Il cristianesimo come "fine
del sacro" in René Girard
Il
volume che viene proposto all'attenzione del lettore
raccoglie gli atti del Convegno tenutosi ad Arezzo il
18 e 19 aprile 2008, promosso dall'Accademia Petrarca
e dal Dipartimento di Studi Storico-Sociali e Filosofici
della Università di Siena nella sua sede aretina,
sul tema
Religioni, laicità, secolarizzazione.
Il cristianesimo come "fine del sacro" in
René Girard. Convegno organizzato e animato
da Silvio Morigi, curatore - insieme a Maria Stella
Barberi - del volume in questione, e da lui efficacemente
diretto intorno a una delle questioni centrali del pensiero
girardiano:
il cristianesimo inteso come forza
decostruttiva della religione umana nel suo complesso
e conseguentemente la laicità e la secolarizzazione
(ma anche il fenomeno della
morte di Dio e
addirittura l’
ateismo stesso) come fenomeni
tipicamente cristiani. Le otto relazioni, i quattro
interventi e la tavola rotonda finale - che costituiscono
la "materia viva" del testo - restituiscono,
nella varietà e vivacità delle voci, l’atmosfera
di quel confronto di alto livello che si tenne nelle
antiche stanze della
Casa del Petrarca.
Analizzando nel dettaglio i diversi
studi di cui si compone il volume, notiamo immediatamente
il contributo di S. Morigi (
Dessiner en creux. Il
sacro e la croce), il quale viene a costituirsi
quale introduzione tematica. In queste pagine di notevole
spessore filosofico Morigi pone in tensione dialettica
il "primo" e l'"ultimo" Girard (coordinate,
queste, che non andrebbero intese in senso semplicemente
cronologico). Il "primo" Girard, puttosto
noto, cesura di fatto il cristianesimo nella sua distanza
assoluta dal religioso e dal sacro arcaico. La croce
di Cristo demistifica l’universo mitico-rituale
con una forza decostruttiva tale da ricadere sul cristianesimo
stesso in quanto religione istituzionalizzata. Si assiste
così a una progressiva laicizzazione del fenomeno
religioso, sino a rendere ragione di avvenimenti solo
apparentemente lontani dalla matrice cristiana, quali
il moderno ateismo e il fenomeno della "morte di
Dio". In questo senso la croce è il simbolo
stesso di una rottura radicale con il religioso sacrale
e vittimario. Ma l'"ultimo" Girard, particolarmente
in testi quali
Quand ces choses commenceront
o ne
Le sacrifice, giunge invece ad affermare
che proprio il cristianesimo, attraverso la medesima
decostruzione del religioso arcaico, rivela un religioso
- seppure di altra natura - quantomeno inseparabile
dall'arcaico. È come se a furia di distanziare
polarità opposte (cristianesimo
contro
sacro arcaico) si finisse per scorgerne strane simmetrie
anziché radicali diversità. In altre e
più semplici parole, l’ultimo Girard cerca
di oltrepassare le opposizioni poste dal primo. E come
la peculiare diversità del sacrificio di Cristo
si opponeva - decostruendolo - all’universo vittimario
antico, ora - al di là della differenza - il
termine
sacrificio torna a costituire quella
unità simbolica che riassume in sé l’intera
storia religiosa dell’uomo. Così un'unità
paradossale, una continuità nella rottura - dal
Morigi efficacemente segnalata - si scorge proprio entro
la rottura tra il sacro e la croce.
Dunque il cristianesimo da una parte
si oppone al religioso, ma dall’altra riassume
e porta a compimento l’arcaico. Di questa unità
nella differenza ne dà testimonianza la positività
che il termine "sacrificio" assume nell’ultimo
Girard, dopo i tanti precedenti ostracismi. Una positività
che deriva non dalla eguale natura del sacrificio di
Cristo rispetto a quello della circolarità mimetico-arcaica,
ma del suo accondiscendere a situarsi in tale spazio
di senso, pur essendo di un senso radicalmente eterogeneo.
Il sacrificio di Cristo rifiuta qualsiasi collusione
con la violenza vittimaria, eppure accondiscende a situarsi
nel medesimo universo mimetico e sacrale. È così
che tale sacrificio «richiede che si situi e si
eserciti entro uno spazio di violenza sacrificale»
(p. LVIII). Proprio per questo il cristianesimo non
può rappresentare una
position de surplomb
(posizione dall’alto), e ancora proprio per questo
l’ultimo Girard parla di una impossibilità
di fuoriuscita dal meccanismo mimetico; non esiste uno
spazio neutro non sacrificale da cui potersi opporre
alla violenza sacrificale, nessun terreno neutro completamente
estraneo a tale violenza. Cristo deve necessariamente
incarnarsi nella violenza umana e subirla. Paradossalmente
la "verità" del perfetto sacrificio
del Cristo può manifestarsi soltanto attraverso
la ‘menzogna’ del mimetismo sacrificale
della violenza. Così la croce del Cristo si situa
nello spazio preparato sin dall’origine del mondo
dal meccanismo sacrificale, lo riassume e lo porta a
compimento pur rivelandone il limite. Si tratta di un
dessiner en creux (configurarsi nell’assenza),
come un "concavo" che attende il "convesso"
che gli corrisponda e, una volta riempitasi tale cavità
(Paolo parlerebbe di
pléroma), pur scomparendo,
essa assume in pienezza il suo significato. In Cristo
l’arcaico viene definitivamente distrutto perché
compiuto. «La Passione entra nel calco dell’assassinio
fondatore e ne mostra la verità nascosta»
(p. LXX). Come ai primordi della storia umana il mimetismo
sacrificale generò l’uomo affrancandolo
dalla bestialità primitiva, così ora è
la Croce che genera l’uomo nuovo, in una sorta
di paolina
kainé ktísis (nuova
creazione), per cui il primo Adamo prefigura ed attende
l’ultimo Adamo (Cristo), il peccato d’origine
attende e prefigura la rendenzione, l’ordine sacrificale
prefigura e attende la Croce che definitivamente lo
compie. Al termine del saggio di Morigi anche l’ultima
parola del Cristo crocefisso assume per il lettore una
luce nuova ed evocativa:
consummatum est (tutto
è "compiuto").
