Il lavoro di Barbara Cannelli — Un pensiero africano.
Filosofi africani del Novecento a confronto con l’Occidente
1934-1982, prefazione di M. Marazziti, Leonardo International,
Milano 2008 — ha il duplice pregio di portare alla attenzione
del pubblico italiano una vicenda e un dibattito poco noti, ma
soprattutto di far rivivere, attraverso la nascita del pensiero
africano, le questioni sempre aperte circa le origini, l’identità
e il metodo della filosofia. Il libro non ha la pretesa di coprire
tutto il panorama filosofico di un intero continente ma limita
il proprio campo di indagine al dibattito sull'identità
dell’Africa nera francofona. Restano esplicitamente escluse:
sul versante tematico, la filosofia politica e l'etnofilosofia;
sul versante geoculturale, la tradizione mediterranea e orientale
di matrice araba e la tradizione anglofona collegata al mondo
afroamericano. Ricostruendo il contesto storico-culturale in cui
si verifica la nascita del pensiero africano francofono, l’autrice
individua la svolta decisiva nella Grande Guerra. Fino a quel
momento, infatti, il partito francese dello sfruttamento coloniale
aveva trovato un largo consenso trasversale da destra a sinistra,
ma, soprattutto, i due orizzonti culturali francese e africano
erano rimasti reciprocamente impermeabili. Nel 1910 il colonnello
Charles Mangin pubblica La forza nera, un testo in cui
sostiene l’opportunità del reclutamento coloniale
per l’attitudine all’obbedienza delle popolazioni
assoggettate. La Grande Guerra, in effetti, vede un ampio utilizzo
di soldati africani soprattutto tra le truppe d’assalto
lanciate contro i fili spinati e le mitragliatrici nemiche. La
resistenza all’arruolamento forzato in Africa e l’ammutinamento
in Europa sono contrastati con sanguinose repressioni, ma parecchi
soldati neri non si sottraggono, anzi, collaborano con sincero
spirito “patriottico”, confidando nelle promesse ricevute
di una maggiore indipendenza. Al termine della guerra il debito
di sangue non viene rimborsato, ma intanto l’incontro tra
le popolazioni della “madrepatria” e delle colonie
è avvenuto, e tutta la vicenda avrebbe presto rivelato
«una eterogenesi dei fini tanto sorprendente quanto scarsamente
prevedibile» (p. 39).
La presa di coscienza africana inizia con la rivendicazione di
una piena umanità nera. Per comprendere un tale inizio
non si può non fare i conti con la tradizione occidentale
che, talvolta anche nei suoi esponenti più illuminati,
nega il Logos agli africani. Nel saggio Sul carattere
nazionale, David Hume sostiene che «nessuna produzione
ingegnosa è possibile tra i Neri, né arti né
scienze». «Lo stesso Kant giudicherà che tra
bianchi e neri la differenza di colore della pelle riflette (è
facile intuire in che direzione) un grado diverso delle facoltà
mentali. Ma il vero compendio del giudizio europeo sul continente
nero, che toglie in un sol colpo e irrevocabilmente all’Africa
il privilegio della Storia e della Ragione, resta un caposaldo
del pensiero occidentale, le Lezioni sulla filosofia della
storia hegeliane» (24). Qui «Hegel così
argomenta: "Nella immensa energia dell’arbitrio sensibile,
che domina i negri, il momento morale non ha alcun potere preciso.
[…] L’Africa non è un continente storico, non
ha alcun movimento o sviluppo da mostrare. Se qualcosa in esso,
nella sua parte settentrionale è propriamente accaduto,
esso appartiene al mondo asiatico e europeo […]. L’Egitto
sarà considerato a proposito del trapasso dello spirito
umano da Oriente a Occidente, ma non appartiene allo spirito africano"»
(135). «E a proposito del carattere proprio della soggettività
africana specifica ulteriormente: “[…] l’Africano
non è ancora giunto alla distinzione di sé, come
singolo, dalla sua universalità essenziale: onde gli manca
totalmente la scienza di un essere assoluto, che sia altro e superiore
rispetto all’io […] in quanto si distingue dalla natura,
esso è solo al primo stadio, è dominato da passioni,
orgoglio e povertà: è un uomo allo stato grezzo…
Il negro rappresenta l’uomo naturale nella sua totale barbarie
e sfrenatezza”» (136).
