Per una antropologia della
modernità.
Agnes Heller
di Luca
Scafoglio
Nell’introduzione
a Can Modernity Survive? Ágnes Heller
si sofferma sull’esperienza alla base delle riflessioni
che, a partire dalla seconda metà degli anni
Ottanta, segnano un vistoso distacco dal suo marxismo
critico del periodo precedente: «I miei ultimi
scritti sono scaturiti dall’esperienza dello stupore
(il platonico thaumazein) nel guardare alla
modernità come a un esperimento del tutto nuovo,
inaugurato circa duecento anni fa […] e che si
trova tuttora nella fase di esperimento e (gravi) errori»
(La modernità può sopravvivere?,
tr.it. parz. di L. Boella, in “aut aut”,
1991, n. 242, pp. 112-113). In forza della propria contingenza,
la modernità richiede una adesione - deve essere
scelta e, con l’atto della scelta, ogni volta
interpretarsi. Un simile intento, di comprensione partecipante,
o di adesione teoricamente mediata, è alla base
di Per un’antropologia della modernità
– il volume che raccoglie le lezioni tenute dalla
filosofia ungherese presso la Scuola di Alta Formazione
Filosofica di Torino nel novembre del 2008. Esso restituisce
ampi momenti dell’itinerario intellettuale helleriano:
i diversi complessi concettuali apparsi in Teoria
dei sentimenti, in Teoria della storia,
nonché nei saggi de Il potere della vergogna,
sono integrati, e insieme rimodulati, quasi "riattualizzati",
alla luce delle riflessioni più recenti.
Sin dalle battute iniziali Heller
è impegnata a circoscrivere, nel mentre vi si
situa, l’orizzonte moderno: le sue riflessioni
si inscrivono in una linea di pensiero che, procedendo
da Kant a Lyotard e Foucault, ha prima assunto la storicità
– in luogo della natura - come apriori della comprensione
filosofica, per sancire da ultimo il tramonto della
grande narrazione e dischiudere lo spazio delle narrazioni
parziali – delle teorie plurime della storia.
All’articolazione di tale universo, del suo ethos
e delle sue determinazioni “antropologiche”,
è dedicato il corpo centrale del volume. Conformemente
alle riflessioni formulate in Theory of Modernity,
la modernità appare a Heller percorsa da una
“interna criticità”, ancorata a valori
– la vita, la libertà, l’uguaglianza
– che ne dischiudono la vocazione pluralistica,
affetta da un dinamismo che vive dell’intreccio
e della collisione delle sue “tre logiche”
- la logica cumulativa della tecnologia e dell’industria,
la logica mercantile della distribuzione, e quella propriamente
politica. Vi corrisponde, sul piano etico-morale, la
rigorosa distinzione tra la bontà dell’uomo
e quella del cittadino. La prima si lascia indagare
in una fenomenologia della vita pratica che muove dalla
traccia “Le persone buone esistono – come
sono possibili?”, per raccogliersi attorno al
tema della scelta esistenziale e del suo possibile portato
morale. La seconda rimanda a un "concetto dinamico
incompleto di giustizia", che esalta con Habermas
la partecipazione di tutti gli interessati al discorso
pubblico volto alla convalida – o al mutamento
- delle norme. Qui ne va della “sopravvivenza”
della modernità: sulla liberaldemocrazia, sulla
rivendicata autonomia di ciascuna “logica”
nei confronti delle altre incombe la minaccia del totalitarismo
- fenomeno ambiguamente moderno, costitutivamente intrecciato
con i genocidi novecenteschi, ovvero col “male
radicale”. Esiti totalitari lascia prefigurare
però agli occhi di Heller ogni prospettiva emancipativa
che non rimanga sin da principio contenuta entro il
quadro teorico-politico liberaldemocratico. È
senz’altro un nodo problematico – sul quale
peraltro la filosofa si è espressa più
estesamente in altri luoghi. Viene comunque da chiedersi
se un sensorium così affinatosi alla
scuola di Luhmann – che tende pertanto a consegnare
le forme più acute dell’oppressione sociale
al mondo premoderno - riesca a rendere conto sino in
fondo dell’ampia fenomenologia della vita offesa.