Su questo tipo di lettura di Girard,
che definiremo "figurale" (e non semplicemente
tipologica), per cui l’ultimo "supera"
in quanto "‘compie" il primo, si cimenta
anche l’originale saggio di Pierpaolo Antonello
(
Realismo e secolarizzazione. Erich Auerbach e René
Girard). In esso l’autore, conducendo in
parallelo la lettura di
Mimesis (ma anche del
complesso dell’opera del celebre filologo tedesco)
e la teoria girardiana, ne sottolinea l’assoluta
vicinanza; una vicinanza che Girard sembra abbia soltanto
intuito. In effetti, attraverso una filologia storico-sintetica,
Auerbach presenta il cristianesimo quale concezione
paradigmatica del destino umano e mostra come «in
Mimesis vi sia una comprensione del mimetismo
dell’uomo più ampia di quanto Girard non
sospetti e che va in direzione del tutto concorde con
la sua ipotesi» (p. 11). È grazie alla
frequentazione di Bultmann, nella sua lettura demitizzante
del testo evangelico, che Auerbach, esattamente come
accade in Girard, comprende la modernità come
diretta derivazione dell’incarnazione del Cristo.
È da questo evento fondatore che inizia l’uscita
della religione dalla religione (ovvero dal sacro).
Ma è propriamente sul concetto di
figura
che Antonello vede il cardine della possibilità
di accostare Auerbach a Girard: esso è uno strumento
indispensabile «per comprendere il rapporto storico
tra cristianesimo e de-mitizzazione, ovvero il rapporto
dialettico tra progressione storica e permanenza, fra
evoluzione delle forze e forme sociali e riconoscimento
delle strutture di continuità antropologica»
(p. 14). «L’interpretazione figurale - scrive
Auerbach - stabilisce tra due fatti o persone un nesso
in cui uno di essi non significa soltanto se stesso,
ma significa anche l’altro, mentre l’altro
comprende o adempie il primo. I due poli della figura
sono separati nel tempo, ma si trovano entrambi nel
tempo, come fatti o figure reali». Antonello sottolinea
come proprio questa struttura ermeneutica sia alla base
della lettura dei testi letterari di Girard; egli infatti
ha utilizzato il modello cristologico-sacrificale per
rileggere tutti i testi pre e post-cristiani. Di più:
si potrebbe affermare che, attraverso la teoria mimetica,
Girard abbia fornito semplicemente una veste antropologica
alla lettura figurale auerbachiana. Pertanto il concetto
di
figura è il
trait d’union
definitivo che vincola Girard a Auerbach.
Figura
non è, si badi bene, un espediente di lettura
dei testi semplicemente simbolico o allegorico; sia
Girard che Auerbach insistono sulla realtà e
sugli eventi reali che il concetto veicola. Occorre
uscire dai residui platonici che insistono entro il
paradigma figurale per recuperarne la genuina ed originale
dimensione realistica. In questo senso, ad esempio,
la connessione figurale tra il sacrificio di Isacco
e quello di Cristo si compie sui fatti e non sulle interpretazioni.
E sempre in questa direzione la passione di Cristo è
‘compimento globale’ (
Erfüllung)
della dimensione profetica insita nell’ebraismo
e della storia quale progressiva comprensione della
realtà umana. Se si applica l’interpretazione
figurale a livello della storia umana ci si rende conto
infatti di come la moderna secolarizzazione non si opponga
al cristianesimo ma ne sia, anche se paradossalmente,
la reale continuazione. Essa è una forma dell’adattamento
richiesto al cristianesimo per allargare la sua azione
diffusiva in un mondo globale. Dunque anche la modernità
sarebbe retaggio di quel realismo esistenziale scaturito
dal cristianesimo; ma che ne sarà dell’interpretazione
figurale nel mondo post-moderno? Non si è posti
di fronte oggi ad uno pseudo-realismo, frutto della
società mass-mediatica e della ibridizzazione
sempre più spinta di oralità e immagine?
Non sappiamo come Auerbach (scomparso nel ’57)
si sarebbe posto di fronte a tale scenario; tuttavia
non si può non sottolineare come proprio oggi
il meccanismo mimetico sia ancora più generalizzato
dalla presentazione ossessivamente imitativa dei modelli
mediatici.
