L'angelologia nella filosofia
di Leibniz
di Mario
Micheletti
L’originalità
della ricerca di Mattia Geretto, che trova espressione
nel volume L’angelologia leibniziana
(Rubbettino, Soveria Mannelli 2010), non consiste tanto
nell’individuazione e ricognizione di un tema
curioso all’interno del corpus leibniziano,
l’angelologia, quanto nel tentativo di mostrare
come questo tema abbia avuto un ruolo significativo
nella formazione della filosofia di Leibniz e come esso
sia capace di gettare nuova luce su problematiche classiche
della metafisica leibniziana, gli angeli essendo parte
integrante di tale sistema metafisico. Il volume si
divide in tre parti. Nella prima parte Mattia Geretto
compie una ricognizione analitica e ordinata dell’angelologia
leibniziana, passando in rassegna le opere pubblicate
dal grande filosofo e le elaborazioni non date alle
stampe, raccolte secondo le ricorrenze di alcuni temi
specifici (con alcuni esempi tratti da scritti inediti).
Nella seconda parte, che segue un breve intermezzo dedicato
a un’esplorazione del ruolo degli angeli nella
Bibbia, le stesse tematiche sono riproposte in modo
sistematico e critico, dando luogo a una ricostruzione
puntuale dell’angelologia leibniziana. Nella terza
parte l’attenzione è concentrata sul ruolo
dell’angelologia nella formazione della metafisica
leibniziana, in particolare in rapporto alla soluzione
data da Leibniz al problema concernente il principio
di individuazione.
Nell’indagine condotta sui testi
della Teodicea il punto di vista critico che
emerge come particolarmente adeguato è quello
dell’analisi del rapporto filosofia-rivelazione,
che sottende il particolare stato di equilibrio richiesto
da Leibniz tra natura e grazia. «Per quanto riguarda
il tema degli angeli – osserva Geretto - Leibniz
sembra fondere in un tutto organico la teologia naturale
(o filosofica), il messaggio rivelato e la religione
cristiana, in quella che risulta essere una sua originale
e personale visione (cristiana) dell’universo,
una visione in cui la natura e le sue leggi hanno sempre
una posizione di massima autonomia ed importanza»
(p. 198). L’angelologia che emerge dalla Teodicea
è un’angelologia essenziale, suffragata
e costituita dal messaggio della rivelazione e nel contempo
dalla forza della ragione.
Nella filosofia di Leibniz non vi
sono spiriti finiti interamente separati dalla materia,
e pertanto anche gli angeli hanno un loro corpo organico,
tanto più perfetto quanto maggiore è il
grado di perfezione dello spirito al quale appartiene.
La notevole distanza tra la perfezione di tali spiriti
e il grado di perfezione degli uomini non impedisce
a Leibniz di dire che, in definitiva, gli angeli e i
beati sono creature come noi: in loro, a causa della
presenza del corpo, permangono sempre percezioni confuse
mescolate a conoscenze distinte. È in virtù
di questa continuità che Geretto può dire
che la metafisica riguardante gli angeli in Leibniz
è una metafisica che riguarda anche gli uomini,
soprattutto nel senso che questa viene ad “affinarsi”
allorché ha come esempio privilegiato gli spiriti
angelici. Ad es., «è di corpi 'gloriosi'
che Leibniz parla, quando si volge a considerare i corpi
degli angeli e dei beati» (p. 11). Trattando delle
pubblicazioni leibniziane più brevi, Geretto
mette in evidenza il tema della corporeità, sottolineando
come l’idea della "corporeità"
degli angeli non sia una scoperta della maturità
del filosofo, risultando latente anche nella sua controversa
produzione pubblica giovanile, affiancata dalla riflessione
su altri concetti collaterali, quali il concetto di
“individuo” e di “persona”.
Dagli studi sulle distinzioni tomiste e scotiste sul
problema dell’individuazione negli angeli Leibniz
«'distillò' idee che ebbe poi bisogno di
meditare a lungo, ma che nel loro fondamento rimarranno
invariate» (p. 195).
L’indagine che compie Geretto
insegue il tema angelologico in ogni aspetto o frammento
della vasta produzione filosofica di Leibniz edita e
inedita. Nei Nouveaux Essais la sicurezza di
ordine filosofico riguardo all’esistenza di creature
razionali non umane rinvia, ancora una volta, al principio
di continuità nella natura e alla convinzione
che ogni anima dev’essere perpetuamente legata
a un corpo proprio. Nella stessa Monadologia,
come nei Principi della natura e della grazia,
si può rinvenire la tesi secondo cui ogni monade
creata forma una sostanza vivente assieme al proprio
corpo specifico (anche gli angeli, quindi hanno un loro
particolare corpo, a differenza di Dio). La lettura
che Geretto offre della Monadologia è
proposta come una controprova della non contraddittorietà
dei temi angelologici in essa contenuti «rispetto
ai principi maturi della filosofia leibniziana»
(p. 268). Si tratta di verificare se tutto ciò
che Leibniz dice delle monadi possa essere "accomodato",
senza forzature, anche alle monadi angeliche. Da questo
punto di vista è particolarmente interessante,
in sede storiografica, il confronto che l’A. propone
fra la propria analisi e quella, apparentemente analoga,
compiuta nel 1922 dal Bouchemousse nel suo studio intitolato
La monadologie de Leibniz et l’angelologie
de St Thomas (p. 279).
