiave di volta dell’intero edificio di un sistema
della ragion pura, anche della speculativa» (cit. a p. 23).
Senza la libertà non si darebbe, nell’interiorità
della coscienza, neppure la legge morale. Quest’ultima si
può pertanto considerare come la ratio cognoscendi
della libertà, che viceversa assurge al rango di ratio
essendi della legge morale. Come il filosofo di Königsberg
scrive nella Fondazione della metafisica dei costumi,
affermare che la volontà è libera equivale a dire
che è sottoposta alla legge morale. E una parte non trascurabile
dell’impegno speculativo di Kant è volta a saldare
la frattura che si instaura nel suo stesso pensiero tra carattere
empirico e carattere intelligibile del soggetto umano, nonché
tra natura e libertà. Nella Critica del giudizio
egli intende appunto istituire un rapporto tra natura e libertà,
ravvisando nella natura un finalismo analogo a quello proprio
della ragion pura pratica. Ancora, nella Fondazione sottolinea
come nello stesso soggetto si debbano pensare come «necessariamente
riunite» libertà e necessità naturale, ognuna
delle quale assume un diverso profilo di visibilità a seconda
che l’uomo sia considerato partecipe del mondo intelligibile
o dell’ambito della natura. La dialettica della ragione
— esplicandosi tra la libertà del volere e la necessità
naturale — deve avvalersi talora del concetto di libertà,
talaltra di quello di natura. La libertà attiene a una
singolare forma di casualità, peculiare di un essere razionale;
proprio in quanto libertà, tale casualità «può
essere efficiente indipendentemente da cause esterne che la determinino»
(Kant, Fondazione della metafisica dei costumi, cit.
a p.25). Nell’opera, la libertà del volere costituisce
il punto di avvio dell’indagine morale, mentre nella Critica
della ragion pratica la ricerca trae origine dalla consapevolezza
della legge morale quale “fatto della ragione”, e
proprio a partire dalla ricognizione di questo Faktum
è possibile dedurre una volontà realmente libera
nel soggetto umano. Hagar Spano ricorda a ragione che già
alcuni decenni prima, negli scritti risalenti al periodo precritico,
la Freiheitsfrage impegnava il pensiero di Kant. Lo studioso
ne rintraccia le modalità in Principiorum primorum
cognitionis metaphysicae nova dilucidatio (1755), ove l’autore
tedesco critica prospettive filosofiche quali l’arbitrarismo
e l’irrazionalismo con riguardo ai criteri ispiratori della
condotta umana. Come è stato autorevolmente osservato,
non si possono comprendere adeguatamente gli esiti dell’etica
kantiana se non si considera «l’origine insieme razionalistica
e naturalistica del problema della libertà nella Nova
Dilucidatio e le preoccupazioni antiarbitrariste di essa»
(A. Lamacchia, La filosofia della religione in Kant. Dal dogmatismo
teologico al teismo morale, cit. a p. 27). È pure
possibile rinvenire una certa continuità tematica tra la
Nova Dilucidatio e la Metafisica dei costumi,
ove la metafisica è intesa quale sistema di cognizioni
a priori riguardanti «non la natura, ma la libertà
dell’arbitrio». Qui viene affermato con particolare
chiarezza che la libertà, in quanto “concetto razionale
puro” è “trascendente per la filosofia teoretica”
e può valere come “principio regolativo”, e
non “costituitivo”, per la ragione speculativa. D’altronde,
lo stesso concetto attesta la sua realtà per via pratica:
sono i princìpi pratici a delineare «una causalità
della ragione pura indipendentemente da ogni condizione empirica»
e a manifestare nell’uomo una «volontà pura,
nella quale hanno la loro origine leggi e concetti morali»
(Kant, Metafisica dei costumi, cit. a p. 28). La libertà
non è qui concepita quale libertas indifferentiae
— possibilità di scegliere tra una azione conforme
alla legge e una a essa contraria — ma come possibilità
di affrancamento da ogni movente di ordine sensibile nella determinazione
all’agire. Nella Metafisica dei costumi viene anche
proposta un’accezione positiva di libertà —
ben più rilevante, in quanto consente di render conto del
carattere incondizionato dell’imperativo morale —
che consiste nella «facoltà della ragion pura di
essere per se stessa pratica», ovvero «autrice dei
propri princìpi». Nello stesso “fuoco semantico”
della libertà convivono entrambe le accezioni e «questa
ambiguità costituisce a ben vedere l’autentico retaggio
della prima Critica» (p. 30). Nella seconda l’indipendenza,
quanto all’agire, del soggetto dai moventi di ordine sensibile
viene più chiaramente tematizzata, delineandosi quale autonomia
della volontà, capace di essere legge a se stessa. L’autonomia
del volere coniuga qui «libertà e legge inglobando
l’elemento legislativo (die Gesetzlichkeit) nell’atto
stesso della libertà» (p. 32). L’atto libero,
che promana da una volontà autonoma (eigener Wille),
viene così concepito in se stesso, non essendo più
considerato nella sua estraneità all’ambito sensibile.
Ciò consente all’autore di pensare il soprasensibile.
La libertà viene ad assumere uno statuto gnoseologico affatto
singolare nella Critica del Giudizio poiché essa
vi è considerata, a differenza delle altre “idee
della ragione”, non quale “oggetto di fede”
ma come una res facti, della quale è dato, insieme
«un sapere e un non sapere». Invero, la sua realtà
«può essere provata mediante leggi pratiche della
ragion pura e quindi, per il tramite dell’agire morale,
attraverso l’esperienza» (p. 42). La libertà
sembra quindi attenere al mistero, inteso nell’accezione
kantiana come qualcosa che può essere colto interiormente,
e in modo adeguato per l’uso pratico, ma non è conoscibile
sul piano teoretico né comunicabile. Come afferma lo stesso
Kant ne I progressi della metafisica, la libertà
è «il soprasensibile in noi», che per la ragion
pratica è reale, «per rendere simile il cammino dell’uomo
qui sulla terra a un cammino nel cielo» (cit. a p. 48).
