Ferdinand Ebner sulla
Parola: l'origine, il futuro
di Andrea
Fiamma
Versuch
eines Ausblicks in die Zukunft è l'appello
che Ferdinand Ebner rivolge ai lettori dei suoi Fragmente
nell'autunno del 1929 e che Nunzio Bombaci propone nella
presente edizione italiana (Morcelliana, 2009), accompagnata
da una prefazione di Silvano Zucal. La riflessione di
Ebner muove da una considerazione storico-critica sulla
rilevanza filosofica della grande guerra, che viene
additata come la testimonianza peggiore della «bancarotta
culturale e morale dell’uomo europeo». Essa
è difatti riuscita a coinvolgere anche la Chiesa
e il Socialismo: la Chiesa «abusa dei poteri spirituali»
e intrattiene relazioni con il capitalismo più
conservatore, contribuendo alla diffusione del nichilismo;
il socialismo è una realtà non ben definita,
che tuttavia è lontana dal socialismo del
cuore e dello spirito, che può davvero liberarci
e condurci verso la Verità e la Libertà.
Per Ebner è necessario combattere contro questa
Chiesa in nome dello stesso evangelo, e contro questa
filosofia (falsa scienza) in nome della vera filosofia
e del vero socialismo.
Come rintracciare la via per guardare
la futuro? A chi affidarsi? Quale luce può illuminare
l’umanità e condurla verso la riscoperta
della vera spiritualità? Per Ebner non v'è
dubbio alcuno: bisogna tornare al "discorso della
Montagna". Guardare al futuro significa pertanto
saper leggere l'evangelo, «roccia grezza
che contiene pietre preziose». I cristiani, a
partire da Giovanni l’Evangelista e durante tutto
il corso dei secoli, hanno soltanto interpretato
il Vangelo perché hanno guardato alle "vicende"
del Cristo e non alla Parola, unica fonte di
Verità. I filosofi, da parte loro, hanno spesso
guardato alla spiritualità della Parola ma non
sono stati capaci di tematizzarla. Qual è allora
il rapporto della Parola con l'uomo? L'origine della
Parola è trascendente (Hamann), è
un mistero, qualcosa di davvero inaccessibile,
perché essa - scrive Ebner - viene da Dio. Questa
non è certo una risposta scientifica
ma è la più sensata a una domanda priva
di senso: finché i filosofi e gli scienziati
non capiranno che «la parola è un fenomeno
originario», continueranno a formulare ipotesi
varie, come ha fatto Wundt, che non toccano mai la vera
origine restando sempre in superficie. La scienza è
allora lontana dalla Verità tanto quanto la filosofia
perché entrambe rimangono chiuse nella Icheinsamkeit
(l'autosolipsismo dell’Io) e non si aprono alla
Parola, che accade sempre nel rapporto tra un Io e un
Tu. La Parola è da intendere tra due o più
uomini ossia presuppone e produce una relazione.
Guardando alla relazione non può che emergere
l’Io, che la filosofia ha ampliamente trattato
da Cartesio sino agli ultimi pensatori; ma l’Io
è (alla terza persona) della filosofia
è una mera astrazione perché non è
pensato all’interno di una relazione. Ma in solitudine.
Per Ebner, l’Io non si dà
dunque né nel cogito né nella volontà
bensì sempre in una relazione. Nella Parola l’Io
si dà "oggettivamente" perché
essa è il luogo tangibile del rapporto tra l’Io
e il Tu, che può prendere le forme della apertura
(amore) o della chiusura (solipsismo);
ma anche nel secondo caso il legame con il tu permane,
seppur come negazione. Nell’amore, l’Io
si dà soggettivamente, ossia come percezione
soggettiva: è l’amore verso quel Tu con
il quale l’Io vive l’apertura e nel quale
esso si ritrova, è l’amore di cui parla
Paolo nella Prima lettera ai Corinzi. Allora per l’uomo
l’autocoscienza non consiste nel porre il mondo,
nelle illusioni dell’idealismo, bensì nel
fatto che egli può coerentemente dire “Io
sono”, può vivere la propria relazione
con il Tu nella Parola. L’io dell’uomo contemporaneo
è chiuso all’interno di una "muraglia
cinese" e l'idealismo, che «non si cura del
fatto che "io sono"» parla una lingua
morta, fatta di concetti e illusioni, che il vero
filosofo deve tradurre nella lingua dell’Io.
Ridersela della filosofia - come scrive Pascal - è
allora l’unico modo per filosofare per davvero.
Qual è, dunque, la via per
approssimarsi alla Parola del Cristo? Un solo sforzo
è necessario, sia per la tradizione occidentale
sia per l’Oriente, che è anch’esso
distante dalla Parola: forzare la muraglia che circoscrive
il proprio Io e aprirsi al Tu, mettersi in ascolto della
Parola e pensare concretamente, ossia "intuire"
(Anschauung) la "realtà di questo
mondo" nel rapporto immediato con il Tu. Ma aprirsi
al Tu non consiste tanto in una applicazione etica,
altrimenti ci saremmo limitati a interpretare il Vangelo.
Bisogna bensì guardare alla grammatica della
asserzione esistenziale per comprendere come riuscire
a far cenno a quel Tu originario, che ha chiamato l’uomo
al momento della creazione e che nel Vangelo continuamente
ritorna. Già nella lingua tedesca possiamo osservare
alcuni elementi particolari, difatti nella coniugazione
del verbo essere le espressioni Ich bin
e Du bist sembrano avere la stessa radice e
non hanno a che fare con l'ist della terza
persona; anzi, sembra che bist sia "uscito"
da bin: «l’Io è la parola
originaria perché essa è la parola dell’Atto».
In principio era l’Atto, poiché il verbo
indica quel movimento dell’Io verso il Tu nel
quale accade la relazione tramite la Parola. L’uomo
originario, unito a Dio, viveva nell’apertura
dell’Io dinanzi al tu, nella luce della Parola
che era al Principio. C’è stato un momento
in cui l’Io ha voltato le spalle e l’iità
è divenuta Icheinsamkeit. Questo è
il peccato originale.
Proviamo a guardare al futuro
è allora un appello a recuperare quel rapporto
personale con il Tu divino che non può esser
pensato con la filosofia, la quale pensa "alla
terza persona", sostanzializza e oggettivizza.
Esso può esser solo approssimato rimanendo in
ascolto. L’amore verso il prossimo, l’apertura
al Tu e l’intuizione mediante la Parola sono allora
gli unici modi per riscattarsi dal peccato, per uscire
dall'isolamento dell’Io e iniziare a
percepire Dio. Se l'uomo esce dall'Icheinsamkeit
allora il peccato non è più tale e persino
la morte perde il suo pungiglione. |