Leggere Per una fenomenologia dell’abitare. Il pensiero
di Martin Heidegger come oikosophia (Marietti, Genova-Milano
2008) significa incrociare uno sguardo fenomenologico che non
vuole lasciarsi sfuggire l’esperienza della vita che si
concentra di volta in volta esclusivamente nel contenuto, contenuto
che si presenta conseguentemente nell’esperienza stessa,
incurante della modalità in cui viene esperito. Cosi Virgilio
Cesarone, autore del volume, cerca di cogliere nelle sue varie
sfaccettature il tenersi al mondo dell’uomo extramitico
o presunto tale. Egli invita il lettore a volgere gli occhi al
mondo, alla terra, allo spazio, non già dall’interno
(dall’interno di varie e molteplici forme, come per es.
il mito, in cui l’esserci riesce a tenersi fermo
nel suo stare al mondo) ma dall’esterno. Dall'esterno, per
cogliere — laicamente — la relazione tra l’uomo
e l’essere a prescindere da strutture già date: ecco
l’analisi del dispiegarsi dell’abitare. Una fenomenologia
dell’abitare, quindi, come struttura omnicomprensiva dell’esistere,
una fenomenologia che qui, in modo del tutto nuovo, assume un
taglio squisitamente antropologico.
Come in Sein und Zeit di Heidegger, anche qui per orientarci
nella trattazione è necessario tener presente che “io
sono” è legato etimologicamente a “abitare
presso”. L’autore propone una riflessione sull’abitare
come costitutivo dell’essere a tal punto che nessuna esistenza
potrà mai concretizzarsi senza che si traduca in un “abitare
presso”. L’abitare, afferma Cesarone nel
cap. 1, va visto alla luce della temporalizzazione dell’esserci,
del maturare entro il tempo dell’ente che noi siamo. Da
qui la necessità di una fenomenologia ermeneutica che non
si precluda la possibilità di riuscire a porre la domanda
sul senso dell’esserci in quanto tale. Questa fenomenologia
dell’abitare è di fatto un voler porre l’accento
sulla consapevolezza, sulla coscienza dell’esserci a se
stesso, non come mero autorapportarsi intenzionale del soggetto,
ma come modalità d’essere dello stesso esserci: «l’essere
desti», abitare in quanto essere presenti a se stessi, abitare,
in primis, presso se stessi.
Nel cap. 2 la questione sarà: in quale modalità
si instaura la relazione tra uomo e terra. Qui la terra è
proposta come terreno per il dispiegarsi del modo abitativo del
mondo. La desertificazione del mondo, la distruzione della terra
sono la conseguenza di quell’esperienza fondamentale di
abbandono dell’essere che, come afferma Heidegger, accompagna
la storia del pensiero fin dai suoi albori. La relazione uomo-terra
allora si oppone a tale desertificazione che è impoverimento
delle possibilità e delle significatività del mondo
nella sua apertura, insistenti nel crescente dominio della tecnica,
ossia nella sua interpretazione dell’ente. Fondamentale,
nella sua brevità, il cap. 3 è chiave di lettura
per questa fenomenologia dell’abitare. Qui è chiarito
come il mondo, nella sua struttura ontologica, si dischiude continuamente
grazie al progetto di un esserci che è continuamente, grazie
al suo esser gettato sempre in una situazione. E questo perché
l’esserci non può venir compreso se non come essere-nel-mondo.
Non è grazie al volgersi verso l’ente che il mondo
si apre nella sua significatività all’esserci ma,
al contrario, è proprio grazie ad una precedente fiducia
con la significatività del mondo che ci vengono incontro
nel loro modo d’essere enti intramondani.
Tuttavia, una volta appurato che l’abitare dell’uomo
è connaturato alla sua esistenza, la sicurezza e la normalità
di questo abitare celano un inganno — un duplice inganno
— sia che l’abitare stia sotto il segno del mutamento
continuo, sia che stia nella quiete della propria contrada (cap.
4). È l’inquietudine dell’uomo che crede che
la pura affermazione della propria identità sia legata
al sapere certo dell’appartenenza a quel suo mondo, questa
inquietudine, dice Heiddeger in Sein und Zeit, è
la modalità fondamentale dell’essere-nel-mondo. Lo
sforzo necessario è allora nel cercare di abitare l’inabituale.
Nel cap. 5 Cesarone affronta il tema del rapporto tra spazialità
e temporalità. Qui emerge in tutta chiarezza la valenza
etica di quel “progettare originario” di cui parla
Heidegger, una comprensione dell’essere non fine a se stessa
ma rivolta primariamente al futuro. Il senso dell’essere
degli enti, scrive Cesarone, è stabilito da questo progettare
originario, dal progetto “in vista di cui” qualsiasi
ente che ci viene incontro è interpretato. Si tratta di
uno sguardo verso il futuro, uno sguardo responsabile quindi,
grazie al quale l’ente, incontrato nel suo essere-nel-mondo
secondo il prendersi cura da parte dell’esserci, si presenti
per come esso è in maniera originaria.
Nella seconda parte del testo sembra si vogliano offrire al lettore
esempi concreti di luoghi dell’essere, di spazi in cui abitare
nei pressi dell’essere. Il luogo dei mortali viene posto
accanto al luogo dei divini, qui ogni luogo sacro, ogni dimora
è solo una possibilità che viene data al divino
di rivelarsi, un luogo privilegiato in cui si permette, si dà
possibilità al divino di manifestarsi, ma non totalmente,
bensì attraverso singole tracce, piccoli riflessi: ecco
la necessità della philia tra uomini e dei, un’amicizia
che sola può consentire il disvelarsi degli uni agli altri.
Per questo, come propone Heidegger in Sein und Zeit,
verso la conclusione del suo saggio Cesarone pone in risalto la
dimensione dell’ascolto, il "dare ascolto a…"
che è l’esistenziale essere-aperto dell’esserci
in quanto essere per e con l’altro. «L’ascoltare
costituisce perfino l’apertura primaria e propria dell’esserci
per il suo più proprio poter essere, inteso come l’ascolto
della voce dell’amico, che ogni esserci porta con sé.
L’esserci ascolta perché comprende. Nell’essere-nel-mondo
con gli altri esso è assoggettato al con-esserci e a se
stesso» (SZ 163).
L’autore, con cautela e eleganza, permette al fenomeno
dell’abitare di emergere perché lo si possa
cogliere nella sua essenza. L’abitare è, allora,
elemento costitutivo dell’uomo che riuscirà a dimorare
solo in quel fra-mezzo come luogo della misura. Non un orizzonte,
bensì una dimensione. «L’abitare proprio dell’uomo,
dunque, non può che cercare di sapere l’incalcolabile,
attraverso un atteggiamento di timore rispettoso, che non si stanca
mai di cercare domandando. Tale è ciò che si è
ardito di chiamare oikosophia. Essa, che più che un sapere
è un atteggiamento, trasferisce l’uomo futuro in
quel fra-mezzo in cui egli appartiene all’essere e resta
tuttavia nell’ente» (FdA 103).