Di fronte al “ratto della ragione” le prime risposte
sono l'etnofilosofia e la negritudine. La prima non è un
prodotto propriamente africano, ma ha il merito innegabile di
aver aperto il dibattito. Il francescano belga Placide Tempels,
missionario in Congo dal 1933, denuncia la ferocia della colonizzazione,
entra a fondo nella cultura dei Baluba-Shankadi e negli anni '40
pubblica una serie di scritti sulla “filosofia Bantu”
che a tutt'oggi rimangono un punto di riferimento per il pensiero
africano. In tal modo nasce l'etnofilosofia, ovvero la riproposizione
filosofica del sistema di valori della tradizione orale. Come
scrive Lidia Procesi, è «un patrimonio di saggezza
tradizionale in cui si può riconoscere e ricostruire una
struttura logica, ontologica e metafisica implicita. Per questi
motivi, merita l'appellativo di “filosofia”, secondo
il significato tipico di conoscenza degli oggetti ultimi o primi
del sapere: Dio, il cosmo, l'anima. Fonda la prassi come sistema
di valori ed è quindi sapienza etica e tecnica. L'etnofilosofia
più dell'etnologia e dell'antropologia culturale, destituisce
definitivamente i pregiudizi sul presunto prelogismo delle popolazioni
africane» (328). Tuttavia, nonostante i suoi meriti innegabili,
l'etnofilosofia, in quanto sguardo dall’esterno, rischia
di snaturare l'identità africana mediante la proiezione
di categorie che le sono estranee.
La seconda risposta al “ratto della ragione” è
costituita dal nuovo pensiero autenticamente africano che, paradossalmente,
nasce in Francia. Una nuova coscienza «sorge in Europa e
inizia un cammino a ritroso verso il continente delle origini.
Una nascita meticcia, come è quella di tutte le grandi
filosofie» (11). A Parigi, nel 1934, due giovani provenienti
dalle colonie francesi, Aimé Césaire e Léopold
Sédar Senghor, fondano la rivista "L’Étudiant
Noir", dando vita al risveglio nero e aprendo la
strada alla cosiddetta negritudine. L’intera parabola del
pensiero qui preso in considerazione si colloca nel “secolo
brevissimo” africano: «Un dibattito stratificato e
complesso, in una stagione storica che può essere circoscritta
tra gli anni Trenta e gli anni Ottanta del Novecento — cinque
decenni che con impressionante rapidità vedono il trapasso
dal pieno regime coloniale alla decolonizzazione alla stagione
delle Indipendenze, fino agli scenari per molti versi sconfortanti
dell’Africa postcoloniale» (11). Nato dal bisogno
a tratti rabbioso di emancipazione e di riconoscimento, il pensiero
africano ha dovuto rapidamente confrontarsi con il problema dell’identità
nera, per poi distaccarsene in favore di una prospettiva più
aperta, multiculturale, umanistica. Sartre, da subito alleato
sincero del risveglio nero, non ha resistito alla tentazione di
dare un’interpretazione dialettica di questa parabola: un’identità
nera che si pone, opponendosi all’identità bianca
che la nega, per poi superare la contrapposizione in una sintesi
più universale, autentica e pacificata (17).
Ciò che caratterizza il pensiero di Senghor è la
rivendicazione, contro la pretesa unicità del Logos
occidentale, di un “Logos nero”: «La
sua ragione non è di tipo discorsivo; essa è di
tipo sintetico. Non è antagonista; è simpatetica.
È un altro modo di conoscenza. La ragione nera non impoverisce
le cose, non le modella entro schemi rigidi, eliminandone le linfe
e i succhi vitali; essa si scioglie nelle arterie delle cose,
ne saggia i contorni per collocarsi nel cuore vivente del reale.