Il contributo di Maria Stella Barberi
(
Laicità e secolarizzazione al debutto. Il
corpo visibile del sacrificio nella Lettera agli
Ebrei 10,5-10) sottolinea come proprio la diversità
del sacrificio di Cristo, delineata ampiamente dall’Epistola
agli Ebrei, sia all’origine del processo di secolarizzazione
e di laicità dell’occidente. La
Lettera
denuncia a più riprese «il troppo ingenuo
tentativo di placare la coscienza di peccato con pratiche
inefficaci» (p. 47). Contro di esse l’Epistola
vede in Cristo il corpo preparato per il sacrificio,
sacerdote e vittima congiuntamente, cardine della salvezza.
Ora proprio questo sacrificio di oblazione è
il ‘nuovo’ sacrificio che si oppone, sino
ad abolirlo, al sacrificio arcaico. Un secondo culto
nasce dalle ceneri della prima - inefficace quanto ripetitiva
- liturgia del capro espiatorio e del culto ebraico
del Tempio. Nonostante ciò
Ebrei propone
un’interpretazione sacrificale della Passione
del Cristo, mentre «nega una via di accesso diretto
all’espiazione per il peccato. Prendendo su di
sé il peccato degli uomini […] Gesù
Cristo ha precisamente espiato quei peccati che i sacrifici
rituali del culto ebraico non potevano espiare»
(p. 65). In
Achever Clausewitz Girard, dopo
aver sottolineato come il cristianesimo scriva la parola
fine sul realismo sacrificale arcaico, sottolinea come
esso sia comunque all’origine di una lunga ed
accelerata crisi di frenesia mimetica all’interno
delle relazioni umane. La rivelazione cristiana sarebbe,
così, all’origine di una evidente accelerazione
apocalittica della storia. Ed anche il sacrificio di
Cristo potrebbe essere interpretato come una sorta di
espiazione divina tramite la quale Dio, attraverso suo
Figlio, domanda perdono agli uomini per aver loro rivelato
con tanto ritardo i meccanismi della loro violenza.
È, in certo senso, il "fallimento del cristianesimo"
che, pur non cessando di crollare da oltre due millenni,
aggiunge ritardo su ritardo all’apocalisse. È
così che la storia della salvezza assume le sembianze
paradossali di una tendenza all’estremo; una tendenza,
però, che - seppure costantemente accelerata
- fa della permanenza nella storia umana il suo carattere
peculiare. In che senso, dunque, laicità e secolarizzazione
scaturiscono dal medesimo evento del cristianesimo?
Barberi fa leva sulla doppia esegesi di P. Garuti (
Due
cristologie nella Lettera agli Ebrei?) per la quale
l’Epistola «anticipa un’idea di secolarizzazione
che si è affermata nella modernità seguendo
le due direttrici, classicamente definite di laicità
morale e di istituzione secolare del corpo politico
sul modello platonico» (p. 70). Insomma Ebrei
resituirebbe due modelli sacrificali e perciò
cristologici: una "cristologia bassa" che
vede "nel" mondo, nel tempo della sua vita
terrena, nell’ora delle sue forti grida e lacrime,
il senso del sacrificio di Cristo, e una ‘cristologia
alta’ per la quale il luogo del sacrificio è
il cielo, mentre la morte in croce sarebbe solo il passaggio
necessario al compimento di un’offerta che segue
la morte e che si manifesta pienamente in una dimensione
sovraterrena. Dalla ‘cristologia bassa’
deriverebbe il senso di una semplice "memoria"
del sacrificio del Cristo, una impossibilità
di compierlo nuovamente e dunque la necessità
della sua
imitazione morale. In questo senso
sarebbe giustificata la preminenza dell’azione
etica sulla ritualità sacrificale e sugli apparati
istituzionali, com’è avvenuto all’interno
del protestantesimo calvinista (in questo senso Garruti
si riconnette alla celebre teoria weberiana). Dalla
‘cristologia alta’, invece, fortemente imbevuta
di platonismo, deriva una concezione mimetica del sacrificio
di Cristo; esso ha la sua realizzazione al di fuori
del mondo, in una dimensione divina, mentre nel mondo
esso può essere imitato ed attualizzato. «La
cristologia alta conduce alla forma secolare di un altrove
“immoto nell’eternità” (
mimesis)
e, per simmetria, la cristologia bassa al perfezionamento
morale dell’uomo (
imitatio)» (p.
71). Da una parte, dunque, disincanto del mondo, razionalizzazione
e perfezionamento morale delle sfere di vita profana,
dall’altra, invece, incarnazione statuale del
Regno mediante una sfera di autorità rappresentativa
del corpo politico. Due modelli che non si integrano
ma, anzi, si confrontano come doppi mimetici: inizio
di un’era secolare che comporta conflitti e rivalità,
forse apocalittiche.
L’auspicio di una più
attenta valutazione della teoria girardiana da parte
del Magistero ecclesiale cattolico, insieme alla necessità
di una rinnovata elaborazione teologica del sacrificio
di Cristo, è quanto richiede il vivace saggio
di Alberto Beretta Anguissola (
Laicità e
sacrificio. Un problema aperto). Se è certo
che il cristianesimo ha reso possibile una vera laicità,
perché ha smascherato le spiegazioni sacralizzanti
dei fenomeni naturali e sociali, come interpretare allora
la riflessione teologica della Chiesa che ha riproposto
nel corso dei secoli una lettura sacrificale della morte
del Cristo? «Il cristianesimo nega drasticamente
qualsiasi valore ed efficacia ai sacrifici e agli autosacrifici
proprio perché esalta più di quanto non
fosse mai stato fatto prima il valore, l’importanza,
la necessità e l’efficacia del Sacrificio
(di Cristo) […] Poiché Dio stesso si è
messo al posto della vittima, il meccanismo vittimario
è stato irrimediabilmente inceppato e rottamato.