Il saggio di Claudio Belloni — Il fiore di Schelling.
La possibilità della liberazione — riguarda
l’evoluzione del concetto di libertà nel filosofo
di Leonberg, il quale concepisce la stessa attività del
pensiero come “opera della libertà”. Lo studioso
«si propone di illustrare l’elaborazione filosofica
del tema della libertà in Schelling, sottolineando il passaggio
dalla figura della libertà in sé, divina, a quella
umana, storica, temporale, dunque più la fatica della liberazione
che l’ideale della libertà» (p. 50). Negli
scritti giovanili, l’interesse dell’autore per la
libertà si alimenta del fervore rivoluzionario dell’epoca
e delle suggestioni che gli provengono dall’incipiente cultura
romantica. In una lettera inviata a Hegel il 21 luglio 1792, egli
scrive che l’Io puro, assoluto, è posto mediante
la libertà, che è l’alfa e l’omega di
tutta la filosofia. Vari anni dopo, il Sistema dell’idealismo
trascendentale attesta come la libertà umana venga considerata
possibile solo in relazione alla libertà dell’altro.
Quanto all’unica libertà assoluta, propria dell’Assoluto,
essa appare comunque legata imprescindibilmente alla necessità
che attiene alla sua stessa essenza. La libertà umana è
vista quale manifestazione di quella. Pur se, in tale prospettiva
prettamente idealistica, il suo rango è quello di una realtà
derivata, la dialettica inerente a questa fase del pensiero schellinghiano
prepara le condizioni per la successiva meditazione sulla libertà
quale evento, anche per quanto riguarda la liberazione umana.
Un momento di non trascurabile rilevanza nell’evoluzione
del pensiero di Schelling, pur permanendo a tale proposito una
grande diversità di valutazione tra i critici, è
da ravvisare nella Freiheitschrift del 1809. Qui il “concetto
reale e vivente” della libertà è individuato
«in una facoltà del bene e del male» (cit.
a p. 54), ma persiste l’intento di conciliare finito e infinito,
libertà e necessità, in una prospettiva di tipo
paneinteista, dalla quale il filosofo si affranca già nelle
Lezioni di Stoccarda, pubblicate l’anno successivo. Qui
il principio di ogni realtà e libertà finita è
la “contrazione”, libera e volontaria, dell’unitotalità
divina, matrice del nulla che è grembo di ogni creatura.
Nelle Lezioni Schelling scrive: «In quanto fatto
sorgere dal seno del non-essente [l’uomo] ha una radice
indipendente dall’essere come tale. È bensì
il divino quello che fa sorgere e che crea il suo spirito, ma
ciò dal cui seno è fatto sorgere è altro
da ciò che lo fa sorgere. C’è qui con Dio
lo stesso rapporto che c’è tra il fiore e il sole.
Anche il fiore emerge dall’oscurità della terra e
si trasfigura in luce grazie soltanto all’opera del sole,
e tuttavia resta pur sempre qualcosa che per la propria radice
è indipendente da esso» (cit. a p. 55). L’indagine
schellinghiana sulla libertà, divina e umana, si radicalizza
nelle Età del mondo, la cui parte compiuta intende
inabissarsi sino al mistero dell’origine. Non viene più
affermata l’identità di libertà e necessità
in Dio, in quanto tra l’una e l’altra è ora
ravvisata una processualità. Non solo la “contrazione”
di Dio che consente la creazione, ma anche la rivelazione all’uomo
è libera. L’opera appena richiamata costituisce la
premessa della riflessione più tarda di Schelling, della
Spätphilosophie, ove assume pieno rilievo il mistero
della liberazione umana nel corso della storia, mediante la religione
e la filosofia. L’uomo originario — l’Urmensch
— è posto in una condizione di libertà, ma
si tratta di una libertà condizionata dal divieto prescrittogli,
che egli infrange con un atto arbitrario: è il dramma della
caduta. Questa apporta un radicale squilibrio nella creazione;
l’uomo perde la libertà e sperimenta la soggezione
alle potenze della mitologia. Le figure della religione rappresentano
l’affrancamento da questa condizione. La coscienza religiosa
umana, nel suo processo di emancipazione, attraversa diverse fasi,
pervenendo al monoteismo autentico, attraverso il politeismo,
a partire da un primordiale “monoteismo “relativo”.
Per Schelling, il monoteismo autentico costituisce un “risultato”,
e questo è attestato dal cristianesimo, ove l’annuncio
del Vangelo intende la salvezza umana «come la liberazione
o redenzione da ciò che l’umanità adorava
senza saperlo, come un innalzamento a ciò che si sa, e
che soltanto merita di essere saputo» (Filosofia della
mitologia. Introduzione storico-critica. Lezioni,
cit. a p. 65). Si tratta di una liberazione che si realizza nella
storia, “come faticosa presa di coscienza da ciò
che la precede e la costituisce (p. 66).