La ragione europea è analitica a scopo di utilizzazione,
la ragione negra è intuitiva a scopo di partecipazione»
(95). Sulla base di questo Logos nero, la negritudine
si presenta come una teoria unitaria, una concezione organica
di tipo etico e metafisico, in cui Senghor distingue un carattere
soggettivo e uno oggettivo. Il primo «rappresenta l’aspetto
umanistico e militante, la prassi di liberazione, il progetto
di rivendicazione della cultura nera», mentre «oggettivamente
la negritudine è una certa visione del mondo e una certa
maniera concreta di vivere questo mondo. È, come dicono
i tedeschi, una Weltanschauung, un Da-sein,
più precisamente un Neger-sein» (111). Alla
negritudine è stato rimproverato di essere una
teoria razziale e effettivamente essa mostra tratti culturali
di derivazione biologica, quasi ipostatizzati e resi atemporali;
è ancora Senghor a scrivere: «Il negro è l’uomo
della natura. L’ambiente animale e vegetale, così
come si è configurato in Africa fino a oggi, il clima caldo
e umido gli hanno conferito una grande sensibilità. Il
Negro ha i sensi aperti a tutti i contatti, fino alle sollecitazioni
più lievi. Egli sente prima di vedere […]. È
grazie alla sua potenza emozionale che egli prende conoscenza
dell’oggetto» (112ss.). Secondo Senghor, il Logos
nero si trova in una singolare consonanza con le più recenti
acquisizioni della fisica occidentale, dunque con una concezione
della materia e dell’energia di tipo “vitalistico”.
Con una maggiore consapevolezza critica, la seconda generazione
di filosofi ha preso le distanze dalle prime conquiste della negritudine
o dell'etnofilosofia e, in particolare, ha messo in luce i rischi
legati al ritorno alla presunta originalità e originarietà
delle radici africane. Anche in questo caso, infatti, la tradizione
può svolgere la funzione dei nazionalismi o dei localismi
occidentali, offrendosi come bagaglio di motivi e strumenti per
il controllo sociale e politico da parte delle nuove classi dirigenti
postcoloniali. La tradizione, scrive Paulin Hountondji (uno dei
più duri critici dell'etnofilosofia), «prende la
forma di un nazionalismo culturale retrogrado e continua ad appiattire
la cultura nazionale, a ridurne il pluralismo interno e la profondità
storica, al fine di distogliere l'attenzione delle classi sfruttate
dai conflitti economici e politici reali che le oppongono alle
classi dirigenti, sotto il fallace pretesto di una loro comune
partecipazione a “la cultura nazionale”» (176).
Valentin Yves Mudimbe, invece, riconosce alla negritudine il merito
di aver rivendicato un’originalità africana, ma la
accusa di essere ricaduta nelle categorie e nel lessico occidentali
da cui intendeva prendere le distanze.
Più radicale è la critica di Frantz Fanon, filosofo
e psichiatra, l’unico tra questi autori ad essere noto anche
in Italia, grazie alle traduzioni pubblicate per lo più
da Einaudi. In Pelle nera maschere bianche, l’autore
denuncia il pericolo che una definizione rigida dell’identità
africana possa tramutarsi in una nuova maschera, per di più
costruita a controimmagine e dissomiglianza da quella occidentale.
Contrario a ogni considerazione biologica — «la mia
pelle nera non è depositaria di valori specifici»,
a suo avviso i teorici della negritudine finiscono per «celebrare
in maniera mitologica la dimensione irrazionale della cosiddetta
cultura africana: la magia, l’esotismo, il primitivismo
erotico, l’enfatizzazione della coppia Uomo-Terra»
(118). D’altra parte, Fanon descrive e denuncia l’alienazione
dell’io nero e il conseguente processo di “lattificazione”,
cui inconsciamente il colonizzato si sottopone per assimilarsi
e mendicare un riconoscimento. «Chi è dunque il Nero?
Per Fanon il Nero è colui che vuole essere bianco»
(76) e «non esiste un’identità nera, al di
fuori del dato storico per il quale essa è un’identità
oppressa e oggetto di considerazione razzistica» (80). Il
filosofo giunge a queste conclusioni in accordo con l’amico
Sartre, per il quale, analogamente, «non è il carattere
ebraico a provocare l’antisemitismo, ma, al contrario, è
l’antisemitismo a creare l’ebreo. Il fenomeno primo
è dunque l’antisemitismo, struttura sociale regressiva
e concezione del mondo prelogica» (80). In tutte le sue
forme, anche quella coloniale, il razzismo conduce ai medesimi
tragici risultati, tra cui l’alienazione e la compromissione
del sé. Contrastando l’antisemitismo e ogni altra
forma di razzismo, Fanon esce dalla vittimizzazione localistica
nera e si batte per un universale progetto di liberazione dell’uomo.