Conseguentemente non è sbagliato dire che il
cristianesimo è al tempo stesso la meno sacrificale
delle fedi e la più sacrificale delle religioni»
(p. 94). Una tradizionale e ortodossa teologia della
redenzione ha fatto sua e tramandato l’idea che
il sacrificio del Cristo fosse assolutamente necessario
perché assolutamente adeguato alla grandezza
della collera divina scaturita dall’immensità
della colpa originale. Ma questa impostazione teologica
- con la terminologia che la sostiene - è ancora
ammissibile? Certi momenti dell’attuale magistero
papale, e certi momenti della catechesi istituzionale
(Anguissola ricorda la meditazione quaresimale pronunciata
davanti al Papa dal gesuita Vanhoye, ma andrebbe ricordato
anche il recente intervento di p. Cantalamessa) sembrano
tentare delle letture cautamente distanti da quelle
sacrificali. È il caso, ad esempio, della rinnovata
attenzione alla con-passibilità divina, alla
con-passione del Padre di fronte alla Passione del Figlio,
che sfocia in un tentativo di messa tra parentesi dei
termini e delle concezioni di "riscatto" e
di "prezzo dovuto" per la redenzione. Insomma,
si tratta di un interessante tentativo di rinnovamento
dei termini del problema che però si scontrano
con l’opposto limite di vedere nella croce di
Cristo soltanto una conseguenza "sfortunata"
dell’Incarnazione. Tra queste due polarità
dovrebbe riprendere vigore, a giudizio di Anguissola,
un percorso di riflessione di alto profilo che ancora
pare distante rispetto ai timidi e fin troppo prudenti
tentativi di una lettura non sacrificale del cristianesimo
nel suo insieme.
Il tentativo di annodare la teoria
mimetica con il prospettivismo di matrice kantiana è
all’origine del contributo di Paolo Diego Bubbio
(
Prospettivismo e secolarizzazione. L’eredità
post-kantiana della teoria mimetica), tentativo
forse temerario quanto problematico. L’autore
si avvia riflettendo sulle popolari dispute tra "nuovi
atei", sostenitori di un ateismo sviluppato su
basi scientifiche, e "teo-cons", indentificati
spesso come i sostenitori della teoria del "disegno
intelligente", sorta di nuovi teisti su base naturalistico-scientista.
Molto opportunamente Bubbio, criticandone l’impostazione
di fondo (ove ravvisa copiose congruenze anziché
radicali divergenze) ricorda i "gemelli nemici"
di girardiana memoria che, combattendosi vigorosamente,
costituiscono la propria identità soltanto per
reciproca opposizione. Nuovi atei e nuovi teisti sono
accumunati da un’identica visione del fenomeno
religioso (meta-naturalismo) che deriva loro dall’aver
rifiutato la svolta prospettivistica kantiana, la quale
di fatto rifiuta all’uomo un posto d'osservazione
privilegiato dei fenomeni, ponendosi in un supposto
"punto di vista di Dio". Nonostante la speculazione
girardiana si mostri spesso preoccupata di distanziarsi
dal relativismo delle teorie decostruzioniste, non lo
è il suo nucleo nevralgico, né l’esito
della sua riflessione che fa del prospettivismo - a
parere di Bubbio - la peculiarità stessa del
cristianesimo. A ben vedere, infatti, «se noi
oggi abbiamo la possibilità di contrapporre al
punto di vista dei persecutori un altro punto di vista
-quello della vittima- e se, ancora più profondamente,
oggi siamo in grado di parlare di "punti di vista"
invece che condividere acriticamente la narrazione sacrificale,
è perché stiamo beneficiando della demistificazione
contenuta nei Vangeli, che ci ha insegnato a condividere
prospettive diverse da quella» (p. 114). La stessa
Incarnazione del Cristo sarebbe fenomeno tipicamente
prospettivistico per via del paradosso implicito in
un Dio che, rifiutando un punto di vista assoluto, si
abbassa kenoticamente nell’assumere un punto di
vista semplicemente umano. Tesi questa fatta propria
dallo stesso Vattimo nella sua celebre conversazione
con Girard (cfr.
Verità
o fede debole? Dialogo su cristianesimo e relativismo).
Dunque «a quell’assoluto che è il
sacro (ovvero tutto ciò che, per definizione,
rifiuta di essere considerato in prospettiva), si contrappone
il cristianesimo come interpetazione vivente»
(p. 115). Nuovi atei e nuovi teisti rimangono entrambe
prigionieri di una visione arcaica e sacrale, mentre
la teoria mimetica si porrebbe tra queste polarità,
apparentemente opposte, assumendo l’eredità
prospettivistica e ermeneutica tipica delle grandi filosofie
del Novecento.
