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letture
La filosofia di fronte alla pluralità
delle religioni
di Andrea Fiamma

Manhattan, 11 settembre 2001. L'impatto è fortissimo e il mondo dei media viene inondato da tutta una serie di concetti nuovi per il grande pubblico: scontro di civiltà, fondamentalismo e così via. Da allora nei giornali a distribuzione di massa, televisioni, radio e infine su internet tornano periodicamente a agitarsi tutte quelle questioni relative al “dialogo interreligioso” che fino a quei giorni, camminando in punta di piedi sui confini tra la filosofia e la religione, erano solitamente confinate in qualche aula universitaria. Il ribaltamento radicale di questa tendenza — per cui oggi la stragrande maggioranza della popolazione occidentale ha una qualche precomprensione di quanto sia problematica, quantomeno, la “convivenza” tra realtà e tradizioni differenti nello stesso spazio pubblico — ha favorito una maggiore attenzione anche all'interno del mondo delle Università, che ben volentieri hanno dato vita a cicli di seminari, convegni e pubblicazioni sul tema. È questo il caso della Associazione Italiana di Filosofia della Religione, che nel suo V convegno annuale, tenutosi a Torino il 5 e il 6 maggio 2006, si è occupata di chiarire quale ruolo possa ricoprire la filosofia di fronte alla pluralità delle religioni.

Il volume degli Atti che qui presentiamo, stampato dalla casa editrice Aracne nel 2007, è uno strumento importante per inquadrare la questione in maniera rigorosa tramite le voci di importanti esponenti del mondo accademico italiano e tedesco, come Sergio Sorrentino (Presidente della AIFR), Giovanni Filoramo, Leonardo Samonà, Marco Ravera, Emilio Baccarini, Hermann Fischer, Paola Ricci Sindoni e Michael Eckert. L'interesse specifico che ci guida a riprendere in mano questa raccolta a distanza di alcuni anni dalla sua pubblicazione è il particolare statuto dei contributi: né ripiegati su discussioni eccessivamente specialistiche o di carattere marcatamente storico-filologico, né troppo condizionati dallo scottante panorama attuale, essi riescono con lucidità a offrire una chiave filosoficamente trasparente per comprendere il presente con gli strumenti della storia della filosofia e della religione. D'altronde si tratta di un libro che mira al nocciolo, che vuole situarsi a un livello approfondito e non meramente divulgativo; difatti quella spinta “pubblica” a cui si accennava dianzi se per un verso ha fornito uno stimolo efficace, per l'altro ha portato a tutta di una serie di fraintendimenti e «giudizi affrettati sulle religioni» — come argomenta Sorrentino — cosicché la questione “interreligiosa”, complici i tragici eventi, viene oggi tendenzialmente compresa nei termini del conflitto e dell'ideologia. Ecco perché rileggere oggi questo volume può aiutare a correggere quella «cattiva coscienza» che, nutrendosi della banalizzazione tipica di alcuni media, ha contribuito a creare immagini distorte del pluralismo religioso. Certo è che questa pluralità di tradizioni, di vedute e (forse) di identità culturali impone una riflessione seria e soprattutto realistica, attenta sì all'aspetto teorico-concettuale ma anche e soprattutto a quello sociale, al modo in cui le religioni si presentano attualmente, con quali occhi e con quali braccia, e al loro rapporto con le leggi degli Stati.

Con chi realmente si ha a che fare? Si inizia così a scoprire con Filoramo che «le grandi religioni tradizionali oggi sono un cerchio ristretto rispetto al panorama della religiosità nel mondo»; che queste stesse forme di religiosità sembrano essere figlie dell'individualismo contemporaneo, a volte persino del consumismo, così da essere difficilmente maneggiabili dalla vecchia filosofia, dai concetti — spesso di vulgata ottocentesca — di “cristianità” e “Occidente”. «Sono [religioni] nomadi, dell'istante, prive di passato, senza aperture all'altro». E poi si dovrà affrontare per es. il mondo orientale la cui particolare concezione del divino, pur apparendo così distante nel “rito” e nelle “tradizioni”, potrebbe sorprendersi nel profondo — come mostra Eckert — così affine alla sensibilità mistica occidentale. Su questa base Eckert ha buon gioco di affidarsi alla purezza dell'esperienza di Dio, che permetterebbe di puntare sull'unitas dell'umanità dinanzi al Deus absconditus anziché sulle differenze dei Nomi, riproponendo così le letture della lunga tradizione neoplatonica (invocata anche da Emilio Baccarini e da Paola Ricci Sindoni, che la chiama “Verità eccedente”). Questi e altri spunti invitano allora il lettore a scendere al centro della rete interdisciplinare che si apre qualora si consideri realisticamente e senza intenzioni populistiche o ideologiche l'effetto che le diverse esperienze religiose, condensate e ufficializzate in ecclesiae e istituzioni, producono.

Ma forse ecco che la chiave potrebbe stare nella filosofia stessa: oltrepassare le distinzioni per rintracciare l'unità e la concordia sul piano intermedio della comunità, tra cittadino e Stato. Il ruolo della filosofia sarebbe allora riproporre proprio la sfida dell'agorà come comunità — su questa lettura cfr. Filoramo, Samonà ma soprattutto Fischer; tuttavia essa significa confronto autentico, significa stare-con-l'altro: è l'apertura feconda dell'incontro, che non è possibile realizzare se non si abbandona il modello di una società puntiforme e individualistica, dove la massima espressione di vicinanza sarebbe un tollerare indifferentemente l'altro. E allora una delle conseguenze forse più inattese dei fili argomentativi intrecciati durante il Convegno torinese è stata il rifiuto corale del modello anglosassone della "tolleranza". Come già notava Bobbio, «il concetto di tolleranza è equivoco» (Ravera) perché presuppone uno sguardo panoramico, neutrale, per cui chi lo esercita non sarebbe coinvolto — non è forse fondata su questo assunto la presunta laicità degli Stati moderni? Allora riproporre la questione del pluralismo religioso può servire anche a questo: comprendere come il metro “esterno” della tolleranza sia forse, a dispetto della vulgata “di superficie”, il meno indicato poiché del tutto inadatto a comprendere quelle esperienze di vita in cui, al contrario, il coinvolgimento radicale porta l'uomo a pronunciare il Sì della fede.

Pubblicato il 14 luglio 2011. Desideri riportare questo articolo su un altro sito web? Leggi le avvertenze.

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