La sua dottrina è concepita «in senso marxiano essenzialmente
come prassi, come pratica liberatoria, demistificante, dotata
della capacità e della volontà di rovesciare il
dato effettuale dell’oppressione» (116).
Cheick Anta Diop, egittologo e iniziatore delle ricerche di antichità
africane, ha lavorato in modo sistematico per confutare il giudizio
hegeliano su di un’Africa priva di storia e ragione. Le
indagini di Diop sono concepite «come mezzi efficaci per
la necessaria opera di disalienazione che la coscienza africana
deve intraprendere nei confronti dell’Occidente» e
«altrettanto significativo è il richiamo alla funzione
della storia (e non della Natura o delle caratteristiche atemporali
del Logos) come al principale fattore di costruzione
dell’identità» (27ss.). L’opera storiografica
di Diop si basa su un lavoro accurato e interdisciplinare che
intreccia sistematicamente i risultati di paleontologia, archeologia
e linguistica. I risultati di questa ricerca possono essere sinteticamente
ricondotti a due tesi: l’origine della specie umana in Africa
e della cultura in Egitto. Quanto alla prima, se nessuno storico
mette in dubbio che l’umanità sia nata in Africa
orientale, Diop «postula il nero all’origine del bianco,
contro la tesi avversa e largamente prevalente negli studi occidentali
di un successivo “negrificarsi” della specie umana
dopo una nascita bianca» (129). Con la sua seconda tesi,
lo storico sostiene la «precedenza della civilizzazione
nubiana dell’Egitto nero […]: "Nell’antichità
il sapere universale scorreva dalla valle del Nilo verso il resto
del mondo, e in particolare verso la Grecia che ebbe la funzione
di anello di congiunzione. Di conseguenza, nessun pensiero, nessuna
ideologia, sono estranei all’Africa, terra del loro concepimento”»
(129). Gli studi di linguistica storica di Diop hanno invece evidenziato
una comune discendenza di molte lingue africane dal faraonico,
lingua che svolgerebbe nel continente nero la funzione dell’indoeuropeo
in quello euroasiatico. Intere classi della terminologia greca,
inoltre, avrebbero un’origine egiziana-africana. «Non
sfugge il rilievo continuamente dato dallo studioso alla constatazione
dell’attitudine manifestata dalla cultura africana verso
l’astrazione logica, la concettualizzazione e la sistematizzazione
logico-speculativa» (133). Diop rileva anche il ruolo giocato
a livello teorico dalla cultura egiziana in campo matematico e
astronomico, contrastando la tesi occidentale di un carattere
essenzialmente pratico di tali saperi. Dunque, contro i pregiudizi
dei bianchi e contro le tesi della negritudine, «agli antipodi
della posizione che vede nel Negro-africano le caratteristiche
profonde di una epistemologia di tipo intuitivo e emozionale,
per quanto ciò sia valorizzato a fronte della presenza
deficitaria delle medesime caratteristiche nel Logos europeo,
Diop sembra affermare con articolata nettezza che viceversa, e
per documentate ragioni storiche, la raison est nègre»
(133).
Il senso esplicito dell'opera di Diop è un attacco rigoroso
e puntuale agli argomenti dei detrattori occidentali, non la sostituzione
di un mito bianco delle origini con un opposto mito nero. Egli
«rifiuta di attribuire un primato ontologico a un simile
dato di fatto scientifico: “dunque, nessun giudizio di valore:
non c'è alcuna gloria particolare nel fatto che l'Africa
è stata il luogo della nascita dell'umanità”»
(139). Nonostante le intenzioni, però, l'opera di Diop
è stata accusata di riproporre un nuovo essenzialismo di
tipo storicistico e ha suscitato severe critiche nelle più
recenti generazioni di filosofi africani, ben consapevoli, con
Georges Lefebvre, di come ogni popolo tenda a ricostruirsi il
passato di cui ha bisogno. Secondo Fabien Eboussi-Boulaga, un
effetto non voluto dell'operazione storiografica di Diop è
l'esposizione dell'africano al rischio di rifugiarsi nel mito
di un'età dell'oro e di una superiorità ormai perdute
(140ss.). In linea con la critica adorniana all'ideologia dell'autenticità
e dell'origine, secondo Eboussi-Boulaga il principale limite dell'anteriorismo
diopiano «risiede nel primato ontologico dato all'anteriorità
nella prospettiva di sconfiggere la posizione di subordinazione
della storia e dell'identità africane. Facendo di ciò
che è prima il primo, tacciando ciò
che è seguito di carattere imitativo, o comunque rendendolo
tributario, non si fa che ripetere invertendolo il paradigma dominatori-dominati»
(149).
