Principio speranza e principio
disperazione
di Alfonso
Salvatore
Ernst
Bloch è stato indubbiamente uno dei maggiori
interpreti novecenteschi del marxismo. Non un epigono
ma un originale e affascinante ermeneuta a cui va certamente
riconosciuto il merito di aver compiuto una profonda
sintesi tra la concezione escatologica della tradizione
ebraico-cristiana e l’esigenza marxiana della
liberazione dell'individuo dalle catene dell'oppressione
e dell'ingiustizia. La sua ontologia utopica pensa la
libertà umana, e di conseguenza il concetto stesso
di liberazione, come singolare nesso tra atto di pensiero
e prassi di vita. A differenza di Marx, che ha privilegiato
la prassi rispetto alla teoria, Bloch si propone di
operare una "sintesi". Marx considera la prassi
come la modalità della liberazione possibile,
la intende cioè come azione tesa a intervenire
sulle condizioni materiali di esistenza. Egli interpreta
le vicende umane dal punto di vista del materialismo
storico: il motore della storia è il rapporto
dialettico tra le forze produttive e i rapporti di produzione.
Il motore della storia vale a dire non è l’idea,
che egli considera una "sovrastruttura", ma
l'espressione dei rapporti di produzione.
A parere di Marx, com'è noto,
sono le condizioni materiali di esistenza che condizionano
e determinano lo sviluppo storico. La storia è
perciò l'agone dove si compie «lo sfruttamento
dell'uomo da parte dell'uomo». E i rapporti di
produzione costituiscono la forma stessa di questo sfruttamento.
La liberazione si compie quindi agendo sulla vita concreta
e materiale degli uomini, eliminando quelle condizioni
che realizzano qualsiasi forma di sfruttamento. In quest'ottica
il lavoro rappresenta l'uomo stesso nel suo modo specifico
di farsi uomo. Il lavoro è cioè l’unica
manifestazione della libertà umana, ovvero della
capacità di formare la propria esistenza specifica.
Ma tale libertà non è una libertà
illimitata, in quanto è condizionata dai bisogni
materiali e dai fattori di produzione già consolidati.
Riprendendo alcune istanze marxiane, Bloch considera
la prassi e il pensiero come strettamente congiunti,
secondo una prospettiva che cerca di recuperare il senso
peculiare del concetto di libertà, inteso come
capacità di costruire un'esistenza e un mondo
umano in cui regni la giustizia.
È nel primo intervento del
presente volume - che è edito nella collana "Quaestiones
disputatae" dell'Associazione Italiana di Filosofia
della Religione (AIFR) e raccoglie, nella prima
parte, due conferenze tenute da Arno Münster all'Università
di Salerno nel 2004 - che egli, tratteggiando il profilo
della riflessione blochiana tra ontologia e filosofia
della prassi, ne fa emergere completamente il significato
filosofico. Si comprende da ciò come Bloch si
collochi, nell'ambito delle filosofie neo-marxiane,
in una posizione assai originale. Infatti come puntualizza
Münster, la filosofia di Bloch può essere
qualificata come «una filosofia della prassi»
in cui il fare e l'agire non connotano meramente un'azione
rivoluzionaria tesa all'annientamento dell'oppressione
e dell'ingiustizia come nel marxismo "classico",
ma innanzitutto assumono un significato di liberazione
delle «tendenze proto-utopiche presenti, immanenti,
ma non ancora esteriorizzate» e di superamento
della «fatticità mediocre e disperata,
per concretizzare i sogni e le utopie che ci danno la
forza di sopravvivere e di resistere all’oppressione
e alle ingiustizie».
Per comprendere più a fondo
il significato di "filosofia della prassi",
Münster passa all'analisi di alcuni concetti chiave
del pensiero blochiano: il concetto di tendenza-latenza,
di trasgressione (oltrepassare), «per il quale
pensare è uguale a oltre-passare» e infine
il concetto di felicità «in una patria
possibile». Assieme ai concetti di prassi, anticipazione
e utopia, essi formano l'ossatura stessa della costruzione
teorica di Bloch, in cui assume un posto preminente
il concetto di "lavoro", inteso come impulso
fondamentale della prassi trasformatrice della realtà.