Pure sulla Spätphilosophie schellinghiana si incentra
il breve saggio di Malte D. Krüger posto in Appendice al
volume, dal titolo Assolutamente divino. Metafisica e religione
nella tarda filosofia di Schelling, e che riprende il testo
di un contributo reso dallo studioso a un Convegno della European
Society for Philosophy of Religion (ESPR). Qui è posto
in rilievo come la libertà si riveli “assolutamente
divina” allo Schelling che si pone l’interrogativo
radicale del pensiero: “Perché l’essere e non
il nulla?”. Lo studioso si propone di esplicitare il significato
di tale affermazione sulla libertà per il rapporto che
Schelling istituisce tra religione e metafisica. Quale compito
preliminare, egli enuclea i tratti fondamentali che per l’autore
attengono alla filosofia positiva e alla filosofia negativa, basandosi
in particolare, rispettivamente, sugli scritti Esposizione
della filosofia puramente razionale e Formulazione originaria
della filosofia della Rivelazione. La filosofia negativa
ha il compito di tematizzare l’”essenza” di
ogni possibile “qualcosa”, avvalendosi dei suoi tre
fondamentali momenti, o potenze, costituiti dal “soggetto
puro”, dall’ “oggetto puro” e dal loro
reciproco rapporto. All’interno di tale filosofia, la ragione
può cogliere la quidditas di ciò che le
si presenta ma non la sua realtà, il was e non
il daß. Il passaggio alla filosofia positiva è
considerato quale “mutamento di prospettiva in senso esistenziale”:
dopo avere esaurito le sue possibilità, la ragione è
chiamata a uscire fuori di sé e a disporsi ad accogliere
il principio che si pone dinanzi ad essa nella sua esteriorità,
esibendo la propria realtà e libertà. A quest’ultima,
l’uomo può rispondere con “l’immediatezza
della volontà individuale, la quale non può essere
acquisita sul piano della riflessione e compare sul piano pratico”
(p. 176). La libertà di Dio si rivela, nel suo trascendere
la pura ragione, alla volontà umana che si abbandona a
Lui. La filosofia non intende proporre una dimostrazione sul piano
teoretico di Dio, ma un’attestazione legata alla “prassi
esistenziale” e al “processo storico”. Essa
non ricerca un fondamento ultimo ma prospetta una “diagnosi
della fatticità”. L’Assoluto le appare come
la totalità dei momenti che, pure, li trascende nella sua
“essenza libera da essi”. L’Assoluto è
«libertà dall’essere e per l’essere delle
potenze» e implica «un radicale potere-dare-inizio»
(p. 177), è Personalità assoluta. Nella prima potenza
è la “forza generativa” del Padre, la seconda
è il Figlio, Persona reale che dimora nell’essenza
del Padre, la terza è lo Spirito, «che nel mondo
appare nello spirito dell’uomo» (p. 178). Qui l’essere
finito assume la consapevolezza di essere partner libero di Dio,
e che può anche distaccarsi da Lui. Il consumarsi del distacco
«conduce attraverso la lunga via della storia della religione
alla ripetizione nello spirito umano del precedente processo di
creazione» (p.178). Schelling propone nella Spätphilosophie
non una “metafisica della fondazione ultima”, ma una
metafisica che assume quale fondamento «una libertà
il cui intervento nella realtà del mondo può essere
diagnosticato unicamente sulla base del suo intervento fattuale»
(p.179). Per la ragione che ha operato il mutamento di prospettiva
dalla filosofia negativa alla positiva, la stessa realtà
del mondo tutto, nel cui ambito la religione vale quale “sapere
di orientamento pratico”, scaturisce da un atto libero e
incondizionato di Dio. Il trapasso dall’una all’altra
filosofia comporta la «intuizione della libertà dell’Assoluto,
che sulla base delle sue possibilità è libero di
dare inizio a qualcosa». Qui la ragione, deposto qualsivoglia
delirio di onnipotenza e ogni tentativo di fondazione inconcussa
di se stessa, scopre di essere originariamente in relazione all’Assoluto
e di potere intraprendere «una diagnosi del mondo nell’orizzonte
della libertà creatrice dell’Assoluto» (p.
182). In tale prospettiva, L’Altro della ragione è
proprio l’Assoluto, quale «libertà da cui e
tramite cui tutto è» (ivi). L’intuizione
dell’Altro si coniuga con l’auto-chiarificazione della
ragione, ormai consapevole delle sue possibilità e del
suo limite costitutivo.
Giordano si sofferma sulla nozione di libertà in Kierkegaard
(Kierkegaard e il divenire della libertà. Relazione
a sé, relazione a Dio), a partire dalla ricognizione
dell’aut-aut quale “scelta assoluta”
e “insieme formale” di ogni scelta possibile, nel
quale risiede per il singolo la libertà stessa. Allorché,
ponendola in essere, egli sceglie innanzitutto se stesso, è
un uomo realmente libero di scegliere. La condizione che rende
possibile la libertà, l’aut-aut (in danese
enten-eller), è al cuore della soggettività,
quale “tesoro” deposto nell’intimo («Là
c’è un enten-eller che rende un essere umano
più grande degli angeli», Enten-eller, cit.
a p. 68). Se per Heidegger l’essenza della verità
è nella libertà e questa non è propria dell’uomo
ma “possiede” l’uomo, in quanto questi è
in un’apertura che gli consente una “precomprensione
della verità”, per Kierkegaard invece la libertà
«è struttura trascendentale dell’esistenza»
(p. 69). Qui è la soggettività a decidere della
verità e questa, lungi dal rispondere al criterio della
“oggettività”, riguarda il singolo al quale
sta a cuore soprattutto l’autenticità dell’esistenza
(«Io scelgo l’assoluto, e che cos’è l’assoluto?