All’angelologia leibniziana
essenziale corrisponde un corpus demonologico
altrettanto essenziale. «Anche il diavolo entra
a far parte a pieno titolo dell’universo leibniziano
– afferma Geretto – e anzi, con un’immagine
davvero plastica di Deleuze, dobbiamo persino riconoscere
che non esisterebbe il migliore dei mondi possibili
senza le grida di rabbia di Beelzebub che lo scuotono
dalle fondamenta!» (p. 211). D’altra parte,
non c’è traccia di manicheismo in Leibniz,
perché il diavolo è pur sempre una creatura,
e come tale è limitato. Un tema interessante,
che è proposto varie volte in diversi contesti
nel libro, o in rapporto all’apocatastasi o a
proposito della natura finita del demonio o dell’assenza
di un male radicale o infinito, è quello del
progresso continuo nel bene infinito contrapposto alla
limitatezza del male. Il modo particolare in cui Leibniz
si esprime ricorda chiaramente la dottrina dell’epéktasis
di Gregorio di Nissa. Per Leibniz «Dio è
infinito, il demonio è limitato, il bene può
andare e va all’infinito, mentre il male ha i
suoi limiti». Geretto trova qui un ulteriore punto
di appoggio per la fondazione del cosiddetto "ottimismo
leibniziano". Il bene, a differenza del male, è
chiamato a un progresso senza limiti. Il progresso continuo,
infinito nel bene (una dottrina tipica di Gregorio di
Nissa) è in perfetta sintonia con la prospettiva
leibniziana (cfr., in particolare, pp. 136, 212).
Dal punto di vista storiografico,
sono interessanti inoltre i raffronti con le posizioni
dei platonici di Cambridge Henry More e Ralph Cudworth
(cfr., in particolare, pp. 310-313), sia per quanto
riguarda gli argomenti a favore dell'esistenza degli
spiriti sia in rapporto al tema dei corpi sottili. Anche
Locke è preso in considerazione. Geretto non
ignora il recente volume di John W. Yolton, The
Two Intellectual Worlds of John Locke (Cornell
U.P., Ithaca-London 2004), che sottolinea l’originalità
del modo in cui Locke affronta il tema degli spiriti
anche in rapporto alla "catena dell’essere".
Geretto, pur rimandando alla struttura dello Essay
di Locke per un adeguato raffronto, sostiene che ciò
che viene detto di Locke da Yolton vale a maggior ragione
per Leibniz, al quale peraltro si può riconoscere
un maggiore sforzo rispetto a Locke nel cercare di ricondurre
il proprio discorso sempre all’interno dei confini
della "teologia naturale" (p. 221).
Sul tema del rapporto fra Scrittura
e razionalità filosofica in Leibniz, sulla scorta
dei temi angelologici, l’A. giunge a conclusioni
interessanti. Esiste per Leibniz un proprium
dell’angelo in quanto entità specifica
della rivelazione. Le Sacre Scritture intervengono nel
pensiero di Leibniz con una funzione sussidiaria. Inoltre,
ogni volta che Leibniz adopera i termini "angelo"
o "diavolo", si schiera dalla parte opposta
rispetto a pensatori come Spinoza, Bekker o Stosch.
In altre parole, egli dà prova di considerare
le testimonianze delle Scritture a favore dell'esistenza
di questi esseri, «come testimonianze effettivamente
degne di fede, benché la sua adesione "di
fede" fosse da lui concepita come cosa che necessariamente
doveva integrarsi o armonizzarsi con le richieste della
ragione» (p. 358). Quella leibniziana, secondo
Geretto, è, in definitiva, una originale reductio
ad unum in cui convivono più o meno pacificamente
il regno della natura e il regno glorioso della grazia
soprannaturale. «Tale originale e problematica
reductio è ravvisabile nello stesso
uso dell'ambigua sinonimia dei termini "genio"
e "angelo": il primo con una valenza generale
di ordine metafisico-naturale per indicare qualsiasi
anima razionale superiore; il secondo per esprimere,
nell’ordine metafisico-soprannaturale, un qualsiasi
membro del coro glorioso di tutti gli spiriti beati
(o, ancora, gli angeli dannati o demòni). La
"ragione" e la "Scrittura" agiscono
quindi in qualche modo di pari passo nel delinearsi
del pensiero del filosofo e, per quel che riguarda in
particolare il tema del corpo degli angeli, la forza
di tale connubio è testimoniata da Leibniz in
modo esplicito» (p. 357).
Credo sia evidente il contributo che
la ricerca di Geretto può dare, attraverso lo
studio di questo aspetto curioso, ma significativo,
dell’opera di Leibniz, l’angelologia, a
una comprensione più completa e adeguata della
metafisica leibniziana.
Il volume è corredato di un’ampia
bibliografia e dell’indice dei nomi.
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