Il saggio di Giuseppe Fornari (
Redenzione
dal sacrificio o nel sacrificio? Secolarizzazione e
cristianesimo) propone una lucida quanto raffinata
analisi dei limiti delle impostazioni speculative che
si riferiscono al diffuso
cliché della
"morte di Dio". Innanzitutto occorre notare
come la pretesa nicciana e heideggeriana che la "morte
di Dio" sia argomento post-religioso è quantomeno
da respingere «perché questa crisi è
assai più radicale e virulenta di quanto gli
analisti filosofici della
morte di Dio sostengano»
(p. 133). Le conseguenze infatti non si esauriscono
nella ingenua pretesa di una morte delle religioni.
I colpi di coda che la contemporaneità ha fatto
vieppiù registrare la dicono lunga sull’entità
delle forze che le religioni mettono in campo. Il processo
di secolarizzazione pertanto deve essere compreso a
partire dal suo carattere "interno" la storia
cristiana, da quella
kénosis che riconduce
la secolarizzazione allo "svuotamento" del
Figlio di Dio, come emerge potentemente nel nucleo fondamentale
della riflessione di Bonhoeffer. Passando attraverso
l’analisi delle posizioni di Altizer, Vattimo
e Quinzio, l’autore ci conduce sino a Girard per
il quale «noi viviamo nell’epoca della rivelazione
della vittima assassinata, e assassinata fin dall’inizio
dei tempi, "sino dalla fondazione del mondo"»
(p. 150). In questo risiede l’autentico annuncio
"secolarizzante" della morte di Dio; annuncio
anche completamente destabilizzante perché innesta
la secolarizzazione dentro uno spazio apocalittico.
Il cristianesimo, avendo demistificato il meccanismo
vittimario teso ad allontanare la violenza per mezzo
della violenza stessa, precipita la storia umana all’incontro
con un bivio aspro e ineludibile: il rifiuto della violenza
e del meccanismo vittimario ormai decostruito, oppure
il rifiuto del messaggio evangelico e la consegna delle
sorti umane a una violenza assolutamente cieca e apocalittica.
Ora, siccome risulta evidente il rifiuto del verbo evangelico
appalesatosi nel corso dei due millenni di storia occidentale,
è senza dubbio quantomeno probabile, secondo
Girard, l’ingresso in una apocalisse planetaria.
Siamo dunque ormai entrati - come afferma il libro intervista
Achever Clausewitz - nell’epoca della
crescente sterilità della violenza. La secolarizzazione
coincide in definitiva col fallimento della cristianità
e della società occidentale perché il
mondo non accoglie il Verbo che solo può salvarlo.
È a questo punto che Fornari obietta come la
storicità sia dimensione determinante la rivelazione
cristiana e che nessuna delle posizioni analizzate prenda
veramente in considerazione la capacità del cristianesimo
stesso di dare risposte all’uomo e alla storia
dentro la crisi. L’autore rifiuta la
logica contrappositiva che sorregge le posizioni degli
autori del
cliché della "morte
di Dio" e invita a riconsiderare da altro punto
di vista l’evento del sacrificio di Cristo. «Io
credo fermamente - afferma - che la redenzione cristiana
consista nel rivisitare la logica interna del sacrificio
invertendola di significato, cioè rovesciandola
da orrenda violenza subita dalla vittima in manifestazione
massima dell’amore di Dio nella persona della
vittima stessa, che perdona ai suoi persecutori e ne
trasforma le colpe in occasione decisiva di salvezza»
(p. 159). In questa direzione l’espiazione del
Cristo non consiste nella mera ripetizione di un simbolismo
cruento ma nell’autentica redenzione umana che
conduce a un cristianesimo post-sacrale perché
imbevuto del suo passato e totalmente aperto al mondo.
Dopo il contributo introduttivo, Silvio
Morigi propone con il suo saggio (
Fede cristiana
e “fedeltà alla terra”. Terra e sottosuolo
nel primo Girard) una interpretazione estremamente
convincente e approfondita circa le dinamiche del desiderio
nell’opera di Girard. Mentre la più antica
produzione girardiana sembrava ammettere la possibilità
di un desiderio spontaneo e "rettilineo" (
selon
soi), «nello sviluppo ulteriore del suo pensiero,
invece, emerge sempre più la tesi di una invalicabile,
si potrebbe dire “trascendentale”, costituzione
mimetica dell’uomo, sia nel male che nel bene»
(p. 187) atteggiamento, quest’ultimo, che si rivela
pienemante attraverso i meccanismi del
desir selon
l’autre (desiderio secondo l’altro).
Se dunque è dentro il mimetismo che siamo costretti
a pensare, possiamo comunque scorgere come proprio il
desiderio costituisca la dinamica nascosta, il motore
propulsivo del mimetismo stesso. È proprio il
desiderio triangolare, per cui l’oggetto desiderato
è tale solo in quanto agli occhi del discepolo
ne rappresenta simbolicamente il modello, che fa emergere
nel mimetismo un’impronta sottilmente idolatrica.
Il modello infatti diviene un autentico idolo, un "sole
finto" che proietta il suo "splendore fallace"
sugli oggetti che diventano "reliquie" del
modello agli occhi del discepolo. È così
che lo sguardo del discepolo è uno sguardo "strabico"
(per un verso si rivolge all’oggetto ma per l’altro
guarda contemporaneamente il modello), che si sradica
dalla concretezza del reale e si chiude all’autentico
incontro con l’altro, sia esso di natura personale
che oggettuale. Proprio la fissità di tale sguardo
ossessionato dal modello produce sul mondo e sulle relazioni
umane un effetto desertificante e nichilistico; il suo
spazio esistenziale si contrae progressivamente finché
la
mímesis, rendendosi ormai nevrotica
e febbrile, innesca quella rivalità aggressiva
che contrappone gli individui riducendo il mondo a una
«desertica geometria di doppi violenti».
