La domanda sulla libertà è questione “sempreverde”
della storia della filosofia. Non v’è epoca e corrente
di pensiero che non sia stata posta dinanzi alla necessità
di affrontare tale problematica e che non abbia dovuto dare, in
un modo o nell’altro, dove in maniera esplicita dove in
maniera velata, una soluzione in forma di risposta. Risposta che,
sempre, lungi dal configurarsi come ultima chiosa, assume il carattere
di una nuova prospettiva attraverso la quale porre nuovamente
l’originaria domanda. Certo è che il lungo percorso
tracciato dalla storia del pensiero ha permesso alla riflessione
filosofica di rintracciare dei punti stabili attraverso i quali
delimitare e inquadrare il “problema libertà”.
È così che, nel saggio che apre il volumetto Sergio
Sorrentino può riconoscere e confermare il mostrarsi del
problema sempre attraverso le vesti dell’enigma e del paradosso.
La libertà, nel suo inerire all’uomo sia come capacità
(quindi al suo agire) che come questione, si mostra sempre come
condizionata. La necessità di indagare la natura di tale
“condizione” implica il rivolgere l’attenzione
all’origine stessa dell’esser liberi così come
allo spazio in cui si esercita tale predicato. L’invenzione
di senso che caratterizza l’umanità dell’uomo
(p. 8) è infatti garantita proprio dal fatto che “libertà”
è un concetto-predicato e pertanto esprime la modalità
d’essere dell’agire umano (pp. 9-10). Libertà
è il predicato che connota in maniera peculiare l’agire
dell’uomo, quindi il suo ethos, che si struttura attraverso
l’interazione tra “natura” e “spirito”.
È così che siamo condotti ad ammettere che l’agire
umano libero si presenta come passività nella quale è
iscritta una «indeducibile spontaneità» (p.
11). L’ethos umano dunque si costituisce a partire
da quella sovradeterminazione di senso che da sempre caratterizza
il risultato dell’agire libero, sebbene condizionato nel
suo stesso inizio. Da un tale agire, che bisogna riconoscere sempre
orientato da un’intelligenza discriminante, scaturiscono
la responsabilità (come rendere ragione) e l’imputazione
(come caricarsi dell’onere delle conseguenze) come connotazioni
fondamentali (p. 15).
L’uomo nel suo dover sostenere il “peso” della
condizione di libertà si presenta come avente autonomia
e dignità, ossia connotato da uno statuto ontologico non
alienabile né negoziabile con alcun altro ente di questo
mondo (p. 16). L’autonomia che caratterizza la libertà
e la rende enigma per la riflessione filosofica è il centro
del saggio che dà il via a una serie di indagini riguardanti
il pensiero di diversi autori a partire da Kant. E proprio sulla
questione della libertà in Kant si concentra l’attenzione
di Hagar Spano che mostra, seguendo lo sviluppo della riflessione
del filosofo di Königsberg, come dalla legge morale venga
ricavata quella giustificazione della libertà che assume
il suo pieno valore trascendentale solo se collocata nella prospettiva
della ragion pratica (p. 29). La libertà non può
essere oggetto di conoscenza ma il suo valore come res facti
non può essere messo in dubbio. Questo fa sì che
nei suoi confronti sembra si diano, simultaneamente, un sapere
e un non sapere (p. 42). Qui Spano mostra in maniera acuta come
tale ambiguità sia pertinente, secondo Kant, alla sfera
del mistero (concepito come ciò che si può intendere
e comprendere bene sotto il rapporto pratico ma che dal punto
di vista teoretico sorpassa i nostri concetti) (p. 43), ribadendo
come la libertà assuma sempre più marcatamente un
valore pratico.
Anche la riflessione di Schelling — analizzata da Claudio
Belloni e, per quanto riguarda la sua ultima produzione, da Malte
D. Krüger nell’Appendice che chiude il volume —
deve fare i conti con la questione della libertà umana,
finita e sempre in relazione a una alterità. Così,
la libertà si lega alla questione della liberazione (p.
52), intesa come liberazione dell’uomo da Dio e da se stesso
per giungere a un riconoscimento del proprio essere in relazione
all’autentico divino. Divino che è principio assoluto
e che nella distinzione tra filosofia negativa e filosofia positiva,
Schelling riconosce nella sua piena libertà (p. 176). La
filosofia positiva si connota dunque come «una dimostrazione
di Dio legata inscindibilmente con la prassi esistenziale e il
processo storico» (p. 177). Attraverso questo mutamento
prospettico la speculazione schellinghiana concepisce la libertà
umana come «faticosa presa di coscienza» (p. 66) e
ri-conoscendo la sua ineludibile correlazione con l’assoluta
libertà del principio permette alla religione e alla metafisica
di rendersi l’una libera nei confronti dell’altra
(p. 181). La costellazione di relazioni che il pensiero di Schelling
intesse nel suo confrontarsi con la questione della libertà
viene come riassorbita nel vortice dell’interiorità
dalla riflessione kierkegaardiana, esposta da D. Giordano, nella
quale la libertà costituisce il volgersi dell’uomo
alla verità. La modalità di tale relazionarsi porta
l’uomo a riconoscersi come non-verità (p. 73) e,
in tal modo, a essere liberato proprio perché liberato
da se stesso. La libertà, come realizzazione della soggettività
e della verità, è per l’uomo il volere la
prossimità con Dio, «essere solo con Dio, tenersi
alla sua presenza» (p. 74).