La seconda parte del libro si apre con un capitolo dedicato alla
“disputa sugli universali”. Nonostante il riferimento
esplicito alla questione medievale, qui si tratta della critica
alla pretesa di concepire come “universali” valori,
principi e teorie che sono soltanto occidentali. Secondo Fanon
il “vero valore universalmente valido” è il
diritto della causa mondiale degli oppressi (179), mentre per
Césaire «ci sono due modi di perdere se stessi: attraverso
la segregazione nel particolare, o per diluizione nell'universale»
(183). In vari autori è frequente il ricorso agli strumenti
della critica marxiana dell'ideologia, nell'ottica di una demitizzazione
di sistemi di pensiero che con la loro pretesa universalità
tendono ad assimilare e ridurre le differenze. Anche quando si
verifica un riconoscimento occidentale dell'alterità africana,
spesso si limita all'inserimento in un più ampio schema
evolutivo: «La categoria della gradualità ascensionale,
profondo retaggio della mentalità positivista-evoluzionista,
si è delineato a lungo come l'unica modalità di
accesso all'alterità, con ciò stesso sopprimendola»
(172). Più in generale, Mudimbe richiama i risultati dell'epistemologia
contemporanea, sottolineando come ogni scienza — soprattutto
se ha come oggetto l'uomo — sia inseparabile dal contesto
in cui è nata e si è sviluppata. Persino lo strutturalismo,
proprio per la sua pretesa neutralità e presunta “carica
disoccidentalizzante”, appare insidioso e sospetto, poiché
non può esimersi dal trasmettere «le categorie di
un sapere, quello occidentale» (167). L'esempio più
interessante di questa disputa sugli universali occidentali è
la critica alla psicologia, alla psicoanalisi e all'immagine di
uomo che esse veicolano. Soprattutto Fanon e Mudimbe «hanno
ridiscusso la pretesa identità “neutrale” ovvero
universale, in una parola la legittimità dello statuto
scientifico dei capisaldi della psicoanalisi, interessandosi principalmente
delle categorie filosofiche in base ad essa utilizzate per la
(non) comprensione della situazione africana coloniale e postcoloniale»
(187). Secondo Fanon, la dominazione europea in Africa ha comportato
la colonizzazione dei territori e degli uomini, ma anche della
psiche, producendo una caricatura del tipo umano africano che
è la proiezione dei tratti devianti e criminali dei pregiudizi
razziali. In seguito alla sua esperienza di direzione del principale
ospedale psichiatrico dell'Africa settentrionale, Fanon sostiene
che il medico «è anzitutto un membro autorevole del
regime coloniale» che collabora con la denuncia dei feriti
e con la copertura delle torture (196). A livello prettamente
psicologico, invece, si produce una medicalizzazione del pregiudizio;
per esempio, «secondo la psichiatria coloniale, il depresso
nordafricano, inquadrato come personalità deviante, non
presenta il rischio dell'inclinazione al suicidio invece riscontrato
comunemente nel melanconico europeo» (194). L'anomalia sarebbe
presto spiegata: «In primo luogo, dice la scuola [coloniale
francese] di Algeri, uccidersi è far ritorno su di sé,
è guardarsi, è praticare l'introspezione. Ora, l'algerino
è ribelle alla vita interiore. Non c'è vita interiore
nel nordafricano. Il nordafricano, invece, si sbarazza delle sue
preoccupazioni gettandosi su quelli che lo circondano. Non analizza.