Dunque una deriva nichilistica si origina da quello
"strabismo mimetico" che ossessiona il desiderante.
In questa direzione infatti la teoria mimetica trova
significative assonanze con alcuni motivi della speculazione
nicciana: nel risentimento della "morale degli
schiavi" ad es. Nietzsche vede il frutto di una
«anima strabica», per il fatto che l’affermazione
dei suoi nuovi valori è contestuale alla fissa
e reattiva contrapposizione alla morale degli
Herren.
Così anche Scheler parla di una invidia esistenziale
come tratto caratteristico del rapporto mimetico, che
conduce a una sostanziale falsificazione dell’immagine
del mondo. In altre parole potremmo sottolineare come
la dinamica desiderativa del mimetismo non sia soltanto
all’origine del sistema della violenza nelle relazioni
umane ma conduca a un’autentica "perdita
della terra", cioè allo smarrimento cognitivo,
morale e esistenziale di un rapporto vero, autentico
e rettilineo con le persone e con gli oggetti. Come
recuperare allora un desiderio rettilineo che permetta
il riscatto di una autenticità perduta? È
il tema che Morigi affronta, con originalità
e profondità teoretica, avvicinando la speculazione
girardiana ad alcuni fondamentali temi del personalismo
francese. In particolar modo si evidenzia per significatività
e acume il raffronto con D. De Rougemont. L’
agápe
derougemontiana infatti nel suo prendere le distanze
dalle dinamiche obnubilative di
eros (si ricorderà
la celebre la contrapposizione di
amour passion
e
amour action) è capace di cogliere
la magnifica individualità e la concreta finitudine
dei volti particolari, riconducendo il rapporto desiderativo
a un percorso rettilineo in cui l’amore è
capace di unire le differenze senza confonderle. Nella
stessa direzione anche in Mounier si ritrova il gusto
per la nitidezza dei volti particolari, per cui «l’agápe
sfugge da ogni ossessione spiritualistica e angelica
purezza e coltiva la
finitudine» (p.
249). Si potrebbe leggere in questa direzione anche
l’affermazione girardiana per cui «la relazione
santifica, mentre la reciprocità sacralizza».
È dunque entro il chiasmo concettuale costituito
da "relazione" e "reciprocità"
da una parte, e "santificazione" e "sacralizzazione"
dell’altra che si può giocare se non l’uscita
dal mimetismo quantomento la possibilità di recuperarne
quella dinamica rettilinea già presente negli
scritti del primo Girard.
La forza decostruttiva del cristianesimo
rispetto al sacro arcaico non è certo un cammino
lineare nella storia umana. È quanto evidenzia
il contributo di Marco Ravera (
Il capro sul rogo.
Per una lettura girardiana della caccia alle streghe)
che, inquadrandolo girardianamente, rilegge il sistema
mimetico-vittimario della "caccia alle streghe"
come una delle pagine più luttuose della cristianità
europea. In uno dei momenti storici in cui la Chiesa
si sente incalzata dall’esterno dalla nascita
della scienza moderna, essa si ripiega in se stessa
per purificarsi sacrificalmente dai residui di paganesimo
che albergavano in tante zone dell’Europa nelle
quali una superficiale evangelizzazione era rimasta
compromessa con i residui di culti pre-cristiani. L’avversario,
dunque, è all’interno e va "espulso";
il paganesimo diviene il gemello nemico suscitando una
vera e propria crisi di indifferenziazione che sfocerà
nelle guerre di religione. Occorre dunque un capro espiatorio
(non a caso le figurazioni demoniache del periodo ripropongono
il sembiante della figura caprina) che viene individuato
nello stregone e soprattutto nella strega; «per
nient’altro che per i suoi legami con "la
violenza e il sacro", infatti, il popolo la teme,
e la immagina capace, come gli dèi e gli eroi
mitologici, di crimini orrendi e disumani quali il cannibalismo
e l’incesto» (p. 285). Fu così che
la caccia alle streghe divenne «l’ultimo
immenso sacrificio di massa effettuato in nome di quella
stessa religione cristiana che, nella lettura non sacrificale
datane da Girard, dovrebbe svelare la menzogna del meccanismo
e scindere definitivamente cristianesimo e violenza»
(p. 277). Una società misogina e terrorizzata,
ma soprattutto un cristianesimo ancora profondamente
sacrificale, tenta di ricostituirsi distruggendo, per
rifondarsi sui cadaveri della proprie vittime.
La prima parte del volume si conclude
con il contributo di Pierangelo Sequeri (
La libertà
e il sacro. Interrogazioni su la religione e l’umano
in René Girard) che prende avvio dalla costatazione
che il pensiero girardiano, seppur impegnato a ribadire
il carattere ipotetico e di ricerca, si presenti con
i tratti di un "pensiero forte". La pietra
filosofale di Girard risiede totalmente nella connessione
tra violenza e sacro, mentre il sacrificio del Cristo
si struttura contro la violenza in favore dell'
agápe
che contraddice strutturalmente la legittimità
teologica del gesto sacrificale. «La morte inflitta
a Gesù rivela la clamorosa contraddizione di
un sacrificio "in onore di Dio" che, al contrario
"sacrifica Dio"» (p. 295). Proprio il
senso assolutamente centrale dell'
agápe
cristica è quanto Sequeri osserva come non perfettamente
compiuto all’interno della speculazione girardiana.
