Manhattan, 11 settembre 2001. L'impatto è fortissimo e
il mondo dei media viene inondato da tutta una serie di concetti
nuovi per il grande pubblico: scontro di civiltà, fondamentalismo
e così via. Da allora nei giornali a distribuzione di massa,
televisioni, radio e infine su internet tornano periodicamente
a agitarsi tutte quelle questioni relative al “dialogo interreligioso”
che fino a quei giorni, camminando in punta di piedi sui confini
tra la filosofia e la religione, erano solitamente confinate in
qualche aula universitaria. Il ribaltamento radicale di questa
tendenza — per cui oggi la stragrande maggioranza della
popolazione occidentale ha una qualche precomprensione di quanto
sia problematica, quantomeno, la “convivenza” tra
realtà e tradizioni differenti nello stesso spazio pubblico
— ha favorito una maggiore attenzione anche all'interno
del mondo delle Università, che ben volentieri hanno dato
vita a cicli di seminari, convegni e pubblicazioni sul tema. È
questo il caso della Associazione Italiana di Filosofia della
Religione, che nel suo V
convegno annuale, tenutosi a Torino il 5 e il 6 maggio 2006,
si è occupata di chiarire quale ruolo possa ricoprire la
filosofia di fronte alla pluralità delle religioni.
Il volume degli Atti che qui presentiamo, stampato dalla casa
editrice Aracne nel 2007, è uno strumento importante per
inquadrare la questione in maniera rigorosa tramite le voci di
importanti esponenti del mondo accademico italiano e tedesco,
come Sergio Sorrentino (Presidente della AIFR), Giovanni Filoramo,
Leonardo Samonà, Marco Ravera, Emilio Baccarini, Hermann
Fischer, Paola Ricci Sindoni e Michael Eckert. L'interesse specifico
che ci guida a riprendere in mano questa raccolta a distanza di
alcuni anni dalla sua pubblicazione è il particolare statuto
dei contributi: né ripiegati su discussioni eccessivamente
specialistiche o di carattere marcatamente storico-filologico,
né troppo condizionati dallo scottante panorama attuale,
essi riescono con lucidità a offrire una chiave filosoficamente
trasparente per comprendere il presente con gli strumenti della
storia della filosofia e della religione. D'altronde si tratta
di un libro che mira al nocciolo, che vuole situarsi a un livello
approfondito e non meramente divulgativo; difatti quella spinta
“pubblica” a cui si accennava dianzi se per un verso
ha fornito uno stimolo efficace, per l'altro ha portato a tutta
di una serie di fraintendimenti e «giudizi affrettati sulle
religioni» — come argomenta Sorrentino — cosicché
la questione “interreligiosa”, complici i tragici
eventi, viene oggi tendenzialmente compresa nei termini del conflitto
e dell'ideologia. Ecco perché rileggere oggi questo volume
può aiutare a correggere quella «cattiva coscienza»
che, nutrendosi della banalizzazione tipica di alcuni media, ha
contribuito a creare immagini distorte del pluralismo religioso.
Certo è che questa pluralità di tradizioni, di vedute
e (forse) di identità culturali impone una riflessione
seria e soprattutto realistica, attenta sì all'aspetto
teorico-concettuale ma anche e soprattutto a quello sociale, al
modo in cui le religioni si presentano attualmente, con quali
occhi e con quali braccia, e al loro rapporto con le leggi degli
Stati.
Con chi realmente si ha a che fare? Si inizia così a
scoprire con Filoramo che «le grandi religioni tradizionali
oggi sono un cerchio ristretto rispetto al panorama della religiosità
nel mondo»; che queste stesse forme di religiosità
sembrano essere figlie dell'individualismo contemporaneo, a volte
persino del consumismo, così da essere difficilmente maneggiabili
dalla vecchia filosofia, dai concetti — spesso di vulgata
ottocentesca — di “cristianità” e “Occidente”.
«Sono [religioni] nomadi, dell'istante, prive di passato,
senza aperture all'altro». E poi si dovrà affrontare
per es. il mondo orientale la cui particolare concezione del divino,
pur apparendo così distante nel “rito” e nelle
“tradizioni”, potrebbe sorprendersi nel profondo —
come mostra Eckert — così affine alla sensibilità
mistica occidentale. Su questa base Eckert ha buon gioco di affidarsi
alla purezza dell'esperienza di Dio, che permetterebbe di puntare
sull'unitas dell'umanità dinanzi al Deus absconditus
anziché sulle differenze dei Nomi, riproponendo così
le letture della lunga tradizione neoplatonica (invocata anche
da Emilio Baccarini e da Paola Ricci Sindoni, che la chiama “Verità
eccedente”). Questi e altri spunti invitano allora il lettore
a scendere al centro della rete interdisciplinare che si apre
qualora si consideri realisticamente e senza intenzioni populistiche
o ideologiche l'effetto che le diverse esperienze religiose, condensate
e ufficializzate in ecclesiae e istituzioni, producono.
Ma forse ecco che la chiave potrebbe stare nella filosofia stessa:
oltrepassare le distinzioni per rintracciare l'unità e
la concordia sul piano intermedio della comunità, tra cittadino
e Stato. Il ruolo della filosofia sarebbe allora riproporre proprio
la sfida dell'agorà come comunità —
su questa lettura cfr. Filoramo, Samonà ma soprattutto
Fischer; tuttavia essa significa confronto autentico, significa
stare-con-l'altro: è l'apertura feconda dell'incontro,
che non è possibile realizzare se non si abbandona il modello
di una società puntiforme e individualistica, dove la massima
espressione di vicinanza sarebbe un tollerare indifferentemente
l'altro. E allora una delle conseguenze forse più inattese
dei fili argomentativi intrecciati durante il Convegno torinese
è stata il rifiuto corale del modello anglosassone della
"tolleranza". Come già notava Bobbio, «il
concetto di tolleranza è equivoco» (Ravera) perché
presuppone uno sguardo panoramico, neutrale, per cui chi lo esercita
non sarebbe coinvolto — non è forse fondata su questo
assunto la presunta laicità degli Stati moderni? Allora
riproporre la questione del pluralismo religioso può servire
anche a questo: comprendere come il metro “esterno”
della tolleranza sia forse, a dispetto della vulgata “di
superficie”, il meno indicato poiché del tutto inadatto
a comprendere quelle esperienze di vita in cui, al contrario,
il coinvolgimento radicale porta l'uomo a pronunciare il Sì
della fede.