È me stesso nel mio eterno valore», Enten-eller,
cit. ivi). Per il filosofo danese, la libertà
si delinea anche quale compito, in quanto qualcosa che “ha
da fare”. Colui che sceglie se stesso attinge non una realtà
ideale ma è posto dinanzi all’esigenza di rapportarsi
“a qualcosa”, di rivolgersi verso qualcosa. Il passaggio,
mediante la sua decisione, di qualcosa dall’ambito della
possibilità a quello della realtà accade nella libertà
e nella contingenza: nulla, scrive l’autore ne La malattia
per la morte, «avviene in virtù di una ragione
(necessaria)». Ciò a cui si rivolge la libertà
è la verità, una verità che esige non il
consenso dell’intelletto ma l’assenso dell’integrità
personale e l’appropriazione. In Kierkegaard pertanto, più
che l’essenza della verità, assume una capitale importante
il rapporto del singolo alla verità stessa. L’uomo
stesso è rapporto, non un’essenza: se fosse una “sostanza”
ogni rapporto costituirebbe per lui qualcosa di “accidentale”.
Il singolo, rapportandosi a sé, scopre che il sé
è libertà. Egli si appropria della verità
in quanto con la verità stessa — con Dio —
istituisce una relazione. La soggettività si rivela quale
relazione a sé e relazione a Dio. Per il filosofo danese,
il rapporto con Dio può realizzarsi in quanto «l’uomo
è posto nella condizione di ricevere la verità perché
Dio si è comunicato all’uomo nella persona di Cristo»
(p. 73). Pertanto, il “Maestro” è «Dio
stesso, che agendo come condizione fa sì che il discepolo
si ricordi ch’egli è la non-verità. Quindi
il Maestro è Dio che dà la condizione e dà
la verità» (Briciole di filosofia, cit.
a p. 73). È il Maestro a porre il Momento nel quale si
incontrano tempo ed eterno, finito e infinito, verità e
non-verità. Si tratta del momento che, nelle parole dell’apostolo
Paolo, realizza «la pienezza del tempo» (Gal 4,4):
esso, in quanto momento storico, transeunte, è il punto
di avvio per una decisione nel tempo e, in quanto assoluto, fa
sì che l’esito della decisione umana abbia rilevanza
per l’eternità. L’irruzione dell’eterno
nel tempo rende possibile, per l’uomo che versa nel peccato
— condizione storica, non originaria — il sorgere
dell’"uomo nuovo", riconciliato con se stesso
e con Dio, e l’accesso alla verità in quel rapporto
informato dalla libertà che è la fede.
La riflessione sulla libertà proposta da Agostino Guccione
in Initium libertatis: libera nos a malo prende avvio
dalla considerazione di due diverse prospettive al riguardo. Una,
espressa dalle parole di Dante, è condizione spirituale
in cui si trova colui che è alla ricerca di un cammino
di liberazione dal male, muovendosi entro le leggi d’abisso
(Purgatorio, I, v. 46) e li editti eterni (v. 76), l’altra
si autocomprende come «qualcosa di ab-solutus»,
essendo «sciolta da ogni legame di origine e ordine»
(p. 79). Quest’ultima prospettiva è toto caelo
diversa da una visione della libertà avvertita dell’esigenza
di perseguire la libertà stessa quale virtù, con
umiltà e prudenza. La tesi di fondo che informa il saggio
è che «il principio libertà si svuota di senso
quando i significati che di volta in volta le sono attribuiti
[emergono] attraverso la ricognizione de la libertà di
o de la libertà da» (pp. 80-81). In tal caso, la
riflessione si arena «nelle secche della ricerca dell’utile»
oppure nella sperimentazione dei «bisogni dell’individuo»
e può approdare al relativismo o degradarsi a «gioco
linguistico» (p. 81). Per lo studioso, si tratta dei rischi
in cui incorre un pensiero che non riesca a ravvisare una istanza
normativa ultima nella quale la libertà umana possa trovare
la sua sorgente e la sua misura. Al contrario, la libertà
si manifesta nella sua accezione più elevata allorché
essa «si apre al senso della narrazione di eventi in cui
la relazione non riguarda soltanto gli uomini ma… si realizza
a partire dalla trascendenza di Dio» e assume la massima
rilevanza il «restare radicati dentro la relazione dell’essere
vivente con l’essere trascendente, dell’uomo con Dio»
(p. 81). Ciò avviene nell’orizzonte di comprensione
dischiuso dalla Rivelazione sinaitica: qui Dio si rivela come
colui che libera il suo popolo. La meditazione riguardante la
libertà umana si radica allora in una esperienza di liberazione.
Nel contrapporre la nozione di libertà propria della grecità
a quella vigente nella tradizione ebraica, Guccione si richiama
al pensiero di un filosofo messinese, Filippo Bartolone, il quale
ha meditato per gran parte del suo percorso intellettuale sulla
fondazione dell’ethos greco a partire dalla libertà.