La portata antropologica delle riflessioni
helleriane – opportunamente posta in evidenza
da Ugo Perone, fondatore della Scuola di Alta Formazione
Filosofica, nella Premessa del volume e richiamata
nel titolo – si fa esplicita lì dove prende
forma uno sfondo fatto di costanti e varianti storiche
– le diverse combinazioni di apriori genetico
e apriori sociale, nonché i differenti principi
di regolazione sociale – sul quale deve imporsi
tanto più decisamente lo specifico della modernità.
Proprio quest’ultima diviene d’altro canto,
il luogo di emergenza di un senso dell’esistenza
nel segno della contingenza, quale “condizione
umana” – opposta già in Etica
generale all’idea metafisica di human
nature. È l’unica "antropologia"
che la modernità tolleri: un complesso di indici
destinati a dischiudere un insieme multiforme di bisogni,
rapporti e forme di vita - ed è da questa prospettiva
che si delineano, nel capitolo conclusivo, le variazioni
che il pensiero occidentale ha elaborato attorno al
tema del "corpo", da Genesi sino
a Foucault. D’altro canto, la traccia antropologica
rimane incomprensibile se non si rammenta che essa è
già guadagnata sul terreno della sociologia materialistica
della vita quotidiana, e, al tempo stesso, se non la
si legge alla luce della curva esistenzialistica che
la stessa Heller ha riconosciuto con forza crescente
come parte integrante della propria riflessione –
quella linea che da Kierkegaard conduce a Heidegger
e a Arendt, ma che è significativamente passata
anche per il giovane Lukács.
È solo col quinto capitolo,
dedicato allo statuto contemporaneo della filosofia
e dell’arte, che Heller esplicita tutte le conseguenze
della fine della grande narrazione, nel momento in cui
precisa il senso “postmoderno” della propria
ricerca. Il termine – chiarisce – allude
alla «produzione di un differente sguardo sulla
modernità» (p. 88) – in senso rortyano,
a una sua ridescrizione. Una simile qualifica della
propria prospettiva di indagine – insieme con
la medesima precisazione sul suo senso – è
in effetti già in La condizione politica
postmoderna, del 1988. Non è però
forse azzardato individuare una certa diversità
di accento tra i due lavori. Lì era in primo
piano il carattere (postmoderno, appunto) dello sguardo,
qui il ritratto – della modernità –
che ne risulta. Lì Heller fissava la novità
del modo di appropriazione, qui la fedeltà al
suo oggetto. Lì si trattava di «eleggere
la postmodernità a propria dimora», per
vivere consapevolmente «fra i moderni quanto fra
i premoderni» (Á. Heller - F. Fehér,
La condizione politica postmoderna, tr.it.
di M. Ortelio, Marietti, Genova 1992, p. 7); qui si
sottolinea che tale dimora non è altro che il
progetto moderno. È forse per questo nel volume
in esame il termine “postmoderno” ricorre
solo verso la conclusione – quasi che si volesse
evitare con tale posposizione il rischio di distogliere
il lettore dalla questione che più preme a Heller,
quella, appunto, della modernità. Con Rorty,
si assume allora la prossimità di filosofia e
arte. La filosofia, si argomenta, è un genere
letterario, con le sue regole, i suoi personaggi, articolato
a sua volta in sottogeneri. Che essa riveli un carattere
personale significa però che sulla persona del
filosofo ricade il compito di una "autofondazione
personale" (p. 103). Con ciò la stessa idea
di fondazione muta di senso, e non a caso la filosofia
ungherese introduce – questa volta prendendo le
distanze dalla prospettiva rortyana – la distinzione
tra la fondazione nel senso della pretesa scoperta di
un fondamento già dato, e un'opera di responsabile
giustificazione. Se non ha che da prendere commiato
dalla prima, il filosofo non può però
esimersi dalla seconda. La filosofia è scelta
– ma una scelta riflessiva, che ritorna su se
stessa, si giustifica. Quella di Ágnes Heller
si rivela pertanto una postmodernità “dolce”,
che, mentre si pone come consapevole dispiegamento dell’istanza
autoriflessiva e autointerpretativa del pensiero moderno,
conserva una forte tensione normativa, compone decostruzione
e narrazione, critica e valore.
|