Essendo la melanconia per definizione una malattia della coscienza
morale, è chiaro che l'algerino non può dar luogo
che a pseudo-melanconie, poiché la precarietà della
sua coscienza e la fragilità del suo senso morale sono
ben note» (194). Al di là delle deviazioni coloniali
della psicologia occidentale, Fanon osserva come le condizioni
della vita concreta in Africa rimettano in discussione la possibilità
di utilizzare alcuni dei capisaldi delle teorie freudiane. Nei
regimi coloniali, per esempio, il trauma è un’esperienza
quotidiana e non un evento isolato, lontano e rimosso (200). Anche
l'ambientazione familiare e culturale è totalmente diversa,
tanto che, per esempio, il complesso di Edipo risulta assente
nell'evoluzione personale dell'uomo africano (197ss.).
La psicologia, secondo Mudimbe, è solo uno dei campi
in cui si concretizza l'approccio etnologico, ovvero la proiezione
di un'identità fittizia su di un oggetto a cui il soggetto
rimane irrimediabilmente estraneo. «Gli occidentali, come
gli adulti di fronte ai bambini, come gli psichiatri di fronte
ai pazienti, hanno imposto ai non occidentali, secondo un modello
specifico, delle maniere aberranti di essere non-occidentali;
essi in seguito hanno dato il nome di etno-x allo studio dei prodotti
di questo x artificialmente creato» (207). L'approccio etnologico
è «il presupposto teorico a suo avviso non emendabile,
ovvero il principio per il quale, anche al di fuori delle gerarchie
valutative dell'impostazione evoluzionista, resta il diritto — per il pensiero di una società e di una cultura — di produrre un discorso che liberi la verità di un'altra
società e di un'altra cultura» (205).
L'ultimo capitolo è dedicato ad alcuni “percorsi
del divenire se-stessi”. Fanon, per esempio, prende in considerazione
la battaglia per il velo combattuta a partire dagli anni '30 in
Algeria: «Questa donna, che vede senza essere vista, frustra
il colonizzatore. Non c'è reciprocità. Essa non
si consegna, non si dà, non si offre. […] Tener testa
all'occupante su questo elemento preciso è infliggergli
uno scacco spettacolare, è — soprattutto —
conservare alla coesistenza le sue dimensioni di conflitto e di
guerra latente» (219ss.). Al di là delle riflessioni
di Fanon, l'impressione è che, nel caso specifico, la battaglia
finisca per essere combattuta sulla pelle delle donne e che, da
entrambe le parti, l’unica preoccupazione veramente assente
sia quella dell'emancipazione femminile. Le parole del filosofo,
infatti, da un lato svelano i tratti del desiderio di dominio
maschile e coloniale, ma dall’altro, in controluce, quelli
dell'inferiorizzazione, dell'emarginazione, del non riconoscimento
e del disinteresse. Allo sguardo del colonizzatore, infatti, egli
contrappone quello dell’algerino, il quale, «rispetto
alla donna algerina, tiene un atteggiamento, nel complesso, chiaro.
Non la vede» (219ss.). Di ben altro spessore è la
battaglia sostenuta dagli intellettuali africani per liberare
(dalle proprie contraddizioni) quelle stesse ideologie occidentali
che si battono per l'indipendenza e l'emancipazione delle popolazioni
colonizzate. Particolarmente interessante è la critica
al marxismo di Césaire, sintetizzata nella lettera indirizzata
nel 1956 al segretario del partito comunista francese per rassegnare
le dimissioni. Secondo il filosofo africano occorre imporre una
rivoluzione copernicana, tanto è radicata in Europa «l'abitudine
a fare per noi, a disporre per noi, l'abitudine a pensare per
noi, in breve l'abitudine a contestarci questo diritto all'iniziativa,
che è in definitiva il diritto alla personalità»
(227). «Per il marxista europeo e per il comunista francese
— commenta Cannelli — il colonisé,
nel quadro di ciò che Césaire definisce un miscuglio
di miserabilismo e paternalismo, il “fraternalismo”
tipico della “gauche”, è oggetto nel medesimo
tempo di simpatia e di condiscendenza: è un fratello, ma
un fratello più piccolo, che esige tutela e deve essere
diretto» (226). La critica all'ideologia di Césaire
comporta un rovesciamento di prospettiva dalle tonalità
evangeliche: «Ciò che voglio è che il marxismo
e comunismo siano al servizio dei popoli neri, e non i popoli
neri al servizio del marxismo e del comunismo. Che dottrina e
movimento siano fatti per gli uomini, e non gli uomini per la
dottrina e il movimento» (228).