Nel volume Le origini dell’intellettualismo, l’autore
prende in considerazione il sorgere della riflessione etica in
Socrate, che ravvisa nella coscienza l’ineludibile istanza
normativa. Tale riflessione, comunque, si arena nella secche dell’intellettualismo,
in quanto la scelta dell’uomo è legata alla conoscenza
del bene: si opera il male per ignoranza del vero bene. Socrate,
in fondo, non trascende l’identificazione parmenidea di
essere e pensiero. Per Bartolone, invece, soltanto una teoresi
che riconosca il rapporto originario tra essere e libertà
può fondare un’autentica etica della libertà
umana. Pertanto, «il limite massimo a cui la grecità
può giungere è la coscienza intellettuale della
libertà individuale, ma nell’impossibilità
di realizzarla eticamente» (p. 86). Ciò vale anche
per il pensiero aristotelico, come si rileva dalla Etica Nicomachea,
ove la riflessione sulla libertà (è libero l’essere
che è «principio di se stesso») propone talora
delle affermazioni di carattere tautologico, come lo studioso
rileva, sulla scorta di alcune notazioni di Wittgenstein. Una
«economia della libertà» affatto diversa, che
trascende la grecità, sorge con la rivelazione biblica,
che riconosce all’uomo la libertà «dell’essere
esistente de Deo, ex nihilo» (F. Bartolone, Liberazione
e responsabilità, cit. a p. 90). Qui la libertà
umana si riscatta dalla autoreferenzialità, dal soggiacere
alle pulsioni e ai bisogni, si apre al trascendente e, al contempo,
riconosce tutto il peso dei condizionamenti in cui essa si afferma.
Per esplicitare le connotazioni della libertà propria di
un uomo che si riconosce creatura, Guccione si avvale segnatamente
della riflessione di un autore ebreo del Novecento, Abraham Joshua
Heschel. In questa diversa prospettiva, il pensiero non può
più limitarsi alla ricognizione della liberta di spontaneità
e di quella di autodeterminazione (libertà da e libertà
di). Qui la libertà è innanzitutto fedeltà
al Dio che si è rivelato, a Colui che ha liberato Israele
e “si interessa” delle sorti dell’uomo. Si tratta
di una fedeltà che non può che esprimersi nella
vita, ovvero nell’osservanza dei precetti della Torah,
delle mizvoth («La vera essenza della libertà
per Heschel risiede nella fedeltà interiore a un obbligo,
a una Legge, a un impegno, a un patto che stabilisce un ordine»,
p. 92).
Il saggio di Claudia Milani, Fenomenologia della libertà
vissuta. Il concetto della libertà in Rosenzweig,
propone un denso excursus riguardo a un nucleo teorico
di chiara rilevanza nelle pagine del filosofo di Kassel. In Die
Wissenschaft von Gott questi osserva che: «Per gli
uomini la domanda davvero scottante è la domanda sulla
libertà». Da questa citazione trae avvio l’analisi
della filosofia rosenzweighiana proposta dalla studiosa, che la
presenta appunto quale “pensiero della libertà”
(p. 101). Il saggio prende in considerazione, in particolare,
la Parte Prima della Stella della redenzione con riguardo
al concetto formale di libertà in Rosenzweig, e la Parte
Seconda al fine di fare emergere dalle pagine dell’autore
“una fenomenologia della libertà vissuta”.
Nella Prima Parte dell’opera si delinea la nozione di libertà
divina e, successivamente, quella della libertà umana.
Qui i tre “fenomeni originari” — Dio, mondo
e uomo — vengono presi in considerazione nell’astrattezza
del loro essere irrelato. Questo, per Rosenzweig, si costituisce
a partire dal “nulla”, quale “affermazione del
non-nulla” e “negazione del nulla”, e dalla
congiunzione — dalla “e” — tra la prima
e la seconda. Se il mare immoto dell’essenza di Dio è
per il filosofo “affermazione del non-nulla”, la libertà
divina è “negazione del nulla” e sorge quale
“atto finito” la cui potenza è però
inesauribile. Con riguardo all’uomo, Rosenzweig si sofferma
più sulla “volontà” che sulla “libertà”.
Anche la volontà umana si costituisce come negazione del
nulla e pertanto è atto finito. Essa non può che
cozzare contro la finitezza dell’essere proprio dell’uomo,
il quale non ha la “libera potenza” di Dio ma, al
più, una “volontà libera”. Il volere
dell’uomo è «incondizionato e sconfinato quanto
il potere di Dio» (p. 105). L’uomo metaetico, esemplato
dall’eroe della tragedia attica, attesta incomparabilmente
tali caratteri del volere umano. La libertà del volere,
peculiare dell’uomo, è tale da indurre Rosenzweig
a parlare della libertà come «miracolo nel mondo
fenomenico». Nell’autore della Stella non
mancano al riguardo i riferimenti testuali, non sempre ineccepibili,
a Kant. J. Disse (Die Philosophie Immanuel Kants) osserva
che Rosenzweig, analogamente a Kant, considera la libertà
come «facoltà di cominciare uno stato da se stesso...
autodeterminazione» (cit. p. 108), ma rifiuta un momento
essenziale della nozione kantiana di libertà, ovvero il
suo rapporto con l’universalità della legge morale.
Dalla Seconda Parte della Stella, come si è accennato,
si può trarre una fenomenologia della libertà vissuta.
Qui, «nel mondo incessantemente rinnovato», ogni fenomeno
originario è considerato nelle sue relazioni con gli altri
due e in tale orizzonte di comprensione la libertà divina
si configura «come condizione di possibilità della
relazione: solo in quanto è libero, infatti, Dio può
creare il mondo e rivelarsi all’uomo, ciò porre le
prime due forme di relazione, che lo vedono attivo protagonista»
(p. 111). Quanto alla libertà umana, essa è inscritta
nel carattere responsoriale proprio dell’uomo, unico essere
vivente — transcreazione nella creazione, come scrive Rosenzweig
— al quale sia partecipato il dono della parola, affinché
possa pronunciare l’An-Wort alla parola (Wort)
divina. La libertà dell’uomo pertanto è «intesa
come capacità di rispondere positivamente o negativamente
all’appello» (p. 113) di quel Dio che lo chiama all’essere
e gli comanda di corrispondere al suo amore amando il prossimo.