Un caratteristica saliente del pensiero blochiano è
inoltre la valorizzazione del sogno, dell'immagine e
in generale di tutti quei contenuti della coscienza
«non esteriorizzati», «proto-utopici»
che, come sottolinea l'Autore, vanno letti alla luce
della funzione utopica che nella filosofia di Bloch
viene spesso fraintesa. L'utopia concreta «rivendica
la concretizzazione del sogno di un mondo migliore,
di una vita nuova e di un nuovo ordine economico, politico
e sociale senza sfruttamento e alienazione, di una società
veramente giusta e fraterna». Essa è l’orizzonte
delle possibilità reali, realizzabili,
nel quale i contenuti della coscienza anticipante vengono
tras-formati e portati a realizzazione grazie alla spinta
propulsiva della sua struttura anticipatrice, alla sua
capacità di concepire e visualizzare il "non
ancora", il paolino credere in ciò che
non si vede: la speranza. E qui entra in gioco
il concetto di non essere ancora che, come
rileva Münster, caratterizza l'ontologia utopica,
in cui «essa connette strettamente il concetto
di non-essere ancora con quello di essere-nella-possibilità»,
la possibilità reale. L'essere viene qui concepito
come essere processuale, dialettico; il "non"
rimanda dalla «possibilità possibile»
al suo realizzarsi, "effettuarsi". Non a caso
Münster evidenzia l'eredità hegeliano-marxiana
della concezione dell'essere di Bloch, la cui realizzazione
è demandata al futuro e passa attraverso una
prassi trasformatrice della realtà che si compie
con il lavoro, espressione dell'essenza umana, capacità
di formare la propria esistenza specifica. Una prassi
orientata verso un futuro migliore dalla certezza indimostrabile
che tutto ciò si realizzerà, una prassi
dunque orientata dalla speranza e dall'ottimismo.
Nella conferenza intitolata L'autodistruzione
dell’umanità contro il principio speranza?
è ripercorso in modo critico e documentato il
confronto tra la filosofia blochiana della speranza
e la riflessione di Günther Anders, una delle forme
più radicali di nichilismo elaborate nel Novecento.
Confronto tra due filosofie che di primo tratto si presentano
radicalmente incompatibili tra di loro. Come sottolinea
Münster, Anders «si impone come un pensatore
visionario in un'epoca in cui filosofare significa necessariamente
e automaticamente pensare sub specie contigentiae»,
l'epoca del filosofo del pensiero nichilista è
quella dell'Olocausto, della guerra fredda, del mondo
sull'orlo della catastrofe. In effetti il Nostro invita
a ripensare il motivo originale della filosofia greca,
il momento platonico dello stupore, come «uno
sguardo permanentemente irritato e cosciente dell'orrore
del filosofo sociale critico» verso la realtà
umana che manifesta una tendenza all'auto-distruzione,
resa visibile e concreta dal proliferare degli armamenti
di distruzione di massa e dalle cruente vicende storiche,
come i genocidi. Quella di Anders è una filosofia
che si impernia su una immagine del mondo "radicalmente"
segnata dal negativo, ovvero fondata sulla consapevolezza
che ogni istante è aperto all'assurdo e alla
catastrofe. Concezione che il filosofo esprime con un
concetto centrale del suo pensiero: lo choc di contingenza.
Si comprende come, continua Münster, «con
l'accentuazione della negatività e del naufragio
del progresso [la teoria di Anders] si muove in opposizione
radicale all'idea utopica blochiana della possibilità
di una alleanza positiva tra [...] l'uomo [...], la
natura e la tecnica [...]. Essa raggiunge il suo punto
culminante nell'antiutopia del pensiero della contingenza,
che si situa esattamente all'opposto della filosofia
blochiana dell’utopia concreta». Anders
giunge a criticare aspramente l'utopia concreta e il
principio speranza di Bloch poiché li considera
come espressione di una visione ingenua del mondo, fondata
su un ottimismo disimpegnato che non avverte la radicale
contingenza della esistenza umana. Münster dal
canto suo ritiene che il giudizio di Anders nei confronti
di Bloch faccia leva su un'errata interpretazione del
concetto di speranza e della stessa utopia concreta,
non comprenda cioè il loro legame dialettico
che si compie mediante l'integrazione della «categoria
della coscienza anticipante [la speranza] nel progetto
concreto-utopico della ricostruzione di un mondo migliore
attraverso la categoria della possibilità–obiettivo
reale». La filosofia di Bloch, conclude Münster,
è una filosofia che esorta all'azione contro
il nichilismo e non, come sostiene Anders, una «gratuita
dogmatica».
La seconda parte contiene il breve
ma importante scritto di Bloch su Verità
artistica e verità religiosa. Esso, già
parzialmente edito in traduzione italiana, viene ora
presentato nella sua integralità. L'introduzione
di A.M. Vitale esamina il sistema aperto dell'utopia
concreta e la centralità che in esso assume la
dimensione utopico-religiosa. Il rapporto tra Münster
e Bloch è accuratamente ricostruito nella Appendice,
in cui è contenuta l’intervista rilasciata
da Münster a Elisabetta Barone. Attraverso la testimonianza
dell'allievo e amico di Bloch viene restituito il clima
e l'ambiente nel quale è maturato il pensiero
della utopia concreta. La Nota bibliografica che conclude
il volume aiuta infine il lettore a orientarsi nel panorama
degli studi su Ernst Bloch e Günther Anders.
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