Mantenendo una stretta connessione tra la rivelazione
cristiana e la morte di Cristo, Girard non esamina con
altrettanta attenzione il nesso tra rivelazione e vita
di Gesù. In questa direzione il Figlio non è
vittima innocente semplicemente perché muore
in croce, piuttosto egli è vittima sin dalla
predicazione testimoniale di una
agápe
antivittimaria la cui verità redentiva non si
lascia testimoniare solo a posteriori, come effetto
sentimentale di una rappresentazione sacrificale. Se
ad es. si considera la centralità del pasto eucaristico,
ci si avvede di come l’istituzione del sacrificio
della Nuova Alleanza venga condotta nel contesto di
una mensa di comunione fraterna intessuta di gesti di
rendimento di grazie. «La parola-gesto eucaristico
enfatizza l’incorporazione del dono di sé
in termini di autosacrificio: la cui essenza è
nutrimento e comunione, capaci di svuotare la morte,
inflitta come gesto purificatore, della sua pretesa
giustificazione. In tal modo l’uccisione di Gesù,
senza perdere il suo orrore etico-religioso di morte
ingiusta che pretende di confermare la religione, può
incorporare il radicalismo della dedizione, che azzera
previamente ogni santificazione del dispositivo sacrificale
così inteso» (p. 307). La portata salvifica
del sacrificio di Cristo pertanto non può essere
ridotta alla semplice rivelazione della vittima, ma
conduce a un coinvolgimento salvifico della umanità
che rimette in campo la libertà etica di ciascuno.
La seconda parte del volume (
La
laicità, un valore cristiano?) presenta
i contributi dei partecipanti alla Tavola Rotonda che
si è tenuta a conclusione del Convegno aretino.
Essa fu introdotta dalla voce di Adriana Zarri (
Laicità
di Cristo e sacralità del cristianesimo)
che in poche battute, ripercorrendo la vita del Cristo,
ne ha sottolineato i tratti di una laicità che
dovette condurlo a morte. Sembra che - nonostante la
teologia ne abbia delineato i tratti dell’unico
Sommo Sacerdote - la laicità sia stata consustanziale
alla vita di Gesù. Lo si evince ad es. da alcuni
comportamenti e insegnamenti eclatanti; la Zarri richiama
l’incontro con la "donna samaritana"
al pozzo di Giacobbe (episodio non solo laico ma diremmo
"sovversivo" rispetto alla mentalità
del tempo), la parabola del buon Samaritano (ove ancora
una volta sono sacerdoti e leviti a deficitare in virtù),
la proclamazione di laiche beatitudini, la predilezione
per laici apostoli (pescatori e per lo più coniugati,
quando non addirittura gabellieri). Insomma il Cristo
non era molto in regola rispetto al sacerdozio del tempo,
così «la sua eversione ha molte facce;
ma se volessimo riassumerle in un solo aspetto potremmo
dire che tale eversione consiste nel rifiuto della sacralità
e nell’affermazione della laicità»
(p. 313). Nella medesima direzione va il contributo
di Lidia Maggi (
Laicità e cristianesimi)
che, provenendo dalla tradizione battista del cristianesimo,
si pone come problema l’istituzionalità
sacrale che il cristianesimo storico ha assunto, soprattutto
nel momento in cui si assiste a una pesante ingerenza
ecclesiastica nell’ordinamento civile. In questo
scenario "teocratico" la laicità assume
i tratti di una opposizione contro un’egemonia
della fede cristiana non più sopportabile, che
genera divisione e violenza. Occorre pertanto una rivisitazione
del cristianesimo a partire dalla sua matrice scritturistica
che fa della laicità il modo preminente di dialogare
con l’uomo. Proprio la Bibbia indica ancora la
via del dialogo, della pluralità delle narrazioni
e delle vocazioni, che non sono altro che decisivi elementi
di una laicità all’altezza delle sfide
odierne. Il contributo di Andrea Messeri (
Le questioni
attuali della laicità), esplorando la crescente
conflittualità tra un pensiero cristiano più
o meno ortodosso e una laicità che diviene sinonimo
di una visione tecnico-scientifica del mondo contemporaneo,
propone un al di là della contrapporisizione
mediante l’uso concreto di una ragione comunicativa
e pubblica che «può essere l’ambito
nel quale posizioni laiche vecchia maniera e posizioni
di fede ortodossa si incontrano nel costuire insieme
verità comuni» (p. 340) senza più
il presupposto dell’esistenza di una verità
universale già data. Ancora Stefano Semplici
(
L’obbedienza a Cesare e il giudizio della
ragione) rifiuta nettamente l’aprioristica
contrapposizione tra laicità e fede, richiamando
anche alcuni tratti della celebre teoria weberiana della
derivazione religiosa dello spirito del moderno capitalismo.