Solo l’Amante può comandare l’amore.
Di non minore importanza è la riflessione sulla libertà
proposta da un altro autore che occupa un posto di primo piano
nell’ambito del pensiero dialogico, Gabriel Marcel. Essa
costituisce l’oggetto dello studio di Andrea Serra, La
libertà come ricettività creatrice in Gabriel Marcel.
Questi ha riflettuto sulla libertà fin dagli anni che precedono
la prima guerra mondiale. Proprio a tale periodo risale la netta
contrapposizione tra “filosofie dell’essere”
e “filosofie della libertà”. Per Marcel, che
predilige senz'altro le seconde, non si può concepire alcuna
teoria della libertà ma una riflessione sul mistero che
questa costituisce per l’uomo, una «maieutica»
indirizzata a rendere l’uomo consapevole della propria libertà.
In Du refus à l’invocation egli scrive che
l’uomo non può pensare la libertà «se
non allo scopo della libertà e mediante la libertà»
(cit. a p. 118). Si tratta di una meditazione che prende avvio
e, non si astrae mai, dalla drammaticità della vita umana:
Marcel è fautore di “una filosofia concreta”,
fortemente critica nei confronti delle forme di pensiero che pongono
in ombra la connotazione dialogica ed esperienziale dell’autentico
filosofare. Egli propone «un filosofare socratico e per
immagini, concreto e drammatico, che parte da quel rifiuto del
concetto che si richiama a Nietzsche e Kierkegaard, e non ad Hegel,
né a Bergson, né infine a Husserl». Parlare
del dono della libertà significa allora decostruire il
pensiero della libertà, e riferirsi alla mia libertà
e all’altrui libertà, nella loro concretezza esistenziale
(cit. a p. 121). Per Marcel, la libertà non si lascia ridurre
a una nozione che si possa imbrigliare nelle maglie di un discorso
filosofico “disinteressato” ma può essere autenticamente
affermata con l’integrità della propria vita, così
come per Rosenzweig la verità vuole essere inverata/confermata
nella vita stessa: per il filosofo di Kassel la Wahrheit
ha bisogno dell’uomo che, solo, può compierne la
Bewährung. Il dispiegarsi della meditazione marceliana
costituisce, nelle parole di Luigi Pareyson, un «concreto
esercizio d’alterità», che attesta l’esistenza
di un altro la cui libertà è irriducibile alla mia.
Anzi, l’altro uomo che io, affrancato da una prospettiva
ego-logica, interpello mediante il pronome “tu”, è
colto da me come irriducibile libertà, e la mia relazione
con il “tu” è tanto più autentica quanto
più al suo interno io stesso collaboro alla sua libertà,
la promuovo. Marcel, comunque, non propone una filosofia banalmente
edificante: la libertà rivela la sua profondità
abissale allorché, come avviene nelle sue pagine, la meditazione
che la riguarda non teme di affrontare il mistero della disperazione
o quello del suicidio: «Niente, obiettivamente, arriverà
a impedirci di ucciderci. Ci troviamo qui alla radice comune della
libertà e della fede» (Marcel, Être et
Avoir, cit. a p. 121). La libertà umana è dunque
attestata anche dalla possibilità di “disfarsi”
della propria vita, la quale è posta talora in atto quale
esito estremo di un’autocomprensione inautentica, in virtù
della quale l’uomo crede di potere bastare a se stesso in
ogni ordine di decisioni, come se il suo io fosse “l’unico
e il solo”. È questa — nel linguaggio di un
altro fautore del pensiero dialogico, Ferdinand Ebner —
la soggettività monologica, rinserrata nella “muraglia
cinese” dell’autosolipismo dell’io,
vale a dire della Icheinsamkeit. Si tratta qui del soggetto
che concepisce la propria libertà come attività
assoluta, illimitata facoltà di agire. A questa prospettiva,
che ha informato alcune espressioni tutt’altro che marginali
del pensiero moderno, Marcel contrappone una meditazione che ravvisa
al fondo del mistero della libertà una chiamata che può
essere accolta con la piena disponibilità dell’adsum,
un dono che l’uomo riceve insieme a quello della sua stessa
vita. Il dono si può ricevere con atteggiamento meramente
passivo o, al contrario, realmente creativo. Come pone in rilievo
Serra, per Marcel la «ricettività creatrice è
il vero senso della libertà del corpo e della libertà
tout court: è un ascolto che si pone in dialogo, un ricevere
che risponde, una attività che non si presuppone assoluta
ma che riconosce di essere originata e alimentata da altro»
(p. 131).
Il rapporto tra la libertà e il dono — nucleo teorico
rilevante nel pensiero contemporaneo, segnatamente in area francese
— è il tema del saggio di Claudio Tarditi, Libertà
del dono o dono della libertà? In dialogo con Heidegger,
Marion e Pareyson. L'Autore prende le mosse dalla constatazione
relativa al «rapporto di reciproca e totale coappartenenza
di dono e libertà» e si domanda se il dono —
ancorché, «seguendo le indicazioni di Jean-Luc Marion,
sarebbe più corretto parlare di donazione» —
possa «essere considerato come la libertà stessa
nella sua fenomenalità» (p. 135). In ogni modo, a
suo giudizio è necessario «far vedere, rendere visibile
un fenomeno, il dono, interrogandosi sul suo rapporto con un altro
fenomeno, la libertà» (ivi), ponendo in
atto una fenomenologia dell’inapparente, una Destruktion
in grado di liberare il fenomeno da ciò che lo “copre”.
