Ernst Bloch è stato indubbiamente uno dei maggiori interpreti
novecenteschi del marxismo. Non un epigono ma un originale e affascinante
ermeneuta a cui va certamente riconosciuto il merito di aver compiuto
una profonda sintesi tra la concezione escatologica della tradizione
ebraico-cristiana e l’esigenza marxiana della liberazione
dell'individuo dalle catene dell'oppressione e dell'ingiustizia.
La sua ontologia utopica pensa la libertà umana, e di conseguenza
il concetto stesso di liberazione, come singolare nesso tra atto
di pensiero e prassi di vita. A differenza di Marx, che ha privilegiato
la prassi rispetto alla teoria, Bloch si propone di operare una
"sintesi". Marx considera la prassi come la modalità
della liberazione possibile, la intende cioè come azione
tesa a intervenire sulle condizioni materiali di esistenza. Egli
interpreta le vicende umane dal punto di vista del materialismo
storico: il motore della storia è il rapporto dialettico
tra le forze produttive e i rapporti di produzione. Il motore
della storia vale a dire non è l’idea, che egli considera
una "sovrastruttura", ma l'espressione dei rapporti
di produzione.
A parere di Marx, com'è noto, sono le condizioni materiali
di esistenza che condizionano e determinano lo sviluppo storico.
La storia è perciò l'agone dove si compie «lo
sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo». E i rapporti
di produzione costituiscono la forma stessa di questo sfruttamento.
La liberazione si compie quindi agendo sulla vita concreta e materiale
degli uomini, eliminando quelle condizioni che realizzano qualsiasi
forma di sfruttamento. In quest'ottica il lavoro rappresenta l'uomo
stesso nel suo modo specifico di farsi uomo. Il lavoro è
cioè l’unica manifestazione della libertà
umana, ovvero della capacità di formare la propria esistenza
specifica. Ma tale libertà non è una libertà
illimitata, in quanto è condizionata dai bisogni materiali
e dai fattori di produzione già consolidati. Riprendendo
alcune istanze marxiane, Bloch considera la prassi e il pensiero
come strettamente congiunti, secondo una prospettiva che cerca
di recuperare il senso peculiare del concetto di libertà,
inteso come capacità di costruire un'esistenza e un mondo
umano in cui regni la giustizia.
È nel primo intervento del presente volume — che
è edito nella serie "Qd Supplementa" dell'Associazione
Italiana di Filosofia della Religione (AIFR) e raccoglie, nella
prima parte, due conferenze tenute da Arno Münster all'Università
di Salerno nel 2004 — che egli, tratteggiando il profilo
della riflessione blochiana tra ontologia e filosofia della prassi,
ne fa emergere completamente il significato filosofico. Si comprende
da ciò come Bloch si collochi, nell'ambito delle filosofie
neo-marxiane, in una posizione assai originale. Infatti come puntualizza
Münster, la filosofia di Bloch può essere qualificata
come «una filosofia della prassi» in cui il fare e
l'agire non connotano meramente un'azione rivoluzionaria tesa
all'annientamento dell'oppressione e dell'ingiustizia come nel
marxismo "classico", ma innanzitutto assumono un significato
di liberazione delle «tendenze proto-utopiche presenti,
immanenti, ma non ancora esteriorizzate» e di superamento
della «fatticità mediocre e disperata, per concretizzare
i sogni e le utopie che ci danno la forza di sopravvivere e di
resistere all’oppressione e alle ingiustizie».
Per comprendere più a fondo il significato di "filosofia
della prassi", Münster passa all'analisi di alcuni concetti
chiave del pensiero blochiano: il concetto di tendenza-latenza,
di trasgressione (oltrepassare), «per il quale pensare è
uguale a oltre-passare» e infine il concetto di felicità
«in una patria possibile». Assieme ai concetti di
prassi, anticipazione e utopia, essi formano l'ossatura stessa
della costruzione teorica di Bloch, in cui assume un posto preminente
il concetto di "lavoro", inteso come impulso fondamentale
della prassi trasformatrice della realtà. Un caratteristica
saliente del pensiero blochiano è inoltre la valorizzazione
del sogno, dell'immagine e in generale di tutti quei contenuti
della coscienza «non esteriorizzati», «proto-utopici»
che, come sottolinea l'Autore, vanno letti alla luce della funzione
utopica che nella filosofia di Bloch viene spesso fraintesa. L'utopia
concreta «rivendica la concretizzazione del sogno di un
mondo migliore, di una vita nuova e di un nuovo ordine economico,
politico e sociale senza sfruttamento e alienazione, di una società
veramente giusta e fraterna». Essa è l’orizzonte
delle possibilità reali, realizzabili, nel quale
i contenuti della coscienza anticipante vengono tras-formati e
portati a realizzazione grazie alla spinta propulsiva della sua
struttura anticipatrice, alla sua capacità di concepire
e visualizzare il "non ancora", il paolino credere
in ciò che non si vede: la speranza. E qui entra in
gioco il concetto di non essere ancora che, come rileva
Münster, caratterizza l'ontologia utopica, in cui «essa
connette strettamente il concetto di non-essere ancora
con quello di essere-nella-possibilità»,
la possibilità reale. L'essere viene qui concepito come
essere processuale, dialettico; il "non" rimanda dalla
«possibilità possibile» al suo realizzarsi,
"effettuarsi". Non a caso Münster evidenzia l'eredità
hegeliano-marxiana della concezione dell'essere di Bloch, la cui
realizzazione è demandata al futuro e passa attraverso
una prassi trasformatrice della realtà che si compie con
il lavoro, espressione dell'essenza umana, capacità di
formare la propria esistenza specifica. Una prassi orientata verso
un futuro migliore dalla certezza indimostrabile che tutto ciò
si realizzerà, una prassi dunque orientata dalla speranza
e dall'ottimismo.