Secondo Eboussi-Boulaga, invece, la ricerca del sé africano
è gravata da un'origine connotata da violenza, rapimento,
tratta, schiavitù, deportazione, colonialismo. Tutto ciò
costituisce una prima negazione, la quale, tuttavia, ne produce
una seconda non meno grave. La violenza, infatti, ha prodotto
un sistema istituzionalizzato di sopraffazione, un ordine sociale
e mentale basato sull'umiliazione e l'asservimento. Per sopravvivere
a tutto questo «il soggetto deve in parte acconsentirvi,
relazionarvisi nell'unica modalità concessa, ovvero la
rinuncia all'essere soggetto nel senso di ente autonomo; (…)
la duplicità della negazione non è soltanto esterna,
ma viene costantemente inflitta dal fondo, nel profondo, interiorizzata
al punto che lo stesso soggetto vi aderisce come all'ordine naturale
delle cose» (232). Su queste basi, l'origine del pensiero
africano non può essere la meraviglia, ma la condizione
dell'asservimento. Mettendo in discussione il paradigma platonico-aristotelico
della nascita della filosofia dallo stupore per ciò che
è bello, buono, vero, Eboussi-Boulaga non fa che sintonizzarsi
con alcune tendenze della filosofia contemporanea che, da Schopenhauer
in poi, tendono a rintracciare nell'esperienza del negativo e
del male lo spunto iniziale del pensiero. Il filosofo africano,
gravato dal suo senso di inferiorità culturale, sarà
fatalmente portato a cercare un riscatto nell'ottica dell'Aussi,
per rivendicare che “anche” l'uomo nero ha diritto
di parola. L'intellettuale nero, peraltro, non deve lottare soltanto
per il riconoscimento presso la cultura occidentale, ma, riproponendo
una sorta di doppia negazione culturale, finisce per trovarsi
spaesato proprio in mezzo alla sua gente per l'assunzione e l'assimilazione
delle categorie di pensiero europee. Al fine di superare le difficoltà
dell'uomo e, tanto più, dell'intellettuale africano, Eboussi-Boulaga
ritiene fondamentale un recupero della coscienza storica e della
tradizione. Quest'ultima, tuttavia, rischia di divenire una prigione,
dunque deve essere intesa come un ideale regolativo, come un dover-essere
non soltanto utopico, ma che sappia aprire un reale futuro storico.
L'ultimo capitolo si conclude con una riflessione sulle “dinamiche
del riconoscimento” che prende spunto dalla dialettica servo-padrone
della Fenomenologia dello Spirito. Se, dunque, «l'autocoscienza
raggiunge il suo appagamento solo in un'altra autocoscienza»,
la negazione della reciprocità si mostra come «uno
dei problemi metafisici essenziali della situazione di vessazione
creata dal colonialismo, forse come il problema» (253).
Sapendo della svalutazione dell'Africa nera operata da Hegel,
potrebbe apparire paradossale il richiamo di Fanon e di Eboussi-Boulaga
al filosofo tedesco, ma proprio questo fatto testimonia ancora
una volta come — al di là dei limiti storici e culturali
cui inevitabilmente sono sottoposti i filosofi — la filosofia
porti con sé quale istanza costitutiva almeno la tensione
se non la capacità effettiva di superare i propri limiti.
Il libro, ricco di apparati, note e schede bio-bibliografiche,
si propone come un'utile introduzione storica ad alcune questioni
fondamentali della filosofia africana. Del nuovo pensiero emerge
soprattutto la ricerca dell’identità specifica nella
problematica relazione con l'ingombrante filosofia occidentale.
Talvolta, però, la rivendicazione dell'africanità
mostra di condividere i limiti di altre rivendicazioni di diversità
filosofica, le quali, più che proporre una positiva originalità
del pensiero, accentuano la propria dimensione oppositiva a un'immagine
a tratti caricaturale del logos occidentale. Per sua stessa natura,
infatti, la filosofia non si risparmia nel lavoro autocritico
di soluzione delle proprie rigidità e contraddizioni e
non rinuncia all'ascolto delle più diverse istanze che
sempre la mettono in discussione.