Si tratta di giungere non soltanto alla “datità originaria”
del fenomeno, seguendo Husserl, ma al suo stesso essere, compiendo
quella Auslegung, ovvero quella interpretazione che,
per Heidegger, è la modalità stessa del rapporto
del Dasein con la verità. L’esplicitazione
del rapporto tra libertà e donazione va condotta avvalendosi
sia del metodo della fenomenologia sia dell’outillage teorico
proprio dell’ermeneutica. Al riguardo, lo studioso ritiene
opportuno rendere conto degli sviluppi teorici del problema posto
da Heidegger circa tale rapporto in autori quali Jean-Luc Marion
e Luigi Pareyson. Secondo Marion, già in Essere e tempo
Heidegger, oltre a delineare la differenza tra essere e ente,
penserebbe il dispiegarsi dell’essere come donazione. Per
converso, oltre trent’anni dopo, in Tempo ed essere,
sebbene il filosofo ricorra non di rado alla parola Gabe,
ovvero dono, non riconosce il primato della donazione: «La
Gabe heideggeriana farebbe soltanto da "staffetta" all’
Ereignis [Evento] che col dono non avrebbe propriamente
nulla a che fare» (p. 137), da tramite fra l’essere
e appunto l’Ereignis. Per converso, nella prospettiva
di Marion è la donazione a assumere il rango di principio
della fenomenologia, secondo la sua nota espressione «Autant
de réduction, autant de donation», che Tarditi traduce:
«Tanta riduzione altrettanta donazione». L’originarietà
della donazione viene alla luce pertanto conducendo sino il fondo
la riduzione fenomenologica, ovvero la messa tra parentesi, la
sospensione di tutto ciò che ecceda il darsi del fenomeno,
ivi compreso il giudizio di esistenza della “cosa”.
La donazione appare allora quale principio del darsi del fenomeno:
per Marion «alla base del dato vi è sempre una donazione
ed è per questo che il dato va inteso come dono, ovvero
come ciò che nella visibilità del dato contiene
un rimando alla donazione sebbene quest’ultima rimanga invisibile
come tale» (p. 139). Tarditi ritiene troppo severa la critica
rivolta da Marion a Heidegger, e tende a ravvisare nell’Ereignis
delineata dal secondo l’omologo della donazione descritta
dal primo: come la donazione l’Ereignis dona ritraendosi,
occultandosi. Colui che riceve il dono è il Dasein
per Heidegger, l’a-donato per Marion. Per quanto attiene
più propriamente al problema della libertà, che
qui ci interessa più da vicino, esso è tematizzato
da Heidegger in Sull’essenza della verità.
La libertà come lasciare-essere la verità nel suo
disvelamento è nell’uomo l’accoglienza del
dono dell’Ereignis che lo rende libero, capace
di ascoltare la verità: è l’Ereignis
a donare essere e tempo all’uomo. La libertà non
è una proprietà dell’uomo ma, al contrario,
«la libertà, l’esserci esistente e svelante,
possiede l’uomo» (Sull’essenza della verità,
cit. a p. 144). Se nelle altre opere di Heidegger il tema della
libertà rimane per lo più “sotterraneo”,
esso assume una sempre maggiore rilevanza nel percorso intellettuale
di Luigi Pareyson, sino alla proposta di una ontologia della libertà.
Per il filosofo piemontese, il tentativo di risalire all’originario
deve essere perseguito tenendo conto dell’alterità
e della trascendenza del principio, se non si vuole proporre una
nuova forma di pensiero della totalità. Pareyson ravvisa
il principio nella libertà e sostiene che l’essere
è sospeso a essa: se la libertà non si affermasse
come esistente, si negherebbe anche come libertà. «Senza
la decisione intemporale della libertà di manifestarsi
non vi sarebbe che il nulla» (p.146). La libertà
pone in atto l’essere, il proprio essere e l’essere
di un altro: essa è dunque “posizione di alterità”,
evento dell’altro, dono a un’altra libertà
che in virtù di quella accede all’essere. In sintesi,
Tarditi rileva come allorché il tema heideggeriano dell’essere
quale Gegebenheit (donazione) viene ripreso dalla fenomenologia
di Marion, questa tenda a subordinare la libertà alla donazione
e la libertà non venga pienamente riconosciuta quale nucleo
teorico autonomo. Se invece quel tema viene rielaborato in chiave
ermeneutica, come nel caso di Pareyson, la donazione tende a essere
ricompresa nella libertà, la quale assurge al rango di
principio assoluto, principio di ogni donazione, del dono dell’essere
e del suo senso.
Nel saggio "La libertà va liberata". In
cammino con Ricoeur dall’homme coupable all’homme
capable, Mauro Cinquetti esamina il tema della volontà,
quale luogo dell’esercizio dell’atto libero, nel pensiero
dell’autore di Philosophie de la volonté. Nella
prima parte di quest’opera, Le volontarie et l’involontaire,
il volere è l’atto originario della coscienza e il
nucleo della soggettività umana è ravvisato proprio
nel “volere che sono”. L’“io voglio”
è quell’unità del soggetto che precede ogni
dualità. In tale prospettiva, anche l’involontario
è “motivo” e “organo” di “situazione
del volere”. Il filosofo tuttavia ascrive il carattere di
intelligibilità non all’involontario ma al rapporto
di volontario e involontario e pertanto «il bisogno, l’emozione,
l’abitudine ecc. acquisiscono un senso compiuto solo in
relazione a una volontà che sollecitano, inclinano e in
generale influenzano» (P. Ricoeur, Le volontaire et
l’involontaire, cit. alle pp. 152-153). In ragione
della reciprocità di volontario e involontario la libertà
umana è per l’autore «una indipendenza dipendente,
un’iniziativa ricettiva»; ogni momento della volontà
include attività, iniziativa e, al contempo, passione e
ricettività. L’atto supremo del volere, mai compiutamente
realizzato, si esprime nell’acconsentire ai propri limiti,
a tutto ciò che costituisce il suo “contrario”,
al proprio carattere e alla propria vita. Ne consegue che la libertà
“solamente umana” non è “un atto puro”,
ma attività e passività che «si realizza nell’accogliere
ciò che non fa» (ivi, cit. a p. 153), una
libertà incarnata e contingente, non creatrice e non trasparente.