Nello stesso solco, fatte le debite eccezioni contestuali, si
inserisce il saggio di Agostino Guccione volto a indagare la necessità
dell’umiltà e della prudenza come componenti chiave
in qualsivoglia discorso avente come oggetto la libertà
(p. 80). Attraverso il valore che assumono queste due componenti
si può giungere a definire la dimensione dell’umano
esistere come quella di una “passività agente”,
situata già in un ordito di relazioni che la condiziona
e ne costituisce la libertà come compito da raggiungere
attraverso un processo di liberazione (p. 93). Collocandosi nel
solco della riflessione elaborata da Abraham Joshua Heschel, Guccione
mostra la possibilità della libertà come giudizio
sugli eventi possibile solo a partire dalla liberazione dalla
tirannia dell’io incentrato su se stesso (p. 96). La compresenza,
nell’ambito della dimensione della libertà, di autonomia
ed eteronomia è punto centrale anche del pensiero di Rosenzweig,
del quale il saggio di Claudia Milani segue lo sviluppo analizzando
la questione della libertà nella Stella della Redenzione.
Attraverso una “fenomenologia della libertà vissuta”,
Rosenzweig presenta la libertà umana determinantesi come
“libertà responsorea” nei confronti dell’appello
divino (in questo caso le figure emblematiche prese in considerazione
sono quella di Adamo e quella di Abramo).
La “responsività” della libertà umana
sposta così l’attenzione dal sé meta-etico
a una piena assunzione della scelta di responsabilità,
una volta che la libertà deve essere compresa nel suo darsi
nel mondo, quindi in relazione (p. 110). Anche in Marcel la libertà,
connotatesi come situazione fondamentale dell’uomo (p. 118),
va concepita solo dal punto di vista del vissuto e si caratterizza
come accettazione del dono dell’esistenza; dono che comporta
il rispondere con la nostra stessa vita (p. 126). Il fatto che
la libertà umana si delinei a partire dal dono di un’esistenza
incarnata implica, inoltre, che essa renda presente la dimensione
del mistero che caratterizza la nostra corporeità. Ecco
che tale mistero nel quale, previa accettazione della nostra esistenza,
siamo da sempre coinvolti delinea l’esistenza autentica,
quindi libera, come “ricettività creatrice”
(p. 129). Il mistero dell’esistenza intesa come dono è
argomento anche del saggio di Claudio Tarditi incentrato sulla
analisi che della libertà come donazione viene svolta da
Marion e Pareyson a partire dalla riflessione heideggeriana sull’Ereignis.
Se nella riflessione del fenomenologo francese si tende a mettere
in luce come il dato porti sempre in sé la piega di una
donazione che si ritrae, e così facendo si costituisce
come donazione di libertà (pp. 140-143), nelle indagini
svolte dal pensatore italiano il tenere ben ferma l’alterità
della libertà intesa come principio originario evidenzia
il dono d’alterità gratuito che si va realizzando
nella stessa esistenza (pp. 145-148). La ricettività che
caratterizza la libertà nel suo essere predicato dell’umano
agire connota anche la speculazione ricoeuriana presa in esame
da Mauro Cinquetti nell’ultimo saggio. Per Ricoeur, la libertà
è un’iniziativa ricettiva, «ne risulta che
l’atto supremo del volere che afferma la sua libertà
sta nell’accettare i propri limiti» (p. 153). La libertà,
nella sua limitatezza, mostra la costituzione dell’uomo
come fallibile e così si connota come capace di compiere
il male (p. 157). Il riscatto della libertà dalla sua intima
fallibilità sarebbe possibile, secondo il pensatore francese,
solo alla luce della speranza della resurrezione (p. 161). Tale
speranza riporta in auge il valore della religione alla luce di
quella sovradeterminazione di senso che, già ben evidenziata
nel saggio introduttivo, caratterizza l’umano agire in quanto
libero.
In tal modo, il volumetto in oggetto si presenta come una lettura
assai agile e estremamente interessante per avvicinarsi in maniera
approfondita alla questione della libertà secondo quegli
snodi teoretici che hanno caratterizzato la riflessione filosofica
sull’argomento a partire da Kant.