Nella conferenza intitolata L'autodistruzione dell’umanità
contro il principio speranza? è ripercorso in modo
critico e documentato il confronto tra la filosofia blochiana
della speranza e la riflessione di Günther Anders, una delle
forme più radicali di nichilismo elaborate nel Novecento.
Confronto tra due filosofie che di primo tratto si presentano
radicalmente incompatibili tra di loro. Come sottolinea Münster,
Anders «si impone come un pensatore visionario in un'epoca
in cui filosofare significa necessariamente e automaticamente
pensare sub specie contigentiae», l'epoca del filosofo
del pensiero nichilista è quella dell'Olocausto, della
guerra fredda, del mondo sull'orlo della catastrofe. In effetti
il Nostro invita a ripensare il motivo originale della filosofia
greca, il momento platonico dello stupore, come «uno
sguardo permanentemente irritato e cosciente dell'orrore del filosofo
sociale critico» verso la realtà umana che manifesta
una tendenza all'auto-distruzione, resa visibile e concreta dal
proliferare degli armamenti di distruzione di massa e dalle cruente
vicende storiche, come i genocidi. Quella di Anders è una
filosofia che si impernia su una immagine del mondo "radicalmente"
segnata dal negativo, ovvero fondata sulla consapevolezza che
ogni istante è aperto all'assurdo e alla catastrofe. Concezione
che il filosofo esprime con un concetto centrale del suo pensiero:
lo choc di contingenza. Si comprende come, continua Münster,
«con l'accentuazione della negatività e del naufragio
del progresso [la teoria di Anders] si muove in opposizione radicale
all'idea utopica blochiana della possibilità di una alleanza
positiva tra [...] l'uomo [...], la natura e la tecnica [...].
Essa raggiunge il suo punto culminante nell'antiutopia del pensiero
della contingenza, che si situa esattamente all'opposto della
filosofia blochiana dell’utopia concreta». Anders
giunge a criticare aspramente l'utopia concreta e il principio
speranza di Bloch poiché li considera come espressione
di una visione ingenua del mondo, fondata su un ottimismo disimpegnato
che non avverte la radicale contingenza della esistenza umana.
Münster dal canto suo ritiene che il giudizio di Anders nei
confronti di Bloch faccia leva su un'errata interpretazione del
concetto di speranza e della stessa utopia concreta, non comprenda
cioè il loro legame dialettico che si compie mediante l'integrazione
della «categoria della coscienza anticipante [la speranza]
nel progetto concreto-utopico della ricostruzione di un mondo
migliore attraverso la categoria della possibilità–obiettivo
reale». La filosofia di Bloch, conclude Münster, è
una filosofia che esorta all'azione contro il nichilismo e non,
come sostiene Anders, una «gratuita dogmatica».
La seconda parte contiene il breve ma importante scritto di Bloch
su Verità artistica e verità religiosa.
Esso, già parzialmente edito in traduzione italiana, viene
ora presentato nella sua integralità. L'introduzione di
Angelo Maria Vitale esamina il sistema aperto dell'utopia concreta
e la centralità che in esso assume la dimensione utopico-religiosa.
Il rapporto tra Münster e Bloch è accuratamente ricostruito
nella Appendice, in cui è contenuta l’intervista
rilasciata da Münster a Elisabetta Barone. Attraverso la
testimonianza dell'allievo e amico di Bloch viene restituito il
clima e l'ambiente nel quale è maturato il pensiero della
utopia concreta. La Nota bibliografica che conclude il
volume accompagna infine il lettore a orientarsi nel panorama
degli studi su Ernst Bloch e Günther Anders.