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Il pensiero heideggeriano come oikosophia

di Andrea Casole

   Leggere Per una fenomenologia dell’abitare [V. Cesarone, Per una fenomenologia dell’abitare. Il pensiero di Martin Heidegger come oikosophia, Marietti-1820, Genova-Milano 2008] significa incrociare uno sguardo fenomenologico che non vuole lasciarsi sfuggire l’esperienza della vita che si concentra di volta in volta esclusivamente nel contenuto - contenuto che si presenta conseguentemente nell’esperienza stessa, incurante della modalità in cui viene esperito. Cosi Virgilio Cesarone cerca di cogliere, nelle sue varie sfaccettature, il tenersi al mondo dell’uomo extramitico, o presunto tale. Egli invita il lettore a volgere gli occhi al mondo, alla terra, allo spazio, non già dall’interno – dall’interno di varie e molteplici forme, come ad esempio il mito, in cui l’esserci riesce a tenersi fermo nel suo stare al mondo – ma dall’esterno. Dall'esterno, per cogliere - laicamente - la relazione tra l’uomo e l’essere a prescindere da strutture già date: ecco l’analisi del dispiegarsi dell’abitare. Una fenomenologia dell’abitare, quindi, come struttura omnicomprensiva dell’esistere, una fenomenologia che qui, in modo del tutto nuovo, assume un taglio squisitamente antropologico.

   Come in Sein und Zeit di Heidegger, anche qui per orientarci nella trattazione è necessario tener presente che “io sono” è legato etimologicamente a “abitare presso”. L’autore propone una riflessione sull’abitare come costitutivo dell’essere a tal punto che nessuna esistenza potrà mai concretizzarsi senza che si traduca in un “abitare presso”. L’abitare, afferma Cesarone nel cap. 1, va visto alla luce della temporalizzazione dell’esserci, del maturare entro il tempo dell’ente che noi siamo. Da qui la necessità di una fenomenologia ermeneutica che non si precluda la possibilità di riuscire a porre la domanda sul senso dell’esserci in quanto tale. Questa fenomenologia dell’abitare è di fatto un voler porre l’accento sulla consapevolezza, sulla coscienza dell’esserci a se stesso, non come mero autorapportarsi intenzionale del soggetto, ma come modalità d’essere dello stesso esserci: «l’essere desti», abitare in quanto essere presenti a se stessi, abitare, in primis, presso se stessi.

   Nel cap. 2 la questione sarà: in quale modalità si instaura la relazione tra uomo e terra. Qui la terra è proposta come terreno per il dispiegarsi del modo abitativo del mondo. La desertificazione del mondo, la distruzione della terra sono la conseguenza di quell’esperienza fondamentale di abbandono dell’essere che, come afferma Heidegger, accompagna la storia del pensiero fin dai suoi albori. La relazione uomo-terra allora si oppone a tale desertificazione che è impoverimento delle possibilità e delle significatività del mondo nella sua apertura, insistenti nel crescente dominio della tecnica, ossia nella sua interpretazione dell’ente. Fondamentale, nella sua brevità, il cap. 3 è chiave di lettura per questa fenomenologia dell’abitare. Qui è chiarito come il mondo, nella sua struttura ontologica, si dischiude continuamente grazie al progetto di un esserci che è continuamente, grazie al suo esser gettato sempre in una situazione. E questo perché l’esserci non può venir compreso se non come essere-nel-mondo. Non è grazie al volgersi verso l’ente che il mondo si apre nella sua significatività all’esserci ma, al contrario, è proprio grazie ad una precedente fiducia con la significatività del mondo che ci vengono incontro nel loro modo d’essere enti intramondani.

   Tuttavia, una volta appurato che l’abitare dell’uomo è connaturato alla sua esistenza, la sicurezza e la normalità di questo abitare celano un inganno - un duplice inganno - sia che l’abitare stia sotto il segno del mutamento continuo, sia che stia nella quiete della propria contrada (cap. 4). È l’inquietudine dell’uomo che crede che la pura affermazione della propria identità sia legata al sapere certo dell’appartenenza a quel suo mondo, questa inquietudine, dice Heiddeger in Sein und Zeit, è la modalità fondamentale dell’essere-nel-mondo. Lo sforzo necessario è allora nel cercare di abitare l’inabituale. Nel cap. 5 Cesarone affronta il tema del rapporto tra spazialità e temporalità. Qui emerge in tutta chiarezza la valenza etica di quel “progettare originario” di cui parla Heidegger, una comprensione dell’essere non fine a se stessa ma rivolta primariamente al futuro. Il senso dell’essere degli enti, scrive Cesarone, è stabilito da questo progettare originario, dal progetto “in vista di cui” qualsiasi ente che ci viene incontro è interpretato. Si tratta di uno sguardo verso il futuro, uno sguardo responsabile quindi, grazie al quale l’ente, incontrato nel suo essere-nel-mondo secondo il prendersi cura da parte dell’esserci, si presenti per come esso è in maniera originaria.

   Nella seconda parte del testo sembra si vogliano offrire al lettore esempi concreti di luoghi dell’essere, di spazi in cui abitare nei pressi dell’essere. Il luogo dei mortali viene posto accanto al luogo dei divini, qui ogni luogo sacro, ogni dimora è solo una possibilità che viene data al divino di rivelarsi, un luogo privilegiato in cui si permette, si dà possibilità al divino di manifestarsi, ma non totalmente, bensì attraverso singole tracce, piccoli riflessi: ecco la necessità della philia tra uomini e dei, un’amicizia che sola può consentire il disvelarsi degli uni agli altri. Per questo, come propone Heidegger in Sein und Zeit, verso la conclusione del suo saggio Cesarone pone in risalto la dimensione dell’ascolto, il "dare ascolto a…" che è l’esistenziale essere-aperto dell’esserci in quanto essere per e con l’altro. «L’ascoltare costituisce perfino l’apertura primaria e propria dell’esserci per il suo più proprio poter essere, inteso come l’ascolto della voce dell’amico, che ogni esserci porta con sé. L’esserci ascolta perché comprende. Nell’essere-nel-mondo con gli altri esso è assoggettato al con-esserci e a se stesso» (SZ 163).

   L’autore, con cautela ed eleganza, permette al fenomeno dell’abitare di emergere perchè lo si possa cogliere nella sua essenza. L’abitare è, allora, elemento costitutivo dell’uomo che riuscirà a dimorare solo in quel fra-mezzo come luogo della misura. Non un orizzonte, bensì una dimensione. «L’abitare proprio dell’uomo, dunque, non può che cercare di sapere l’incalcolabile, attraverso un atteggiamento di timore rispettoso, che non si stanca mai di cercare domandando. Tale è ciò che si è ardito di chiamare oikosophia. Essa, che più che un sapere è un atteggiamento, trasferisce l’uomo futuro in quel fra-mezzo in cui egli appartiene all’essere e resta tuttavia nell’ente» (FdA 103).
Consultabile online sul Giornale di filosofia della religione (www.aifr.it)
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