Solo in anni successivi Ricoeur affronta i temi, non contemplati
dalla «eidetica del volontario e dell’involontario»,
costituiti dal male e dalla colpa. Quest’ultima, pur gravando
sull’esistenza dell’uomo, non è deducibile
dalle strutture dell’umano e quindi è “assurda”.
Ogni riflessione che riguardi le passioni e la colpa si rivela
un “nodo d’aporie”, poiché esse mancano
di un principio di intelligibilità e possono essere, al
più, assunte a tema di una “descrizione empirica”.
Ricoeur delinea allora una empirica della volontà e inoltre
una mitica della volontà stessa. L’empirica si presenta
quale antropologia filosofica volta a rendere ragione della possibilità
della colpa nell’uomo, e viene esplicitata in L’homme
faillible, primo volume di Finitude et culpabilité.
La mitica invece si sofferma sui modi simbolici nei quali le culture
umane hanno espresso il male.
Nell’opera appena citata, Ricoeur si interroga sul possibile
punto di inserzione del male nella realtà umana, partendo
dalla constatazione della debolezza e della fallibilità
proprie dell’uomo. In tale contesto, la dualità di
volontario e involontario viene collocata «in una dialettica…
dominata dalle idee di sproporzione» e «di polarità
tra finito e infinito, d’intermediario e di mediazione».
L’uomo è afflitto da una “sproporzione”
che ne interdice la coincidenza con se stesso e lo rende fallibile:
«La possibilità del male morale è inscritta
nella costituzione dell’uomo» (Ricoeur, L’homme
faillible, cit. a p. 157), la fallibilità è
il luogo umano del male. La libertà, “solamente umana”
per la "eidetica", si rivela ora “libertà
fallibile” e capace di compiere il male. Quel male che qui
viene ravvisato nella sua possibilità è tuttavia
anche reale e ciò esige il superamento dell’empirica
attraverso la proposta, in La Symbolique du mal, di una
“simbolica” capace di cogliere i modi in cui l’uomo
ha “confessato” l’esperienza del male compiuto,
variamente denominato quale impurità, peccato, colpevolezza.
Qui la libertà “solamente umana” e fallibile
appare realmente “schiava” e l’arbitrio umano
si rivela “servo arbitrio”. Questo, quale «libero
arbitrio che si lega e si trova sempre già legato»
(Ricoeur, Finitude et culpabilité, cit. a p. 159)
è partecipe al contempo di libertà e di schiavitù:
il male è l’esito di un’azione malvagia, eppure
l’uomo sperimenta l’impotenza e l’alienazione
di chi riconosce il male come un mistero che sempre lo precede,
che spesso egli subisce senza averne responsabilità. Comunque,
l’intreccio nell’arbitrio umano di schiavitù
e libertà non cancella la bontà originaria dell’uomo
e non esclude la possibilità di un riscatto. L’uomo
soggiace talora al male, non per un determinismo proprio della
sua natura, ma per una “disavventura” della sua libertà.
In La libertà secondo la speranza Paul Ricoeur
intende offrire un contributo a una “filosofia della religione”
che riconosca la fallibilità dell’uomo e, al contempo,
prospetti possibili vie di riscatto per la libertà “solamente
umana”. L’autore dà credito a una libertà
che possa essere illuminata dalla speranza, proprio perché
il male è un “fatto” radicale ma non originario.
La libertà secondo la speranza è il senso stesso
dell’esistenza umana alla luce della resurrezione di Cristo.
Solo questa può arrecare alla libertà la promessa
e la speranza delle quali ha bisogno. Si tratta di una libertà
«aperta sulla nuova creazione», capace di decifrare
i segni della resurrezione anche allorché l’esperienza
della caducità e della morte sembra onnipervasiva. La libertà
può allora essere “liberata” e fecondata di
una «immaginazione creatrice del possibile». Essa
opera nel cuore della realtà così com’è,
senza ricercare spiegazioni, ricompense per il bene operato o
castighi per il male perpetrato: l’uomo adulto «consente
all’ineluttabile» e integra quest’ultimo in
un progetto di vita informato dalla saggezza. La libertà
secondo la speranza si esplica laddove il carattere tragico della
realtà richiede che una voce autorevole si levi a condannare
il potere totalitario, oppure le lacerazioni del passato esigono
un lavorio di rielaborazione, debitore alla memoria, che proponga
il perdono quale scelta plausibile, attestandone adeguatamente
“le ragioni”. Cinquetti, attento interprete di Ricoeur,
conclude affermando: «Saggezza tragica, critica ai totalitarismi
e perdono rappresentano tre ambiti precisi in cui la speranza
della rigenerazione attiva positivamente l’immaginazione
creatrice capace di produrre quegli "schemi" che
prefigurano un mondo diverso nel quale la libertà può
liberarsi dalla schiavitù delle passioni e l’uomo
capace, che agisce e che soffre, può così esprimersi»
(pp. 168-169).