Tuttavia è del tutto inevitabile, sottolinea
Semplici facendo forza su Habermas, che il mondo moderno
«si trovi ad affrontare gli effetti tutt’altro
che collaterali della privatizzazione delle fedi e delle
idee del bene» (p. 347), e forse proprio per questo
l’attuale magistero pontificio (esplicitato anche
in occasioni quali il discusso intervento di Ratisbona)
insiste sul recupero e sull’ampliamento della
ragione in una sintesi feconda con la fede. Occorre
ricercare il difficile punto di giunzione fra universalità
e molteplicità delle posizioni e delle ragioni
per tornare a far dialogare efficacemente laicità
e fede. A conclusione della Tavola Rotonda, Pierangelo
Sequeri (
Su laicità e cristianesimo)
ricorda, a se stesso e a tutti, i rischi, i limiti e
gli insuccessi che possono occorrere a chi, come lui,
ha fatto del confronto tra pensiero laico e teologia
cristiana il tratto tipico di una personale esperienza
di fede. La via del confronto è talvolta irta
e frustrante; soprattutto quando quasi tutti abbandonano
il tavolo preferendo "svignarsela".
La terza e ultima parte del volume
(
Relativismo e identità, mito e romanzo)
raccoglie i quattro interventi - a corollario del Convegno
- di Federica Casini, Massimo Gentile, Alice Gonzi e
Claudio Tarditi. Analizzando il romanzo di S. Kershavijee
Le roi, le sage et le buffon, F. Casini conduce
il lettore sino a una riflessione sul perdono che sembra
poter interrompere la spirale del mimetismo violento
e vittimario. Tuttavia si tratta di un "perdono
difficile" (come direbbe Ricœur) che in realtà
può essere donato soltanto da quella vittima
perfetta che è il Cristo, per cui solo la fede
in Lui può spezzare effettivamente la violenza
mimetica. Il contributo di M. Gentile (
L’identità
personale tra laicità e religiosità)
separa radicalmente il pensiero laico da quello religioso,
conducendo il primo alla rivendicazione del primato
moderno della soggettività e il secondo a una
sorta di ascesi dell’io mediante un cammino spirituale
che giunge sino al dissolvimento identitario. In questo
senso è evidente che la riflessione di Gentile,
assai calcata sulla tradizione religiosa orientale (De
Rougemont parlerebbe di un cataro-manicheismo orientaleggiante),
mostri il suo culmine presentando il Cristo come modello
di «azzeramento della personalità»,
contro il primato dell’affermazione "laica"
dell’individuo. È forse opportuno non dimenticare,
però, come proprio il cristianesimo, soprattutto
grazie alle dispute trinitarie, abbia contribuito efficacemente
a integrare le nozioni di
individuo e di
persona,
nozioni che solo superficialmente possono sembrare inconciliabili.
Di laicismo e cristianesimo, considerati come "miti
contemporanei", si occupa anche il contributo di
A. Gonzi (
Il mito: un residuo inesorabile?)
che conduce a un confronto serrato il primo Girard con
Le bovarisme di Jules de Gaultier. Anziché
inconciliabili differenze, l’autrice sottolinea
piuttosto radicali congruenze tra i due "miti",
che derivano dalla intrinseca debolezza del logos dell’amore
che si lascia fatalmente e storicamente espellere dalla
logica della violenza. È così che il cristianesimo
storico ricopre il messaggio evangelico di un velo sacrificale
che gli deriva da quella «fatale urgenza di menzogna»
che consiste nell’attingere dal Logos della sapienza
greca la violenza di una ragione pretesa universale,
dogmatica e espulsiva. Ma anche il laicismo rimane invischiato
in tentazioni sacrificali e mistificanti, nonostante
una proclamata avversione all’assoluto. La razionalità
degli uni e degli altri è, piuttosto, la radice
di una violenza che tenacemente li accomuna. C. Tarditi
(
Non solo interpretazioni, ma anche fatti. Note
sulla critica girardiana al relativismo), dopo
aver mostrato una certa idiosincrasia di Girard per
il filone ermeneutico e quello decostruttivista del
Novecento, segnala come non sia impossibile rintracciare
la presenza di una dimensione "interpretativa"
e "decostruttiva" all’interno del medesimo
pensiero girardiano. In effetti la rivelazione evangelica
«possiede un fondamentale carattere interpretativo-decostruttivo»
nei confronti del mito e del sacro arcaico, mentre è
proprio la teoria mimetica a demistificare il linguaggio
evangelico ponendo le basi per una rinnovata interpretazione
del testo sacro. Mentre però un certo decostruzionismo
girardiano è funzionale alla vera comprensione
di un "fatto", non così quello derridiano,
volto totalmente sul versante dell’interpretazione.
In ultimo, Tarditi propone l’apertura di una rinnovata
via di ricerca che tenti di saldare teoria mimetica
e fenomenologia per pensare insieme fatti e interpretazioni.
Ma qui, forse, siamo già oltre Girard.
In conclusione, il volume che abbiamo
analizzato fornisce un’articolata e vivace presentazione
di uno dei temi cruciali - se non quello fondamentale
- sul quale si affatica il pensiero contemporaneo: il
rapporto difficile, dialettico, spesso irrisolto tra
cristianesimo e secolarizzazione, tra fede cristiana
e laicità. Al di là di esauste contrapposizioni,
attraverso il caleidoscopio delle differenti voci il
testo mostra come il cristianesimo sia un soggetto attivo
e protagonista della moderna secolarizzazione la quale,
girardianamente rivelata dalle pagine evangeliche, è
anch’essa scaturita dal perfetto sacrificio del
Cristo.